Novelle per un anno - Appendice - Testi Estravaganti
32. Disdetta
«Ariel», a. I, n. 12, 6 marzo 1898. Fernando [pseudonimo
di Luigi Pirandello]
Perbacco!
E rimettendomi in capo il cappello mi volto a guardar la
bella sposina tra il fidanzato e la vecchia madre.
Dri dri dri... ah come strillavano di felicità sul
lastrico della piazza assolata le scarpe nuove del mio
amico! E la fidanzata, con l'anima tutta lucente e ridente
negli occhi, nelle guance infocate, nei denti bianchissimi,
sotto l'ombrellino di seta rossa si faceva vento vento
vento, quasi per smorzar le vampe del suo pudor di
fanciulla, la prima volta che si mostrava così per via alla
gente con a fianco il promesso sposo. Dri dri dri...
Rimettendosi in capo il cappello (piano, che la pettinatura
non si guastasse) si voltò anche lui, l'amico mio, a guardar
me. O che c'entrava? Mi vide fermo in mezzo alla piazza, e
chinò il capo con un sorriso impacciato. Risposi con un
altro sorriso che voleva dire: - Mi rallegro! Mi rallegro!
Fatti pochi passi, mi volto di nuovo. Non m'aveva colpito
tanto la figura simpatica ed elegante della fidanzata,
quanto l'aria, dell'amico mio, che non vedevo più da circa
tre anni. O non si volta anche lui a guardarmi per la
seconda volta?
Che sia geloso? - pensai, incamminandomi subito a capo
chino. - Ne avrebbe ragione: è proprio carina... Ma lui lui!
Non so, mi era sembrato anche più alto di statura, Prodigi
dell'amore! E poi tutto ringiovanito, negli occhi
specialmente, nella persona quasi carezzata da certe cure
affettuose di cui non l'avrei mai stimato capace,
conoscendolo nemico di quegli intrattenimenti che ogni
giovanotto suole avere con la propria immagine per ore e ore
innanzi a uno specchio. Prodigi dell'amore! Bravo Tito
Bindi!
Dov'era stato egli in questi ultimi tre anni? Qui a Roma,
prima, abitava in casa di Renzi suo cognato, ch'era poi il
vero amico mio. Infatti egli, per me, propriamente, si
chiama più «il cognato di Renzi», che Bindi di casa sua. Era
partito per Forlì due anni avanti che Renzi lasciasse Roma,
e non l'avevo più riveduto. Ora, eccolo a Roma di nuovo, e
fidanzato.
Ah, caro mio, - seguitai a pensare tu non fai più certamente
il pittore! Dri dri dri... le tue scarpe strillano
troppo. Di' che ti sei voltato ad altro mestiere, il quale
ti deve fruttar bene. Come pittore, abbi pazienza, amico
mio, eri somaro; bel giovine, ma somaro. Hai cambiato
strada? Bravo Bindi! Vai lodato anche di questo.
Lo rividi due giorni appresso, quasi alla stess'ora, di
nuovo insieme con la promessa sposa e con la futura suocera.
Altro scambio di saluti accompagnati da sorrisi. Inchinando
lieve e pur con tanta grazia il capo, mi sorrise anche la
sposina.
Evidentemente Tito - pensai - le ha narrato la mia famosa
avventura con sua sorella, la moglie di Renzi. E figuriamoci
come e quanto avrà riso a le mie spade la cara sposina, e
come sarà stato felice lui di averla fatta ridere così.
Per le due famiglie Renzi e Bindi e loro affini e amici e
conoscenti io son condannato a essere argomento di riso chi
sa fino a quando! Sarò morto, e Renzi vecchione, nel canto
del fuoco, conversando con la moglie Secchissima (auguro
come si vede a entrambi di campar più di me), le dirà: -
Pitagora, ricordi? - E tutti e due, senza denti, rideranno
ancora di me... È una bella sodisfazione!
Renzi mi chiama Pitagora perché non mangio fagioli. Mi
chiamerà pure Pitagora la cara sposina, suppongo... Cose che
fan tanto piacere!
Ma che poi ci sia molto, proprio molto da ridere
nell'avventura mia, dico la verità, non so vederlo. Si
tratta semplicemente di questo. Sei anni fa (mica un
giorno!) la mia disgrazia volle che per tanti e tanti giorni
di seguito dovessi incontrar sola per via una bellissima
signora, dalla quale, fin dal primo vederla, tah! - ero
rimasto straordinariamente colpito. È chiaro però che
dell'impressione fattami si era accorta anche lei, in prima,
e che anche lei anzi aveva dovuto rimanerne colpita così
che, due o tre giorni dopo, scorgermi improvvisamente e
lasciarsi cader di mano il porta fazzoletti fu tutt'uno. Io,
naturalmente, interpretai a modo mio quel turbamento;
supposi che l'oggetto le fosse caduto ad arte, e mi
precipitai a raccoglierlo e glielo porsi con
l'accompagnamento immancabile d'un inchino sorridente e
d'una frase graziosa.
Chi non avrebbe fatto così? E fin qui, mi pare, non c'è
nulla da ridere. È vero tuttavia, e non lo nego, che ella, a
le mie parole, impallidì in un modo che mi parve anche
allora eccessivo, e che mi ringraziò del piccolissimo
servigio resole con un: - Insolente! - ma pensai: -
Insolente! dunque ti seguo!
La seguii; ella si sentì inseguita: tanto che, più volte,
inquieta, volse rapidamente il capo indietro a guardare e
alla fine, non potendone più, salì in una vettura e via. Io,
cocciuto, salto in un'altra dico al vetturino: - Dietro a
quella, a qualche distanza! - Si va su pe' quartieri
Ludovisi, poi, in Via delle Finanze, la vettura della
signora s'arresta; la vedo smontare, pagare, vedo la casa in
cui entra. Ma abita davvero colà? o vi abita qualche sua
amica? Se è così penso - tra poco discenderà. Aspettiamo. E
poi può darsi che or ora s'affacci a qualche finestra.
Aspettiamo.
Inizio pagina
Licenzio la vettura e mi metto a passeggiare innanzi
alla casa alzando di tanto in tanto gli occhi alle
finestre. Passa un quarto d'ora: niente! Invece bel
bello mi vedo venire incontro per la stessa via Quirino
Renzi, che conoscevo da poco tempo.
Ah ci vuol poco, lo so, a darmi dell'imbecille adesso,
dopo il fatto - bella forza! Che ragione avevo io allora
di supporre che quella signora poteva essere la moglie
di Renzi, se non sapevo neppure ch'egli fosse
ammogliato?
- Che fai qui? mi domanda lui.
Rispondo ridendo:
- Aspetto...
Lui strizza un occhio:
- Qualche avventura?
- No, ti giuro, un amico coi calzoni.
Lo vidi entrare, è vero, nello stesso portone dov'era
entrata lei, ma quella, perdio, era una torre, una casa
a sei piani. Ammesso che Renzi fosse ammogliato (ripeto
non lo sapevo); ammesso che la signora fosse una
legittima moglie (e stavo nell'idea che non fosse), in
quella casa dovevano abitare per lo meno venti mariti:
giusto il Renzi doveva essere?
Ma la probabilità che lui potesse entrarci in qualche
modo non mi passò allora per il capo, né anche
lontanamente. Seguitai ad attendere ancora un pezzo, poi
me ne andai senz'alcun sospetto della commedia che
marito e moglie avevano architettata per punirmi
innocente!
Eravamo insieme il giorno dopo io, Renzi e l'amico
Barbarelli, anche lui ora scomparso. Fino, il Renzi!
S'era procurato in persona del Barbarelli il prologo
della commedia sapendo che questo ottimo giovane aveva,
e non so se ha ancora, il vezzo di sospirar comicamente:
- Ahimè! - dietro ogni bella donnina. Infatti, ne passa
una, ed ecco Barbarelli emettere il suo sospiro. Allora,
subito Renzi:
- Vedi? - gli dice - io, al posto di quella signora,
parola d'onore, t'avrei lasciato andare un solennissimo
schiaffo a edificazione di tutto un popolo.
Barbarelli sorride:
- Ma io sospiro per conto mio... Non è più permesso
neanche di sospirare vedendo una bella signora?
Lascia andare! - incalza Renzi. - A Roma siamo ridotti
al punto che una povera donna non può più uscir sola per
via. È una vergogna! Giusto jersera una signora, amica
di mia moglie, che abita su, al piano superiore, nella
stessa casa dove abito io, ci narrava, vi assicuro
proprio con le lagrime agli occhi, di un affronto patito
nella stessa giornata. Schiaffeggiare, schiaffeggiare! -
le ho detto io. - Lei, signora mia, doveva voltarsi e,
al cospetto di tutta la gente, appioppare un sonoro
schiaffo a quel mascalzone: - Le ho detto insolente... -
m'ha risposto lei. Ah sì, ci vuol altro per voi, caro
Barbarelli! Pitagora, tu che ne dici?
Io? Figuratevi come ero rimasto io. Aspettai che
Barbarelli ci lasciasse, e poco dopo domandai al Renzi:
- Di' un po', come si chiama quella signora, amica di
tua moglie?
- Perché?
- Vorrei saperlo...
- Un'elettissima signora! - esclama Renzi. - È francese,
ma da parecchi anni in Italia, si chiama Eulalia Dupuis...
E mi sciorina lì per lì una storia complicatissima e
dolorosa, certamente combinata avanti (non stimo Renzi
capace d'una improvvisazione di quel genere): il marito
della signora morto per stravizi, dopo averla fatta
soffrire crudelmente per sei anni; liti per l'eredità
d'uno zio straricco con un cugino dissoluto aspirante
alla mano di lei; persecuzioni, disperazione; fuga in
Italia, dove la disgraziata signora, in attesa che la
lite ancora pendente si risolva, è costretta a
vivacchiare impartendo lezioni di lingua francese.
Confesso (trionfa, o Renzi!) che questa storia mi
commosse tanto, che provai rimorso di quel che avevo
fatto il giorno avanti. E poiché Renzi stimò opportuno
di ripeter l'affronto di quel mascalzone ch'ero io,
aggiungendo tra gli altri particolari che la signora, al
suo consiglio di schiaffeggiare, gli aveva risposto che
di gran gusto l'avrebbe fatto, se ne avesse avuto il
coraggio.
- Davvero? Ci avrebbe gusto? - proruppi. - Ebbene se lo
passi! Senti Renzi: quel mascalzone sono io.
- Tu? - E sgranò tanto d'occhi dalla meraviglia, il
commediante!
- Io, io, sì: vedi che mi accuso... Ieri ti ricordi? tu
mi hai visto...
- Ah, l'hai finanche inseguita?
- Sì, sì, confesso che ho scambiato quella signora
per... tu m'intendi.
Renzi si fermò di botto a guardarmi; ma seppe
contenersi; ingoiò la pillola e sghignò:
Perdio, che occhio fino e che fiuto!
- Hai ragione... Sono stato uno sciocco, anzi peggio...
Ma tu sai, Renzi mio, ch'io piglio fuoco come uno fascio
di paglia. Che penseresti, se ti dicessi che son mezzo
innamorato, sul serio, di quella signora? È francese,
hai detto? sarà donna di spirito... Ebbene, senti:
voglio farmi dare lo schiaffo che tu le hai consigliato.
Trova tu il modo; io poi troverò il modo di farmi
perdonare.
E così il topolino andò a porsi da sé tra le granfie del
gatto appostato. Il giorno dopo Renzi venne a dirmi
ch'egli aveva ottenuto dalla signora la grazia di
ricevermi quella sera stessa e che l'avrei trovata ben
disposta a perdonarmi. Il brigante s'era messo d'accordo
con una vecchia signora che abitava al piano di sopra la
quale si era acconciata a rappresentar la parte di zia
deva finta signora Eulalia Dupuis.
E la sera stessa, verso le otto, eccomi innanzi alla
porta di lei, con la carta da visita in mano, già
pentito, ma troppo tardi, dell'impiccio in cui m'ero
messo. Le mie intenzioni? i miei progetti? Visto che la
mia parte nella commedia era quella de l'imbecille, e
che il Renzi e la sua signora avevano lavorato un bel
po' di fantasia per procurarsi vita natural durante
quest'argomento di riso, ho voluto finanche dichiarar
loro in seguito quali fossero le mie intenzioni nel
recarmi a chieder perdono alla signora Dupuis. Ci avevo
pensato nella notte e avevo finito per concludere: - Se
tutto andrà bene e sarà sì, butto via quell'aula che non
mi piace per niente e la chiamerò Lia, Lia! Lietta! bel
nome... E me l'ero vista lì, accanto, nel letto: moglie,
Dio ne liberi e scampi!
Ah come parla bene il francese la moglie di Quirino
Renzi! E come fu amabile quella sera la signora Eulalia
Dupuis! Tanto amabile, che, a un certo punto -
figuratevi - non volendo ella darmi lo schiaffo che
insistentemente io, già mezzo ebro, le chiedevo (eravamo
soli nell'umile salottino della vecchia signora), le
chiesi invece un bacio. Una donna che a tal richiesta si
mette a ridere, non vi sembra una donna che vi dica:
baciatemi? Ebbene, così feci io; ma ahimè, senza sentire
nell'eccitazione, che mentre la baciavo ella
divincolandosi strillava:
- Quirino! Quirino!
E Quirino irruppe nella stanza ridendo:
- Ah questo è un pò troppo, perbacco!
La mia faccia, in quel punto, s'immagina: non si
descrive. Ma ora io dico, sì, ci sarà da ridere non lo
nego: è un fatto però, caro Renzi, che tua moglie io
l'ho baciata.
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