Novelle per un anno - Appendice - Testi Estravaganti
33. Disdetta (Continuazione e fine)
«Ariel», a. I, n. 13, 14 marzo 1898. Fernando (pseudonimo
di Luigi Pirandello)
L'ho scontato, quel bacio, è vero; lo sconto tuttavia: ma
l'ho baciata, ripeto.
Gli anni che Renzi passò a Roma, dopo il mio sciagurato
equivoco, furono per me tanti anni di tortura. Marito e
moglie vollero che frequentassi assiduamente la casa, e
s'intende! Potevano rinunziare al divertimento che offrivo
loro? Mi avevano, per così dire, vestito di ridicolo;
dovevano rifarsi delle spese dell'abito, e del bacio.
E la signora Renzi fu chiamata Tupì, cara Tupì,
dal marito, perché pare che io pronunciassi così il cognome
Dupuis, assunto da lei nella commedia. Il francese (non me
ne vanto) lo conosco discretamente, ma forse lo pronunzio
male: il naso non mi suona bene, un po' intasato, come l'ho
sempre. E Pitagora e Tupì fu il grazioso titolo d'un
brutto scherzo comico in versi martelliani perpetrato da
Quirino per render famosa negli annali della famiglia la
memoria dell'avventura. Versi zoppi ce n'erano parecchi,
quaranta su cento per lo meno, ma che importa? Anche la
gobba del figlietto sembra carina al padre; e Renzi ci
teneva tanto a quella sua birbonata e la leggeva a tutti e
la comentava in mia presenza; e tutti ridevano e ridevo
anch'io, come una lumaca al fuoco.
V'immaginate poi l'imbarazzo mio, specialmente nei primi
tempi di fronte alla signora? Quella donna sapeva bene,
perdio, quanto mi piacesse le avevo fatto la mia brava
dichiarazione d'amore (imbecille!), ero anche arrivato più
in là, e avevo per giunta vagheggiato un'intera notte l'idea
di farne la compagna della mia vita. E gli occhi, nel
guardarla (o tentazione!) mi andavano sempre lì, nel posto
in cui, tra lo schermirsi di lei, era caduto il mio bacio:
su la guancia destra, presso l'occhio. E impallidivo.
Non è vero, domando io ora che non c'è poi tanto da ridere,
in tutta questa storia? Eppure, ecco lì Tito Bindi e la
sposina: saluti e sorrisi espressivi quasi ogni giorno. E
anche la madre, la futura suocera, bruttò; arcigna vecchia,
mi sorrideva ora.
Avrei voluto imbattermi qualche giorno da solo a solo nel
Bindi, per domandargli se la presente felicità non gli
offrisse alcun'altra cagione di riso, e in questo caso
compatirlo ma non mi venne mai fatto. Desideravo inoltre da
lui qualche notizia di Renzi e della signora.
Ma ecco, un bel giorno, arrivarmi da Forlì questo
telegramma: «Brutti guaj, Pitagora! Sarò a Roma
domattina. Pregoti accogliermi stazione, ore 8.20.»
Firmato Renzi.
O come! pensai - ci ha qui il cognato, e vuol essere accolto
da me? Feci su quel «brutti guaj » un mondo di supposizioni,
tra le quali la più ragionevole mi parve questa: che Tito
stesse per contrarre un pessimo matrimonio, e che Renzi
venisse a Roma per tentare di mandarlo a monte.
Dopo circa tre mesi di saluti e di sorrisi confesso che per
quella sposina nutrivo già un'antipatia irresistibile e
qualcosa di peggio per la vecchia, arcigna madre.
Il domani, alle otto, ero alla stazione. E ora giudicate
voi, se io non son davvero perseguitato da un destino
buffone. Arriva il treno, ed ecco Renzi al finestrino d'una
vettura: mi precipito... ah, maledizione! le gambe mi si
piegano, mi cascano le braccia, come se qualcuno a un tratto
mi avesse dato un gran pugno su gli occhi...
- Ho con me il povero Tito... - mi fa Renzi additandomi
pietosamente il cognato!
Tito Bindi, quello lì? Come? E chi avevo io dunque salutato
tre mesi per le vie di Roma? Eccolo là, Tito! Ah, Dio mio,
in quale stato ridotto!
- Tito, Tito... ma come!... tu... - balbetto.
Egli mi butta le braccia al collo e scoppia in pianto
dirotto... Perché? Guardo a bocca aperta Renzi. Mi sento
impazzire. Ma Renzi mi accenna con una mano alla fronte e
sospira, chiudendo gli occhi, come per dirmi: «È leso di
mente... ». Chi? lui, io o Tito? Chi è leso di mente?
- Su, via, Tito, sii buono! - fa Renzi al cognato. - Aspetta
un po' qui tieni d'occhio queste valige... Io vo con
Pitagora a ritirare il tuo baule.
Inizio pagina
E, andando, mi narra sommariamente la storia miseranda
del povero cognato, che da circa due anni e mezzo aveva
preso moglie a Forlì: gli eran nati due bambini uno dei
quali dopo quattro mesi era accecato; questa disgrazia,
l'impotenza di provvedere adeguatamente con l'arte sua
ai bisogni della famiglia, le continue liti con la
moglie sciocca ed egoista gli avevano sconcertato il
cervello. Ora Renzi lo conduceva a Roma per farlo
visitare dai medici e divagarlo un po'.
Se non avessi visto con gli occhi miei Tito ridotto in
quello stato, avrei senza dubbio creduto che Renzi
volesse giocarmi qualche altro tiro. Tra lo stordimento
e la pena gli confesso allora il nuovo equivoco in cui
ero caduto, come io cioè, fino al giorno avanti, avessi
salutato Tito promesso sposo per le vie di Roma. Renzi
si mette a ridere.
- T'assicuro! - gli faccio io. - Tal quale! Tito
purus et putus! Da tre mesi ci salutiamo e ci
sorridiamo: siamo divenuti amiconi... Ora sì, ora noto
la differenza! Ma perché Tito, poveretto, s'è ridotto in
quello stato... Quello che saluto io quasi ogni giorno è
invece Tito com'era prima che partisse per Forlì, tre
anni or sono... Figurati l'impressione che mi ha fatto
vederlo così, ora, dopo averlo veduto jeri, verso le
quattro, felice e raggiante con la sposina accanto...
La mia disdetta vuole che di quello che sento io nessuno
mai debba o voglia tener conto: l'impressione provata da
me alla vista del povero Tito era dolorosa, è vero?
ebbene Renzi il cognato stesso, innanzi al bagagliajo,
si teneva i fianchi dai troppo ridere. E poco dopo, per
distrarre il malato, gli volle raccontare quest'altra
avventura mia. E ci ho gusto: ne nacque quel che ne
nacque.
Il poveretto, alienato. rimase in prima stranamente
colpito dal mio abbaglio; ci lavorò su un pezzo con la
fantasia sbalestrata, durante il tragitto dalla stazione
all'albergo, e alla fine, afferrandomi un braccio, con
tanto d'occhi sbarrati, confitti nei miei, mi gridò:
- Pitagora, hai ragione!
Io mi spaventai; mi provai a sorridergli:
- Che cosa, caro Tito?
Hai ragione! - ripeté egli senza lasciarmi, ilarandosi
in volto. - Non ti sei ingannato! Quello che tu saluti
sono io, Pitagora,
proprio io, che non ho mai lasciato Roma; io giovane,
bello, libero e felice, come tu ogni giorno mi vedi e mi
saluti... Ah sì sì, abbiamo fatto un brutto sonno,
Quirino mio! Dammi un bacio! Io non ho moglie, non ho
figliuoli... Qui c'è Pitagora che te lo può dire... È
vero Pitagora? È vero che tu m'incontri ogni giorno per
le vie di Roma? E che faccio io a Roma? Dillo a
Quirino... Faccio il pittore, ad onta della gente
cretina che non mi vuol mai comprare un quadro... Ma non
importa! Viva la gioventù! Noi due siamo scapoli...
ancora scapoli...
- E la sposina? - mi lasciai scappare disgraziatamente,
senza avvertire che Renzi, per prudenza, poco fa, nel
raccontargli l'equivoco, aveva tralasciato questo
particolare.
Il volto di Tito s'abbujò a un tratto. Mi riafferrò,
questa volta per tutt'e due le braccia:
- Come! Prendo moglie un'altra volta?
- Ma che! - gli faccio io, subito, a un cenno di Renzi.
- Ma che, caro Tito! So bene che tu scherzi con quella
fanciulla...
- Scherzo? e faccio male! malissimo! - incalzò Tito. -
Non bisogna scherzare... Si comincia sempre così,
Pitagora mio! E poi... e poi...
Scoppiò di nuovo in pianto, coprendosi il volto con le
mani. Invano io e Renzi cercammo di quietarlo, di
consolarlo: - No, no! - ci rispondeva egli. - Se prendo
moglie anche qui a Roma, che sarà di me? Vedi come mi
sono ridotto a Forlì, caro Pitagora? A ogni costo a ogni
costo bisogna impedirlo, subito! Anche lì ho cominciato
scherzando...
- Ma noi siamo qui per pochi giorni, - gli disse Renzi.
- Il tempo di contrattare con due o tre signori per
l'acquisto dei tuoi quadri, come s'era rimasti. Ce ne
torneremo subito a Forlì...
- E non giova a nulla! - rispose Tito con un gesto
disperato delle braccia. - Ce ne torneremo a Forlì, e
Pitagora continuerà pur sempre a vedermi qui a Roma...
Né può essere altrimenti! Perché standomene lì, io vivo
sempre a Roma, Quirino mio, sempre. Negli anni miei
belli, scapolo, libero, felice... come Pitagora appunto
m'ha visto, jeri stesso, è vero?... Eppure jeri noi
eravamo a Forlì: vedi che non dico bugie...
Commosso, esasperato Quirino Renzi squassò il capo e
strizzò gli occhi per frenar le lagrime: fin adora la
pazzia del cognato non gli si era rivelata in così
disperate proporzioni.
Lo conducemmo fuori per divagarlo; ma per via, man mano
che egli si calmava riconoscendo i luoghi,
un'inquietudine angosciosa s'impossessava di me. Se per
disgrazia - pensavo - ci avvenisse d'imbatterci in
quell'altro! E la mia inquietudine cresceva di punto in
punto, nel vedere che Tito già in preda a un'affliggente
gaiezza, girava gli occhi di qua e di là per ogni verso,
instancabilmente. Lo riconoscerebbe senza dubbio, -
dicevo tra me guardandolo: - La somiglianza è
straordinaria! E poi con quelle scarpe che strinano a
ogni passo quel bestione lì fa voltar tutta la gente...
- E mi pareva di sentir da un momento all'altro dietro a
me il dri dri dri di quelle scarpe.
Poteva il caso non avvenire? Manco a dirlo! Avvenne il
domani, quando meno me l'aspettavo. Renzi era entrato in
un negozio, e io e Tito lo aspettavamo innanzi al Caffè
Aragno. Io guardavo impaziente il negozio donde Renzi
doveva uscire, e ogni minuto d'attesa, lì fermi, mi
sapeva un'ora: a un tratto mi sento tirar per la giacca
e vedo Tito con la bocca aperta a un sorriso muto di
beatitudine e con due grosse lagrime che gli gocciavano
dagli occhi chiari e lucenti. Lo aveva scorto! e me
l'additava lì, a due passi, solo, fermo su lo stesso
marciapiedi.
Mettetevi un po' una volta nei panni miei, senza ridere!
Quel signore, nel vedersi guardato e additato a quel
modo, si turbò; ma poi, accorgendosi di me, mi salutò al
solito. Io mi provai a fargli un cenno, mentre
coll'altra mano cercavo di portarmi via Tito. Non ci fu
verso!
Per fortuna colui aveva compreso il mio cenno e
sorrideva; aveva però compreso soltanto che il mio
compagno era pazzo: non si era affatto riconosciuto
nelle fattezze di Tito, mentre questi, sì, subito, in
quelle di lui. E gli si era accostato e lo contemplava
estatico e lo accarezzava nelle braccia e nel petto,
pian piano, susurrandogli: - Come sei bello... come sei
bello... Questo è il nostro caro Pitagora...
Quel signore mi guardava e sorrideva nell'imbarazzo; io
per tranquillarlo gli sorrisi addolorato. Non l'avessi
mai fatto! Tito notò quel nostro sorriso e, sospettando
subito qualche inganno, si rivolse minaccioso a colui:
- Non prender moglie, imbecille: mi rovini! Vuoi ridurti
come me? Lascia quella ragazza, non ci scherzare... Tu
non hai esperienza...
E giù un diluvio di parole, tra gesti concitati... La
gente cominciava a far siepe intorno quando Renzi
accorse e a viva forza si trascinò via il cognato.
Vi risparmio le risa di quel signore, allorché io, poco
dopo, gli spiegai ogni cosa. Eppure, non so, mi parve
ch'egli ridesse male, che non ridesse tanto di cuore...
Quasi ferito nell'amor proprio, mi domandò:
- Ma mi somiglia proprio tanto?
- Ah ora no! - gli risposi. - Ma se Lei lo avesse visto
prima, tre anni fa, scapolo, qui a Roma...
- Speriamo allora, che fra tre anni, - fece il signore -
io non debba ridurmi come lui.
- Ah, no davvero! - gli augurai io. - Intanto guardi:
finora io La ho salutata per Tito Bindi... vorrei aver
l'onore, or che l'equivoco è chiarito, di salutarla col
Suo vero nome. Eccole la mia carta da visita.
E sono stato sciocco una volta di più!
Prima almeno questo signore rideva di me senza sapere
come mi chiamassi. Ora lo sa, e può dire: Rido proprio
di te, Camillo Bandoni!
E meno male, alla fin fine, che non mi chiama Pitagora
anche lui!
Inizio pagina
|
|
|
|
|
|
|