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Mal Giocondo - 1889

 

Intermezzo Lieto

 

 

V - Nozze di Lina

Grato, o Lina, non piú suona l’invito
al nume, e muore su le labbra in tanto,
poi che il decoro de l’antico rito
non ride al canto.

E se l’amor per te dolce fortezza
serenamente in ogni vena spira,
non trova, che ne esprima ansia ed ebrezza,
eolia lira.

Non piú vergini elette il dio, dal Santo
Elicona, Imeneo, che a l’amorosa
materna cura, cinto d’amaranto,
tolga la sposa,

chiamano a coro; e non fanciulli in mano
sacre faci recando in gaja festa!
Di tanta leggiadria nulla al profano
secolo resta.

Un desiderio vano. E sempre, in fuga
ansïosa, a l’età cara rivola
pagana, e in tanto l’anima ne fruga
senza parola,

e trema e freme. - Oh Venere immortale,
unica dea, sorridi al desiderio...
Sorgi, e ricanta l’inno rituale,
Cajo Valerio:

l’epitalamio a Manlio. - Ahi non piú lieta,
ne l’agonia del secolo che muore,
suona la voce del latin poeta
ebra d’amore.

E sol la ripercote eco solenne
tra le rovine de l’età sepolta,
e langue: Austera e ferma in su le penne,
l’aquila ascolta.

Triste del secol nostro incombe e lento,
Lina, il tramonto: e il sol, quasi di greca
tragedia eroe morente, al cuor sgomento,
occiduo, reca.

Ai nuovi amori, a le penose lotte
de la vita mortale, o Sol, dimani
risplenderai; ma in cuor tu sempre, o notte,
fredda rimani.

E generose in tanto opere e frali
oltraggia il tempo, e nel dissolvimento
le piú superbe vanità mortali
affida al vento.

Oh solo Amor su l’anima d’oblio
dolce ha potere. E tu, Lina, a l’amore
vivi, e devota a lui, che solo è dio,
consacra il cuore.

Rotta l’imagin diva, ed in frantumi
il tempio e l’ara; non piú finto in marmi
per mano d’un artefice di numi,
non piú nei carmi

sacri invocato e in prosodia solenne,
egli pur vive eterno, e i dolci arcani,
che, pretestato, in tra i misteri tenne
chiusi agli umani,

or chiari svela a chi, conscio d’affetti,
presente il nume ne la febre sente,
ed agli oscuri prima e arcani detti
apre la mente.

Sotto il Sole per Lui verde risorge
la Terra: il Sol da l’alto con roventi
baci la morde e la feconda. Porge
ella frementi

di Cerere le bionde carni, e dove
l’orma d’un bacio ancor brucia profondo,
fiori ella esprime ed erbe e vite nove
dal sen fecondo.

Tu, nova sposa, vieni. Al tempio immenso
de la Natura, iniziata vieni
ai piú dolci misteri. E il sangue e il senso,
che freme e freni,

sentiran dentro l’amorosa voce,
che scoppia con i fiori a primavera,
con le chiare acqua da fremente foce,
costante, vera,

in ogni luogo, da ogni aperta vena,
la voce de l’immensa genitura
prorompente dal sen de la serena
madre Natura.

 

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