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VI - La
Pioggia Benefica
Da la stanza terrena, ove il mio vecchio
fattor governa, giungonmi le inculte
e maschie voci dei lavoratori
del campo, accolti in torno al desco amico;
né turban esse la quïete grave
de la campestre casa, anzi le dànno,
suonando ad ora ad or pacatamente,
una solennità religïosa.
Fuor la pioggia vien giú continua e lenta.
La notte è buja, e senza vento. Un cane
là giú, lontan, con pena lunga abbaja;
ma il suo lamento nel silenzio muore,
e ne dà un senso al cuor mesto e profondo.
Sorgo, e da i vetri del balcon serrato,
su cui la pioggia picchia e agevol goccia,
mi perdo in seno a l’alta notte, assorto.
Un improvviso pàlpito di luce
di tratto in tratto apre il ciel tenebroso,
che dietro lui piú nero si richiude.
Ma nel verde baglior subitamente
i monti in fondo foschi si disegnano
in lungo ondeggiamento, e sú, ne l’alto,
le fluttuanti nuvole piú dense.
E in quest’attimo vivo luminoso
tutto l’insazïato occhio sorprende
la pianura vastissima, beata
sotto la pioggia lungamente attesa,
ne l’atto che in sé, paga, la riceve.
E nulla penso. Ascolto. L’abbandono
voluttuoso, immenso, de la terra
anche me vince, ed è un languir soave.
L’anima mia su i piani si diffonde
de le messi a goder tenere ancora
la fresca, intima ebrezza, avidamente,
mentre il vitale umor da le materne
umide zolle assorbono, assetate;
e de i tralci torcentisi per dolce
spasimo al romper novo dei germogli
pe i diritti filari del vigneto;
e degli alberi in fior, da i forti rami
rinverditi testé con l’april mite.
In essi io vivo, e benedico il cielo
e le vaganti nuvole ed il vento,
che su noi le adunò, provvido, ieri.
Ma ad orïente or l’aria, ecco, s’allarga
a un indizio di luce nel cinereo
vel che l’affigge. E piú non piove. Stracche
erran le nubi e torpide pe ‘l cielo,
quasi un soffio aspettanti, che le spinga
a far del bene altrove. È bujo ancora.
Nero, sotto la fresca ombra, e indeciso
però già il pian si rappresenta al guardo.
Cresce il chiaror de l’alba, e lentamente
cominciano ad imbeversi di lui
le cose: ecco, tra rosei vapori,
là i monti, quasi monstri in sonno accolti,
qua gli alberi piú grandi. Un gallo canta,
ed un altro da lunge gli risponde.
Oggi vedremo il sole. Oh come tutta
molle di pioggia e stanca si riposa
sotto i miei non gravati occhi dal sonno
la Terra madre! Apro le imposte, e voi,
fresche di primavera aure soavi,
in fronte mi baciate. È puro, è sacro
quest’odore che emanano le nere
zolle bagnate: Il tuo respiro, o Madre,
egli è, se pur di grazie un rendimento
muto e solenne al cielo or non intendi,
grata, innalzar con esso. Or sú, ti desta,
ti desta, o Madre, ed al tuo eterno amante,
al Sol ti volgi, e fervido ei ti baci,
dopo questa d’amor notte feconda,
luccicante di stille il verde manto.
Ecco, un’allegra lodola si leva
trillando in alto per l’umido cielo,
e saluta il bel dí di primavera.
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