V.
Il povero Tiralli, per dire la verità, è troppo
impensierito della sua miseria. Miseria assoluta e
tuttavia non semplice, perché complicata dalla sua
qualità di reduce delle patrie battaglie, la quale
gl'impone una certa dignità che, quanto piú la
considera, tanto piú lo intontisce.
Non mangia tutti i giorni il reduce Tiralli, ma tutti i
giorni si pettina bene i molti capelli lanosi, che per
grazia di Dio gli sono rimasti; tutti i giorni
s'industria a lungo a far la barba con un mozzicone di
candela al suo colletto inamidato, ai suoi polsini
ingialliti e sfilacciati. Se porta sempre al petto le
medaglie, non è per vanagloria, ma per distrarre
l'attenzione dei passanti dalle sue scarpe e dal suo
vestito, e poi perché non passa giorno che non faccia
servizio d'accompagnamento funebre.
Li ha accompagnati tutti a uno a uno i suoi commilitoni
piú vecchi e anche piú giovani di lui. Si può essere
sicuri che in ogni portone di casa ove un reduce è
morto, accanto al tavolino su cui si raccolgono le firme
dei visitatori, c'è lui, Tiralli, con le medaglie al
petto, che piange molto dignitosamente.
Finito l'accompagnamento, resta con certi occhi, cammina
con certi passi, parla con certa voce, come se fosse
sempre dietro a un carro mortuario.
Marco Leccio lo soccorre come può e spesso lo trattiene
a tavola con lui, e cerca in tutti i modi di scuoterlo
da quel funebre intontimento. Ma lo scuote troppo, e lo
imbalordisce di piú. Urli, strilli... E poi pretende da
lui, là sui campi di battaglia dello studio, certi
servizi di spostamenti di bandierine, che al povero
reduce Tiralli riescono quasi sempre male, debole com'è
di vista e con le mani troppo tremolanti.
- Ma come? ma che hai fatto? Ma questa è La Haute
Chervauchée! E che c'entra La Haute Chervauchée? Mi ci
pianti la bandiera francese? Ma dove? ma quando? Non
vuoi capirlo che i francesi non si muovono? Presa?
quando? che presa! ci avranno mandato sí o no qualche
cannonata!
Ha sudato piú camicie, di questi giorni, con un gran
tremore in corpo per paura di sbagliare, il povero
Tiralli, correndo con le bandierine tedesche e
austriache appresso alla ritirata russa, prima dai
Carpazi, poi dalla Galizia, ora dalla Polonia!
Fosse una ritirata a precipizio, a rotta di collo, tale
da non dover tenere piú conto di nulla! Ma che! Una
ritirata, che bisogna stare con tanto d'occhi aperti a
seguirla; una ritirata di cui Marco Leccio decanta la
miracolosa sapienza cosí fervorosamente, che guaj se tra
le sue dita tremicchianti una bandierina tedesca o
austriaca corre troppo e s'appunta su un luogo difeso
ancora strenuamente dalle retroguardie russe. Due giorni
prima della caduta, ha appuntato per isbaglio su Kowno
una bandierina tedesca. Per miracolo Marco Leccio non se
l'è mangiato.
- Ah mi prendi già Kowno, pezzo d'animale? Togli via
subito codesta bandierina! Kowno resiste e resisterà
ancora per un pezzo, te lo dico io!
Ora che Kowno è caduta, Tiralli potrebbe fargli
osservare che infine il suo sbaglio è stato di poco. Non
ha detto nulla. Ha riappuntato la bandierina. Marco
Leccio, vedendola, ha muggito:
- Non ti pareva l'ora, di' la verità! Ma ce l'abbiamo
ancora da vedere, sai? con codesto tuo signor Hindenburg,
grande stratega delle tenaglie dei miei stivali!
La strategia, non soltanto tedesca veramente, ma in
genere tutta quanta la strategia scientifica moderna ha
provocato e seguita a provocare in Marco Leccio uno
sdegno che non potrebbe essere maggiore.
È che qualcuno ha avuto la cattiva ispirazione di
toccare un tasto, che non avrebbe dovuto esser toccato,
conversando con lui. Gli hanno detto che a petto di
questa guerra tutte le altre combattute finora
dall'umanità, non parliamo delle battaglie garibaldine,
ma anche le piú famose battaglie napoleoniche, diventano
cose da ridere. Ma sí, via, solo a considerare, per
esempio, che tutti quanti i combattimenti degli eserciti
regolari e dei volontarii nel periodo del nostro
risorgimento, sommati insieme, non diedero di morti e
feriti quanto in questa guerra ne dànno certe scaramucce
giornaliere, di cui i bollettini degli stati maggiori
neppure tengono conto.
Questo hanno avuto il coraggio di dire a lui, Marco
Leccio, in principio della guerra. Non riesce ancora a
calmarsi, a scordarselo, e se la piglia col povero
Tiralli, come se gliel'avesse detto lui, come se
veramente il povero Tiralli fosse un accanito difensore
della strategia moderna.
- Ah sí? ah sí? - sghigna di tratto in tratto. - Pochi
morti, eh? pochi feriti?
Poi lo investe:
- E i tanti morti d'oggi, i tanti feriti d'oggi, a
milioni, chi li ha fatti, donde provengono e che
concludono? Bestie che non riflettete nulla! Non vedi
che sono l'effetto di questa macchina stupida e
mostruosa della tua strategia moderna, che mangia vite,
strazia carni, e non conclude nulla? Sai dirmi che
conclude, che ha concluso finora?
Tiralli, muto, impalato, con un sopracciglio sú, l'altro
giú, lo guarda nell'atteggiamento d'un cane fedele,
rimproverato a torto dal padrone.
- Quello che conclude sempre, - seguita Marco Leccio, -
anche oggi, sempre, non vedi che è invece l'arma antica,
l'arma gloriosa, l'arma nostra garibaldina, la bajonetta?
Te ne dànno la prova, ogni giorno, su l'Isonzo, sul
Carso, i bersaglieri nostri! E questi tuoi macchinosi
tedeschi, carogne che si fanno forti dei ripari
preparati e costruiti dalla tua famosa scienza
strategica, appena la vedono, la bajonetta, l'arma vera,
che ha bisogno di coraggio e non di scienza, tremano,
perdio, alzano le braccia e invocano pietà!
Cosí dicendo, gli va incontro, proteso, con occhi
feroci, le braccia contratte, i pugni alzati, serrati,
come armati di bajonetta, per farlo tremare davvero; ma
poiché Tiralli non trema e resta muto e approva
gravemente col capo, egli s'allontana esclamando con
scherno:
- La strategia, imbecilli! L'arte di far durare un
secolo una battaglia, che prima con l'impeto dei soldati
e il genio dei capitani si risolveva in quattro e
quattr'otto, in una giornata al piú! Gli studii tecnici,
il materiale bellico, si dice cosí? bellico, già! obici,
«bi-bo», v'empite la bocca, mortaj da 305 e 420, fucili
a tiro rapido, mitragliatrici, dirigibili, aeroplani,
granate a mano, «shrapnells», gas asfissianti, bombe
incendiarie, trattori meccanici, tanks, trincee scavate
a macchina, blindate, mine terrestri, fogate,
reticolati, fili di ferro, cavalli di frisia, bocche di
lupo, projettori, razzi e bombe illuminanti, «bom-pim-pam»,
pare la girandola, e la guerra dov'è? nessuno la vede!
Prima gli uomini combattevano in piedi, come Dio li
aveva messi! Nossignori, adesso, non basta in ginocchio,
pancia a terra, come le serpi e rintanati, chi sappia
resistervi; noi, no, i nostri no, per la Madonna!
balzano in piedi, irrompono, si avventano a petto,
bajonetta in canna, «Savoja!» Questo ci vuole! Altro che
i tuoi meccanici e i tuoi farmacisti! La strategia... la
chimica... Vorrei sapere in che consiste, se non in un
mostruoso e vigliacco ingombro, per far perdere invano
tempo e vite umane! Metter sú macchine, impedimenti,
ripari per trovare poi il modo di buttarli giú; e non
valeva tanto, allora, non metterli sú, se alla fine
quello che veramente decide è il petto dell'uomo che
balza sú dalle macerie di quegli ingombri vigliacchi e
corre all'assalto? Te lo dico io perché serve tutta
questa scienza: serve per non farla, la guerra! serve
per minacciare in tempo di pace, per incutere spavento a
chi vuol farla; ma quando poi la guerra è dichiarata,
ecco qua, a che serve, lo vedi? a non farla finir mai.
Interviene a questo punto, zitto, zitto, come un'ombra,
don Agostino Lanzetti, dalla sala da pranzo. Sta ad
ascoltare le ultime parole e approva piú volte in
silenzio col capo; poi dice:
- Sí, caro, proprio a non farla finir mai. E sta' pur
certo Marco, che questa non è guerra che si risolve
militarmente.
- Ah no? - urla Marco Leccio.
- No, - dice fermo don Agostino. - E soggiunge: - Sai
che si racconta degli antichi Goti?
Marco Leccio lo guarda in cagnesco.
- Potresti finirla con codeste tue eterne storielle...
Non ho tempo d'ascoltarle!
- Sono i padri antichi dei Tedeschi d'oggi, - risponde
placido e col suo solito risolino arguto il Lanzetti. -
È una storiella che ti può giovare. Si dice, dunque, che
gli antichi Goti avevano il saggio costume di discutere
due volte ogni impresa da tentare: una prima volta,
ubriachi, e la seconda volta a digiuno. Ubriachi, perché
ai loro consigli non mancasse ardimento; a digiuno,
perché non mancasse prudenza. Ora è chiaro che i
Tedeschi moderni hanno perduto questo saggio costume dei
loro padri. Discussero e deliberarono la loro impresa,
soltanto da ubriachi. Speriamo che possano presto, a
digiuno, ritornare su la loro prima deliberazione. Ma ci
vorrà ancora, purtroppo, assai tempo, non t'illudere!
Assai tempo...
- Già! - rugge Marco Leccio - assai tempo! Ma sai
perché?
S'interrompe; accenna di mordersi le mani; grida tra i
denti, storcendo innanzi al volto le dita:
- Non posso parlare! non posso parlare! Ma altro che il
digiuno dei Tedeschi ci vorrebbe a finire questa guerra!
Ci vorrebbe, perdio, che tutti facessero come noi! Ecco
che mi è scappata! Guarda che ci vorrebbe...
Salta a quel trofeo della parete; cava dallo
schioppettone d'ordinanza la bajonetta lunga come uno
spiedo di girarrosto e fa l'atto di cacciarla nella
pancia a Tiralli.
- Va' a dirlo a Joffre, va' a dirlo a French, va' a
dirlo a Cadorna! questa ci vorrebbe!
VI.
Che la strategia moderna abbia ridotto l'ufficio del
duce supremo d'una guerra non molto dissimile da quello
a cui Marco Leccio attende con tenace costanza da circa
tredici mesi: studio indefesso lí su le carte dei punti,
delle linee, delle posizioni, è per Marco Leccio in
fondo una assai magra consolazione.
Fa il duce supremo, lo stratega, lí nello studio,
davanti a Tiralli che lo segue e l'ajuta con funebre
obbedienza; ma grazie! perché non può far altro...
Certo, se una mossa prevista da lui in questo o in quel
teatro della guerra, dati quei punti strategici e quelle
linee e quelle posizioni, s'effettua proprio come lui
l'ha prevista, se ne compiace; guarda con occhi lustri
ridenti e tutto il volto abbagliato di soddisfazione
Tiralli, appena ne arriva la notizia nei bollettini
degli stati maggiori, non badando piú nemmeno se la
mossa indovinata sia in favore dei Tedeschi e a danno
degli Alleati, perché veramente l'arte, di qualunque
genere sia, è il regno del sentimento disinteressato,
ragion per cui spesso diventa la funzione piú crudele
che si possa immaginare, come può darne esempio un
medico che si compiaccia della giustezza di una sua
prognosi letale anche se questa prognosi l'abbia fatta
su se stesso e voglia dire:
- Benone, caro: tu sei morto.
Ma non è questo! non vorrebbe far questo Marco Leccio!
Gl'importa assai che i duci supremi oggi combattano le
guerre, come lui, su la carta! Che duce supremo del
corno! Soldato, soldato raso, come il suo Giacomino
partito jeri per il fronte, ecco quello che avrebbe
voluto esser lui. E non ha potuto!
Jeri, alla stazione, poco prima che il treno partisse,
mentre il suo figliuolo dal finestrino della vettura lo
guardava, lo guardava come se avesse voluto lasciargli
impressi, confitti nell'anima quegli occhi lucidi e
intensi di commozione contenuta, ebbe la tentazione di
saltare su quel treno, confondersi, nascondersi tra i
soldati, e partire anche lui.
Lo morse la vergogna d'esser poi sorpreso e tirato giú
per un orecchio dal treno, come un ragazzino.
Piú forte, piú rabbiosamente lo morse poi il cordoglio,
quando allo sportello d'una vettura piú là vide un altro
volontario in divisa di fantaccino, vecchio, piú vecchio
di lui, con la barba bianca e le antiche medaglie sul
petto, che agitava le braccia e rispondeva esultante ai
saluti, agli augurii, agli applausi.
Non poté reggere a questo spettacolo; dovette andar via,
via prima che il treno partisse col suo Giacomino che lo
salutava, chi sa, forse per l'ultima volta!
- Me lo sai dire - domanda ora, col volto atteggiato piú
di nausea che di sdegno, a Tiralli che gli sta davanti,
nello studio, quasi su l'attenti, come se stesse ad
ascoltare uno dei tanti elogi funebri, che sono per lui
quel che la messa quotidiana è pei divoti, - me lo sai
dire come pensi di morire tu?
Tiralli, con gli occhi bassi, un sopracciglio piú sú,
l'altro piú giú, non risponde.
- Rispondi! - gli grida Marco Leccio.
E Tiralli si stringe nelle spalle, sporge un po' le
labbra, fa un gesto appena appena con la mano.
- Morire? Mah... Come Dio vorrà...
Veramente lui, Tiralli, non ci ha ancora pensato.
Marco Leccio riprende:
- Quanti giorni ci restano ancora da vivere, a me e a
te?
Tiralli ripete quel vago gesto della mano; ma aggrotta
pure un po' le ciglia, come per il dubbio che il suo
generale pretenda da lui sul serio, su un argomento come
questo, una risposta categorica e precisa.
- Altri quattro giorni! - gli grida sul naso Marco
Leccio..
E Tiralli allora s'affretta a dir di sí, di sí, piú
volte, col capo..
- Quattro giorni, già...
- Ma la chiami vita, questa? - incalza Marco Leccio. -
Non ti vergogni? Che stai a far lí, ancora in piedi?
Tiralli, stordito, si guarda attorno in cerca di una
sedia per mettersi a sedere.
- No! - gli urla Marco Leccio. - Io dico, ancora in
vita! Da quant'anni te la vivi codesta tua agonia? Ti ci
sei indurito, incadaverito; e non ti vergogni leggendo
ogni sera sui giornali quanti giovani muojono a
vent'anni, lassú, e quanti vecchi a sessanta, a
settanta, fino a settantasei anni partono volontarii,
dalla Sicilia, dalle Calabrie, dagli Abruzzi, dalla
Romagna, dalla Lombardia, e vanno a combattere al
fronte, semplici soldati? La faccia, qua, qua, non te la
senti mangiare dalla vergogna? Hai visto jeri quel
vecchio sul treno? Doveva averne settanta, per lo meno,
e partiva! Pensa, pensa come va a morire quel vecchio, e
pensa come morrai tu! Sporcheremo il letto, io e tu; e
quello invece morrà in piedi! Io e tu, sul letto, tu col
rantolo e io con la tosse; e quello con un grido in
gola: - Viva l'Italia, figliuoli! Avanti sempre!
- Capisci? Come Lavezzari! La morte del leone!
Sull'alba, l'assalto: tutta la linea, un balzo e
s'avventa alla bajonetta: Savoja! Innanzi a
tutti, lui, Lavezzari, che ha giurato di morire lassú!
Corre, giunge fino all'ultima trincea nemica! ritto in
piedi lassú, si sbottona la giubba e mostra la sua
camicia rossa per morire cosí, da garibaldino! Tu
capisci? «A settantasei anni - avrà pensato -
quest'assalto, questa carica alla bajonetta ho potuto
ancora farla; ma un'altra, domani? chi sa se le forze
m'assisteranno piú! E dunque, ora, qua, basta: ecco il
petto, ecco la mia divisa vera, qua, tirate qua su la
mia camicia rossa: voglio morire cosí!» - Ed è morto. Tu
sporcherai il letto, io sporcherò il letto, e intanto
stiamo qua a giocare come due ragazzini scimuniti con le
carte e le bandierine! Puah!
VII.
Non ha finito di commemorare cosí la morte del vecchio
leone Lavezzari, che un grido, seguito dal pianto di tre
donne, gli giunge dall'attigua saletta da pranzo, e
subito dopo l'uscio dello studio è aperto e su la soglia
si mostra pallido e costernato don Agostino Lanzetti.
- Defendente? - grida allora Marco Leccio, con gli occhi
sbarrati e levando le mani quasi a parare una sventura.
- Nino? Canzio?
Dice di no, tre volte, col capo e con le mani, subito,
don Agostino. Poi soggiunge piano, socchiudendo
dolorosamente gli occhi:
- Marchetto...
- Marchetto? Come! - esclama Marco Leccio, aggrottando
fieramente le ciglia. - Mio nipote? Era della sanità! Ma
come? Hanno sparato sulla Croce rossa? Quando? Morto?
- Mentre raccoglieva i feriti... - mormora don Agostino.
- Morto?
- Ha avuto appena il tempo di scrivere al padre e alla
madre. Come un santo, è morto...
E dicendo cosí, don Agostino piange.
- Canaglie! Assassini! Briganti! - rugge Marco Leccio,
levando le pugna serrate su la faccia di Tiralli rimasto
impalato a quell'annunzio di morte. - Capisci? Sparano
sui feriti e su chi li raccoglie! sparano sugli
ospedali! si fanno riparo dei morti! Assassini!
briganti!
Poi, rivolto al Lanzetti:
- Quando è arrivata la notizia?
- Oggi, questa mattina, - risponde don Agostino. - Ma ci
ha messo sei giorni la letterina ad arrivare, ed era
unita alla comunicazione del comando e a un'altra
lettera di condoglianza del capitano medico dell'ospedaletto
da campo, in cui il povero Marchetto prestava servizio.
E bisogna sentire che ne dice questo capitano! La
dolcezza, una divina serenità nel coraggio,
l'abnegazione; e com'ha parlato prima di rendere l'anima
a Dio! Anche di te ha parlato... ci sono nella letterina
anche i suoi ultimi saluti per te. «Ditelo al nonno, ha
scritto, che sono morto bene...»
Marco Leccio, per quanti sforzi faccia a trattenersi,
rompe in due singhiozzi quasi rabbiosi.
- Aspetta, soggiunge subito don Agostino. - Dice cosí:
«L'abito che indossavo, egli non volle credere che fosse
anch'esso milizia, ed ebbe a sdegno che con quest'abito
io portassi il suo nome. Sono sicuro che ora non lo
crederà piú...».
Sono entrate nello studio, piangenti, la madre con le
due figliuole, pronte tutte e tre per recarsi alla casa
di quel figlio, che Marco Leccio ha rinnegato da tanti
anni. Credono tutti che si debba penar molto e molta
arte di persuasione adoperare per indurre il padre alla
riconciliazione col figliuolo maggiore, in una
congiuntura come questa. Marco Leccio, con gli occhi
chiusi per trattenere le lagrime e la commozione, scosta
tutti, invece, e dice senz'altro:
- Sí, sí... andiamo, andiamo... povero Marchetto,
figliuolo mio... Andiamo...
Col cappello in capo, innanzi alla porta, appoggiato al
braccio di Tiralli, leva però il bastone e soggiunge con
tono minaccioso:
- Lo fece partire senza mandarlo qui a salutarmi! Quando
lo vestí prete, sí, me lo mandò, per farmelo
strapazzare, povero figliuolo mio! Vestito da soldato,
prima di partire per il campo, quando io lo avrei
baciato e benedetto, no, non volle piú farmelo vedere!
Ma non fa nulla, non fa nulla: vado lo stesso...
Andiamo.
Ancora prima d'arrivare al portoncino della casa in via
Cestari, si sentono i pianti e gli strilli delle donne,
cioè della madre e delle tre sorelle dell'ucciso.
Parecchi curiosi sono raccolti innanzi al portoncino e
dicono che il padre è come impazzito, e maledice tutti e
grida contro il re, contro l'Italia, contro la guerra
vituperii.
Don Agostino Lanzetti si fa avanti a tutti. Prima di
cominciare a salire la scala, si volta a Marco Leccio e
con gli occhi e con le mani gli raccomanda di tenersi
calmo e di compatire, per pietà; egli entrerà per primo
e cercherà di placarlo. Con l'ajuto delle donne lo
predisporrà ad accogliere la visita del padre. Stieno
tutti indietro, ad aspettare un po' qua sul pianerottolo
della scala, sotto l'ultima rampa.
- Sí, sí... - gli dicono, e con la mano gli fanno cenno
d'andare.
Don Agostino sale gli ultimi gradini; bussa; entra. Ma
poco dopo, i pianti, gli strilli, si fanno piú violenti,
fra un gran tramestio, come per una colluttazione.
Improvvisamente, la porta si spalanca, e, spettorato,
strappato, trattenuto da tante braccia, furibondo, fa
per scagliarsi contro i parenti, lui, Giuseppe Leccio,
urlando:
- Assassini! Assassini! Via! Via di qua o vi ammazzo!
Assassini di mio figlio! Via di qua!
La madre, le due sorelle, sbigottite, lo chiamano per
nome, con gesti supplicanti; si provano a salire qualche
scalino. Sú, don Agostino riesce a strappare indietro, a
scostare dalla porta l'arrabbiato; lo fa sedere su la
panca della saletta; gl'indica il grande crocefisso a
una parete, che dà a quella saletta l'aria di una
sagrestia; e, a furia d'esortazioni e di buone parole,
riesce alla fine ad ammansirlo, a farlo piangere.
Le donne sono entrate; Marco Leccio è rimasto con
Tiralli sul pianerottolo. Poco dopo, la nuora si sporge
dalla porta e lo invita a salire; ma il figlio, appena
lo vede, balza in piedi, scontraffatto di nuovo dal
furore; lo mira con gli occhi sbarrati, atroci, e si
mette ad arrangolare orribilmente, levando le mani
artigliate.
Marco Leccio si ferma a guardarlo austeramente e gli
dice:
- Pensa che sono padre anch'io. Quattro tuoi fratelli
sono lassú. L'ultimo è partito jeri.
- Al macello! Al macello! - grida il figlio, lasciandosi
piegare dalle braccia che lo trattengono, a sedere di
nuovo, e si copre il volto con le mani.
Marco Leccio riprende:
- Può toccare a me, domani, di ricevere la stessa
notizia che oggi hai ricevuta tu; e poi un'altra! e poi
un'altra! e poi un'altra!
Per tutta risposta, il figlio scopre la faccia e gli
grida:
- Io la maledico, la patria!
Marco Leccio fa un violento sforzo su se stesso per
contenersi, poi dice:
- Ero venuto qua per piangere con te; ma non cosí come
piangi tu! Sono lagrime d'odio, di rabbia, le tue. Pensa
che codeste lagrime neanche a tuo figlio possono essere
accette! Tu lo chiudi nel tuo dolore soltanto e in
codesto tuo odio per la patria; ma pensa che per la
patria è morto tuo figlio, e che tu lo escludi,
piangendolo cosí, dal pianto degli altri, dal mio, che
egli stesso ha voluto. Se tu non vuoi, addio!
Lascia lí le tre donne col genero e col Lanzetti, e se
ne torna a casa, commosso, a braccio del fido Tiralli.
Strascinando la gamba malata, che per l'improvviso
riscaldamento s'è rimessa a dolergli, pensa, per via,
che questa è veramente una santa guerra, se possono
morirvi cosí, benedicendola, un leone come il vecchio
romagnolo Lavezzati e un povero agnellino come quel suo
piccolo nipote Marchetto.
VIII.
Da una settimana, tra i parecchi campi di battaglia che
ingombrano lo studio, Marco Leccio è solo.
Il povero Tiralli s'è ammalato, non propriamente perché
Marco Leccio gli ha gridato in faccia la vergogna di
seguitare a vivere la sua agonia mentre tanti dei loro
vecchi commilitoni vanno a trovar la morte su le stesse
tracce per cui da giovani la cercarono lassú, contro lo
stesso nemico e per lo stesso scopo d'allora; ma perché
- vecchi - un filo d'aria, un subitaneo abbassarsi della
temperatura, e ci s'ammala.
È piovuto tanto in questo primo anno della grande
guerra!
I fisici han sentenziato che l'aria - non pare - ma è un
corpo, un corpo sensibile anch'essa, e che i troppi
spari, la furia delle troppe cannonate han potuto
commuoverla. Le donnette del popolo, piú poetiche nella
loro ignoranza, han creduto invece a un gran pianto del
cielo per la sciaugurata follía degli uomini.
Il fatto è che, per le troppe piogge, sbalzi di
temperatura se n'è avuti assai, e il povero Tiralli, non
solo s'è bagnato piú volte da capo a piedi, ma non ha
potuto dar la solita provvista di sole alle sue ossa,
impalandosi - cariatide del dignitoso monumento della
sua miseria - per ore e ore in qualche canto di via.
Marco Leccio è molto seccato. Ce l'ha specialmente con
una mosca maledetta che viene ostinatamente a posarsi su
la carta plastica del Trentino, mentre lui, Dio sa con
quanta pena, rimandando l'anima indietro indietro nel
tempo, si crea l'illusione della lontananza, di cui ha
bisogno per veder innanzi a sé quella carta come una
realtà viva. Eccola là, maledetta! viene all'improvviso
a rompergli quella illusione, mettendosi come niente a
passeggiare sú per le vette di quelle montagne, sú per
quei laghi e per quelle vallate, qua e là lasciando
certi puntini neri, che possono scambiarsi per fortezze
o borgate.
Centomila volte l'ha cacciata, e centomila volte quella
porca mosca tignosa, bavarese, tirolese, eccola lí
daccapo!
Ma non è la mosca soltanto. O meglio, sí, è la mosca, ma
non quella soltanto che nei declinanti soli di settembre
s'appiccica e si diverte a non dar piú requie alle mani,
alla fronte degli uomini, ma anche quell'altra,
quell'eterna mosca che in ogni tempo si diverte a
rompere dentro l'anima degli uomini ogni illusione.
Da mesi e mesi, ormai, ogni sera, leggendo i giornali,
Marco Leccio si fa l'illusione che finalmente, presto,
gli alleati torneranno con impeto alla riscossa. I
Russi, che già avevano sbaragliato gli Austriaci e
occupato la Galizia fin quasi a Cracovia (santo Dio, fin
quasi a Cracovia!) e poi, superando i Carpazi, già
scendevano sui campi ricchi di messi dell'Ungheria; i
Russi, che sú avevano invaso anche la Prussia orientale,
costretti ora a ritirarsi da per tutto, a cedere
Varsavia, tutta la Polonia con la linea delle fortezze,
la Curlandia fin quasi a Riga; i Russi arresteranno
finalmente domani questa colossale invasione dei tre
gruppi d'eserciti austro-tedeschi. E i Francesi, i
Francesi che dopo la levata leonina della battaglia
della Marna, da undici mesi se ne stanno fermi come a
casa loro nelle trincee, quasi che abbiano giurato di
volerci fare i vermi lí, finalmente domani ripiglieranno
l'offensiva, romperanno il fronte tedesco ad Arras,
obbligheranno il Kaiser a richiamare in gran furia gli
eserciti del fronte orientale. E gl'Inglesi, coi loro
ottocentomila uomini ammassati presso Calais,
irromperanno finalmente domani nel Belgio per
cominciarne la liberazione; e intanto, laggiú a
Gallipoli, coi nuovi sbarchi nella baja di Suvla, col
concorso della spedizione italiana, che a quest'ora sarà
senza dubbio salpata da Taranto, forzeranno alla fine i
Dardanelli e prenderanno Costantinopoli.
Ogni sera, tutte queste illusioni. La sera appresso,
sissignori, per ognuna, una mosca. In ogni bollettino
degli stati maggiori, per ogni illusione, una mosca. La
ritirata russa continua, e «sciò» una prima volta; i
Francesi non si muovono, e «sciò» una seconda volta;
gl'Inglesi non si muovono, e «sciò» una terza; a
Gallipoli il nuovo tentativo di aggiramento è ancora una
volta fallito, e «sciò, sciò, sciò...» Ma lo Zar ha
assunto il comando supremo de' suoi eserciti: eh, questo
fatto qualche cosa vorrà dire! E il generale Joffre è
venuto sul fronte italiano per abboccarsi con Cadorna;
anche quest'altro fatto vorrà dire qualche cosa. Ed è
certo che i Turchi non hanno piú carbone e sono a corto
di munizioni...
Cosí le illusioni rinascono per le nuove mosche di
domani sera.
Ma intanto Marco Leccio si ritrova solo ogni notte a far
impeto per tutti gli Alleati, nei suoi sogni violenti.
Sogna violenze terribili e inaudite ogni notte: dei
Russi che contrattaccano a Grodno e spezzano gli
eserciti di Hindenburg, ammazzando settantamila uomini,
facendone prigionieri altri settantamila con lo stesso
Hindenburg a cui un cosacco gigantesco dà piú volte in
faccia il suo scudiscio dentato; o degli Inglesi che
alla fine si avventano sull'Yser e spazzano a raffica in
un batter d'occhio tutti i Tedeschi dal Belgio; mentre i
Francesi sfondano anch'essi il fronte avversario, e,
superato il Reno, via a Berlino! gl'Italiani, per
Malborghetto, via a Vienna! E le due capitali, rase al
suolo!
Ansa, geme, ruglia, arrangola nel sogno, con un braccio
proteso a pugno chiuso su le terga della povera signora
Marianna, che a un tratto, sentendosi quasi respinta dal
pacifico letto coniugale, si sveglia spaventata, e
udendolo gemere e ansare a quel modo, grida;
- Marco! Marco! Dio, ti risenti male? La gamba?
- Il corno! - borbotta Marco Leccio, nell'ansito che lo
soffoca, balzando a sedere sul letto. - Stavo a finir la
guerra cosí bene!...
E ora, a ripigliare il sonno ti voglio!
Dacché Giacomino è partito, l'ansia per i figliuoli
sparsi sui tre fronti della guerra gli è cresciuta e non
gli lascia piú un momento di requie.
Accende la lampadina elettrica; trae dal cassetto del
comodino l'ultima lettera nella quale Giacomino, sette
giorni fa, gli annunziava che la mattina appresso
sarebbe partito per la linea di fuoco; si stropiccia gli
occhi, poiché gli occhi dei vecchi diventano acquosi la
notte e allevano cispe, e si mette a rileggere, a
rileggere, aggrondato, quella lettera.
Come scrive bene Giacomino! Quanta poesia in questa
lettera scritta dal campo alla vigilia della partenza
per gli avamposti!
«Tutto l'accampamento tace.
è notte
alta. Sto nella mia tenda seduto sulla branda, il
calamajo sulla coperta, e scrivo sulla gamba sinistra.
La fucileria crepita lontano tra le cannonate. Ho acceso
una sigaretta alla candela appoggiata all'alzo del mio
fucile. La candela è ancora abbastanza lunga e io la
farò consumare scrivendoti. Tanto, è l'ultima notte che
mi serve. Domattina alle tre e mezzo noi nuovi arrivati
andremo su un'altura che domina tutte le posizioni; un
capitano di stato maggiore ce le indicherà a una a una e
ci spiegherà le azioni che vi si sono svolte, quelle che
vi si svolgono, quelle che vi svolgeremo noi.
Svolgere... un tema, una volta...
Posata sul fucile vicino alla candela è
un'elegantissima farfalla bianca, con le ali spiegate e
le antenne ritte.
è
immobile da tanto tempo.
Sento il lamento dei grossi proiettili che ci passano
sulla testa per portare la morte lontano.
è uno
strano angoscioso sibilo. Chi sa voi che fate
ora... Dev'essere da poco passata la mezzanotte.
L'orologetto da polso non cammina piú da alcuni giorni.
L'aria di questi luoghi gli avrà fatto male.
La sigaretta è finita e ho cambiato posizione: scrivo
sul ginocchio destro e bevo un sorso di caffè.
La farfalletta bianca è sempre lí ferma che si scalda
le ali. O forse è morta? Io non la tocco.
Le posizioni che andremo a occupare sono difficili.
Andremo dalla parte del piano, a far guerra di notte.
Io sono puro e forte e vibro nel silenzio della notte
col ritmo calmo del mio cuore buono, ben provato. Non
dormirò, forse. Vedo un mio compagno che nella tenda
accanto si rilegge a una a una tutte le lettere
ricevute.
Fra quattro ore sarà chiuso un quadro di questa
scena. Arrivederci, miei cari; dormite. Ho un'altra
sigaretta in bocca. Buona notte, dormite. Nella vigilia
di una marcia verso l'oscuro, io mi sento tranquillo se
porto il pensiero fra voi.
La farfallina bianca si è destata; spengo la candela
per la sua vita, buona notte di nuovo, e tutti i miei
baci.»
In sette giorni l'avrà riletta settanta volte, questa
lettera, Marco Leccio. Ogni volta s'è sentito stringere
la gola da un'angoscia cupa e urgere le lagrime agli
occhi, pensando all'anima di questo suo adorato
figliuolo, alta come la notte che gli stava sul capo
nello scrivere queste parole, e pura come quella
farfallina bianca posata sul suo fucile.
Da sette giorni, piú nessuna nuova! Eppure è certo che
in questi sette giorni Giacomino avrà scritto, perché
prima di partire glielo promise, che avrebbe mandato
ogni giorno notizie di sé. Tranne... Ma no! Maledizione!
gli torna sempre in mente, sempre, questo tristo
pensiero... Rivede Giacomino come dal treno lo guardava,
lo guardava quasi volesse lasciargli impressi, confitti
nell'anima, quegli occhi lucidi e intensi di commozione
contenuta: e stringe le pugna e sbuffa e smania.
- La colpa sarà della Posta... - gli mormora accanto la
moglie, che indovina il perché di quegli sbuffi e di
quelle smanie.
Ella prega di nascosto, in silenzio. Non fa altro, da
tre mesi. Tre rosarî al giorno, di quindici poste; e un
quarto, ora, da che Giacomino è partito. Pare sia sempre
stordita e non capisca ciò che le si dice; ma non è
vero: è che prega, prega, ed è tanto assorta nella
preghiera, che spesso non sente ciò che le si dice. Per
Giacomino prega, ma piú forse per gli altri tre
figliuoli che le sembrano un po' trascurati dal padre.
- Già, sí... forse... - borbotta Marco Leccio. - È il
lamento di tutti, questo maledetto disservizio postale!
Lettere che non arrivano o che mettono sei e sette
giorni ad arrivare; e prima ne arriva una scritta dopo,
e il giorno appresso quella scritta avanti... ed è
inutile muovere lagnanze e rimproveri. Non c'è bestia
piú dispettosa dell'impiegato postale. Piú lo rimproveri
e peggio fa. Lo sappiamo tutti per esperienza innanzi
agli sportelli degli uffici postali. Guaj se mostri un
po' di fretta: te lo fanno apposta; cominciano a
gingillarsi col bollo che non prende, con la gomma che
non scorre, col francobollo che non attacca... E bisogna
vedere come ti saltano su insolenti alla minima
osservazione.
IX.
L'estate è finita, quest'anno, a termine di calendario.
Siamo ai primi d'ottobre, e fa freddo, la mattina per
tempo e la sera. Gli alberi dei giardini, gli alberi dei
viali, al sole umido, tendono con timore le foglie, che
ormai sui rami ci stanno e non ci stanno. E han finanche
fastidio degli uccellini, e paura anche, se - prendendo
un po' di calore - s'illudano e, saltando vivaci da un
ramo all'altro, diano l'ultimo crollo a quelle povere
foglie secche, che tengono appena.
- Quest'autunno le foglie non cadono per noi - dice con
aggrondata gravità Marco Leccio a Tiralli.
Molto patito ma pettinatissimo, con la grossa fascia di
lana girata una volta sola per ora attorno al collo,
Tiralli, per tutta risposta, pompa col naso una
sorsatina:
- Quest'autunno, - ripete Marco Leccio, - le foglie non
cadono per noi.
Tiralli, un'altra sorsatina.
- E sóffiati il naso, perdio! - gli grida, seccato,
Marco Leccio.
Quel rumor di naso raffreddato gli dà il fastidio d'una
realtà troppo vicina e affliggente, lí nel silenzio
dello studio, tra le carte stese su le tavole, irte di
bandierine. Un fastidio che impedisce al pensiero
d'astrarsi e concentrarsi.
Tiralli sa che è inutile; ma subito, per ubbidire, si
soffia il naso.
E per la terza volta Marco Leccio ripete:
- Quest'autunno le foglie non cadono per noi...
Se non che, ora che Tiralli non sorsa piú, il seguito
del discorso non viene. Marco Leccio, aggrondato, resta
a meditare. E Tiralli, silenzio impalato, lo punta come
un cane.
C'è? non c'è? Marco Leccio ha l'impressione che ora non
ci sia piú. E a un certo punto scatta:
- Ma di'! ma smuoviti! Lo senti almeno quello che ti sto
dicendo?
- Eh, - fa Tiralli, - come no? le foglie...
quest'autunno, dicevi...
- Non cadono per noi! - sbuffa Marco Leccio, balzando in
piedi; ma grida subito: - Ahi!
E s'afferra una gamba a metà levata, con tutto il volto
contratto dallo spasimo.
- Maledetti loro! maledetti! maledetti!
Tiralli, sentendolo imprecar cosí, trae un gran sospiro
di sollievo. S'aspettava per lui l'imprecazione, a
quella fitta improvvisa della sciatica; ora comprende
per chi cadranno le foglie quest'autunno. E tutto
contento gli domanda:
- Dicevi per i Tedeschi, eh?
- Mi pare! - sghigna Marco Leccio, risedendo con la
gamba ancora tra le mani. - Ci voleva tanto, è vero? Di
farmi gridar cosí... Se lo Zar, caro mio, che ti dicevo?
- Lo Zar...
- Sí, va bene; ma che ha fatto lo Zar?
Tiralli resta perplesso, domanda:
- Quello delle Russie?
- No, quello della Luna! - gli grida Marco Leccio. -
Qual altro Zar c'è? Vuoi che parli di quel nasone
austriaco della Bulgaria? Che stiamo parlando,
d'operette? Dico Nicola II, lo Zar, che ha fatto?
- Ha assunto il comando supremo dei suoi eserciti...
- Benissimo! E perché?
Tiralli, cosí interpellato, comincia a entrar nel
dubbio, che lo Zar abbia assunto il comando supremo dei
suoi eserciti per fare avere una strapazzata a lui che,
appena convalescente d'una malattia per cui è stato a
letto piú giorni, non crede in coscienza di meritarsela.
Risponde:
- Mah... Forse perché non è stato piú contento delle
manovre del generalissimo Granduca...
- Baje! - grida Marco Leccio. - Il Granduca ha manovrato
come un dio! E io ti dico che se la manovra della
ritirata doveva seguitare, il Granduca non sarebbe stato
dispensato dal comando supremo degli eserciti russi.
- E allora? - domanda Tiralli.
- Allora, - risponde Marco Leccio, - io sono una bestia.
Tiralli lo guarda trasecolato. Tutte le illazioni poteva
immaginare dalla premessa delle foglie che quest'autunno
non cadono per noi, tranne questa.
- Sí, - riprende Marco Leccio. - Una bestia. Sono stato
una bestia tutti i giorni che tu sei stato ammalato.
Quante mosche qua, caro mio! Qua, e dentro l'anima mia!
Bestia, bestia, perché non ho capito subito che se lo
Zar assumeva il comando supremo de' suoi eserciti,
questo era segno che di ritirate basta, non se ne doveva
piú parlare; e segno anche che tutti i tradimenti erano
stati scoperti e sventati; i tradimenti che sono stati
finora la...
E qui improvvisamente finisce la
Cronaca
di Marco Leccio e insieme la sua guerra sulla carta. Sú
l'Europa la guerra seguitò a imperversare per circa tre
anni; ma gli Alleati commisero tali e tanti errori, uno
dopo l'altro, che Marco Leccio alla fine, sdegnato,
diede un calcio a tutte quelle carte nel suo studio, e
non volle piú saperne.