Novelle per un anno - Appendice
27. Lillina e Mita
«Rivista di Roma» il 10 aprile 1906
*Riproduce in parte il testo della novella "Il «no» di
Anna", pubblicato per la prima volta sulla «Gazzetta
letteraria» sui numeri del 7-14-21-28 settembre e 5 ottobre
1895 e in seguito in Appendice del 1938 –
I.
L'ampio terrazzo, coperto da una tenda che palpitava al
vento, pareva il cassero d'una nave. Il mare, dapprima,
veniva quasi a battere alle mura della casa; s'era man mano
ritratto, lasciando un breve lembo di spiaggia, come per dar
modo al paese d'estendersi, ora che le due scogliere del
nuovo porto erano costruite e parevano due braccia tese ad
accogliere le navi che d'ogni parte venivano per il traffico
dello zolfo.
Da quel terrazzo Lillina Lumìa le vedeva arrivare e poi
ripartire. Partiva con esse, ogni volta, l'anima sua
angosciata, via dietro a quelle vele, via dietro a quei
pennacchi di fumo, verso ignoti paesi fantasticati.
Si sentiva in esilio Lillina Lumìa in quel paesucolo che
dalla mattina alla sera sbaccaneggiava di liti, tra stridori
di carri e richiami alle bestie, giallo di zolfo e
polveroso, in perpetuo arruffio d'affari insidiosi.
Tutti quegli uomini imbestiati nella rissa del guadagno,
bassa e feroce, le parevano pazzi, certe volte. Batteva le
mani Lillina, guardandoli, e tirava giù gli angoli della
bocca e alzava gli occhi al cielo, esclamando:
- Oh, santa Maria, fanno sul serio?
Qual'era il senso, dov'era la ragione della loro vita? Si
accanivano tanto ad arricchire, e poi - ricchi - che
facevano? Eccoli là: si vestivano di festa, la domenica.
Belli, con quelle facce cotte dal sole! belli, con quelle
pance stipate di maccheroni, e le catene d'oro massicce, e
le cravatte sgargianti, e i piedi piatti nelle scarpine di
coppale, e le calze gialle e verdi!
E passeggiavano, mandando le gambe in qua e in là,
dondolando le braccia (e tutta la strada sonava dello
sgrigliolìo delle loro scarpe) su e giù, su e giù, con mezzo
sigaro pesto tra i dentacci neri.
- Oh compare!
- Compare carissimo!
(Tutti erano compari).
- Come si va?
- Si vive!
- Baciamo le mani!
E su e giù, e su e giù, vociando, sghignazzando, schizzando
saliva.
Questa era la vita, nei giorni di riposo. Per questo
s'azzuffavano tra loro e con la fortuna. Volevano esser
ricchi per questo.
Nel pomeriggio, il passeggio si faceva al Molo Vecchio,
ch'era un breve ponitojo da legni sottili. Aspettando che
s'accendesse la lanterna verde, stavano a guardar le tartane
e le paranze ormeggiate, i vaporini di costa, i luntri dei
doganieri. Qua i mozzi facevano il lavaggio della Coperta;
là si raccoglievano le reti tese ad asciugare; più là una
nave con le vele sciolte e flosce se n'andava rimorchiata, e
la campanella di bordo sonava mesta, per la preghiera della
partenza
Stupide come le galline, le signore, strette accanto ai loro
uomini, andavano con gli occhi bassi, patite in volto, con
le mani deformate dal lavoro, insaccate in guanti troppo
larghi, ma vestite con uno sfarzo che avventava,
sovraccariche d'ori.
Sonava l'avemaria, e tutti a casa, tutti a cena, e poi a
letto.
Avessero mai pensato, con tanti denari, a procurarsi un
qualche godimento, a edificare un teatro per esempio, per
ricrearsi un po' lo spirito, dopo tante fatiche bestiali!
Nessuna luce d'intelletto, mai, in quell'incubo ch'era la
loro vita. Non c'erano scuole nel paese, tranne le
elementari. Con tanto mate lì davanti, mancava l'acqua
potabile; e le fogne erano scoperte su la spiaggia; e
l'illuminazione era ancora a petrolio. Nessuno ci pensava;
nessuno se ne lagnava: a nessuno veniva in mente che
avrebbero potuto migliorarsi quelle condizioni d'esistenza.
- Ah, Napoli... Napoli! - sospirava Lillina Lumìa.
E nell'anima le si accendevano a sprazzi le visioni lontane
della grande, bella e gaja città tumultuosa e, abbassando le
pàlpebre, chiudeva negli occhi le lagrime lei dolci ricordi
angosciosi.
Era cresciuta a Napoli, lei, presso una zia materna, che 18
aveva accolta bambina, dopo la morte della madre, ch'era
napoletana. Rimasto vedovo circa nove anni, il padre s'era
riammogliato con una del paese, e, non avendo avuto altri
figli da questa seconda moglie, la aveva richiamata in casa,
ormai da tre anni.
Non era cattiva la matrigna, ma gretta, ah Dio, d'una
grettezza opprimente, come tutte le donne di quel paese,
schiave volontarie dei loro rozzi uomini affaccendati, tutte
e sempre intese alle cure casalinghe più umili; e poi
ombrose paurose, tenute da scrupoli, da pudori ridicoli,
così esagerati, da non parer sinceri finanche.
E Lillina, per non essere giudicata strana, o singolare a
ogni modo dalle altre fanciulle, per non esporsi alla
malignità pettegola della gente, s'era dovuta adattare a
quella vita insulsa, vuota, odiosa. Aveva pianto e pianto
nei primi mesi; piangeva anche adesso, certe sere, là, sola,
sul terrazzo, guardando il mare, poiché sentiva già che lo
spirito man mano le si chiudeva come dentro una scorza di
stupidità. Avrebbe voluto ribellarsi, fuggire, fuggire di
nascosto, su una di quelle navi... Ma capiva ch'eran lampi
di follia. Là, là, doveva passare là, a quel modo, tutta la
vita, la vita che si vive una volta sola... Si sarebbe
maritata a uno di quei bruti, stringendo i denti per il
ribrezzo di tutte le sue carni, e poi sarebbe divenuta come
le altre donne del paese... Là, la pancettina bella piena e
la calzetta in collo! Ah schifo schifo, schifo...
II.
Lillina Lumìa non aveva ancora amiche nel paese. Non avrebbe
potuto mai averne, come le voleva lei. Veniva a visitarla
spesso una certa Mita Fiorica, lontana parente della
matrigna.
E nell'ampio terrazzo della casa, davanti al mare
sconfinato, Lillina ascoltava le confidenze piccine,
angustiose di costei, e la guardava freddamente negli occhi,
in quegli occhi agglobati, verdognoli, che le smorivano
sotto la fiamma dei folti capelli rossi cresputi, le
guardava le labbra appassite e i denti malpari; sicché Mita
Fiorica si sentiva spesso costretta ad abbassar lo sguardo,
e allora la voce le usciva più che mai velata e tremula
dalla gola troppo larga, quantunque avesse il collo
esilissimo e lungo. Talvolta gli occhi di Lillina si
stringevano un po' in uno sguardo di commiserazione che
turbava peggio la Fiorica, le cui dita tremanti tormentavano
allora le trine della manica. Peggio ancora poi quando
Lillina traeva qualche lieve sospiro, guardando in alto.
- Sai? Finalmente stamane mi sono vendicata.
E la povera figliuola, così afflitta e magra, aveva nella
voce quella certa baldanza di chi sappia di dir cosa che
faccia piacere.
Sì? Che gli hai fatto? - le domandava Lillina, senza
curiosità.
E Mita Fiorica rispondeva con gli occhi bassi:
- Gli ho chiusa in faccia la finestra.
Era innamorata perdutamente del giovane medico del paese,
Filiberto Cimillino, detto Bertillino, pezzo di lanternone
biondiccio, con due puntini cilestri per occhi e un naso
aquilino, gracile come un'ostia, ma di così enorme
dimensione che gli diventava pallidissimo ogni qual volta
rideva.
Pulito però, Bertillino, tutto lisciato e raffilato e
profumato; si torceva come un serpentello di qua e di là,
per non urtare nella gente, andando per via, e tirava su,
su, le gambe di grillo, sperticate, per non insudiciarsi.
Sentiva la dignità della sua professione, e aveva anche
tanti altri meriti, oltre la professione, Bertillino:
dipingeva, quando non aveva molti malati, sicuro! dipingeva
chiari di luna e barchette nere su le pance di certi vasi di
terracotta che si faceva fabbricare apposta su disegni suoi,
e sonava a meraviglia sul pianoforte la Rondinella
pellegrina del Petrella, con variazioni.
Figurarsi se poteva pensare a quella povera Mita Fiorica!
Già forse non aveva neanche il più lontano sospetto della
passione di lei pensava Lillina. La quale perciò soffriva
alle timide confidenze di quell'illusa, che non intendeva
quanto fossero ridicoli quei dispettucci a uno che forse
neanche se n'accorgeva.
Mita Fiorica era adesso in misere condizioni; e il garbo con
cui portava a spasso i segreti sacrifizi e le diuturne
privazioni era veramente compassionevole. Rosario Fiorica,
suo padre, stranissimo uomo, morto quattr'anni addietro,
aveva buttato a piene mani tutte le sue sostanze nelle buche
delle zolfare, preso dalla mania di trovar filoni di zolfo
in ogni montagna del circondario. Appunto nell'infausta
occasione della malattia del padre, Mita aveva conosciuto il
dottor Filiberto Cimillino. E la sua passione era nata per
le cure ch'egli le aveva prodigate allora. Oh Dio, era
arrivato finanche a ordinar lui in cucina il brodo per lei,
non sapendo tollerare che né la madre, né la sorella accorsa
da Malta col marito, ancora in pianto per la recente morte,
si prendessero cura di lei che era pur malata e gravemente.
- Dottore, impossibile! impossibile! Non posso prenderne.
E lui, Bertillino, premuroso, a mani giunte:
Deve farmi questo favore. Guardi, una tazzina piccola
così... Un atto di volontà e si manda giù...
- Non posso, glielo giuro!
- Lo faccia per me... Guardi, proviamo a cucchiaini Uno...
- Oh Dio!
- Un altro, avanti! Così... e due!
- Basta! Non posso più... non posso più!
- Senta, non me ne vado di qua, se lei non prende questa
tazza di brodo.
E allora Mita lo guardava coi grand'occhi verdognoli, come
per dirgli - « Fo il sacrifizio per lei! » - Li chiudeva, e
ingollava.
- Brava! Così va bene! Vado via più contento, adesso. A
questa sera, signorina.
E Mita, dal lettuccio, lo seguiva con gli occhi fino
all'uscio; poi nascondeva la testa sotto le coperte, e
sospirava e sorrideva felice, struggendosi, e baciava il
guanciale con le labbra aride chiamandolo Filiberto (il
guanciale) Filiberto mio!
E non era anche arrivato Bertillino, allora, ad assaggiar
prima lui i medicamenti più amari per incoraggiarla a
prenderli? Qual medico suole arrivare fino a tal punto? E
quel che le diceva! E come la forzava!
Lillina Lumìa le aveva lasciato trapelare i suoi dubbii su
l'innamoramento del dottore e Mita rinvangava nei ricordi...
No no! Non era inganno, il suo! Ma che! E la grasta dei
garofani?
Una bella grasta di garofani screziati, che ella teneva sul
davanzale della finestra... Il dottor Cimillino andava matto
pei fiori. Ogni qual volta veniva da lei a visita, non
sapeva staccar gli occhi da quella grasta.
- Che bei garofani! Permette, signorina?
- Tutti, dottore!
Ne staccava uno, con le lunghe e secche dita, e se lo
metteva all'occhiello.
Mita, rimessa in salute, aveva voluto regalare da parte sua
al dottore quella bella grasta di garofani. E Bertillino non
portava mai altri fiori all'occhiello, se non quei garofani,
quando sbocciavano.
Non era un segno anche questo?
Lillina pensava: «Forse quell'imbecille avrà preso veramente
a godersela! » - E, in fondo, non s'ingannava.
Se non che Bertillino, in coscienza, non aveva avuto
l'intenzione di far tutto quel male alla povera malata. Egli
si stimava sinceramente irresistibile; le sue maniere erano
per natura garbate cortesi; insomma, era così, che poteva
farci? E le ragazze s'invaghivano di lui, credendosi
lusingate... Ma lui, nemmen per ombra, parola d'onore!
III.
- Guarda, guarda... si volta! si volta!
E Mita Fiorica spingeva col gomito, su la ringhiera del
terrazzo, il gomito di Lillina.
- Sta' seria, Mita! - l'ammonì questa, fingendo di non
vedere.
Filiberto Cimillino passava, lungo lungo, secco secco, per
la spiaggia, guardando al terrazzo, ove le due amiche erano
affacciate.
Passava quasi ogni giorno, alla stess'ora; e guardava ogni
volta, a lungo, anche quando Mita non c'era.
Questa intanto, felice di quel lungo sguardo che riteneva
rivolto a lei:
- Vedi? vedi? ci credi ora?
- Io no, - le rispose asciutta Lillina, guardando il mare.
- Come no? Perché? Te l'assicuro io...
- Ebbene, a cose fatte crederò. Se fossi in te, diffiderei.
- Sai qualche cosa? Sai forse qualche cosa?
- No, nulla. Così...
- Eppure... sospirò Mita, lì lì quasi per piangere.
Lillina la guardò ed ebbe pietà di quelle labbra pallide,
tremanti, di quei grand'occhi smarriti, e rimorso d'aver
così recisamente manifestato ciò che pensava.
- Non ci badare! - soggiunse. - Sono di pessimo umore,
quest'oggi. Per altro, nessuno può saperlo meglio di te. E
se tu lo dici...
S'interruppe, e propose:
- Andiamo a sonare un po'? Via, via! Andiamo giù.
Filiberto Cimillino ripassava sotto il terrazzo. Mita lo
scorse, mentre stava per seguir l'amica, e si trattenne con
una mano alla ringhiera, facendosi violenza.
Bertillino passò diritto come un palo, senza alzar gli
occhi.
- «M'ha veduta? Non m'ha veduta?» - pensò Mita, trepidando.
- «O c'è qualcuno affacciato a qualche finestra vicina?»
Guardò: nessuno! E quelle parole di Lillina..
Discese, angosciata.
Lillina sonava con molto slancio una delle Rapsodie
Ungheresi del Liszt. Appena Mita entrò nel salotto, ella
volse il capo, senza smettere di sonare:
- È ripassato?
- Sì.. non m'ha veduta...
- Non s'è voltato?
E Lillina, con uno strano sorriso a fior di labbra, levò le
mani dalla tastiera e prese quelle di Mita, guardandola
negli occhi. Dio, come erano fredde quelle povere mani...
Su, su! E le fece saltare un po' su le sue.
- Se intende scherzare, l'avrà da fare con me, - disse Mita
con gli occhi bassi, e si morse il labbro.
- E che puoi fargli tu? - le domandò Lillina, ancora con lo
strano sorriso su le labbra.
- Oh, - disse Mita Fiorica, col volto d'un subito avvampato,
- se crede ch'io sia come la figlia del capitano del porto,
quella civettona continentale tutta cascante di vezzi, o
come quel pesce infarinato di Sarina Scoma, che fa all'amore
in pubblica piazza con l'ufficiale del distaccamento...
- Cara mia, - l'interruppe Lillina, ridendo forte. - Tu
l'ami, è vero? Bene, egli si mette a civettare con un'altra.
Poi, poniamo, la sposa, e ti pianta. Che gli fai tu?
Voglio vederlo... - disse Mita, impallidendo e stringendo le
pugna
Lillina la guardò e, presa dalla stizza, fu proprio per
gridarle: - Stupida! cieca! grolla!
Quella stessa mattina il padre le aveva fatto dire in gran
segreto dalla matrigna che il dottor Filiberto Cimillino gli
aveva chiesto la mano di lei. Ella, naturalmente, le aveva
subito risposto di no, e non aveva voluto neanche sentire le
ragioni per cui tanto la matrigna quanto il padre credevano
che quello non fosse un partito d. rifiutare così, a occhi
chiusi.
Si teneva sicurissimo, Bertillino, che tutte le ragazze del
paese, a un cenno solo, si sarebbero buttate dalla finestra
a terra per lui:
- Prendimi! Prendimi!
Una sola forse gli avrebbe resistito: Lillina Lumìa. Ed era
senza dubbio la più bella, la più intelligente fra tutte:
«Educazione da gran signora, suona, ricama, parla il
francese, famiglia rispettabilissima, dote discreta... »
E da un pezzo passava e ripassava sotto il terrazzo. Lillina
se n'era già accorta.
- Mi fa il ragno sotto, - aveva pensato, ridendo. - Ma non
son mosca per te, caro mio.
E s'era ritirata, ogni volta, dal terrazzo, perché
quell'imbecille non si fosse sentito lusingare. Oh, quella
povera Mita!
Filiberto Cimillino, persuaso alla fine, che col passare e
ripassare, sciupo di scarpe e nessun pro, s'era deciso
quella mattina al gran passo. Addio vita da scapolo! Addio
sospiri! Addio temporanee avventure!
Un no - tondo così - lo aspettava in casa, quella sera.
Il naso gli crebbe, povero Bertillino, e gli occhi gli
diventarono più piccoli, leggendo la lettera del signor
Lumìa.
- No? Come no? Perché?
E tornò a leggere la lettera. La rilesse cinque o sei volte,
senza mai riuscire a mutar senso alle parole. Possibile? Non
se ne poteva dar pace. Sì, perché, via, in fin dei conti,
rispetto all'età, una giusta proporzione: trent'anni, lui;
ventidue, lei; otto anni di differenza. Brutto non era per
uomo, via, così così... bella statura, biondo, una
professione nobilissima e lucrosa, famiglia ragguardevole
sotto ogni rispetto.
lo non capisco!
Aspirava forse a qualche principe la signorina Lumìa?
«Mia figlia per adesso non ha intenzione di sposare».
- Bella intenzione! A ventidue anni... E che aspetta? Ma
già, scuse!...
Per tre giorni non volle uscir di casa.
- Signor dottore, un cliente.
- Dite che sono raffreddato, a letto.
- Signor dottore, la desiderano d'urgenza in casa Fiorica.
- La signorina Mita? Si faccia benedire!
Inizio pagina
IV.
Fu per Mita Fiorica un colpo mortale.
Ella aveva già notato nelle parole, nell'espressione del
volto di Lillina Lumìa, ogni qual volta lei le parlava
del dottore, una certa stizza mal frenata, un acre
dispetto, in luogo del compatimento di prima; e aveva
già accolto in sé il sospetto che l'amica doveva essersi
accorta di qualche cosa, che le teneva celata.
Riflettendo, in casa, sul lungo sguardo rivolto dal
dottore al terrazzo, quando c'era Lillina, e su ciò che
questa poi le aveva detto giù in salotto, si vide
costretta, forzata ad ammettere che Lillina doveva senza
dubbio sapere che il dottore... Non volle andare avanti
in quella supposizione odiosa; ma deliberò di parlare
francamente e coraggiosamente all'amica, il giorno
appresso.
- Tu mi devi dir tutto, Lillina! Tanto, io lo so e me
l'aspetto. È vero che il dottor Cimillino...?
- Chi te l'ha detto? - le domandò quella, sorpresa,
turbata nel vedersela davanti pallida, vibrante,
scontraffatta in volto.
- Nessuno, nessuno: l'ho sospettato da me...
- Che ho rifiutato?
- Ah, - fece Mita, smorendo a un tratto e
abbandonandosi, con un riso squallido su le labbra. -
T'ha chiesta anche in isposa?
- Se lo sapevi... disse Lillina, stordita.
- Questo no... questo no... T'ha chiesto, dunque in
isposa?
- Ieri. E ho rifiutato.
- Per me? domandò Mita.
Lillina la guardò ed ebbe un impeto di superbia. Le
parve che Mita con quella domanda volesse tirarla giù,
fino a lei. Alzò le ciglia, si strinse ne le spalle:
- Oh senza merito, sai? - le rispose. - Perché l'avrei
rifiutato lo stesso, anche non sapendo del tuo amore.
Per me è stato sempre uno sciocco ridicolo, e non l'ho
potuto mai soffrire.
Lottarono nel cuore di Mita l'onta, l'amore, la gelosia,
l'avvilimento di fronte all'amica. Da un canto avrebbe
voluto dilaniare con ogni sorta di vituperii il dottore,
dall'altro soffriva a sentirne dir male da Lillina:
avrebbe voluto impedire che questa avvilisse colui
ch'ella aveva stimato tanti anni degno del suo amore, ma
l'amor proprio offeso non glielo consentiva. Così
contrariata e straziata, scoppiò finalmente in un pianto
convulso.
- Sono senza dote, ecco perché!
Lillina allora ebbe una grande pietà per lei, cercò di
offrirle uno sfogo, cercò di confortarla, ma invano.
Ringojate a stento le lagrime soffocati i singhiozzi,
Mita volle tornare a casa.
La madre ignorava la passione di lei per il dottore, ed
ella le disse che s'era sentita male in casa dell'amica.
- Nervi! Sarà il tempo...
Il cielo, di fatti, era coperto da neri nuvoloni
minacciosi. Mita non poté cenare, e presto andò a
chiudersi nella sua cameretta.
La notte precipitò orrenda sul paese con un rovescio
strepitoso di pioggia. Lampi spaventevoli squarciavano
il cielo, seguìti quasi immediatamente da formidabili
tuoni.
Come legata dalla tremenda commozione della natura, Mita
se ne stava alla finestra, sferzata in faccia dalla
pioggia, con le vesti inzuppate, sussultando a ogni
palpito della sinistra luce tra le tenebre sul mare in
tempesta. Bruciava dalla febbre e piangeva. Vinta da un
profondo intenerimento per sé stessa, a ogni pensiero
che le ribadiva su la coscienza il concetto della
propria infelicità, sentiva che le reni quasi le si
aprivano, e tremava convulsa, strozzata dall'angoscia.
Oh in mezzo a quel mare, in mezzo alla tempesta, felici,
felici i marinai sotto l'imminenza della morte! Oh
morire, morire... mille volte meglio morire!
La mattina appresso, la madre entrando nella cameretta
della figlia, trovò Mita buttata sul letto, ancor
vestita e tutta fradicia di pioggia, la finestra ancora
aperta, il pavimento allagato.
- Hai dormito così? Sei pazza? Mita! Mita! Ti senti
male? Dio, scotta! Mita, che ti senti? Che è stato?
- No no... - si lamentava ella, col capo affondato nel
guanciale, gli occhi stravolti, avvampata in volto.
La povera madre spaventata, mandò subito per il medico.
- Raffreddato, a letto signorina mia; non può venire, -
le annunziò la serva di ritorno.
Venne però il giorno appresso, il dottor Cimillino.
Pallido e grave.
La prima furia della febbre era abbattuta, ma perdurava
la gravezza del capo, e fitti dolori al petto impedivano
all'inferma il respiro.
Ella accolse il dottore come se non l'avesse mai
conosciuto. Non rispose (forse perché la voce non
tradisse l'interna agitazione) a nessuna domanda di lui.
Il dottor Cimillino allora si rivolse alla madre.
- Come? come? Sotto la pioggia? Una notte con la
finestra aperta? Ma codeste son pazzie! Oh che
sproposito!
Mita strinse i denti, e trasse con gli occhi chiusi un
lungo sospiro per le nari. Poi tossì.
Un tempaccio maledetto! Se io, senza fare spropositi...
vede signora mia?
E a provare il suo raffreddore, Bertillino si soffio i1
naso strepitosamente. Poi scrisse una ricetta, e andò
via:
- Ripasserò questa sera.
V.
Seguì al rifiuto di Lillina Lumìa una serie impreveduta
di fiaschi per Filiberto Cimillino.
A breve distanza di tempo lo rifiutarono:
1. La figlia del capitano del porto: Nannina Vèttoli.
Ventiquattro anni (ventuno diceva lei), bruna, non
bella, ma simpatica. Dodicimila lire di dote e un bel
corredo da sposa. Sonava il violino parlava il pretto
toscano, e il francese così così.
2. Melina Logiudice; diciott'anni; brunettina; un po'
scema. Venticinquemila lire di dote, compreso il
corredo. Zero francese, zero italiano, zero musica.
Venticinque mila lire di dote.
3. Sarina Scoma (anche lei!); ventisette anni;
carnagione incerta sotto lo strato di glicerina
impastata con la polvere di riso, quindicimila lire di
dote. Inverosimilmente ignorante, ma coraggiosa, parlava
l'italiano a orecchio, e diceva per esempio così: - « Se
saprei sonare, sonerei » - Ma sapeva sonare.
Diceva anche: - La battaglia di Gaspare Monte -
per Aspromonte, ecc. ecc.
4. La nipote dell’avvocato Merca, Giovannina Merca. Suo
padre era negoziante di cuojo; ragion per cui lei si
presentava sempre come la nipote dell’avvocato Merca.
- Di chi siete figlia?
- Sono la nipote dell'avvocato Merca.
Niente dote; il solo corredo da sposa; ricamava a
perfezione; sonava bene il pianoforte; leggeva giorno e
notte romanzi truci. Piuttosto brutta, ma nipote
dell’avvocato Merca.
Nannina Vèttoli lo rifiutò perché il padre sperava in un
prossimo trasferimento a Livorno, e lei non voleva
incatenarsi lì, in quel paesucolo di Sicilia, sposando.
Melina Logiudice, perché le parve troppo alto di
statura, e poi perché Lillina Lumìa lo aveva rifiutato.
Sarina Scoma, perché faceva (giusto allora!) all'amore
con l'ufficiale di distaccamento. Giovannina Merca,
perché in fiera corrispondenza amorosa con un ufficiale
di porto trasferito da un mese a Messina.
Filiberto Cimillino fu quasi per impazzirne.
Adesso, a parte il casato, a parte la persona: era
medico, sì o no? un medico, per sé stesso, è o non è un
personaggio ragguardevole, specialmente in un piccolo
paese di piedi scalzi? Ah, evidentemente, a tutte quelle
ragazze aveva dato di volta il cervello! Sì, perché,
via! a ragionarla, a parte il casato, a parte la
persona, qual partito più conveniente di lui? E lo
argomentava dal dispiacere vivissimo con cui i padri e
lo zio avvocato avevano risposto negativamente alle sue
domande.
E ora? Filiberto Cimillino non avrebbe sentito tanto il
peso di quei fiaschi, se non avesse dovuto esercitare la
professione, se non fosse stato costretto cioè a
recarsi, in qualità di medico, ora in casa Scoma, ora in
casa Merca, o dal Vèttoli o dal Logiudice o dal Lumìa.
Che rimedio c'era? Uno solo; questo: farsi di quelle
disgrazie amorose come una specie di fatalità, ecco, una
fatalità che gli pesava addosso, incomprensibile.
E Bertillino s'immalinconì.
Mita Fiorica, intanto, peggiorava di giorno in giorno.
Domata la fierissima polmonite, le era rimasta una
febbretta lenta, che la coceva, sintomo di più grave
male. I timori del dottor Cimillino, fondati già da
tempo su la misera complessione di lei, si avveravano
pur troppo! Ed egli, accanto a quel lettuccio, senza
saper perché, si sentiva crescere la malinconia.
Mita, durante la malattia, si era alquanto rasserenata,
come se il torbido dei sentimenti le si fosse man mano
posato in fondo al cuore. Ella ora rispondeva brevemente
a qualche domanda di lui.
- Come si sente oggi, signorina?
- Meglio, dottore.
Diceva sempre meglio; e lui fingeva di crederlo, e si
tratteneva lì, accanto al letto di lei, e la forzava a
parlare, e conversava a lungo con la madre. Dopo una
mesta riflessione su la vita o su l'erroneo concetto che
spesso ci facciamo degli uomini, della società in
genere, sorrideva amaramente e sospirava. Mita pareva
non udisse; beveva invece con amara voluttà tutte le
parole di lui, che avevan sapore di pentimento.
- «Ingiustizie della natura umana!» - pensava Bertillino,
quando andava via. - «Costei muore per me! La vedo
male... Muore per me, ed io non seppi amarla: l'unica
che non me lo avrebbe lasciato dire due volte! »
Gli venne a un tratto in mente di farla, se non altro,
morir contenta.
- Sarà un'opera di carità!
Gliela doveva, non solo per lo stato in cui ella s'era
ridotta per lui, ma anche perché un giorno egli - doveva
riconoscerlo - s'era mostrato troppo affabile con la
povera ragazza.
Lillina Lumìa assisteva Mita da una settimana come una
sorella. Non sapeva scostarsi dal lettuccio
dell'inferma; le faceva piane letture, che non la
stancassero; le parlava di cose liete, aliene.
Soltanto ogni qual volta veniva il dottore, fuggiva
dalla camera, per non farsi vedere.
Una mattina però non fece a tempo. Bertillino, entrando,
udì il rumore della seggiola che Lillina scappando,
aveva rovesciato. Mita era rimasta sola, a letto.
- Disturbo, signorina?
- No, - rispose Mita, seccamente.
- Mi pareva che qualcuno fosse scappato.
- Sì, Lillina Lumìa, - rispose allo stesso modo Mita.
- Oh! - fece Bertillino, sorridendo. - E perché scappa?
Faccio anche paura?
Sedette accanto al letto e prese tra le dita l'esile
polso di Mita.
- Ho avuto il torto, signorina, - riprese, senza
lasciarle il polso, - di bussare a certe porte, a cui
non dovevo, e ne sono pentito... Oh se sapesse quanto!
Molto... molto... mi creda! Mi sono smarrito come un
cieco, signorina! Apro gli occhi adesso, ma spero, non
troppo tardi... se lei vorrà credere al mio pentimento,
e perdonarmi.
Mita non traeva più fiato, a queste parole, e ritrasse
pian piano il polso di tra le dita del dottore.
Queste cose non deve dirle a me... - gli rispose senza
guardarlo, con voce che voleva parer ferma.
Entrò in quella la madre, mandata da Lillina.
- Alla mamma, allora? - domandò egli sorridendo alla
signora Fiorica.
- Come dice? - fece questa, sedendo a piè del letto
della figlia.
- Dicevamo... o meglio, io dicevo alla signorina, che è
necessario stia presto bene perché abbiamo bisogno di
lei, è vero, signora? Ne ho bisogno anch'io... sì,
perché mi ero smarrito come un cieco, le dicevo... e mi
ritrovo adesso qua, accanto a questo lettuccio...
capisce, signora mia? qua... accanto alla signorina
Mita... Che ne dice?
La madre, non comprendendo le parole del dottore né il
tono insolito della voce, lo guardava, stordita.
Comprese alla fine, a uno sguardo che egli rivolse alla
figlia appena ebbe finito di parlare e
dall'atteggiamento del volto di lei.
Allora si fece rossa, e rispose confusa, quasi
balbettando,
- Come? ma s'immagini... io, io felicissima!
s'immagini... Però, deve dirlo lei, con le sue labbra...
È vero, Mita?
Il volto di Mita pareva una maschera di cera. Teneva gli
occhi semichiusi e alitava a stento, dilatando a volta a
volta le pinne del naso.
- A lei, dunque, signorina... - disse Filiberto
Cimillino, sorridendo e chinandosi un po' verso il
letto.
- Ebbene, no! - rispose allora con voce cavernosa Mita,
aprendo gli occhi e aggrottando un poco le ciglia.
Al no, Bertillino si ritrasse istintivamente e,
impallidendo, col sorriso rassegato su le labbra:
Come! No? Anche lei? - disse. - Mi ricompensa male,
Signorina.. lo non credevo...
- Mita! - esclamò la madre, in tono di rimprovero.
- Lasci, è giusto, - s'affrettò a soggiungere Bertillino,
- è giusto, signora... Forse lei non sa... Non la
turbi... Non ne parliamo più! E creda che il mio zelo,
signora, non verrà certo meno per questo. Procurerò anzi
di guadagnarmi così, se non un po' di affetto, un po' di
stima almeno dalla signorina. Farò per altro il mio
dovere, per quanto mi sarà possibile.
E cangiò subito discorso, con molto spirito, in quel
momento - (così almeno stimò Lillina Lumìa, che
origliava all'uscio).
VI.
Gesù - vero ritratto preso dallo smeraldo inciso per
ordine di Tiberio imperatore, nel trentesimo anno
dell'era cristiana. Questa gemma, il cui inestimabile
valore non supera il merito artistico, dopo varie
vicende, fu posseduta dal tesoro turco, e da
quell'Imperatore donata al Pontefice Innocenzo VIII per
la redenzione di un fratello dell'Imperatore fatto
schiavo dai cristiani.
Lillina, assorta in pensieri a piè del letto di Mita,
rileggeva meccanicamente, per la trentesima volta almeno
questa iscrizione sotto una immagine di Gesù, appesa al
capezzale.
Da quest'immagine, come da tutti gli altri oggetti umili
e antichi di quella cameretta raccolta, spirava un'aria
di tanta intimità familiare e quasi un odor di vita così
particolare, che dava a chiunque vi entrasse e
osservasse con curiosità l'impressione e il sentimento
d'essere un intruso. Avevano tutti quei mobili un'anima
fatta di ricordi cari nella lunga consuetudine, una
modesta anima, un po' malinconica, ma rassegnata.
Lillina la sentiva, e sentiva spirar da essa, nel
silenzio della triste assistenza, mentre Mita riposava,
come un pietoso ammonimento a lei, di piegarsi al
destino, di circondarsi anche lei di oggetti cari, di
non respingere lontano, fuori della vita a cui la sorte
la condannava, i desiderii e le speranze; ma di fermarli
là in un nido che ella avrebbe potuto comporsi con le
sue mani Der sentirsi meno sola e meno infelice. Voleva
ella che i giorni le passassero così vuoti, e i mesi e
gli anni? Bisognava rassegnarsi, rassegnarsi a tutto...
Non era già rassegnata anche alla morte la povera Mita,
là?
Dopo il suo no al dottore, era di molto peggiorata. Il
male precipitava.
Di tanto in tanto, ella si scoteva dal sopore, si
voltava sul guanciale, tutta occhi e tutta capelli (oh
quei capelli rossi arruffati, come le rendevano più
squallido e sparuto il volto emaciato, affilato!), e
diceva all'amica:
- Non stare più qua, Lillina. Se fossi in te, io avrei
paura a star qua...
- Ma no, Mita! Scherzi? Tu stai meglio...
- Sì... meglio...
Non aveva più forza di sollevare le braccia dal letto, e
lo mostrava sorridendo amaramente a Lillina.
In verità il padre e la matrigna avevano già consigliato
a Lillina di non andare più in casa Fiorica.
- Sciocchezze! - aveva risposto ella finora. - Quando il
medico mi dirà che non sarà più prudente andare, non
andrò più. Per ora, non siamo a questo punto.
Mita, a cui la malattia aveva straordinariamente acuito
i sensi e l'indole un po' sospettosa spiava dal letto
l'amica con una certa diffidenza. Era sicura ch'ella
avesse disapprovato il suo rifiuto al dottore, il quale
ora, quasi in ricambio, si mostrava per lei (anche a gli
occhi di Lillina) più premuroso d'un fratello. Perché
Lillina ormai non scappava più dalla camera all'arrivo
di lui? Ella anzi, adesso gli rivolgeva qualche domanda
o gli chiedeva qualche consiglio circa all'assistenza da
prestare; ed egli allora le rispondeva a lungo, col
garbo abituale e con evidente soddisfazione. E Mita dal
volto di Lillina argomentava ch'egli non dovesse più
sembrarle, come prima, sciocco e ridicolo. Provava da un
canto un sentimento duro, e sordo di gelosia contro
Lillina, ma godeva, dall'altro, nel sentir parlare lui,
il dottore, così bene all'amica e nel vedere com'egli a
poco a poco la vincesse e la piegasse a sé. E avrebbe
quasi voluto dire a Lillina: - «Vedi, vedi com'egli è
degno d'essere amato? Ah, lo stimi tu adesso com'io
prima lo stimavo? Sta bene; e ora vattene di qua! Tu non
stai accanto al mio letto per me, ma per veder lui e
parlargli due volte al giorno... L'intendo, l'intendo
forse più che voi stessi ancora non l'intendiate!
Mostrate d'aver tanta pietà di me, perché in questa
pietà è l'intesa del vostro amore. Vàttene, Lillina! Per
me e per te, vàttene!»
Ma Lillina non se n'andava; si mostrava impaziente se il
dottore tardava cinque minuti a venire, e si recava a
guardare dietro ai vetri della finestra, a cui Mita
s'affacciava un tempo per veder passare Bertillino. E
sinceramente lei stessa, dentro di sé, credeva che
questa impazienza derivasse soltanto da disinteressata
premura per l'amica infelice.
Mita un giorno, per accertarsi fino a qual punto fosse
arrivata l'intesa tra i due, volle simular di dormire
proprio nel momento in cui era solito di venire il
dottore.
Quel giorno la madre non avrebbe assistito alla visita:
Mita stessa l'aveva costretta a mettersi a letto per
rifarsi un poco delle veglie durate.
Il dottore finalmente giunse, e subito Lillina gli fe'
cenno d'avanzarsi adagio, su la punta dei piedi.
- Dorme! - bisbigliò, quand'egli si fu accostato al
letto.
Egli contemplò un tratto la giacente, poi si volse a
Lillina, socchiuse gli occhi e dimenò desolatamente la
testa.
Pare già morta! - sospirò senza voce Lillina.
Egli annuì; poi a bassa voce, un po' impacciato, disse:
- Intanto lei, signorina, senta... non è giusto che si
trattenga più qua... Capisco, è l'amica del cuore...
Intendo tutta la squisitezza del suo sentire, ma creda
che... io soffro, ecco, quando son fuori e penso che lei
è qua... M'intende? Dunque mi faccia il favore di
andarsene... di non venire più... Me lo promette?... Non
è prudente...
- Gliel'ho già detto! - gridò con voce rauca Mita
aprendo gli occhi improvvisamente e volgendosi ai due
con le ciglia aggrottate.
Lillina e il dottore trasalirono.
- Dico che non è prudente, - balbettò questi subito, -
non per il suo stato, signorina Mita, ma perché...
perché la signorina Lumia sta male... per le veglie... e
perché soffre vedendo lei cosi...
Ah, per questo? Se è per questo, la lasci, dottore; non
soffre! l'interruppe Mita con amarissimo sorriso. -
Soffro io! lo soffro, invece! Ah, per carità, lasciatemi
morire in pace! Non venite più nessuno dei due... ve ne
scongiuro! Che gusto provate ad amarvi qua, accanto al
letto d'una moribonda?
Lillina scoppiò in lagrime, coprendosi il volto con le
mani, e Bertillino confuso, stravolto, non trovò una
parola da rispondere e se n'andò in fretta, senza
neanche ardire di salutar Lillina piangente.
Ma subito Mita la chiamò a sé, dolcemente, già pentita,
e com'ella le si inginocchiò convulsa innanzi al letto,
prese a carezzarle i bei capelli biondi e a dirle:
- Perdonami... perdonami, Lillina... Io anzi voglio,
sai?... voglio che tu lo sposi... E vi ricorderete di
me, è vero? Non piangere... non piangere...
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