Novelle per un anno - Appendice
25. Frammento di cronaca di Marco Leccio e della sua
guerra sulla carta nel tempo della grande guerra europea
*Berecche e la guerra, 1919, già composta probabilmente
nel 1916-1917. Il testo riportato contiene anche quei brani
che andranno a formare la novella Berecche e la guerra.
I.
Il 21 luglio rappresenta per la famiglia Leccio non
l'anniversario soltanto della gloriosa battaglia
garibaldina; non soltanto l'onomastico della figliuola
maggiore; ma la stessa ragion d'essere della famiglia, che
appunto dalla battaglia di Bezzecca ha tratto l'origine.
A diciott'anni Marco Leccio prese parte alla campagna del
Trentino con Defendente Leccio, suo padre, e con un certo
Casimiro Sturzi, suo amico da fratello, coetaneo, orfano di
padre e di madre. Perdette a Bezzecca, nella famosa carica
alla bajonetta, il padre e l'amico. Non ebbe neanche il
tempo di piangerli. All'amico, mentre gli spirava tra le
braccia raccomandandogli la sorella Marianna che restava
sola al mondo, promise che, se fosse scampato alla morte, il
che non era sicuro, date le difficoltà di quella campagna;
ma se fosse scampato, la sorella l'avrebbe sposata lui.
Certo, nel fare questa promessa, non s'aspettava che, appena
quattro giorni dopo, quando già tutto il Trentino era
occupato e Trento stava per cadere, Garibaldi sarebbe stato
costretto a rispondere all'ordine del La Marmora il suo:
Obbedisco.
Non ne parliamo, per carità, perché anche oggi - coi nostri
soldati lí, quasi in vista di Trento - a sentirne parlare,
Marco Leccio, pensando al padre morto, all'amico morto, alle
terribili fatiche durate invano, al suo fiero impeto
repubblicano stroncato da quella parola, si amareggia il
sangue, si guasta il fegato, ruglia ancora come una belva a
cui non è prudente accostarsi.
Quattr'anni dopo, nel 1870, presa Roma, egli manteneva la
promessa fatta in punto di morte all'amico sul campo di
battaglia, e sposava quasi per forza Marianna Sturzi.
Quasi per forza, perché la povera Marianna, ospitata per
carità in casa d'una certa Lanzetti in via del Governo
Vecchio, sua lontana parente, pareva se l'intendesse molto
timidamente con l'unico molto timido figliuolo di costei,
diciannovenne, per nome Agostino.
Il fatto è che ci furono pianti assai, e che se Marco Leccio
non si ebbe un reciso rifiuto, lo dovette allo sbigottimento
da cui furono prese le due donne e il timido giovanotto
davanti alla prepotente e impetuosa sicurezza con cui egli
venne a imporre il suo diritto: il diritto che gli veniva
dalla sacra promessa al fratello morto eroicamente.
- Amore? ma che amore! Sciocchezze! Dovere. Obbligo
sacrosanto, a cui non si poteva mancare. Non aveva lui,
repubblicano, seguito Garibaldi che combatteva in nome del
re d'Italia?
Quando un dovere preciso s'impone, non c'è amore che tenga;
bisogna sacrificargli tutto. Anch'egli sposava contro
voglia, perché non si sentiva adatto al matrimonio. Ma
facile è fare ciò che piace; bisogna fare ciò che è
difficile; obbedire a un dovere anche quando non piaccia.
E non pensò Marco Leccio che l'unico desiderio di Casimiro
Sturzi, nel raccomandargli, morendo, la sorella Marianna,
era che questa non restasse sola e trovasse un sostegno
nella vita; che avendo ella trovato questo sostegno in quel
giovanotto col quale forse sarebbe stata piú lieta, egli
avrebbe potuto sottrarsi alla promessa di sposarla. Non lo
pensò; non volle pensarlo. O piuttosto, non volle accogliere
questo pensiero, perché gli parve suggerito dal suo
tornaconto, un vile accomodamento con la sua coscienza.
Là, sposare!
E sposò. Se la sposa non era adatta a quel genere di
matrimonio, aveva egli tanto impeto in sé e tanto fervore
patriottico, da bastare non solo per la moglie ma anche per
tutti i figliuoli che sarebbero venuti: dieci, quindici,
venti; non li avrebbe contati.
Ne sono venuti otto: cinque maschi, tre femmine, di cui ecco
qua l'elenco per ordine d'età:
1o Giuseppe (Garibaldi), che ha già 44
anni; ma non bisogna parlarne;
2o Bezzecca, 41;
3o Anita, 38;
4o Defendente, 33;
5o Nino (Bixio), 29;
6o Teresita, 24;
7o Canzio, 21;
8o Giacomo (Medici), 18.
- Le donne, - dice Marco Leccio, - non bisogna mia lasciarle
in ozio. Ho fatto fare figli a mia moglie fino a 47 anni.
E soggiunge con orgoglio:
- Giacomino, il mio ultimo, ha un anno meno del primo figlio
di mia figlia Bezzecca. Ho voluto ancora, da nonno, esser
padre, e che mia moglie fosse ancora madre, da nonna.
Non dice quante pene e quali stenti gli sia costato il
mantenerli, l'educarli, con quel suo animo pronto sempre a
sottomettersi al giogo delle piú aspre e dure necessità, sí,
ma d'altra parte ribelle sempre a tutte quelle piccole
transazioni e mortificazioni, a cui deve piegarsi chiunque
alla fine si voglia procacciare un posto sicuro e rispettato
nella vita.
Le lotte politiche, la sua aperta professione di fede
repubblicana, lo sdegno feroce per tutti gli atti della
meschina vita nazionale italiana lungo tanti e tanti anni,
gli hanno fatto perdere tre volte il frutto delle fatiche; è
stato due volte in prigione, una volta al confine; e ogni
volta ha dovuto ricominciare daccapo. Vent'anni d'Agro
romano, nell'appalto fortunato d'una bonifica, ma da cui
alla fine, col corpo debellato dagli acciacchi, è stato
costretto a ritirarsi, gli hanno dato, non certo
l'agiatezza, ma tanto da vivere in riposo, adesso,
modestamente, i suoi ultimi anni, con la moglie e i tre
figliuoli che gli sono rimasti in casa.
Bisogna riconoscere che il matrimonio patriottico non ha
impedito alla signora Marianna d'esser ottima moglie e
ottima madre, come non ha impedito ad Agostino Lanzetti, il
quale poco dopo quel matrimonio per dispiacere si fece prete
e ora si chiama don Agostino, di rimanere buon amico di casa
Leccio, non ostante il contrasto delle opinioni politiche e
non ostante il piú forte dolore che Marco Leccio abbia avuto
nella sua vita e del quale fu autore, per quanto
incosciente, don Agostino appunto: la degenerazione cioè del
suo primo figliuolo, ora cassiere in un negozio d'arredi
sacri in piazza della Minerva.
Si può argomentare da questa professione di cassiere in un
negozio d'arredi sacri in che senso Marco Leccio dica
degenerato il suo primo figliuolo.
Gli aveva imposto al fonte battesimale il nome di Garibaldi:
ora, le rare volte che gli accade di nominarlo, lo chiama,
col volto atteggiato di sdegno e di derisione, San
Giuseppe.
Don Agostino Lanzetti giurò e spergiurò in principio di non
averci messo mano affatto, di non sentirsi per nulla
responsabile dei sentimenti e delle opinioni per cui quel
figliuolo s'è da tanti anni alienato dal padre. Ora però non
giura e non spergiura piú. Non giura e non spergiura piú, da
quando Marco Leccio, per non offendere la moglie, se l'è
chiamato in disparte e gli ha detto a quattr'occhi:
- Don Agostino, sta' zitto! La colpa è tua. Tua, perché mia
moglie, quando concepí quel disgraziato, che fu nel primo
anno del nostro matrimonio, piangeva sempre, e piangeva per
te che t'eri fatto prete. Perciò quel figliuolo lí m'è nato
con la chierica. Hai capito? Sta' zitto.
Fortuna che l'influsso ecclesiastico poté cosí fortemente
soltanto su quel primo nato, e fortuna che vennero poi due
femmine, Bezzecca e Anita, nelle quali a mano a mano
s'attenuò fin quasi a sparire. Il quarto e il quinto figlio,
Defendente e Bixio, diedero anch'essi dolore al suo cuore
repubblicano quando vollero entrare nella regia milizia. Ma
oggi Marco Leccio è lieto e orgoglioso che tanto il primo,
capitano d'artiglieria, quanto il secondo, tenente di
fanteria, siano già al fronte insieme col settimo figliuolo
Canzio, sottotenente di complemento nei granatieri di
Sardegna.
Quanto a Giacomino... Ecco, il 21 luglio, anniversario della
battaglia di Bezzecca...
II.
Tutto pronto, tutto pronto... Camicia rossa e medaglie
commemorative al petto; non per vana pompa, ma per vestire
di giusti panni la sua intenzione d'arruolarsi a
sessantasette anni volontario per una guerra che dev'esser
prosecuzione e compimento di quella del 1866.
Il 21 luglio, anniversario della battaglia di Bezzecca,
Marco Leccio s'era chiuso nello studio, divenuto dai primi
d'agosto dell'anno scorso non un solo campo di battaglia ma
parecchi campi di battaglia; e insieme col vecchio reduce
Tiralli, suo ajutante di campo, o piuttosto, suo umilissimo
attendente, aspettava che Giacomino scendesse a noleggiare
una vettura, non volendo recarsi a piedi, cosí parato, alla
caserma dell'82o fanteria. Non mancava dunque che
questo. L'animo c'era; la volontà c'era. Non è forse tutto
la volontà?
Don Agostino Lanzetti, che con gli anni e i perseveranti
studii latini s'è fatto, a simiglianza del corpo,
sottilissimo lo spirito, e aguzzo come il suo mento, e
arguto come il suo naso, per tranquillare le donne nella
saletta da pranzo, cioè la signora Marianna e la figliuola
Teresita, diceva di no: un no liscio come la sua faccetta di
carruba secca. No, che la volontà non era tutto. Quella di
Dio, sí; ma quella degli uomini... - cammina forse da sola,
la volontà degli uomini? Ha bisogno di due buone gambe, per
camminare.
- E Marco, - diceva state tranquille: cammina col bastone.
La sciatica. Se l'è presa Marco Leccio, a poco piú di
quarant'anni, nella campagna romana. Una di quelle!... ma
una di quelle!...
Ha fatto di tutto per liberarsene. Cure eroiche. Anche la
cauterizzazione. Niente ha valso. E per gli accessi
frequenti, spesso lunghi un mese e piú, la gamba destra gli
s'è un po' raccorciata. Piú d'un po'.
Egli però non vuole riconoscerlo e sostiene che non è vero.
Marco Leccio vuole avere il merito di camminare libero e
spedito, sigaro in bocca, occhio ilare e bastone levato, con
quel tormento che non lo lascia mai. Un dolore sordo,
contundente. Un dolore pazzo che ora gli dà freddo ora caldo
alla gamba. E certi pruriti, e certi formicolii... Niente.
Vuole esser piú forte del suo dolore, a ogni costo.
A nove anni, nel 1857, per imparare a soffrire per la
patria, obbligava i compagni di giuoco a strappargli i
capelli dal capo a uno a uno. Presentava la testa e,
strizzando gli occhi e stringendosi le braccia incrociate
sul petto, ordinava: - Strappate! - Ora, vecchio, con
quel malanno addosso, serra i denti, e là, si costringe, le
notti di tortura, anche al decubito su la coscia affetta,
quando però l'accesso non è di quelli famosi, perché allora
i suoi spasimi sono cosí atroci, che non tollera neppur la
vista d'una mano che accenni a sorvolargli su la gamba.
Urla, come se gliela toccassero. Talvolta, anche solo
traendo il respiro, il respiro gli si cangia in un grido: -
ahi! E quando si riscalda contro qualcuno o per
qualche cosa (il che, per dire la verità, gli avviene
spesso), quantunque egli protesti sempre di voler ragionare,
in mezzo ai ragionamenti, ecco che scatta in un'improvvisa
bestemmia o in una feroce imprecazione, che lascia tutti
sbalorditi, a bocca aperta, perché pare che non c'entri,
quell'imprecazione, e difatti non c'entra: è rivolta al
nervo sciatico, che non vuole di quei riscaldamenti. Non
vuole niente, non vuole, quel maledettissimo nervo!
Perciò Marco Leccio, quand'è piú infuriato, si dà sempre
attorno con le mani a metter ordine nella stanza, a
rassettare i piccoli oggetti sui mobili. Pare strano: una
curiosa incongruenza: ma non è. Istintivamente, mentre il
suo animo è acceso e in subbuglio, fa quei gesti per
placare, per non smuovere la sua sciatica, che vuol calma,
ordine, riposo: procura di darglieli fuori, tutt'intorno,
non potendo dentro di sé. Ma è tignosa, quella porca!
D'improvviso, a tradimento, gli dà una fitta, lo pizzica; e
allora, bum! Marco Leccio scaraventa a terra l'oggettino che
stava per rimettere a posto con tanto garbo in mezzo alle
furie.
- La volontà - soggiungeva quella mattina del 21 luglio don
Agostino Lanzetti alle due donne nella quieta saletta da
pranzo - dico la loro volontà, gli uomini la vogliono
salvare a ogni costo; e quand'essa non sappia stare nei
limiti del possibile, per salvarla, la chiamano velleità. Se
una donna vuole esser uomo, se un vecchio vuole esser
giovane... velleità! Cose ridicole e pietosissime. Vedrete
che Marco ha un bel volere: non potrà; e se non lo vuole
intender lui, gliene daranno intenzione gli altri. State
tranquille.
C'era poi anche Giacomino, che non sapeva risolversi ad
andar per la vettura, non perché a lui come lui non paresse
mill'anni di presentarsi in caserma ad arruolarsi anche lui
volontario; ma perché doveva presentarsi col padre.
È spesso un gran dolore e una grande mortificazione per i
figliuoli il notare che al proprio padre gli altri non dànno
e non possono dare quella stessa realtà ch'essi gli dànno.
Per essi il padre è quale lo amano e lo rispettano, in casa,
in famiglia, per tutta quella parte della loro vita, che
resta legata e sottomessa all'affetto paterno, all'autorità
paterna. Ma fuori, nelle relazioni con gli altri, è ben
triste l'impressione dei figli nel vedere il padre staccarsi
dalla loro realtà per entrare in quella che gli altri gli
daranno. Avvertono subito qual'è, quest'altra realtà, e ne
soffrono. Il padre non se n'accorge e guarda gli occhi del
figlio e nota che questi l'ha come lasciato solo,
abbandonato; che gli sta accanto in atteggiamento penoso e
sospeso. Perché? Che avviene? Non si sente piú sicuro di sé,
sente che gli manca un appoggio, l'appoggio solito della
propria realtà nel suo figliuolo. - Ma come? Che è?
- Niente, papà... sorride afflitto il figliuolo. E se lo
vorrebbe portar via subito, per non tenerlo cosí esposto
alla ridicola realtà, che ha assunto per gli altri, il suo
papà che è vecchio e non sa che oggi non si pensa piú cosí,
non si va piú a spasso vestiti cosí, con quel cappello di
quella foggia, per esempio, e piú cosí non si parla e piú
cosí non si ride, e via di seguito. Ma come si fa a dire al
padre di queste cose?
Giacomino fremeva, quella mattina, si sentiva torcer le
viscere, solo pensando all'aria, all'impostatura con cui il
padre si sarebbe presentato in caserma alla commissione
d'arruolamento, parato a quel modo; alle parole che avrebbe
rivolto alla commissione, senza intendere che oggi l'offerta
di sé doveva esser fatta con modestia e serietà.
Non che Giacomino, badiamo, credesse che nell'intenzione del
padre non fosse seria l'offerta della sua vita. Sapeva bene
chi era suo padre e in che conto la teneva, la vita e le
cose sue piú care, non già di fronte a un debito d'onore, ma
anche per un puntiglio da nulla, come tante volte aveva
dimostrato. Ma il modo! la maniera! Tutto quello che il
padre diceva, da undici mesi, della guerra europea là nello
studio col reduce Tiralli, curvo ora su questa ora su quella
carta geografica, irta di bandierine, dei vani fronti della
guerra; stese su tante tavole sorrette dai cavalletti, Dio
liberi se si fosse messo a ripeterlo lí davanti alla
commissione!
Sudava freddo, Giacomino, solo a pensarci. Don Agostino
Lanzetti lo spinse ad andare per la vettura.
- Va', va', figliuolo; non lo fare aspettar troppo. Sai bene
com'è... Per ora, di là con Tiralli si distrae parlando
della guerra, ma se poi s'accorge che s'è fatto tardi, son
guaj!
Giacomino andò e, purtroppo, di lí a poco, tutto quello che
aveva immaginato di dover soffrire, lo soffrí davvero nella
caserma dell' 82o fanteria.
III.
La commissione era composta da un tenente colonnello, da un
maggiore relatore, da un capitano medico e da un capitano
contabile, nella sala della sanità.
Marco Leccio si presentò fieramente accigliato, a denti
stretti, le mascelle contratte e le nari divaricate, da cui
l'ansito cacciava come due cannonate di fumo. Ma non per
l'emozione patriottica, né per darsi un'aria, come credette
Giacomino. Per ben altro! Smontando dalla vettura innanzi al
portone della caserma, Marco Leccio aveva avvertito la fitta
ben nota alla piegatura della natica, e ora faceva sforzi
erculei perché non paresse nulla, andando innanzi alla
Commissione.
Furono tre i supplizii di Giacomino. Primo, quando il
tenente colonnello credette di porgere un bel saluto al
veterano garibaldino che veniva a offrirsi volontario; e il
padre, commosso, con una mano sul petto, prese a dire:
- Questa guerra, signor colonnello, avremmo dovuto
combatterla soltanto noi! Noi. Perché è la guerra nostra.
Quella che ci costrinsero a troncare nel bel meglio, il
1866! L'onta, il ribrezzo di piú che trent'anni per
un'alleanza odiosa col nemico nostro, fomentati dallo
sdegno, dall'orrore delle atrocità commesse dai nostri
alleati di jeri, signor colonnello, hanno dovuto rodere il
freno d'una disumana pazienza. E ora che questo freno
finalmente s'è rotto, ora che il ribrezzo, l'odio soffocati
per trenta e piú anni prorompono e s'avventano, ecco, ecco
come ci ritroviamo noi, signor colonnello: noi, quanti siamo
di questa sciagurata generazione nostra, a cui, dopo
Bezzecca, è toccata l'onta della pazienza e l'ignominia di
una alleanza col nemico irreconciliabile. Vecchi ci
troviamo, quasi finiti, e dobbiamo mandare avanti i nostri
figli, nei quali forse il ribrezzo non freme e l'odio non
ribolle come in noi! Ma noi, no, signor colonnello! noi,
cosí vecchi come siamo, dobbiamo esser messi avanti a tutti!
come avanti a me, a Bezzecca, fu messo mio padre! I figli ci
debbono veder cadere, noi vecchi, perché cosí l'odio, il
furore della vendetta divampi in loro uguale al nostro e
uguagli quelle forze che a noi vecchi mancano! Ho già tre
figli al campo e vengo a portare quest'ultimo. Vogliamo
essere soldati semplici, signor colonnello, tanto io che mio
figlio. Ho anche due nipoti lassú alla frontiera: un
sacerdote, caporale di sanità, figlio del mio figliuolo
maggiore; e il figlio di mia figlia, ufficiale di
complemento. Mi piacerebbe, signor colonnello, d'andare
fantaccino sotto il comando di questo mio nipote!
Fortuna che il tenente colonnello e gli altri della
commissione, dapprima un po' storditi, accolsero approvando
con un sorriso simpatico quella mezza concione.
Il secondo supplizio di Giacomino fu all'esame delle carte,
quando il maggiore relatore nella fedina del padre trovò
segnate le tre condanne politiche.
- Cancellate! son già cancellate, signor Maggiore! - esclamò
con fiera dignità Marco Leccio. - Le cancello io col solo
fatto che mi presento qui, ora, volontario. Mi furono
inflitte, perché non ho saputo mai acquietarmi a quell'onta
di cui le ho parlato poc'anzi, e tre volte mi sono ribellato
coi miei compagni di fede repubblicana. Ora che in Italia
non c'è piú partiti, ora che l'Italia fa il suo dovere,
queste condanne cadono da per sé, son cancellate.
L'ultimo supplizio piú grave di tutti, fu alla visita
medica.
Quanto a lui, Giacomino, bel figliolone roseo con tanto di
spalle, non c'era da discutere: subito accettato,
bersagliere ciclista volontario. Ma quando si venne alla
visita del padre...
Si vedevano, santo Dio, le vestigia della cauterizzazione lí
su la coscia, i segni delle suppurazioni dei tanti
vescicanti che vi aveva applicati con la pomata epispastica,
e i segni delle ventose e delle mignatte. Nossignori!
Assicurare e sostenere che non era niente; che poteva
marciare, anche a giornate; che soltanto qualche volta, in
principio, provava una tal quale difficoltà a muoversi, ma
che poi, subito, i movimenti gli si scioglievano, gli si
facevano liberi, agili come se nulla fosse. - Che, la gamba?
raccorciata? ma che raccorciata! no! dove? normalissima!
Se non che, a un certo punto, come il capitano medico
accennò appena appena di toccargliela, istintivamente ebbe
come un imbevimento e fece per ritirarsi, sussultando.
Soffriva da mezz'ora, lí, in piedi, spasimi d'inferno!
Il tenente colonnello, bravissimo uomo, ammirato, commosso e
pur sorridente dell'ingenuità di quella generosa
dissimulazione, non ostante che cosí chiari lí su la coscia
apparissero i segni del male, si provò a fargli intendere
che la commissione era dispostissima ad accoglierlo, perché
in genere, senza stare a sofisticare, si largheggiava
nell'accoglimento dei veterani per il prestigio del loro
aspetto e del loro passato. Gli avrebbe fatto dunque
indossare, senza dubbio, la divisa. Ma inviarlo al fronte,
in coscienza, non poteva. Poteva renderlo utile, utilissimo,
facendogli prestar servizio nella maggiorità, ecc. Piú di
questo non poteva.
Marco Leccio non ebbe scatti, non proruppe, propriamente;
anzi non s'offese neppure; non poté tuttavia nascondere un
certo sdegno alla proposta: non tanto per la proposta in sé,
quanto in relazione a ciò che egli invece si proponeva di
fare.
- Vestire per comparsa, no, signor colonnello! Maggiorità
vuol dire... scrivano? star qui a scrivere su la carta?
Carta per carta, signor colonnello, ce le ho tutte a casa,
le carte della guerra. La farò a casa la guerra su la carta.
Cosí, Giacomino rimase, e lui se ne tornò solo in vettura,
aggrondato, sconfitto, con tale cupezza di misantropia
scolpita nel volto, che non poteva dipendere dalla sola
disperazione di quel disinganno.
Difatti, non dipendeva da questo soltanto. In fondo, egli
non si era ingannato; lo aveva previsto. Gli sarebbe certo
piaciuto andare a morir bene lassú; ma non per questo
soltanto aveva fatto quel tentativo di arruolamento quasi
disperato. La coscienza delle sue condizioni fisiche
gliel'avrebbe forse sconsigliato. Un'altra ragione lo aveva
spinto, che non voleva dare a vedere nemmeno a se stesso:
- Giacomino.
Dirgli di no, opporsi al proposito che questo suo ultimo
prediletto figliuolo gli aveva manifestato, di andarsi ad
arruolare volontario per seguire i tre fratelli, non poteva,
non doveva; per tutto il suo passato, per l'educazione che
gli aveva data, non poteva, non doveva. Ma staccarsi dal
figlio, da questo suo ultimo figlio che, solo, gli aveva
fatto sentire quello che forse gli altri tutti insieme non
gli avevano fatto ancora sentire, la tenerezza paterna, fino
al punto di credersi capace di qualunque viltà solo al
pensiero di un rischio ch'egli potesse correre; staccarsi da
questo figlio non sapeva neppure. E perciò solo aveva
tentato.
Ora, non soffriva per altro. A chi non lo sapeva (e non lo
sapeva nessuno) poteva parer ridicola tutta quella
disperazione per non esser stato arruolato volontario a 67
anni.
IV.
Solo un'anima grossolana non è capace d'avvertire il
disgusto che deve provare un magnifico divano di panciuta
gravità, una soffice poltrona con la frangia lunga fino ai
piedi, se sul tavolinetto lí davanti un cameriere venga a
posare sbadatamente o per accorrer presto alla chiamata del
padrone, una cuccuma affumicata di cucina, o se la cameriera
si scordi su la testata di quel divano o sul bracciuolo di
quella poltrona lo spolveraccio sporco o il piumino
spennacchiato.
Hanno i mobili anch'essi una sensibilità che vuol essere
rispettata.
Lo studio di Marco Leccio, per questo riguardo, non è stato
offeso affatto dalla sua trasformazione, fin dal principio
della grande guerra europea, in piú campi di battaglia. Vi
era già da un pezzo predisposto e anzi per un buon tratto
avviato.
Di studio, propriamente, non aveva mai avuto che una modesta
scansia di libri, tutti per altro d'argomento storico e
guerresco, sul risorgimento italiano e su le congiure delle
società segrete. C'era poi una scrivania impiallacciata,
all'antica, di quelle col palchetto a casellario davanti,
per la corrispondenza. Accanto a questa scrivania, uno
scaffaletto coi vecchi registri d'amministrazione della
tenuta dell'Agro romano, di cui, come s'è visto, il guadagno
piú cospicuo per Marco Leccio è stata la sciatica. Poi, le
quattro pareti attorno erano coperte di stampe anch'esse
guerresche: la battaglia di Calatafimi, la spedizione di
Sapri, San Fermo, Aspromonte, la partenza da Quarto, la
morte d'Anita; e di ritratti: quello di Mazzini e di
Garibaldi, non c'è bisogno di dirlo, di Nino Bixio e di
Stefano Canzio e di Menotti, di Felice Orsini e di Guglielmo
Oberdan. Per giunta, nella parete di fronte, a mo' di
panoplia o di trofeo, ricordo della campagna del Trentino,
Marco Leccio aveva appeso il suo vecchio schioppettone
d'ordinanza incrociato con lo sciabolone d'ufficiale di
Defendente Leccio suo padre. Sopra, il motto di Garibaldi in
grosse lettere: Fate le aquile; in mezzo, il suo
berretto di garibaldino e una fascetta di velluto - rosso
s'intende - ov'erano affisse le medaglie. Piú sotto, in
cornice, una lettera scritta da lui il 19 luglio 1866 dal
forte d'Ampola a un amico di Roma, con un ritaglio della
bandiera austriaca presa in quel forte.
Non potevano dunque restare offesi tutti quei libri di
storia del risorgimento e quei ritratti e quelle stampe
guerresche e quelle sciabole e quello schioppettone da una
prima grande carta geografica, teatro della guerra sul
fronte occidentale, fissata su una tavola da ingegnere
sorretta da cavalletti; poi da una seconda carta non meno
grande, teatro della guerra sul fronte orientale, su
un'altra tavola sorretta anch'essa da cavalletti; poi, da
una terza, piú piccola, della Balcania fino all'Asia Minore;
e ora infine dalle due ultime, della guerra nostra: la carta
del Trentino e l'altra della Venezia Giulia.
Sú ciascuna di queste carte pende dal soffitto, filo e
padellina, una lampada elettrica. Cinque lampade elettriche,
di sera tutte accese, che fanno un bel vedere.
Marco Leccio, discutendo i varii disegni strategici dei
Tedeschi o degli Alleati, i progressi, le ritirate, gli
assedii alle fortezze, le resistenze dei campi trincerati, o
col suo ajutante di campo il reduce Tiralli o anche con don
Agostino Lanzetti, passa fulmineamente da un teatro di
guerra all'altro e vuole che le sue indicazioni, le sue
tracce, le sue mosse si vedano e seguano chiaramente. Di
queste lampadine, quattro sono bianche, una azzurra.
L'azzurra pende sul teatro di guerra del Trentino, che non è
propriamente una carta delle solite, ma una plastica in
rilievo di cartapesta colorata, coi suoi laghi e i fiumi, i
monti e le vallate, i ghiacciaj, le fortezze, i valichi,
borghi, città e in somma ogni cosa, che pare di poterci
vivere in mezzo e andare e sentire il freddo di quei
ghiacciaj, l'ombra e la frescura di quelle vallate, uno che
già ci sia stato e conosca i luoghi come Marco Leccio: Salò
sul Garda, i valichi della Val Sabbia, il lago d'Idro, Storo
alle Giudicarie, Val Trompia e Val Camonica, Rocca d'Anfo,
le valli del Chiese e del Ledro con Ampola, e valle Conzei...
Spegne Marco Leccio le altre quattro lampadine e lascia
accesa qua quest'ultima azzurra, che vi spanda dall'alto un
lume di sera, un blando lume di luna che conservi e accresca
l'illusione della realtà a quel rilievo colorato. E non è
già che quel lago di Garda e quelle valli e quei monti siano
cosí piccoli perché finti, di cartapesta colorata: no; cosí
piccoli sono perché egli li guarda da lontano lontano. Li ha
lí davanti, sotto gli occhi? Sí, è vero. Ma lontano, nel
ricordo, è il giorno da cui li guarda. E questa lontananza,
che è di tempo, ha pur l'effetto, ecco, di fargli veder
piccoli quei noti luoghi veri.
Vi passa sú nottate intere, con occhi sognanti, sapendo che
lí, su le piú alte cime, nei passi piú difficili, in mezzo
alla neve, sui ghiacciaj, tra le rocce, si combatte anche di
notte, a respingere gli assalti insidiosi del nemico, a
guadagnare altri passi, altre cime; e che su una di queste
cime piú contese c'è suo figlio, capitano d'artiglieria,
quello che porta il nome di suo padre. Che farà a quest'ora?
Serbare in petto l'ardore della fede nel gelo delle alte
montagne, gelo che morde e avvilisce, e in mezzo al
nevischio pungente, alla nebbia ch'esilia nell'angoscia di
una tetraggine attonita e spaventevole, in mezzo alle bufere
di neve, in quelle solitudini della natura cosí enormi, che
la compagnia di pochi uomini non basta a confortare, è ben
duro! Si vendicano i monti dei piccoli uomini che osano
violare lassú la loro pace eterna. E son essi, i monti, i
piú formidabili nemici. Forse a quest'ora suo figlio, dalla
ridotta scavata dietro a una profonda trincea, è impegnato
in un duello notturno d'artiglierie. Da un momento
all'altro, chi sa! i suoi pezzi possono essere individuati,
e allora... una granata...
Si tira indietro, Marco Leccio, e para le mani e contrae il
volto per lo spasimo, come se arrivasse a lui in quel punto
la granata. Poi serra gli occhi e si sforza di distrarre
l'animo dall'immagine del suo figliuolo in pericolo,
richiamando gli antichi ricordi della campagna garibaldina
lassú. E tutti i ricordi a poco a poco gli si rifanno vita,
gli ridanno le ansie, i fremiti, gli affanni, le gioje, i
dolori, le rabbie d'allora. Ansa, sbuffa, sbarra gli occhi o
li aggrotta, arriccia il naso, s'ilara in volto tutt'a un
tratto con la bocca schiusa a un sorriso beato, e una
lagrima gli sgocciola lenta da un occhio. Perché? Ma per
niente! È entrato, di sera, in una casa di campagna in val
di Ledro. Il focolare monumentale è in mezzo alla stanza
rustica, sotto la cappa, che è come una tramoggia enorme
capovolta, tutta affumicata dentro. Il vento geme continuo
dalla gola nera del camino, dalla quale pende una catena, al
cui gancio è sospeso un calderotto fumante. Attorno, nelle
nicchie sotto la cappa, stan seduti i contadini della casa,
che parlano gravi in quella voce continua del vento
tenebroso... Ebbene, piange per questo? No: è quell'angoscia
di rimpianto che, a chi passa precario per un luogo, dà la
stabile vita degli altri in quel luogo, una vita intraveduta
e assaporata per un momento, cosí intensamente, che tutta
l'anima per sempre se ne impregna e nel ricordo può tornare
a viverla, a riassaporarla, a chiudersi in essa, come se
fuori piú non ci fossero le tante vicende di prima e di poi,
le incertezze e le difficoltà del cammino, i desiderii, i
pensieri che non hanno requie!
Non capisce nulla di tutto questo il reduce Tiralli; e Marco
Leccio se ne sdegna e lo bistratta spesso, perché da lui, al
meno, vorrebbe essere compreso e ajutato nell'illusione che
in un certo modo, lí nello studio, su tutte quelle carte,
stiano combattendo sul serio anche loro.
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V.
Il povero Tiralli, per dire la verità, è troppo
impensierito della sua miseria. Miseria assoluta e
tuttavia non semplice, perché complicata dalla sua
qualità di reduce delle patrie battaglie, la quale
gl'impone una certa dignità che, quanto piú la
considera, tanto piú lo intontisce.
Non mangia tutti i giorni il reduce Tiralli, ma tutti i
giorni si pettina bene i molti capelli lanosi, che per
grazia di Dio gli sono rimasti; tutti i giorni
s'industria a lungo a far la barba con un mozzicone di
candela al suo colletto inamidato, ai suoi polsini
ingialliti e sfilacciati. Se porta sempre al petto le
medaglie, non è per vanagloria, ma per distrarre
l'attenzione dei passanti dalle sue scarpe e dal suo
vestito, e poi perché non passa giorno che non faccia
servizio d'accompagnamento funebre.
Li ha accompagnati tutti a uno a uno i suoi commilitoni
piú vecchi e anche piú giovani di lui. Si può essere
sicuri che in ogni portone di casa ove un reduce è
morto, accanto al tavolino su cui si raccolgono le firme
dei visitatori, c'è lui, Tiralli, con le medaglie al
petto, che piange molto dignitosamente.
Finito l'accompagnamento, resta con certi occhi, cammina
con certi passi, parla con certa voce, come se fosse
sempre dietro a un carro mortuario.
Marco Leccio lo soccorre come può e spesso lo trattiene
a tavola con lui, e cerca in tutti i modi di scuoterlo
da quel funebre intontimento. Ma lo scuote troppo, e lo
imbalordisce di piú. Urli, strilli... E poi pretende da
lui, là sui campi di battaglia dello studio, certi
servizi di spostamenti di bandierine, che al povero
reduce Tiralli riescono quasi sempre male, debole com'è
di vista e con le mani troppo tremolanti.
- Ma come? ma che hai fatto? Ma questa è La Haute
Chervauchée! E che c'entra La Haute Chervauchée? Mi ci
pianti la bandiera francese? Ma dove? ma quando? Non
vuoi capirlo che i francesi non si muovono? Presa?
quando? che presa! ci avranno mandato sí o no qualche
cannonata!
Ha sudato piú camicie, di questi giorni, con un gran
tremore in corpo per paura di sbagliare, il povero
Tiralli, correndo con le bandierine tedesche e
austriache appresso alla ritirata russa, prima dai
Carpazi, poi dalla Galizia, ora dalla Polonia!
Fosse una ritirata a precipizio, a rotta di collo, tale
da non dover tenere piú conto di nulla! Ma che! Una
ritirata, che bisogna stare con tanto d'occhi aperti a
seguirla; una ritirata di cui Marco Leccio decanta la
miracolosa sapienza cosí fervorosamente, che guaj se tra
le sue dita tremicchianti una bandierina tedesca o
austriaca corre troppo e s'appunta su un luogo difeso
ancora strenuamente dalle retroguardie russe. Due giorni
prima della caduta, ha appuntato per isbaglio su Kowno
una bandierina tedesca. Per miracolo Marco Leccio non se
l'è mangiato.
- Ah mi prendi già Kowno, pezzo d'animale? Togli via
subito codesta bandierina! Kowno resiste e resisterà
ancora per un pezzo, te lo dico io!
Ora che Kowno è caduta, Tiralli potrebbe fargli
osservare che infine il suo sbaglio è stato di poco. Non
ha detto nulla. Ha riappuntato la bandierina. Marco
Leccio, vedendola, ha muggito:
- Non ti pareva l'ora, di' la verità! Ma ce l'abbiamo
ancora da vedere, sai? con codesto tuo signor Hindenburg,
grande stratega delle tenaglie dei miei stivali!
La strategia, non soltanto tedesca veramente, ma in
genere tutta quanta la strategia scientifica moderna ha
provocato e seguita a provocare in Marco Leccio uno
sdegno che non potrebbe essere maggiore.
È che qualcuno ha avuto la cattiva ispirazione di
toccare un tasto, che non avrebbe dovuto esser toccato,
conversando con lui. Gli hanno detto che a petto di
questa guerra tutte le altre combattute finora
dall'umanità, non parliamo delle battaglie garibaldine,
ma anche le piú famose battaglie napoleoniche, diventano
cose da ridere. Ma sí, via, solo a considerare, per
esempio, che tutti quanti i combattimenti degli eserciti
regolari e dei volontarii nel periodo del nostro
risorgimento, sommati insieme, non diedero di morti e
feriti quanto in questa guerra ne dànno certe scaramucce
giornaliere, di cui i bollettini degli stati maggiori
neppure tengono conto.
Questo hanno avuto il coraggio di dire a lui, Marco
Leccio, in principio della guerra. Non riesce ancora a
calmarsi, a scordarselo, e se la piglia col povero
Tiralli, come se gliel'avesse detto lui, come se
veramente il povero Tiralli fosse un accanito difensore
della strategia moderna.
- Ah sí? ah sí? - sghigna di tratto in tratto. - Pochi
morti, eh? pochi feriti?
Poi lo investe:
- E i tanti morti d'oggi, i tanti feriti d'oggi, a
milioni, chi li ha fatti, donde provengono e che
concludono? Bestie che non riflettete nulla! Non vedi
che sono l'effetto di questa macchina stupida e
mostruosa della tua strategia moderna, che mangia vite,
strazia carni, e non conclude nulla? Sai dirmi che
conclude, che ha concluso finora?
Tiralli, muto, impalato, con un sopracciglio sú, l'altro
giú, lo guarda nell'atteggiamento d'un cane fedele,
rimproverato a torto dal padrone.
- Quello che conclude sempre, - seguita Marco Leccio, -
anche oggi, sempre, non vedi che è invece l'arma antica,
l'arma gloriosa, l'arma nostra garibaldina, la bajonetta?
Te ne dànno la prova, ogni giorno, su l'Isonzo, sul
Carso, i bersaglieri nostri! E questi tuoi macchinosi
tedeschi, carogne che si fanno forti dei ripari
preparati e costruiti dalla tua famosa scienza
strategica, appena la vedono, la bajonetta, l'arma vera,
che ha bisogno di coraggio e non di scienza, tremano,
perdio, alzano le braccia e invocano pietà!
Cosí dicendo, gli va incontro, proteso, con occhi
feroci, le braccia contratte, i pugni alzati, serrati,
come armati di bajonetta, per farlo tremare davvero; ma
poiché Tiralli non trema e resta muto e approva
gravemente col capo, egli s'allontana esclamando con
scherno:
- La strategia, imbecilli! L'arte di far durare un
secolo una battaglia, che prima con l'impeto dei soldati
e il genio dei capitani si risolveva in quattro e
quattr'otto, in una giornata al piú! Gli studii tecnici,
il materiale bellico, si dice cosí? bellico, già! obici,
«bi-bo», v'empite la bocca, mortaj da 305 e 420, fucili
a tiro rapido, mitragliatrici, dirigibili, aeroplani,
granate a mano, «shrapnells», gas asfissianti, bombe
incendiarie, trattori meccanici, tanks, trincee scavate
a macchina, blindate, mine terrestri, fogate,
reticolati, fili di ferro, cavalli di frisia, bocche di
lupo, projettori, razzi e bombe illuminanti, «bom-pim-pam»,
pare la girandola, e la guerra dov'è? nessuno la vede!
Prima gli uomini combattevano in piedi, come Dio li
aveva messi! Nossignori, adesso, non basta in ginocchio,
pancia a terra, come le serpi e rintanati, chi sappia
resistervi; noi, no, i nostri no, per la Madonna!
balzano in piedi, irrompono, si avventano a petto,
bajonetta in canna, «Savoja!» Questo ci vuole! Altro che
i tuoi meccanici e i tuoi farmacisti! La strategia... la
chimica... Vorrei sapere in che consiste, se non in un
mostruoso e vigliacco ingombro, per far perdere invano
tempo e vite umane! Metter sú macchine, impedimenti,
ripari per trovare poi il modo di buttarli giú; e non
valeva tanto, allora, non metterli sú, se alla fine
quello che veramente decide è il petto dell'uomo che
balza sú dalle macerie di quegli ingombri vigliacchi e
corre all'assalto? Te lo dico io perché serve tutta
questa scienza: serve per non farla, la guerra! serve
per minacciare in tempo di pace, per incutere spavento a
chi vuol farla; ma quando poi la guerra è dichiarata,
ecco qua, a che serve, lo vedi? a non farla finir mai.
Interviene a questo punto, zitto, zitto, come un'ombra,
don Agostino Lanzetti, dalla sala da pranzo. Sta ad
ascoltare le ultime parole e approva piú volte in
silenzio col capo; poi dice:
- Sí, caro, proprio a non farla finir mai. E sta' pur
certo Marco, che questa non è guerra che si risolve
militarmente.
- Ah no? - urla Marco Leccio.
- No, - dice fermo don Agostino. - E soggiunge: - Sai
che si racconta degli antichi Goti?
Marco Leccio lo guarda in cagnesco.
- Potresti finirla con codeste tue eterne storielle...
Non ho tempo d'ascoltarle!
- Sono i padri antichi dei Tedeschi d'oggi, - risponde
placido e col suo solito risolino arguto il Lanzetti. -
È una storiella che ti può giovare. Si dice, dunque, che
gli antichi Goti avevano il saggio costume di discutere
due volte ogni impresa da tentare: una prima volta,
ubriachi, e la seconda volta a digiuno. Ubriachi, perché
ai loro consigli non mancasse ardimento; a digiuno,
perché non mancasse prudenza. Ora è chiaro che i
Tedeschi moderni hanno perduto questo saggio costume dei
loro padri. Discussero e deliberarono la loro impresa,
soltanto da ubriachi. Speriamo che possano presto, a
digiuno, ritornare su la loro prima deliberazione. Ma ci
vorrà ancora, purtroppo, assai tempo, non t'illudere!
Assai tempo...
- Già! - rugge Marco Leccio - assai tempo! Ma sai
perché?
S'interrompe; accenna di mordersi le mani; grida tra i
denti, storcendo innanzi al volto le dita:
- Non posso parlare! non posso parlare! Ma altro che il
digiuno dei Tedeschi ci vorrebbe a finire questa guerra!
Ci vorrebbe, perdio, che tutti facessero come noi! Ecco
che mi è scappata! Guarda che ci vorrebbe...
Salta a quel trofeo della parete; cava dallo
schioppettone d'ordinanza la bajonetta lunga come uno
spiedo di girarrosto e fa l'atto di cacciarla nella
pancia a Tiralli.
- Va' a dirlo a Joffre, va' a dirlo a French, va' a
dirlo a Cadorna! questa ci vorrebbe!
VI.
Che la strategia moderna abbia ridotto l'ufficio del
duce supremo d'una guerra non molto dissimile da quello
a cui Marco Leccio attende con tenace costanza da circa
tredici mesi: studio indefesso lí su le carte dei punti,
delle linee, delle posizioni, è per Marco Leccio in
fondo una assai magra consolazione.
Fa il duce supremo, lo stratega, lí nello studio,
davanti a Tiralli che lo segue e l'ajuta con funebre
obbedienza; ma grazie! perché non può far altro...
Certo, se una mossa prevista da lui in questo o in quel
teatro della guerra, dati quei punti strategici e quelle
linee e quelle posizioni, s'effettua proprio come lui
l'ha prevista, se ne compiace; guarda con occhi lustri
ridenti e tutto il volto abbagliato di soddisfazione
Tiralli, appena ne arriva la notizia nei bollettini
degli stati maggiori, non badando piú nemmeno se la
mossa indovinata sia in favore dei Tedeschi e a danno
degli Alleati, perché veramente l'arte, di qualunque
genere sia, è il regno del sentimento disinteressato,
ragion per cui spesso diventa la funzione piú crudele
che si possa immaginare, come può darne esempio un
medico che si compiaccia della giustezza di una sua
prognosi letale anche se questa prognosi l'abbia fatta
su se stesso e voglia dire:
- Benone, caro: tu sei morto.
Ma non è questo! non vorrebbe far questo Marco Leccio!
Gl'importa assai che i duci supremi oggi combattano le
guerre, come lui, su la carta! Che duce supremo del
corno! Soldato, soldato raso, come il suo Giacomino
partito jeri per il fronte, ecco quello che avrebbe
voluto esser lui. E non ha potuto!
Jeri, alla stazione, poco prima che il treno partisse,
mentre il suo figliuolo dal finestrino della vettura lo
guardava, lo guardava come se avesse voluto lasciargli
impressi, confitti nell'anima quegli occhi lucidi e
intensi di commozione contenuta, ebbe la tentazione di
saltare su quel treno, confondersi, nascondersi tra i
soldati, e partire anche lui.
Lo morse la vergogna d'esser poi sorpreso e tirato giú
per un orecchio dal treno, come un ragazzino.
Piú forte, piú rabbiosamente lo morse poi il cordoglio,
quando allo sportello d'una vettura piú là vide un altro
volontario in divisa di fantaccino, vecchio, piú vecchio
di lui, con la barba bianca e le antiche medaglie sul
petto, che agitava le braccia e rispondeva esultante ai
saluti, agli augurii, agli applausi.
Non poté reggere a questo spettacolo; dovette andar via,
via prima che il treno partisse col suo Giacomino che lo
salutava, chi sa, forse per l'ultima volta!
- Me lo sai dire - domanda ora, col volto atteggiato piú
di nausea che di sdegno, a Tiralli che gli sta davanti,
nello studio, quasi su l'attenti, come se stesse ad
ascoltare uno dei tanti elogi funebri, che sono per lui
quel che la messa quotidiana è pei divoti, - me lo sai
dire come pensi di morire tu?
Tiralli, con gli occhi bassi, un sopracciglio piú sú,
l'altro piú giú, non risponde.
- Rispondi! - gli grida Marco Leccio.
E Tiralli si stringe nelle spalle, sporge un po' le
labbra, fa un gesto appena appena con la mano.
- Morire? Mah... Come Dio vorrà...
Veramente lui, Tiralli, non ci ha ancora pensato.
Marco Leccio riprende:
- Quanti giorni ci restano ancora da vivere, a me e a
te?
Tiralli ripete quel vago gesto della mano; ma aggrotta
pure un po' le ciglia, come per il dubbio che il suo
generale pretenda da lui sul serio, su un argomento come
questo, una risposta categorica e precisa.
- Altri quattro giorni! - gli grida sul naso Marco
Leccio..
E Tiralli allora s'affretta a dir di sí, di sí, piú
volte, col capo..
- Quattro giorni, già...
- Ma la chiami vita, questa? - incalza Marco Leccio. -
Non ti vergogni? Che stai a far lí, ancora in piedi?
Tiralli, stordito, si guarda attorno in cerca di una
sedia per mettersi a sedere.
- No! - gli urla Marco Leccio. - Io dico, ancora in
vita! Da quant'anni te la vivi codesta tua agonia? Ti ci
sei indurito, incadaverito; e non ti vergogni leggendo
ogni sera sui giornali quanti giovani muojono a
vent'anni, lassú, e quanti vecchi a sessanta, a
settanta, fino a settantasei anni partono volontarii,
dalla Sicilia, dalle Calabrie, dagli Abruzzi, dalla
Romagna, dalla Lombardia, e vanno a combattere al
fronte, semplici soldati? La faccia, qua, qua, non te la
senti mangiare dalla vergogna? Hai visto jeri quel
vecchio sul treno? Doveva averne settanta, per lo meno,
e partiva! Pensa, pensa come va a morire quel vecchio, e
pensa come morrai tu! Sporcheremo il letto, io e tu; e
quello invece morrà in piedi! Io e tu, sul letto, tu col
rantolo e io con la tosse; e quello con un grido in
gola: - Viva l'Italia, figliuoli! Avanti sempre!
- Capisci? Come Lavezzari! La morte del leone!
Sull'alba, l'assalto: tutta la linea, un balzo e
s'avventa alla bajonetta: Savoja! Innanzi a
tutti, lui, Lavezzari, che ha giurato di morire lassú!
Corre, giunge fino all'ultima trincea nemica! ritto in
piedi lassú, si sbottona la giubba e mostra la sua
camicia rossa per morire cosí, da garibaldino! Tu
capisci? «A settantasei anni - avrà pensato -
quest'assalto, questa carica alla bajonetta ho potuto
ancora farla; ma un'altra, domani? chi sa se le forze
m'assisteranno piú! E dunque, ora, qua, basta: ecco il
petto, ecco la mia divisa vera, qua, tirate qua su la
mia camicia rossa: voglio morire cosí!» - Ed è morto. Tu
sporcherai il letto, io sporcherò il letto, e intanto
stiamo qua a giocare come due ragazzini scimuniti con le
carte e le bandierine! Puah!
VII.
Non ha finito di commemorare cosí la morte del vecchio
leone Lavezzari, che un grido, seguito dal pianto di tre
donne, gli giunge dall'attigua saletta da pranzo, e
subito dopo l'uscio dello studio è aperto e su la soglia
si mostra pallido e costernato don Agostino Lanzetti.
- Defendente? - grida allora Marco Leccio, con gli occhi
sbarrati e levando le mani quasi a parare una sventura.
- Nino? Canzio?
Dice di no, tre volte, col capo e con le mani, subito,
don Agostino. Poi soggiunge piano, socchiudendo
dolorosamente gli occhi:
- Marchetto...
- Marchetto? Come! - esclama Marco Leccio, aggrottando
fieramente le ciglia. - Mio nipote? Era della sanità! Ma
come? Hanno sparato sulla Croce rossa? Quando? Morto?
- Mentre raccoglieva i feriti... - mormora don Agostino.
- Morto?
- Ha avuto appena il tempo di scrivere al padre e alla
madre. Come un santo, è morto...
E dicendo cosí, don Agostino piange.
- Canaglie! Assassini! Briganti! - rugge Marco Leccio,
levando le pugna serrate su la faccia di Tiralli rimasto
impalato a quell'annunzio di morte. - Capisci? Sparano
sui feriti e su chi li raccoglie! sparano sugli
ospedali! si fanno riparo dei morti! Assassini!
briganti!
Poi, rivolto al Lanzetti:
- Quando è arrivata la notizia?
- Oggi, questa mattina, - risponde don Agostino. - Ma ci
ha messo sei giorni la letterina ad arrivare, ed era
unita alla comunicazione del comando e a un'altra
lettera di condoglianza del capitano medico dell'ospedaletto
da campo, in cui il povero Marchetto prestava servizio.
E bisogna sentire che ne dice questo capitano! La
dolcezza, una divina serenità nel coraggio,
l'abnegazione; e com'ha parlato prima di rendere l'anima
a Dio! Anche di te ha parlato... ci sono nella letterina
anche i suoi ultimi saluti per te. «Ditelo al nonno, ha
scritto, che sono morto bene...»
Marco Leccio, per quanti sforzi faccia a trattenersi,
rompe in due singhiozzi quasi rabbiosi.
- Aspetta, soggiunge subito don Agostino. - Dice cosí:
«L'abito che indossavo, egli non volle credere che fosse
anch'esso milizia, ed ebbe a sdegno che con quest'abito
io portassi il suo nome. Sono sicuro che ora non lo
crederà piú...».
Sono entrate nello studio, piangenti, la madre con le
due figliuole, pronte tutte e tre per recarsi alla casa
di quel figlio, che Marco Leccio ha rinnegato da tanti
anni. Credono tutti che si debba penar molto e molta
arte di persuasione adoperare per indurre il padre alla
riconciliazione col figliuolo maggiore, in una
congiuntura come questa. Marco Leccio, con gli occhi
chiusi per trattenere le lagrime e la commozione, scosta
tutti, invece, e dice senz'altro:
- Sí, sí... andiamo, andiamo... povero Marchetto,
figliuolo mio... Andiamo...
Col cappello in capo, innanzi alla porta, appoggiato al
braccio di Tiralli, leva però il bastone e soggiunge con
tono minaccioso:
- Lo fece partire senza mandarlo qui a salutarmi! Quando
lo vestí prete, sí, me lo mandò, per farmelo
strapazzare, povero figliuolo mio! Vestito da soldato,
prima di partire per il campo, quando io lo avrei
baciato e benedetto, no, non volle piú farmelo vedere!
Ma non fa nulla, non fa nulla: vado lo stesso...
Andiamo.
Ancora prima d'arrivare al portoncino della casa in via
Cestari, si sentono i pianti e gli strilli delle donne,
cioè della madre e delle tre sorelle dell'ucciso.
Parecchi curiosi sono raccolti innanzi al portoncino e
dicono che il padre è come impazzito, e maledice tutti e
grida contro il re, contro l'Italia, contro la guerra
vituperii.
Don Agostino Lanzetti si fa avanti a tutti. Prima di
cominciare a salire la scala, si volta a Marco Leccio e
con gli occhi e con le mani gli raccomanda di tenersi
calmo e di compatire, per pietà; egli entrerà per primo
e cercherà di placarlo. Con l'ajuto delle donne lo
predisporrà ad accogliere la visita del padre. Stieno
tutti indietro, ad aspettare un po' qua sul pianerottolo
della scala, sotto l'ultima rampa.
- Sí, sí... - gli dicono, e con la mano gli fanno cenno
d'andare.
Don Agostino sale gli ultimi gradini; bussa; entra. Ma
poco dopo, i pianti, gli strilli, si fanno piú violenti,
fra un gran tramestio, come per una colluttazione.
Improvvisamente, la porta si spalanca, e, spettorato,
strappato, trattenuto da tante braccia, furibondo, fa
per scagliarsi contro i parenti, lui, Giuseppe Leccio,
urlando:
- Assassini! Assassini! Via! Via di qua o vi ammazzo!
Assassini di mio figlio! Via di qua!
La madre, le due sorelle, sbigottite, lo chiamano per
nome, con gesti supplicanti; si provano a salire qualche
scalino. Sú, don Agostino riesce a strappare indietro, a
scostare dalla porta l'arrabbiato; lo fa sedere su la
panca della saletta; gl'indica il grande crocefisso a
una parete, che dà a quella saletta l'aria di una
sagrestia; e, a furia d'esortazioni e di buone parole,
riesce alla fine ad ammansirlo, a farlo piangere.
Le donne sono entrate; Marco Leccio è rimasto con
Tiralli sul pianerottolo. Poco dopo, la nuora si sporge
dalla porta e lo invita a salire; ma il figlio, appena
lo vede, balza in piedi, scontraffatto di nuovo dal
furore; lo mira con gli occhi sbarrati, atroci, e si
mette ad arrangolare orribilmente, levando le mani
artigliate.
Marco Leccio si ferma a guardarlo austeramente e gli
dice:
- Pensa che sono padre anch'io. Quattro tuoi fratelli
sono lassú. L'ultimo è partito jeri.
- Al macello! Al macello! - grida il figlio, lasciandosi
piegare dalle braccia che lo trattengono, a sedere di
nuovo, e si copre il volto con le mani.
Marco Leccio riprende:
- Può toccare a me, domani, di ricevere la stessa
notizia che oggi hai ricevuta tu; e poi un'altra! e poi
un'altra! e poi un'altra!
Per tutta risposta, il figlio scopre la faccia e gli
grida:
- Io la maledico, la patria!
Marco Leccio fa un violento sforzo su se stesso per
contenersi, poi dice:
- Ero venuto qua per piangere con te; ma non cosí come
piangi tu! Sono lagrime d'odio, di rabbia, le tue. Pensa
che codeste lagrime neanche a tuo figlio possono essere
accette! Tu lo chiudi nel tuo dolore soltanto e in
codesto tuo odio per la patria; ma pensa che per la
patria è morto tuo figlio, e che tu lo escludi,
piangendolo cosí, dal pianto degli altri, dal mio, che
egli stesso ha voluto. Se tu non vuoi, addio!
Lascia lí le tre donne col genero e col Lanzetti, e se
ne torna a casa, commosso, a braccio del fido Tiralli.
Strascinando la gamba malata, che per l'improvviso
riscaldamento s'è rimessa a dolergli, pensa, per via,
che questa è veramente una santa guerra, se possono
morirvi cosí, benedicendola, un leone come il vecchio
romagnolo Lavezzati e un povero agnellino come quel suo
piccolo nipote Marchetto.
VIII.
Da una settimana, tra i parecchi campi di battaglia che
ingombrano lo studio, Marco Leccio è solo.
Il povero Tiralli s'è ammalato, non propriamente perché
Marco Leccio gli ha gridato in faccia la vergogna di
seguitare a vivere la sua agonia mentre tanti dei loro
vecchi commilitoni vanno a trovar la morte su le stesse
tracce per cui da giovani la cercarono lassú, contro lo
stesso nemico e per lo stesso scopo d'allora; ma perché
- vecchi - un filo d'aria, un subitaneo abbassarsi della
temperatura, e ci s'ammala.
È piovuto tanto in questo primo anno della grande
guerra!
I fisici han sentenziato che l'aria - non pare - ma è un
corpo, un corpo sensibile anch'essa, e che i troppi
spari, la furia delle troppe cannonate han potuto
commuoverla. Le donnette del popolo, piú poetiche nella
loro ignoranza, han creduto invece a un gran pianto del
cielo per la sciaugurata follía degli uomini.
Il fatto è che, per le troppe piogge, sbalzi di
temperatura se n'è avuti assai, e il povero Tiralli, non
solo s'è bagnato piú volte da capo a piedi, ma non ha
potuto dar la solita provvista di sole alle sue ossa,
impalandosi - cariatide del dignitoso monumento della
sua miseria - per ore e ore in qualche canto di via.
Marco Leccio è molto seccato. Ce l'ha specialmente con
una mosca maledetta che viene ostinatamente a posarsi su
la carta plastica del Trentino, mentre lui, Dio sa con
quanta pena, rimandando l'anima indietro indietro nel
tempo, si crea l'illusione della lontananza, di cui ha
bisogno per veder innanzi a sé quella carta come una
realtà viva. Eccola là, maledetta! viene all'improvviso
a rompergli quella illusione, mettendosi come niente a
passeggiare sú per le vette di quelle montagne, sú per
quei laghi e per quelle vallate, qua e là lasciando
certi puntini neri, che possono scambiarsi per fortezze
o borgate.
Centomila volte l'ha cacciata, e centomila volte quella
porca mosca tignosa, bavarese, tirolese, eccola lí
daccapo!
Ma non è la mosca soltanto. O meglio, sí, è la mosca, ma
non quella soltanto che nei declinanti soli di settembre
s'appiccica e si diverte a non dar piú requie alle mani,
alla fronte degli uomini, ma anche quell'altra,
quell'eterna mosca che in ogni tempo si diverte a
rompere dentro l'anima degli uomini ogni illusione.
Da mesi e mesi, ormai, ogni sera, leggendo i giornali,
Marco Leccio si fa l'illusione che finalmente, presto,
gli alleati torneranno con impeto alla riscossa. I
Russi, che già avevano sbaragliato gli Austriaci e
occupato la Galizia fin quasi a Cracovia (santo Dio, fin
quasi a Cracovia!) e poi, superando i Carpazi, già
scendevano sui campi ricchi di messi dell'Ungheria; i
Russi, che sú avevano invaso anche la Prussia orientale,
costretti ora a ritirarsi da per tutto, a cedere
Varsavia, tutta la Polonia con la linea delle fortezze,
la Curlandia fin quasi a Riga; i Russi arresteranno
finalmente domani questa colossale invasione dei tre
gruppi d'eserciti austro-tedeschi. E i Francesi, i
Francesi che dopo la levata leonina della battaglia
della Marna, da undici mesi se ne stanno fermi come a
casa loro nelle trincee, quasi che abbiano giurato di
volerci fare i vermi lí, finalmente domani ripiglieranno
l'offensiva, romperanno il fronte tedesco ad Arras,
obbligheranno il Kaiser a richiamare in gran furia gli
eserciti del fronte orientale. E gl'Inglesi, coi loro
ottocentomila uomini ammassati presso Calais,
irromperanno finalmente domani nel Belgio per
cominciarne la liberazione; e intanto, laggiú a
Gallipoli, coi nuovi sbarchi nella baja di Suvla, col
concorso della spedizione italiana, che a quest'ora sarà
senza dubbio salpata da Taranto, forzeranno alla fine i
Dardanelli e prenderanno Costantinopoli.
Ogni sera, tutte queste illusioni. La sera appresso,
sissignori, per ognuna, una mosca. In ogni bollettino
degli stati maggiori, per ogni illusione, una mosca. La
ritirata russa continua, e «sciò» una prima volta; i
Francesi non si muovono, e «sciò» una seconda volta;
gl'Inglesi non si muovono, e «sciò» una terza; a
Gallipoli il nuovo tentativo di aggiramento è ancora una
volta fallito, e «sciò, sciò, sciò...» Ma lo Zar ha
assunto il comando supremo de' suoi eserciti: eh, questo
fatto qualche cosa vorrà dire! E il generale Joffre è
venuto sul fronte italiano per abboccarsi con Cadorna;
anche quest'altro fatto vorrà dire qualche cosa. Ed è
certo che i Turchi non hanno piú carbone e sono a corto
di munizioni...
Cosí le illusioni rinascono per le nuove mosche di
domani sera.
Ma intanto Marco Leccio si ritrova solo ogni notte a far
impeto per tutti gli Alleati, nei suoi sogni violenti.
Sogna violenze terribili e inaudite ogni notte: dei
Russi che contrattaccano a Grodno e spezzano gli
eserciti di Hindenburg, ammazzando settantamila uomini,
facendone prigionieri altri settantamila con lo stesso
Hindenburg a cui un cosacco gigantesco dà piú volte in
faccia il suo scudiscio dentato; o degli Inglesi che
alla fine si avventano sull'Yser e spazzano a raffica in
un batter d'occhio tutti i Tedeschi dal Belgio; mentre i
Francesi sfondano anch'essi il fronte avversario, e,
superato il Reno, via a Berlino! gl'Italiani, per
Malborghetto, via a Vienna! E le due capitali, rase al
suolo!
Ansa, geme, ruglia, arrangola nel sogno, con un braccio
proteso a pugno chiuso su le terga della povera signora
Marianna, che a un tratto, sentendosi quasi respinta dal
pacifico letto coniugale, si sveglia spaventata, e
udendolo gemere e ansare a quel modo, grida;
- Marco! Marco! Dio, ti risenti male? La gamba?
- Il corno! - borbotta Marco Leccio, nell'ansito che lo
soffoca, balzando a sedere sul letto. - Stavo a finir la
guerra cosí bene!...
E ora, a ripigliare il sonno ti voglio!
Dacché Giacomino è partito, l'ansia per i figliuoli
sparsi sui tre fronti della guerra gli è cresciuta e non
gli lascia piú un momento di requie.
Accende la lampadina elettrica; trae dal cassetto del
comodino l'ultima lettera nella quale Giacomino, sette
giorni fa, gli annunziava che la mattina appresso
sarebbe partito per la linea di fuoco; si stropiccia gli
occhi, poiché gli occhi dei vecchi diventano acquosi la
notte e allevano cispe, e si mette a rileggere, a
rileggere, aggrondato, quella lettera.
Come scrive bene Giacomino! Quanta poesia in questa
lettera scritta dal campo alla vigilia della partenza
per gli avamposti!
«Tutto l'accampamento tace.
è notte
alta. Sto nella mia tenda seduto sulla branda, il
calamajo sulla coperta, e scrivo sulla gamba sinistra.
La fucileria crepita lontano tra le cannonate. Ho acceso
una sigaretta alla candela appoggiata all'alzo del mio
fucile. La candela è ancora abbastanza lunga e io la
farò consumare scrivendoti. Tanto, è l'ultima notte che
mi serve. Domattina alle tre e mezzo noi nuovi arrivati
andremo su un'altura che domina tutte le posizioni; un
capitano di stato maggiore ce le indicherà a una a una e
ci spiegherà le azioni che vi si sono svolte, quelle che
vi si svolgono, quelle che vi svolgeremo noi.
Svolgere... un tema, una volta...
Posata sul fucile vicino alla candela è
un'elegantissima farfalla bianca, con le ali spiegate e
le antenne ritte.
è
immobile da tanto tempo.
Sento il lamento dei grossi proiettili che ci passano
sulla testa per portare la morte lontano.
è uno
strano angoscioso sibilo. Chi sa voi che fate
ora... Dev'essere da poco passata la mezzanotte.
L'orologetto da polso non cammina piú da alcuni giorni.
L'aria di questi luoghi gli avrà fatto male.
La sigaretta è finita e ho cambiato posizione: scrivo
sul ginocchio destro e bevo un sorso di caffè.
La farfalletta bianca è sempre lí ferma che si scalda
le ali. O forse è morta? Io non la tocco.
Le posizioni che andremo a occupare sono difficili.
Andremo dalla parte del piano, a far guerra di notte.
Io sono puro e forte e vibro nel silenzio della notte
col ritmo calmo del mio cuore buono, ben provato. Non
dormirò, forse. Vedo un mio compagno che nella tenda
accanto si rilegge a una a una tutte le lettere
ricevute.
Fra quattro ore sarà chiuso un quadro di questa
scena. Arrivederci, miei cari; dormite. Ho un'altra
sigaretta in bocca. Buona notte, dormite. Nella vigilia
di una marcia verso l'oscuro, io mi sento tranquillo se
porto il pensiero fra voi.
La farfallina bianca si è destata; spengo la candela
per la sua vita, buona notte di nuovo, e tutti i miei
baci.»
In sette giorni l'avrà riletta settanta volte, questa
lettera, Marco Leccio. Ogni volta s'è sentito stringere
la gola da un'angoscia cupa e urgere le lagrime agli
occhi, pensando all'anima di questo suo adorato
figliuolo, alta come la notte che gli stava sul capo
nello scrivere queste parole, e pura come quella
farfallina bianca posata sul suo fucile.
Da sette giorni, piú nessuna nuova! Eppure è certo che
in questi sette giorni Giacomino avrà scritto, perché
prima di partire glielo promise, che avrebbe mandato
ogni giorno notizie di sé. Tranne... Ma no! Maledizione!
gli torna sempre in mente, sempre, questo tristo
pensiero... Rivede Giacomino come dal treno lo guardava,
lo guardava quasi volesse lasciargli impressi, confitti
nell'anima, quegli occhi lucidi e intensi di commozione
contenuta: e stringe le pugna e sbuffa e smania.
- La colpa sarà della Posta... - gli mormora accanto la
moglie, che indovina il perché di quegli sbuffi e di
quelle smanie.
Ella prega di nascosto, in silenzio. Non fa altro, da
tre mesi. Tre rosarî al giorno, di quindici poste; e un
quarto, ora, da che Giacomino è partito. Pare sia sempre
stordita e non capisca ciò che le si dice; ma non è
vero: è che prega, prega, ed è tanto assorta nella
preghiera, che spesso non sente ciò che le si dice. Per
Giacomino prega, ma piú forse per gli altri tre
figliuoli che le sembrano un po' trascurati dal padre.
- Già, sí... forse... - borbotta Marco Leccio. - È il
lamento di tutti, questo maledetto disservizio postale!
Lettere che non arrivano o che mettono sei e sette
giorni ad arrivare; e prima ne arriva una scritta dopo,
e il giorno appresso quella scritta avanti... ed è
inutile muovere lagnanze e rimproveri. Non c'è bestia
piú dispettosa dell'impiegato postale. Piú lo rimproveri
e peggio fa. Lo sappiamo tutti per esperienza innanzi
agli sportelli degli uffici postali. Guaj se mostri un
po' di fretta: te lo fanno apposta; cominciano a
gingillarsi col bollo che non prende, con la gomma che
non scorre, col francobollo che non attacca... E bisogna
vedere come ti saltano su insolenti alla minima
osservazione.
IX.
L'estate è finita, quest'anno, a termine di calendario.
Siamo ai primi d'ottobre, e fa freddo, la mattina per
tempo e la sera. Gli alberi dei giardini, gli alberi dei
viali, al sole umido, tendono con timore le foglie, che
ormai sui rami ci stanno e non ci stanno. E han finanche
fastidio degli uccellini, e paura anche, se - prendendo
un po' di calore - s'illudano e, saltando vivaci da un
ramo all'altro, diano l'ultimo crollo a quelle povere
foglie secche, che tengono appena.
- Quest'autunno le foglie non cadono per noi - dice con
aggrondata gravità Marco Leccio a Tiralli.
Molto patito ma pettinatissimo, con la grossa fascia di
lana girata una volta sola per ora attorno al collo,
Tiralli, per tutta risposta, pompa col naso una
sorsatina:
- Quest'autunno, - ripete Marco Leccio, - le foglie non
cadono per noi.
Tiralli, un'altra sorsatina.
- E sóffiati il naso, perdio! - gli grida, seccato,
Marco Leccio.
Quel rumor di naso raffreddato gli dà il fastidio d'una
realtà troppo vicina e affliggente, lí nel silenzio
dello studio, tra le carte stese su le tavole, irte di
bandierine. Un fastidio che impedisce al pensiero
d'astrarsi e concentrarsi.
Tiralli sa che è inutile; ma subito, per ubbidire, si
soffia il naso.
E per la terza volta Marco Leccio ripete:
- Quest'autunno le foglie non cadono per noi...
Se non che, ora che Tiralli non sorsa piú, il seguito
del discorso non viene. Marco Leccio, aggrondato, resta
a meditare. E Tiralli, silenzio impalato, lo punta come
un cane.
C'è? non c'è? Marco Leccio ha l'impressione che ora non
ci sia piú. E a un certo punto scatta:
- Ma di'! ma smuoviti! Lo senti almeno quello che ti sto
dicendo?
- Eh, - fa Tiralli, - come no? le foglie...
quest'autunno, dicevi...
- Non cadono per noi! - sbuffa Marco Leccio, balzando in
piedi; ma grida subito: - Ahi!
E s'afferra una gamba a metà levata, con tutto il volto
contratto dallo spasimo.
- Maledetti loro! maledetti! maledetti!
Tiralli, sentendolo imprecar cosí, trae un gran sospiro
di sollievo. S'aspettava per lui l'imprecazione, a
quella fitta improvvisa della sciatica; ora comprende
per chi cadranno le foglie quest'autunno. E tutto
contento gli domanda:
- Dicevi per i Tedeschi, eh?
- Mi pare! - sghigna Marco Leccio, risedendo con la
gamba ancora tra le mani. - Ci voleva tanto, è vero? Di
farmi gridar cosí... Se lo Zar, caro mio, che ti dicevo?
- Lo Zar...
- Sí, va bene; ma che ha fatto lo Zar?
Tiralli resta perplesso, domanda:
- Quello delle Russie?
- No, quello della Luna! - gli grida Marco Leccio. -
Qual altro Zar c'è? Vuoi che parli di quel nasone
austriaco della Bulgaria? Che stiamo parlando,
d'operette? Dico Nicola II, lo Zar, che ha fatto?
- Ha assunto il comando supremo dei suoi eserciti...
- Benissimo! E perché?
Tiralli, cosí interpellato, comincia a entrar nel
dubbio, che lo Zar abbia assunto il comando supremo dei
suoi eserciti per fare avere una strapazzata a lui che,
appena convalescente d'una malattia per cui è stato a
letto piú giorni, non crede in coscienza di meritarsela.
Risponde: