Novelle per un anno - Appendice - Testi Estravaganti
31. Incontro
«Ariel», a. I, n. 5, 15 gennaio 1898. Luigi Pirandello.
Scendendo in fretta la scala al bujo Marco Mauri alzò la
mano in cui teneva il fiammifero e domandò a un signore che
s'affrettava a salire:
- È lei il medico? Venga! Muore... muore, senza un medico...
Quel signore s'arrestò un tratto sul pianerottolo e guardò
con le ciglia corrugate il Mauri che singhiozzava e gestiva
senza poter più parlare, poi salì dietro a lui.
- Venga... - ripeté il Mauri, pervenuto al pianerottolo del
secondo mezzanino, indicando la porta accostata. Entrò
innanzi e condusse l'altro, per tre stanzette, alla camera
da letto in fondo.
Alla vista della moribonda il nuovo arrivato, che respirava
a stento, pallidissimo, ebbe come un singulto nel naso e
socchiuse gli occhi, poi si accostò al letto e contemplò la
giacente quasi inabissata nel letargo.
- Dottore, dottore... - pregò piano tra le lagrime
irrefrenate, il Mauri. - Le dia subito ajuto, mi muore.
Quegli si voltò a guardarlo biecamente, poi sollevò cauto
dal seno fasciato della giacente la vescica di ghiaccio.
- È qui... - riprese il Mauri premendosi forte l'indice
d'una mano sul petto dalla parte del cuore, per indicare il
luogo della ferita. - Qui... e par che la palla sia andata a
conficcarsi sotto la scapola...
- Son già quattro giorni? - domandò l'altro, rivolgendosi a
un vecchio sacerdote che se ne stava taciturno all'altro
canto del letto.
- Sì, oggi è il quarto giorno, - rispose il Mauri, senza dar
tempo.
Il vecchio sacerdote si levò da sedere come in preda a
un'agitazione improvvisa, e squadrando il nuovo arrivato,
che teneva tra le dita il polso deva moribonda, disse:
- Scusi, ma lei, signore...
- Caffeina, ce n'è? - lo interruppe questi.
Il Mauri si recò subito nella stanza attigua e rientrò tosto
con una boccetta e una piccola siringa in mano.
- Eccola! - disse. - Stavo quasi per fargliela io una
iniezione. Iersera gliene ha fatte due il medico curante.
Restò con la boccetta in mano guardando prima il vecchio
sacerdote, il quale, turbatissimo, teneva gli occhi fissi
sul nuovo arrivato, poi questi, che s'era nascosta la faccia
con ambo le mani.
- È morta? - domandò forte, in un singhiozzo. - E morta?
Ditemelo!
- No... no... - gli rispose accorrendo il prete ricordante.
- Venga, venga con me... - E gli bisbigliò qualche altra
parola nell'orecchio.
- Lui? - fece odiosamente il Mauri additando con l'indice
teso il nuovo arrivato e lasciandosi trascinare nell'attigua
stanzetta. - Lui? E che è venuto a far qui?
- Un'opera di misericordia... - gli rispose il prete
parlando a bassa voce come per indurlo a parlar basso anche
lui. - Un'opera di misericordia... Gli ho scritto io,
invocando a nome di quella poveretta il suo perdono... Ed è
voluto venir egli stesso in persona ad accordarglielo... Io
La scongiuro: Ella se ne vada ora, se ne vada... non ha più
nulla da far qui...
- No! - disse forte il Mauri abbandonandosi sul canapè e
guardando fisso il prete, con occhi da matto. - Io non me ne
vado... io rimango qui! - Sentendosi forzar la gola da un
altro èmpito di pianto appoggiò i gomiti su i ginocchi e
squassando la testa ruppe in nuovi singhiozzi.
Il vecchio sacerdote ritornò premuroso alla camera da letto,
e accostandosi a colui, che teneva ancora la faccia nascosta
tra le mani:
Grazie, dottor Clerici; Dio la benedirà... Lei salva
un'anima col suo atto misericordioso...
- Lei mi ha scritto - disse Giacomo Clerici guardando il
prete severamente - che costei moriva pentita e
abbandonata... Chi è colui?
- Un disgraziato... - s'affrettò a rispondere il prete. -
Non so chi sia, so che tanto io quanto la poverina abbiamo
fatto di tutto per tenerlo lontano: non ci è stato
possibile... Ma si affidi a me: ella muore pentita e ha
chiesto ella stessa per mio mezzo il suo perdono... Già Lei
gliel'ha accordato venendo...
Giacomo Clerici, rivolse gli occhi intorbidati dall'interno
tumulto su la moribonda; le mirò prima le palpebre livide,
serrate; poi la fronte, e il suo sguardo ne sentì quasi il
gelo.
Lottavano in lui la imagine che egli aveva serbato della
moglie e questa che ora ritrovava tanto mutata e in cos'
miserando stato, lottavano le due immagini, come se quella
si ricusasse, tuttavia sdegnosa, al sentimento di pietà che
questa gli ispirava, e non volesse distendersi su quel
letto, colpita a morte, con quelle palpebre livide, con
quella smunta effigie dolorosa.
Soltanto nei capelli le due immagini s'identificavano. Eran
ben quelli di Fulvia, ancora, «la nube d'oro», com'egli nei
primi anni del matrimonio li aveva chiamati; ma ora, così
disciolti e sparsi sul guanciale, quanto rendevan più misero
quel volto cangiato! quanto più triste, la fronte solcata
nel mezzo da una ruga incisa come una lunga ferita mal
rimarginata... Egli vi appuntò gli occhi, e in quel segno,
che su la fronte della Fulvia da lui conosciuta sarebbe
apparso come uno sfregio, e qui era testimonianza d'un lungo
soffrire, lesse la trarotta vita di lei, il triste cammino
fatto da quell'anima per cadere nella presente miseria.
Circa undici anni eran trascorsi, da che ella aveva
abbandonato la casa maritale: in questo lasso di tempo,
sbollito a poco a poco l'odio, egli si era saputo
riconoscere per la massima parte cagione se la moglie era
fuggita da lui. Ed ora la presenza di lei, che finiva così
tristamente, gli dava immagine della vita a cui dopo il
tradimento egli si era con vergogna ed orrore sottratto,
ritirandosi in campagna e trasformandosi colà man mano fino
al punto di poter dare ora a sé stesso la prova generosa e
consolante della superiore equità conquistata dal suo
spirito, coll'accorrere al letto di quella infelice a
riconoscere il danno degli antichi suoi torti e ad
accordarle il perdono.
Inizio pagina
Si chinò su la giacente e la chiamò due volte per nome,
invano; fece per abbassarsi vieppiù su lei, poi si rizzò
con un sospiro, posando su quella fronte la mano, invece
delle labra. Al contatto del gelo mortale pensò al
rimedio non ancora apprestato.
- La boccetta, - disse rivolgendosi al vecchio
sacerdote.
Questi si recò subito nella stanza attigua per farsela
dare dal Mauri. Lo trovò riverso su la spalliera del
canapè col volto affondato tra le braccia.
- Non gliela do! - gli rispose il Mauri di scatto
mostrando la faccia stravolta coi capelli e la barba
scompigliati. - Meglio che muoia... senza vederlo... È
una crudeltà! una crudeltà!
Ma si lasciò prendere dalla mano la boccetta, e si
riversò novamente su la spalliera mormorando: - Vuol
finirla, vuol finirla!
Alla puntura dell'ago sul braccio, la moribonda si
scosse. Il Clerici terminò l'iniezione, abbassando il
capo; poi si mostrò alla moglie.
- Fulvia
Ella sbarrò gli occhi e fece quasi per rannicchiarsi,
sgomenta, nel fondo del letto.
- Fulvia! - chiamò egli di nuovo. - Povera Fulvia...
Sgorgarono dagli occhi di lei due grosse lagrime che non
poterono scorrerle per le guance, e le invetrarono lo
sguardo smarrito. Poco dopo le palpebre si richiusero.
Ella non diede più altro segno di vita.
Dalla stanza attigua si sentiva la voce del Mauri, che
ripeteva:
- La ammazza... la ammazza...
Il Clerici, urtato, venne a dirgli:
- Ancora qui Lei?
- Non me ne vado! - gli rispose pronto il Mauri,
voltandosi e rimanendo seduto. - Lo so, Lei può
scacciarmi... Lei ha tutto il diritto di scacciarmi...
- E La scaccio! - lo interruppe con violenza il Clerici.
- No... M'insulti... mi bastoni... ma mi lasci star
qui... Che le faccio io, ora?... Che ombra posso
darle?... Mi lasci star qui... Lei non può piangerla,
signore... La lasci piangere a me, perché ella ha
bisogno d'esser pianta, più che perdonata, ha bisogno di
tante lagrime per quella sua povera esistenza spezzata.
E Lei, lo comprendo, non può dargliene... Lei, mi
perdoni... dovrebbe uccidere colui che dopo avergliela
tolta, ha avuto cuore d'abbandonarla... non deve
scacciar me che l'ho raccolta, che l'ho adorata e che
per lei ho spezzato anche la mia vita... Per lei, io,
Marco Mauri, sappia che ho abbandonato la mia
famiglia... mia moglie... i miei figli...
Si levò in piedi con gli occhi stravolti, le braccia
alzate e aggiunse: - Veda un po' se è possibile che Lei
mi scacci!
Si mise a passeggiare per la stanza, storcendosi le mani
fin quasi a spezzarsi le dita, mentre lagrime silenziose
gli scorrevano per la faccia fieramente contratta e
andavano a inzuppargli l'ispida barba nera qua e là un
po' brizzolata. A un tratto si arrestò su la soglia
della camera da letto.
- Non entri! - gl'intimò il Clerici.
- No... non entro... Mi permetta di sporgere il capo di
qua dall'uscio per guardarla soltanto... Non entrerò,
come vuol Lei.
Continuò a passeggiare e, passeggiando, a sparlare come
in un delirio, gestendo continuamente. Il Clerici
sedette presso al tavolino, su cui ardeva la candela, e
si prese la testa tra le mani, non sapendo più in che
modo regolarsi con colui, e provando quasi uno
stordimento di vergogna, che l'avviliva.
- Lei, signore, - parlava intanto il Mauri come tra sé
medesimo - non ha nessuna ragione d'esser geloso di me:
perché, lo vede?, ella sta per morire... E lei è venuto
a perdonarla perché ha saputo che ella stava per
morire... altrimenti non sarebbe certo venuto... Oh, lo
comprendo... Io comprendo. Lei non può esser geloso di
me perché Fulvia, quand'io l'ho amata, non Le
apparteneva più... Ora essa, guardi, appartiene più a
me... Lei, signore, è stato veramente generoso a venire:
ma deve essere generoso anche con me, poiché ella muore,
e dinanzi alla morte non c'è più rivalità... E poi
Fulvia non si è uccisa per Lei, sa? Si è uccisa per me.
Perché è venuta da lei mia moglie a scongiurarla
d'abbandonarmi; ed ella, poveretta, lusingandosi di
ridar la pace a una famiglia, mi ha abbandonato, è
fuggita, se n'è venuta qui... Appena l'ho saputo, l'ho
raggiunta; e allora la disgraziata, dopo avermi più
volte respinto, mi si è uccisa... Capisce? Lei, signore,
in questo momento prova una bella sodisfazione... oh
magnifica!... la sodisfazione della propria
generosità... Compatisca chi prova invece lo strazio
d'un doppio delitto...
Si fermò innanzi al Clerici e gli tese una mano.
- Sia generoso, mi stringa la mano... mi dica: - Sì,
pover'uomo ti voglio degnar di tanto! - Me lo merito,
glie lo giuro. Quantunque io, sa? d'ora in poi non possa
più metter piede laggiù, nel mio paese. Tutti, tutti mi
griderebbero: - Sciagurato! Cinque figliuoli innocenti
in mezzo alla strada... - Stia zitto, per carità!
Guardi, se mi lanciasse uno sputo e mi dicesse Tieni!
lavati la faccia! - debbo cavare il fazzoletto dalla
tasca e asciugarmela così, guardi così... Perché mi
merito anche questo... Ah, lo so... lo riconosco... Lei
si vergogna di stringermi la mano? Ha ragione; ma crede
che me ne offenda e me n'importi? Non m'importa di
nulla, purché ella mi resti, purché ella non muoia...
Ah. qualunque cosa, qualunque cosa, purché ella non
muoia! Lei non l'ha conosciuta, signore, mi perdoni...
Lei non ha saputo apprezzarla, se lo lasci dire da me...
Di tutto il tesoro di cui lei non ha saputo valersi,
eccola qui una prova: io! mi vede? io che per acquistare
questo tesoro ho dato la pace di tutta la mia vita... la
mia fama d'onest'uomo perduta ormai nel concetto di
tutti, anche di Fulvia sì... perché ho mentito con lei:
le avevo detto ch'io ero solo, che non avevo legami di
sorta... altrimenti ella non avrebbe mai risposto al mio
amore... tanto vero che, appena scoperto il mio inganno,
è fuggita... e ora, eccola lì... s'è uccisa... Ah lei,
signore no, non ha dovuto indovinar neppure che cuore
avesse quella donna... Glielo dimostro io. Ho voluto
dirle la mia vita, perché conosco la sua: Fulvia stessa
me l'ha narrata... senza mai accusarla, cercando anzi di
scusarla... incolpando dei torti di Lei le donne,
ch'ella odiava tutte profondamente in sé stessa... E
quando, pochi giorni or sono, son venuto a raggiungerla
qui, ha voluto scusare anche il mio tradimento, la mia
menzogna, incolpando sé stessa, certi suoi vezzi
involontarii, il malvagio istinto, com'ella lo chiamava,
il bisogno cioè che sentono tutte le donne di piacere al
marito della propria sorella... E anche quell'altro,
quel vigliacco che, dopo averla sedotta, l'ha
abbandonata, anche quell'altro ella scusava, mentr'io ne
fremevo: diceva d'averlo stancato coi suoi timori...
Ecco il concetto ch'ella aveva, signore, di noi uomini
che la abbiamo ridotta in quello stato... Vada, vada a
inginocchiarsi innanzi al letto di lei... e si faccia
perdonare...
Il Clerici aveva conserte le braccia sul tavolino e vi
aveva affondato la faccia. Quando da lì a poco, il prete
ricordante si fece, sgomento, alla soglia della camera
per chiamarlo, alzò la testa, poi balzò in piedi, ma non
ebbe animo di accorrere al letto della morta, sentendo
già i gridi e il pianto del Mauri accorso innanzi. Poco
dopo, al pianto disperato di questo s'unì la preghiera
dei defunti recitata dal vecchio sacerdote.
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