Novelle per un anno - Appendice
26. Sgombero
Appendice I, 1938, con la seguente nota di Manlio Lo
Vecchio-Musti: «Inedita (1933) – e certamente rifiutata
dall’A., il quale la eliminò dal volume XIV, Berecche e la
guerra, in cui dapprima l’aveva inclusa; e poi non volle
tenerne conto preparando il sommario del volume XV, Una
giornata».
Squallida stanza a terreno. Un lettuccio su cui giace
rigido, ma non ancora composto nel consueto atteggiamento
dei morti, il cadavere d'un vecchio, con la barba messa da
malato e i globi degli occhi stravolti, quasi trasparenti
sotto le pàlpebre esili come veli di cipolla. Le braccia
fuori delle coperte e le mani giunte sul petto. Il letto ha
la testata contro la parete, e un Crocefisso è appeso al
capezzale. Accanto al letto è un tavolinetto da notte con
qualche bicchiere di medicinale, una bottiglia e un
candeliere di ferro. Nel mezzo, un usciolo semiaperto; e piú
là, un antico canterano con l'impiallacciatura crepacchiata,
con sú qualche rozza suppellettile. Inginocchiata alla
sponda destra del letto e arrovesciata su esso con tutto il
busto e la faccia e le braccia lungo distese, è la vecchia
moglie del morto, vestita di nero, con un fazzoletto
violaceo in testa. Non dà segno di vita. Davanti all'usciolo
semiaperto è una ragazzina di otto o nove anni, del
vicinato, con gli occhi sbarrati e un dito alla bocca, in
sgomenta contemplazione del cadavere. Nell'ombra dell'àndito,
attraverso la semiapertura dell'usciolo, s'intravedono
uomini e donne del vicinato che spíano e non osano entrare.
Nella parete destra è una finestra che dà sul cortile; e
anche di qua s’intravedono, attraverso i vetri, altri visi
di curiosi che spiano. Nella parete sinistra è un decrepito
armadio di legno tinto, a due sportelli. Sedie impagliate;
un tavolino.
Si sente dall'àndito la voce di Lora:
- Fate largo! Lasciatemi passare!
Entra.
Ha poco piú di vent'anni. Aria equivoca. Modi bruschi. Porta
avvolto nella carta un cero, e in mano frutta di vivaci
colori: arance, mele. Appena entrata, dice alla ragazza:
- Ah, brava, t'han lasciata entrare? Cosí poi da grande ti
rammenti quando hai visto un morto la prima volta. Vuoi
anche toccarlo col ditino? No? E allora vattene!
La prende e la mette fuori dell'uscio, dicendo a quelli
dell'àndito:
- C'è un funerale di prima classe in capo alla via: l'ho
visto io passando: tiro a quattro, cocchiere e famigli in
parrucca bianca, una sciccheria! correte, correte a vederli!
Amate il sudicio come le mosche?
E tira a sé l'usciolo.
- Ma già, l'ippopòtamo... - esclama in mezzo alla stanza,
scrollando le spalle. - Quando hai visto al Giardino
Zoologico che Dio ha creato anche l'ippopòtamo, di che ti
vuoi piú maravigliare? C'è l'ippopòtamo, come c'è chi si
piglia le bambine e poi le ammazza; e c'è chi deve far la
sgualdrina, e chi ti butta in mezzo alla strada. E le
mosche. Le mosche.
Posa sul canterano il cero e la frutta. Gli occhi le vanno
allora a quegli altri che stanno a spiare dai vetri della
finestra. Vi corre, irritata:
- Ma guarda, anche qua, appiccicate ai vetri!
Appena apre la finestra, quelli scappano via. E allora lei
si sporge a gridar fuori:
- Ma sí, ma sí, sono io! Che peste, eh, Bigiú? Ma mi
sai dire perché sei da piú di me tu? perché vendi a casa
all'ingrosso, a pezze intere, e io faccio la mercantina di
strada e vendo a metro? Che vuoi! Tu l'assaggi ancora col
pollice e l'indice la stoffa; io non l'assaggio piú,
stoffetta di liquidazione. Va', va' sú, che la scala può
darsi che toccherà di scenderla anche a te. Allegra, comare!
Siamo entrati in due, a braccetto, stamattina, la Morte, e
il Disonore, già, il Disonòòòre! Ma guarda che faccia! Toh,
cara, aspetta: ti butto una meluccia.
Prende una mela rossa dal canterano e fa per gettarla alla
ragazzina messa fuori poc'anzi.
- Scappi? Non la vuoi! Be', me la mangio io.
L'addenta e richiude la finestra, facendo, subito dopo,
l'atto di turarsi il naso:
- Ffffff questo puzzo ardente di lavatojo!
Guarda sul letto il cadavere del padre:
- Mangio, sí, mangio, e mi possa far veleno! Digiuna da jeri.
Le mani, eh, ora non le stacchi piú! Certi schiaffoni! E mi
sputavi anche in faccia, m'acciuffavi pei capelli, mi
sbattevi di qua e di là a furia di pedate! Ragazzina, che
vuoi?, ne sapevo già piú d'un'immagine sacra a capo del
letto. Ora le tieni l'una sull'altra, cosí sul petto, le
mani, fredde come la pietra.
Va a scuotere per la spalla la madre.
- Sú, mamma: sei digiuna da jeri anche tu: bisogna che
prenda qualche cosa.
D'improvviso ha il dubbio che non le abbiano reso giusto il
resto, e fa il conto:
- Quattro e otto, dodici, e cinque, diciassette. Aspetta.
Che altro ho comprato? Ah, già, da quell'imbecille, la
frutta. Vendeva gli uccellini a mazzo, legati pei fori del
becco, e me li ha sbattuti in faccia, mascalzone, senza
neppur vedere che portavo un cero.
Inizio pagina
Sobbalza, sovvenendosene:
- Ah già, il cero.
Lo va a prendere dal canterano e lo scartoccia.
- Perché non si dica che non te l'abbiamo acceso.
Prende il candeliere di ferro dal tavolinetto da notte.
- Speriamo che lo regga.
Pianta il cero nel bocciolo del candeliere.
- Toh, guarda, come fatto su misura.
C'è sul tavolinetto una scatola di fiammiferi. Accende
il cero e lo posa lí.
- Ardere e sgocciolare: bella professione. Come le
vergini.
- Tu lo vedi? No. E neppure i santi di legno su
l'altare. Ma noi li vediamo illuminati i santi, e
c'inginocchiamo.
è tutta fede, la fabbrica dei ceri. Ora crediamo
che tu stia godendo di là. Ma non lo dài a vedere,
poveretto. Sú, mamma, oh: bisognerà pur vestirlo prima
che s'indurisca. Piangi, sí, seguita a piangere. Bella
professione anche la tua, lí buttata per morta anche tu.
Bisogna far presto.
è grazia
che abbiano aspettato che morisse. Vogliono fuori tutto
prima di sera. E alle quattro verranno quelli della
Misericordia. Non daranno neanche al cero il tempo di
consumarsi tutto.
Guarda il cero acceso, poi alza gli occhi al Crocefisso
appeso al muro.
- Ah, il Crocefisso tra le mani.
Va all'altra sponda del letto; accosta una sedia e vi
monta; stacca il Crocefisso; lo tiene un po' tra le
mani:
- Ah Cristo! I poveri che ricorrono a Te... L'hai fatto
apposta! Chi può avere piú il coraggio di lagnarsi della
sua sorte con Te, e di tutto il male che gli altri gli
fanno, se Tu stesso senza peccato Ti sei lasciato
mettere in croce con le braccia aperte, Cristo! La
speranza che si godrà di là, sí. La fiamma di questo
cero da quattro soldi.
Salta dalla sedia e mette il Crocefisso tra le mani del
morto, dicendo alla madre:
- Oh, bada che gli si sono davvero indurite: tu non lo
vesti piú, o bisognerà spaccar di dietro la giacca per
infilargli le maniche di qua e di là. Ah, non vuoi
muoverti? Aspetti che ti prendano per un braccio e ti
buttino fuori della porta? Be', guarda!
Prende la sedia e vi si siede.
- Mi metto ad aspettare anch'io che venga uno spazzino
con la pala e la scopa a buttarmi sul carretto delle
immondizie. Beato chi s'è levato il pensiero di
muoversi, anche di qui là, anche d'alzare una mano per
portarsi un boccone alla bocca! Tanto poi, alla fine,
hai ragione, tutto si fa da sé, quando non hai piú
voglia di nulla. Entrano, ti tirano per le braccia a
rimetterti in piedi; tu non ci stai; ma non ti
confondere, se non ti ci vogliono, non ti dànno neanche
il tempo d'abbatterti, t'allungano una pedata o ti
tirano uno spintone alle spalle e ti mandano a ruzzolare
nella strada. Gli stracci, il letto col morto, il
canterano, tutto in mezzo alla strada: se lo pigli chi
vuole! E tu lí per terra, bocconi, come ora sul letto,
tra la gente che si ferma a guardarti. Viene una
guardia: «Proibito dormire sulla strada». E allora dove?
«Sgombrate!» Tu non sgombri. Niente paura. Qualcuno, se
proprio non vuoi, ci penserà a farti sgombrare. Avrà pur
diritto, chi non ha piú casa, a un posto dove stare,
sulla terra: su un paracarro come un fantoccio posato;
su un gradino di chiesa; su un sedile di giardino;
accorrono i bambini: sí, la nonnina. Che dici, bello
mio? Cecce? Non ti capisco. Ah, ti vuoi mettere a cecce
qua con me? Babba non vuole. Va' a vedere i pesciolini
nella vasca. Rossi, sí. Uh, Dio sia lodato! Poi ti metti
con la mano cosí, e qualcuno passando ti butterà un
soldo o un tozzo di pane. Ma io no, sai; guarda: puh,
uno sputo! La mano, io, piuttosto che a chiedere, la
stendo a graffiare, rubare, ammazzare; e poi, sí, la
galera: da mangiare e dormire gratis.
Si alza, esasperata, e va a dire al padre:
- M'approfitto che non puoi piú sentire e mi sfogo per
tutti gli schiaffi che mi desti. Non lo volesti mai
capire come fu, che ci si può arrivare senza saperlo,
quando meno ci pensi, che ti ci trovi preso, mentre
piangi e ti disperi, perché il tuo corpo, toccato senza
intenzione, ha sentito da sé una dolcezza che ti si fa
viva in mezzo alla disperazione e te l'avvampa, tutt'a
un tratto, insieme con tutte le cose che non vedi piú,
cieco, abbracciato e disperato, in un piacere che non
t'aspettavi. Fu cosí. Fu cosí. Qua. Me lo lasciasti tu,
qua, tuo nipote tradito dalla moglie. Piangeva, seduto
qua su questo stesso letto; gli presi cosí la testa per
confortarlo; si mise a smaniare, a frugarmi con la
faccia sul petto: eh, donna, cosí, che ci si debba
sentir piacere, non mi sono fatta da me! S'accese il
sangue a tutt'e due; e anche lui, dopo, rimase lí steso
come morto, dallo spavento d'avermi avuta. E poi se ne
tornò dalla moglie consolato, vigliacco! d'aver
conosciuto da me, disse, che tutte le donne, tanto, sono
uguali, e oneste non ce n'è; uguali come gli uomini, la
stessa carne; e che dunque non c'è perché - disse - se
lo fa un uomo tante volte, e non è nulla, se lo fa poi
la donna, una volta, debba parer tanto da considerarla
perduta per sempre. «Infine, ti sei preso un piacere
anche tu!» Vigliacco, e il figlio? Per te non fu nulla;
ma per me... Ah, padre, sei morto e ti perdono, ma se mi
sono dannata cosí, lo debbo a te. Tutti uniti nel
giudizio d'una donna, voi uomini: tutti: non c'è padre;
non c'è fratelli; anzi loro, i piú feroci. E il piú
feroce di tutti fosti tu, che mi buttasti come una cagna
sulla strada. Ma io cosí, guarda, mi levai lagrime e
sputi dalla faccia, e la presentai al primo che passò.
La strada, la rabbia di gettarti in faccia la vergogna
che non volesti tenere nascosta. Ma poi il figlio, il
figlio... Non è vero quello che si dice; sarà vero dopo,
ma prima no; sentirselo, cosa spaventosa! E poi quando
nasce... è
vero dopo; la creaturina che ti cerca... Te lo venni a
lasciare qua, d'otto mesi, una notte, dietro la porta,
nella cesta del suo corredino. Dev'esserci ancora, il
corredino; o l'avete venduto? Dio, ti ringrazio
d'essertelo preso con Te cosí bambino! Sú sú, vestiamo
lui adesso!
Va ad aprire l'armadio; ne cava un abito di panno
marrone appeso alla gruccia. Si volta alla madre:
- È vero che l'addormentava lui, ogni sera, con quella
canzone... com'era? che la cantavi anche tu, a me
bambina. Me lo vennero a dire, una notte che pioveva,
uno che passò di qua e lo sentí dal cortile. E poi
voleva da me... capisci? dopo avermi detto questo!
Guarda l'abito del padre che ha ancora in mano;
l'esamina:
- Oh, ma quest'abito è ancora buono. Quasi quasi...
Tanto, se ha già fatto la sua comparsa davanti a Dio,
per quelli che tra poco se lo verranno a prendere, che
gli serve piú l'abito? E tu, stretta come sei... qua c'è
dell'altra roba... potresti intenderti con un
rigattiere. Oh, mi senti? Bisogna far fagotto! Ci sarà
altra roba nel canterano...
Va al canterano; ne apre il primo cassetto; rovista
dentro: stracci. Apre il secondo; non c'è nulla. Apre il
terzo: c'è il corredino.
- Ah, è qui.
Lo guarda. S'accascia a terra. Ne tira fuori qualche
capo: una fascia arrotolata, una camicina, un bavaglino;
poi alla fine, una cuffietta: introduce una mano a pugno
chiuso nel cavo di essa, e come se cullasse un bimbo si
mette a canticchiare con una voce lontana la vecchia
canzone della madre. E mentre canta, tutto a mano a mano
s'oscura, finché, spenta ogni luce, si vede soltanto la
fiamma del cero.
Silenzio.