|
|
VI
Già di ritorno, stagione dei fiori,
stagione degli amori?
Tra gli orrori de l’ultima vernata
mi s’era questa nozïon scordata,
che c’è una primavera ne l’annata,
per dar fiori a la terra e pace ai cuori.
E se non pace, o stagion nova, in fondo,
d’ogni cura ne dà l’oblio giocondo:
Di giovinezza vesti il vecchio mondo,
e con ben fatta maschera innamori.
Sotto ogni fiore in tanto si nasconde
un nudo e freddo teschio, che risponde
co’l riso de la morte a le gioconde
vanità de la vita e ai nostri amori.
Già, l’ho veduto, quest’inverno, il grullo
Vecchio, sol rido al tuo crudel trastullo,
che sí me ‘l concia, ch’ei paja un fanciullo,
e grinze e rughe imbiaccate di fiori.
Trista sei, ma pur bella. Io t’amo, e rido,
ed il segreto del cuor mio t’affido:
tu nascondilo dentro un vecchio nido
di rondine, o se vuoi, càntalo fuori.
Ma se ne nasce scandalo e vergogna,
ai poeti del secolo rampogna
non mover tu: Gli opprime tanta rogna,
che non è cosa che non gli addolori.
E un’altra volta ti farò lamento
del brutto tempo; e dirò come il vento
gl’inganni tutti ed ogni sentimento
soffiando dentro m’abbia tratto fuori.
Nel vecchio mondo, o non mai vecchia, tu
da sei mil’anni, in tanto ed anche piú,
ancor ti piaci di ritornar sú
sempre ad un modo, vestita di fiori.
Ma non ti s’è crepata ancor la pelle
sotto le rime a pioggia, a manatelle,
in vario stile, in tutte le favelle?
non ne hai cocciuole in carne e pizzicori?
Oggi i versi han l’umore de l’ortica,
e ridon acre i vati: «Gran nimica,
urlan la vita!» e il ciel gli benedica...
Che cocomeri in corpo e che dolori!
Saluta Primavera, e va, canzone;
dille il nome dei re vivi, Leone
XIII papa, idest prigione,
e quei che han fama, se tu non gl’ignori.
Inizio pagina |