Novelle per un anno - Appendice - Testi Estravaganti
29. I muricciuoli, un fico, un uccellino
Corriere della Sera, 18 ottobre 1931
*Si ricorda la testimonianza di Andrea Pirandello -
citata da Giovanni Macchia nell'«Oscar Oro» Mondadori da lui
curato, L. Pirandello, Amori senza amore. Tutti i racconti
esclusi dalle «Novelle per un anno», 1989, p. 403 -: «Dalle
lettere familiari è stato possibile oggi accertare che la
stesura definitiva di queste pagine è da attribuire al
figlio Stefano, anche se non è da escludere che l'idea e la
traccia del racconto siano state fornite, come in altri
casi, dal padre».
Un guasto al motore, che non si poteva riparare prima
d'un'ora.
Ero già nella città dove m'attendevano amici e faccende: la
campagna per la quale mi portava in fuga l'automobile era
stata fino ad allora appena un vento e uno sparir continuo
di cose immaginarie. Ora mi s'era fermata attorno, campagna
solitaria, e spariva invece in quel vento una certa strada
fra le case, l'arrivo davanti un portone: scena in cui
s'erano scambiate e rigirate grandi facce conosciute e certe
parole da dir loro, già formate nella mia mente, impuntature
del pensiero, e il quadrante d'una pendola che avrebbe
segnato l'ora prestabilita in un salotto in penombra.
Ho di buono che ormai credo subito a queste catastrofi
mentali. E so che non bisogna importunare il meccanico.
- Un'ora?
- Se basterà.
Guardo l'orologio e m'allontano.
Non perché una sosta in aperta campagna fosse impreveduta,
adesso questa campagna non era da accettare per unica realtà
dei miei pensieri. M'ero inoltrato in salita per un viottolo
laterale e fermato a sedere su un muricciuolo, all'ombra
d'un grosso fico che m'arruffava quasi in un bagno d'acre e
caldo profumo. Cicale; e molta polvere, da per tutto, che mi
parve malignamente appiattata e pronta a levarsi. C'era da
ringraziare l'afa immota del cielo che la appassiva. Ero
salito per allargare il respiro e contemplare spazio; ma il
viottolo seguitava a montare per la costa, quasi per
avvisarmi che quello non era il posto.
- Lascia perdere, - gli risposi: - mi basta poco.
Ma non c'era neanche quel poco, in verità. Per tutta
soddisfazione, un uccellino, che s'era accorto di me. Ma
subito, deluso, m'avvidi che con la garbata esitazione dei
suoi pigolii e delle svolatine avrebbe voluto mandarmi via.
Aveva ragione lui, e feci male a stizzirmi. Ma forse voi
stimate che le prepotenze contro gli uccellini siano lecite
e che perciò io fossi nel mio diritto a batter le mani
gridando: « sciò! ». Vuol dire che una volta tanto
voi sarete d'accordo con me, mentre io non lo sono con me
stesso. L'uccellino fuggì via dritto sparando la codetta, e
io rimasi con la soddisfazione di sentirmi molto più grosso
di lui, ma pensando come avrei potuto fare io a volarmene
via se uno ancora più grosso si fosse preso il gusto di
gridare « sciò! » a me. Uno ancora più grosso, non
c'era bisogno che avesse un corpo: poteva essere la mia
malinconia. Me ne sarei andato goffamente, passo passo, con
l'impressione d'una voce che mi beffasse alle spalle. Io non
ci guadagno proprio nulla a vincere gli uccellini che
vorrebbero scacciarmi.
Mezzogiorno: non c'era anima viva. Eppure, quel po' di terra
che scorgevo in declivio abbandonata sotto il sole a picco
mi pareva adesso fitta fitta di gente. Non mi rendevo conto
del malessere che m'aveva dato fin dal primo momento.
Pullulava di sentimenti umani, naturalmente tristi, odii,
fatiche, interessi. Leggi. Tasse.
Era questo: i muricciuoli. Non ne avevo mai visti tanti in
così breve spazio. Lo intersecavano in tutti i sensi,
spezzettandolo in almeno sette od otto porzioncine
miserabili, fin dove vedevo io, dai confini tutti pena e
rissa ostinata, passo per passo, un passo avanti e uno
indietro a strattoni. Muricce e murisecchi, incamiciati e
rustici decrepiti, ma più triste qualcuno fresco; per un
trattino, tesi tesi, come prepotenti e sicuri di sé poi
sghimbesci, a spanciare, torvi, e quelli col cancelletto
quasi umiliati, che non l'avrebbero voluto avere. Facevano
l'effetto d'una cosa posticcia; ma così piena di spigoli che
non era messa per ridere.
Terra contesa, divisa e suddivisa. Sotto quel sole che
pareva a scommessa d'inaridirla!
- Fico, - mi misi a pensare e quasi a dire, per affermarmi
contrario a quel malessere: - lo sai, fico, che per me la
corsa potrebbe anche finire qui?
Non s'intende perché io mi muova tanto, perché mi renda così
precaria la vita. Pare una smania senza ragione. Ma perché
sono sempre pronto al definitivo. Non vi sembra naturale?
Uno che ha dovuto creare: ore che passavano per tutti, vita
che si sarebbe dovuta vivere, sciogliere, spendere,
consumare, e invece no: gli servivano per fermarla quelle
ore: e ore, ore, per tutta la vita. L'ha presa sul serio:
non ha fatto altro. Dover definire. Far bene, tutto, punto
per punto. Impossibile lasciarsi dietro pentimenti.
Definitivo. Questo è creare. E questo è vivere? La vita:
creare, sì. Ma creare è far consistere: fermare: la morte.
- E che malinconico abito s'acquista, fico, sempre così
pronti al definitivo! Una sosta, una qualunque, può sempre
diventarmi indifferentemente l'ultima quiete. Mi muovo
perciò quanto più posso ora che, tardi, ho capito il giuoco:
finché posso, finché mi sembra d'averne voglia o che
qualcuno o qualche cosa mi chiami; qua o là.
Inizio pagina
Era tornato l'uccellino. L'immobilità del mio corpo non
lo persuadeva, lo tratteneva a distanza. Forse avrebbe
voluto vedermi vivere: aveva ancora ragione lui. Se
avessi atteso a qualche faccenda più naturale, non so,
zappettare in quell'orto non gli avrei dato sospetto.
Non si sa mai che cosa può diventare all'improvviso un
uomo che pensa sotto un fico. Non diventa niente,
stupidello. Un uomo di passaggio. Fra poco s'alza e se
ne va. Coi suoi pensieri. Di passaggio, e pensieri di
passaggio. E tu resti, uccellino eterno. E vivo, e non
sai quale contraddizione risolvi con un tuo trillo!
- Quasi quasi, fico, solo per far dispetto a questo
stupido uccellino vorrei restarmene qui. Non sarebbe
male per nessuno dei due se mi mettessero fra le tue
radici: faremmo insieme dolcissimi fichi.
Pensavo che i miei fichi almeno, chi non ne avesse
mangiati, non avrebbe potuto dire che non erano dolci.
- Tu sì, fico, potresti con ragione sforzarti di
divenire famoso pei tuoi dolci fichi. Sempre ai tuoi
fichi sarebbe affidata la tua fama Ma un artista, caro!
finché il suo nome è affidato alla conoscenza delle
opere non può goder fama, avrà la stima d'una cerchia
più o meno grande di lettori. La fama viene quando, non
si sa come né perché, da quelle opere un bel giorno si
stacca il nome e mette le penne e comincia a volare: il
nome. Le opere sono più serie, seguitano a piedi per
conto loro, col peso e il valore che hanno, piano piano.
Ma il nome vola. E con esso, qualche concetto astratto,
strampalato, buffonesco, qualche trama sfigurata, a
rovescio, qualche titolo. È la beffa, è l'ingiuria
peggiore che la sorte possa fare a un artista, poiché
l'arte sta tutta, quella che è, tutta e soltanto nei
particolari. Tutta nei fichi, per farti capire. Non c'è
artista più ignoto d'un artista famoso. Lo sai che oggi
c'è tanta gente che prova una vivissima antipatia contro
la mia arte e la dileggia, l'osteggia come può, la
vorrebbe cancellata; ma non ha letto un rigo di mio?
Non lo sapeva. O non gliene importava. Ma io sono
abituato a parlare per me solo.
- E la sorte d'un nome che vola? Te ne stai così ben
piantato, che non puoi capire, tu. Ma quello stupido
uccellino deve saperlo, che subito, contro una cosa che
vola, un uccellino o un nome, alzano la mira i
cacciatori. E gli sparano. Non ti spaventare: io non
sono un uccellino. Male di poco: l'impallinano, lo
spennacchiano. Me l'hanno spennacchiato bene, il mio
nome, fico: non so con quale gusto anche per loro, che
adesso: debbono sopportare di vederlo svolazzare così
sconciato pei cieli della patria. Capirai anche tu che,
finché si tira a un nome letterario, il nome non
s'ammazza: potrei ridere sempre io, l'ultimo. E ne rido,
infatti; ma mi rincresce che fra questi caccia- tori di
nomi vi siano dei giovani. Oh Dio, giovani, non proprio
come s'intende: sono giovani letterati, è un po'
diverso. Debbono farsi largo. Intelligenti, sai?: hanno
premesso che il proprio carattere degli italiani è la
rissa, le fazioni; non c'è cosa al mondo più
rispettabile dei caratteri d'una razza: appostati in
combriccola, si sentono a posto. Letterati quanto si
vuole, ma anche giovani, non c'è dubbio. Mi vendico con
l'istintiva simpatia che ho per tutti coloro che fanno
qualche cosa, chiasso, stupidaggini, che s'impegnano e
si muovono per calcoli senza logica, privi di costrutto:
cose non definitive, cose della vita. Fuori dell'arte,
grazie a Dio: è un respiro. E quanto piacere mi fa che
essi le scambino per questioni d'arte. Ma sono
intelligenti: non le scambiano. Forse sì, forse sì:
perché poi dovrebbero essere tanto intelligenti?
Speriamo che le scambino. Prima abbatteranno Pirandello,
ma si intende, per costruire poi la loro opera.
L'illusione che occorra «sgombrare il terreno»: come
ogni illusione degli altri, mi intenerisce. Io non ne ho
più, se non questa, di non averne più. Ho in cambio più
comprensione che non occorra per vivere: anche
comprensione di questi loro giuochi vivaci; e alla
malvagità è come se non credessi; alla malignità mi
diverto E poi, e poi: sono anch'essi uno spettacolo pei
miei occhi disinteressati. Hai capito, fico?
Non c'era gusto a parlargli: diceva sempre di sì.
Ero solo.
Dentro quella rabbia del sole che incupiva l'aria, fra
quella polvere greve, ah come avrei voluto sbriciolarmi
anch'io. Che facevano i muricciuoli essi che avrebbero
potuto davvero? Arroventati, inariditi, crettati, erano
forse già tutti in polvere, e si mantenevano per
illusione. Dimenticando che il punto giusto, d'esser
muro, per un muro, è quando è secco bene.
E per un uomo, il punto giusto? Quando s'è talmente
seccato, di tutto, che perfino la briga di chi
l'osteggia può divertirlo un momento? Ma lo dice in me
la mia volontà, ch'io sia seccato, come il brontolio
d'una povera serva angariata dai padroni esigenti, il
sentimento e l'intelletto, senza requie, questo, in
ansia di scoperta, e l'altro sempre freschissimo e
incantato di tutto.
Per tanti è difficile amare i giovani, non per me.
Ancora sciolti dalle rigide costruzioni mentali in cui
gli anni le professioni le responsabilità
intrappoleranno anche loro, e disposti ad ascoltare
anche i richiami disinteressati della vita simpatici,
sì, ma irritanti, per le persone serie: non si sa mai da
che parte pigliarli. Scomodi. Perfino l'amore naturale,
da uomo a donna, è fra essi tribolato, irto di
disperazioni, d'equivoci, di serietà morali
crudelissime, d'ingenue prepotenze. Quasi tutti si
riducono ad amarli veramente solo da vecchi. Il vecchio,
come il giovane che ancora non l'ha acquistata, ha già
di solito riabbandonato per via, a poco a poco, la
fissità dei caratteri che gli davano corpo nell'età
costruttiva della sua vita: sono su questo punto, da
tanta distanza, fatti più vicini. E se il vecchio s'è
invece ristretto anche di più, come uno di questi
muretti che l'arida tenacia del cemento antico ha resi
duri duri? Ma anche sonanti e fragili; basta uro
spintarella a farli crollare. Se dessero impaccio... Ma
i giovani girano al largo con un'alzata di spalle e una
paroletta ironica, Meglio che muretti secchi, li
considerano foglie secche, stridule, vane. Il vento
della morte ne sbarazza le strade dei vivi. Sembra più
naturale, più umano, che la presa del nostro cemento, la
volontà ceda con gli anni e i blocchi delle convinzioni;
dei sentimenti, delle predilezioni, ch'esso manteneva
saldamente, vengano giù uno per volta e finiscano di
sgretolarsi sulla via. Muro sbozzolato, diroccato: largo
a chi deve passare.
Strano, ma è proprio come se io fossi vecchio.
Un vecchio deve essere intelligente. Chi lo scavalca,
chi passa fra le sue macerie, va a farsi muro un poco
più in là. Per durare qualche anno anche lui.
Largo, largo a chi passa.
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