Novelle per un anno - Appendice - Testi Estravaganti
30. Personaggi
«Il Ventesimo», a. V, n. 10, 10 giugno 1906.
Oggi, udienza.
Ricevo dalle ore 9 alle ore 12, nel mio studio, i signori
personaggi delle mie future novelle.
Certi tipi!
Non so perché tutti i malcontenti della vita tutti i traditi
dalla sorte, i gabbati, i disillusi i mezzi matti debbano
venire proprio da me. Se li trattassi bene, capirei. Ma li
tratto spesso a modo di cani; e sanno che non sono di facile
contentatura, che sono crudelmente curioso, che non mi
lascio ingannare dalle apparenze né abbindolare dalle
chiacchiere. Perdio, da certuni pretendo finanche prove,
testimonianze e documenti. Eppure...
Ma essi hanno tutti o credono d'avere (che è lo stesso) una
loro particolar miseria da far conoscere, e vengono da me a
mendicare con petulanza voce e vita.
- A qual pro'? - io dico loro. - Siamo già in troppi qua, in
questo mondaccio vero, a reclamare il diritto alla vita,
cari miei: a una vita che forse potrebbe esser facile (vana
com'è e stupidissima), ove noi con zelo accanito non ce la
rendessimo sempre più difficile di giorno in giorno,
complicandola maledettamente (e forse appunto per nascondere
ai nostri occhi stessi la sua stupida e terribile vanità)
con invenzioni e scoperte peregrine, che pure hanno la
pretesa di rendercela più facile e più comoda! Voi avete la
fortuna, signori miei, d'esser ombre vane. Perché volete
assumer vita anche voi, a mie spese? E che vita poi? Da
poveri inquilini d'un mondo più vano; mondaccio di carta,
nel quale, vi assicuro, non c'è proprio sugo ad abitare.
Guardate: tutto, in questo mondo di carta, è combinato,
congegnato, adattato ai fini che lo scrittore, piccolo
Padreterno, si propone. Mai nessuno di quei tanti ostacoli
improvvisi che, nella realtà, contrariano graziosamente e
limitano e deformano i caratteri degli individui e la vita.
La natura senza ordine almeno apparente, irta (beata lei!)
di contraddizioni, è lontanissima - credetelo - da questi
minuscoli mondi artificiali, in cui tutti gli elementi,
visibilmente, si tengono a vicenda e a vicenda cooperano.
Vita concentrata, vita semplificata, senza realtà vera.
Nella realtà vera le azioni che mettono in rilievo un
carattere non si stagliano torse su un fondo di vicende
ordinarie, di particolari comuni? Ebbene, gli scrittori non
se n'avvalgono, come se queste vicende. questi particolari
non abbiano valore e sieno inutili. L'oro, in natura, non si
trova frammisto alla terra? Ebbene, gli scrittori buttano
via la terra e presentano l'oro in zecchini nuovi, ben
colato, ben fuso, ben pesato e con la loro marca e il loro
stemma bene impressi. Ma le vicende ordinarie, i particolari
comuni, la materialità della vita insomma, così varia e
complessa, non contraddicono poi aspramente tutte queste
semplificazioni ideali e artificiose? non costringono ad
azioni, non ispirano pensieri e sentimenti contrarii a tutta
quella logica armoniosa dei fatti e dei caratteri concepiti
dagli scrittori? E l'impreveduto che è nella vita? e
l'abisso che è nelle anime? Perdio, non mi sento io guizzar
dentro, spesso, pensieri strani, quasi lampi di follia,
pensieri inconseguenti, inconfessabili, come sorti da
un'anima diversa da quella che normalmente mi riconosco? E
quante occasioni imprevedute, imprevedibili occorrono nella
vita, ganci improvvisi che arraffano le anime in un momento
fugace, di grettezza o di generosità, in un momento nobile o
vergognoso, e le tengon poi sospese o sull'altare o alla
gogna per l'intera esistenza, come se questa fosse tutta
assommata in quel momento solo, d'ebbrezza passeggera o
d'incosciente abbandono?... L'arte, signori miei, ha
l'ufficio di rendere immobili le anime, di fissar la vita in
un momento o in varii momenti determinati: la statua in un
gesto, il paesaggio in un aspetto temporaneo immutabile. Ma
che tortura! E la perpetua mobilità degli aspetti
successivi? e la fusione continua in cui le anime si
trovano? -
Così parlo ai miei signori personaggi. Ma sì! Come se
parlassi al muro.
E allora, per levarmeli di torno, per sfuggire al loro muto
assedio opprimente, mi sobbarco a dar loro ascolto.
Ah che canaglia! dopo che io ho dato loro il mio sangue, la
mia vita, e ho sentito come miei i loro dolori, le loro
sventure, - sissignori! - appena usciti dal mio studio,
vanno dicendo per il mondo che io sono uno scrittore
beffardo, che invece di far piangere la gente su le loro
miserie la faccio ridere, ecc. ecc.
Non possono soffrire, soprattutto, la descrizione minuta che
io faccio di certi loro difettucci fisici o morali.
Vorrebbero essere tutti beni, i miei signori personaggi, e
moralmente inammendabili. Miseri sì, ma beni. Vedete un po'!
Inizio pagina
Veniamo all'udienza.
Fa da usciere una mia servetta, la quale, quantunque
vesta sempre di nero e legga - quando può - libri di
filosofia (tutti i gusti son gusti!), ride spesso a
scatti come una pazzerella. Oh, certe risate che paiono
capriole di monellaccio innanzi ape fanfare. Per il caso
che qualcuno volesse saperlo. la mia servetta si chiama
Fantasia.
Ho il sospetto che, per farmi stizza. vada lei
furtivamente a cercare, a scovare tutti questi bei
messeri che si presentano alle mie udienze.
E un'altra cosa. Le ho detto e ripetuto mine volte che
me li introduca nego studio a uno a uno. Nossignori!
Tutti insieme, a frotta; cosicché io non so a chi debba
prima dare ascolto.
Oggi, per esempio, m'è saltato nello studio un
ragazzotto a cavallo d'un bastone, che s'è messo a fare
il diavolo a quattro, ridendo, correndo, gridando,
rovesciandomi tutte le seggiole.
- Fantasia! Fantasia! - grido.
Entra una vecchia bonne inglese, magra, asciutta,
legnosa, vestita monacalmente di grigio, con gli
occhiali d'oro a staffa e una cuffietta bianca su i
capelli stopposi, e si mette a correre appresso al
ragazzotto che le sguiscia dalle mani e non si lascia
ghermire.
Intanto Fantasia mi susurra in un orecchio che quel
ragazzo così vispo e allegro ha una storia ben dolorosa,
che quel bastone su cui va a cavallo è dell'amante della
madre, e non so che altro mi dica.
- Va bene! - le grido io. - Ma per adesso caccialo via!
Come vuoi che badi a gli altri con lui qua dentro? E chi
è quel vecchiaccio là, cieco, con tutta quella trucia
addosso e la corona del rosario in mano? Caccialo via
anche lui! e caccia anche via quelle tre ragazze allegre
che gli stanno attorno.
- Zitto, per carità! Sono le figlie...
- Ebbene?
Egli non sa; non vede. È un sant'uomo; e le figlie...
lì, in casa di lui (che casa, se vedessi!), mentr'egli
recita il rosario...
Non voglio saperne! Via! via! Storie vecchie... Non ho
tempo da perdere con costoro. Lasciami dare ascolto a
questo signore qua, che almeno è ben vestito.
Il signore ben vestito - (per modo dl dire: ha un certo
abito lungo, aperto davanti, a cui non si può dire che
il sarto si sia dimenticato d'attaccare le falde) - mi
sorride, s'inchina, si passa lievemente due dita su uno
dei baffi incerati. Che baffi! Paiono due topi
acquattati sotto il naso, con le code all'erta. Può
avere da quarant'anni: tacchinotto, bruno, calvo, con
occhi nerissimi, foschi accostati al naso vigoroso.
(Pretenderà d'esser dipinto bello anche lui!).
- S'accomodi, - gli dico. - Non si tocchi i baffi, per
carità; non se li guasti; se no, glieli levo.
Stabiliamo, prima di tutto, il nome. Come si vuol
chiamare lei?
- Io, Leandro, se non le dispiace, ai suoi comandi, - mi
risponde con una vocina di ragnatele, alzandosi e
inchinandosi di nuovo. - E di cognome, se non le
dispiace, Scoto.
- Leandro Scoto? Vediamo un po': si metta più in là...
così, basta... ora si giri... Sì, mi pare che il nome le
quadri. Leandro Scoto, va bene.
- E dottore? - soggiunge timidamente l'ometto con un
altro sorriso. - Se non le dispiace, vorrei esser
dottore.
- Dottore in che? - gli domando, squadrandolo.
E lui:
- Se non le dispiace...
Non ne posso più: scatto:
- E la finisca una buona volta con codesto se non le
dispiace! Dica pure...
- Ecco, allora, se mi permette, - replica egli,
guardandosi mortificato le unghie d'una mano, lunghe e
ben coltivate, - dottore in iscienze fisiche e
matematiche.
- Uhm, - faccio io. - Mi pare che lei abbia piuttosto
l'aria d'un notajo di provincia, d'un capo-archivista.
Ma passi. Dunque si dice: Leandro Scoto, dottore in
scienze fisiche e matematiche. Lei ha un libro con
sé? Che libro è? Venga avanti.
Il dottor Leandro Scoto mi s'avvicina e mi porge con una
certa titubanza il libro.
- È inglese, - mi dice con gli occhi bassi. Un libro del
Leadbeater.
Il teosofo? - grido io. - Ah, non voglio saperne, sa!
Via, via! Se lei viene per esser preso in considerazione
con codesti titoli, se ne può pure andare. Ho già messo
un teosofo in un mio romanzo, e basta. So io quanto ho
dovuto faticare per non farlo parer nojoso! Basta,
basta.
- No, dicevo... - arrischia con uno sguardo
supplichevole il dottor Leandro Scoto.
- Le dico basta! - torno a gridargli in tono perentorio.
- Mi faccio meraviglia, che un dottore in iscienze
fisiche e matematiche, come lei pretende di essere, uomo
serio dunque, si occupi di siffatte sciocchezze senza
costrutto.
Profondamente amareggiato, il dottor Leandro Scoto si
rimette in piedi per la terza volta e per la terza volta
s'inchina, con una mano sul petto.
- Mi perdoni, - dice. - Se Lei non vuol sapere di me, io
me ne posso anche andare: sparire! Ma non mi giudichi
così superficialmente. Non sono un teosofo, io. Tutti,
oggi, sentiamo un bisogno angoscioso di credere in
qualche cosa. Un'illusione ci è assolutamente
necessaria, e la scienza, Lei lo sa bene, non ce la può
dare. Così, ho letto anch'io qualche libro di teosofia.
Ne ho riso, creda. Oh, aberrazioni, aberrazioni... Pure,
guardi: in questo libro ho trovato un passo
curiosissimo, una certa idea che mi pare abbia un
qualche fondamento di verità e possa interessarla
moltissimo. Permette?
Mi si pone a sedere accanto, apre il libro a pagina 104
e si mette a leggere, traducendo correntemente
dall'inglese:
- «Abbiamo detto che l'essenza elementale che ne
circonda da ogni parte è singolarmente soggetta, in
tutte le sue varietà, all'azione del pensiero umano.
Abbiamo descritto ciò che produce su essa il passaggio
del minimo pensiero errante, cioè a dire la formazione
subitanea d'una nubecola diafana, dalle forme di
continuo mobili e cangianti. Ora diremo ciò che avviene
allorché lo spirito umano esprime positivamente un
pensiero o un desiderio ben netto. Il pensiero assume
essenza plastica, si tuffa per così dire in essa e vi si
modera istantaneamente sotto forma d'un essere vivente,
che ha un'apparenza che prende qualità dal pensiero
stesso, e quest'essere, appena formato, non è più per
nulla sotto il controllo del suo creatore, ma gode d'una
vita propria la cui durata è relativa all'intensità del
pensiero e del desiderio che l'hanno generato: dura,
infatti, a seconda della forza del pensiero che ne tiene
aggruppate le parti. »
Il dottor Leandro Scoto chiude il libro e mi guarda:
- Ebbene, soggiunge, - nessuno meglio di Lei può sapere
che questo è vero. Ed io, per quanto ancora non sia
libero e indipendente da Lei, ne sono la prova. Ne sono
una prova tutti i personaggi creati dall'arte. Alcuni
han pur troppo vita efimera, altri immortale. Vita vera,
più vera della reale, sto per dire! Angelica Rodomonte,
Shylock, Amleto, Giulietta, Don Chisciotte, Manon
Lescaut, Don Abbondio, Tartarin: non vivono d'una vita
indistruttibile, d'una vita indipendente ormai dai loro
autori?
Io guardo a mia volta il dottor Leandro Scoto che mi si
dimostra così erudito e gli domando:
- Scusi, dove vuole arrivare con codesta dissertazione
teosofico-estetica?
- Alla vita! - esclama lui, allora, con un gesto
melodrammatico. - Io voglio vivere, ho una gran voglia
di vivere per la mia e per l'altrui felicità. Mi faccia
vivere, signore! mi faccia viver bene, la prego: ho buon
cuore, guardi! un discreto ingegno, oneste intenzioni,
parchi desiderii; merito fortuna. Mi dia, la prego,
un'esistenza imperitura.
Non posso soffrire la gente presuntuosa. Gli figgo gli
occhi negli occhi, poi gli guardo i piedi quasi per
allontanarlo, e gli dico:
- Ma via, tu, dottorino, sul serio? Che hai tu in te da
rimanere immortale?
- Ah, non presumo, non presumo, - s'affretta a
rispondermi, tirandosi indietro con le mani sul petto,
il dottor Leandro Scoto. - Scusi, non deve dipendere da
me, deve dipendere da Lei. Io posso benissimo essere
magari uno scemo, che c'entra! consideri per citare un
esempio, che Don Abbondio, santo Dio, che è? un
pretucolo di villaggio, un'animella spaventata, e
sissignori! che bella fortuna ha avuto quello là! Vive
eterno! Ecco, mi faccia commettere magari qualche grossa
bestialità: affrontare la morte, putacaso, per salvare
un mio simile, beneficare un amico per averne
gratitudine, mi faccia financo prender moglie, che debbo
dirle? con la lusinga di viver contento e in pace; ma
non mi abbandoni, per carità! mi dia vita, si serva di
me! Creda pure che in me, ad approfondirmi bene, Lei
troverebbe la stoffa per un capolavoro.
Auff! Non mi so più reggere. Balzo in piedi.
- Caro dottor Leandro Scoto, - gli dico, - senta: per il
capolavoro ripassi domani.
|
|
|
|
|
|
|