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XIII
La mia vicina, su ‘l mattin d’aprile,
compresa ancora dei tepor del letto,
esce al terrazzo, e al sol primaverile
spiega i tesori del ricolmo petto.
Ella ha piú grazie, la vicina, in quella
acconciatura che le cangia aspetto:
Un camicino bianco, e una gonnella
di panno lano oscura. Io mai veduto
creatura piú semplice e piú bella
non ho. Dal mio poggiuolo la saluto;
ed ecco, ella venendo al pilastrino,
su cui ride beffardo un fauno arguto,
mi risponde “Buon dí caro vicino”,
e aggiunge. “ Sogno ancora? o com’è andata?
qual gallo v’ha cantato il mattutino?”
Cosí, tra i fior, su la balaustrata,
dei vasi messi in fila e con amore
coltivati da lei lungo l’annata,
un grande anch’ella pare e vivo fiore.
E dei fiori or mi parla, e d’una mano
si fa solecchio. È certo che l’odore,
io penso, s’ella è un vivo fiore umano,
saran le sue parole (e in questo intralcio
un madrigale, che dirò persiano)
- Cara vicina, o di che cuore un calcio
darei con forza ad ogni vasellino,
che vi sta in torno co’l novello tralcio.
Ogni vaso mi pare un cervellino
di moderno botanico poeta,
che levi dal suo fango un inno fino
tra il cessin le pillaccole e la creta,
e faccia fede dei non fatti studî
a la dolce stagione che l’allieta.
Spesso, di notte, lumaconi ignudi
quei metallici fiori, che son rime,
infestano, ma voi coi piedi crudi,
voi li schiacciate, e accorta, dal concime
anche i vermi traete, che la nera
umida terra dal suo grasso esprime.
Oh dei terrazzi sciocca primavera,
sciocca di nuove rime fioritura!
Mi duol che voi, vicina giardiniera,
ve ne prendiate cosí assidua cura...
Codesti fior che vi civettan smorti,
non vi pajono sforzi di natura?
Guardate: I fauni ammiccano con torti
occhi da i pilastrini, argutamente;
ma pur nei loro versi aspri e scontorti
lo sforzo de l’artefice si sente,
e in quel sogghigno su i labri impietrato,
una furbesca smorfia ridente.
Due tartarughe, cui il sole ha scaldato,
su i torti piè s’inseguono, in amore,
raspando il piano d’asfalto bruciato.
Cara vicina, fatemi il favore
di rivoltare, a la rabbia del sole,
su la scatola d’osso, pe ‘l pudore,
codeste sciocche e sozze bestïole,
che sono, ahimè, per fare atto villano,
mentre che noi facciam solo parole:
Le vedremo armeggiar, nel vuoto, in vano.
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