Novelle per un anno - Appendice
24. I due giganti
L’Illustrazione Italiana, 4 giugno 1916
Un antico muro scrostato - ma sí, lo vedo bene. E forse fu
rosso cent'anni fa. Sferzato dalle pioggie alte invernali,
argine ai polveroni turbinosi di tramontana, s'è fatto
terroso, con appena una velatura sporca, tra le crepe, di
quell'antica mano di rosso. E dove le vestigia slavate e
ingiallite dell'intonaco sussistono, i luridi monelli del
viale hanno schizzato a punta di sasso o col carbone
segnacci osceni, motti sconci, sgorbii di cani, di serve e
di carabinieri. Ma sorveglia piú giú il barbuto guardiano
gallonato, dalla mattina alla sera con le spalle appoggiate
alla cancellata, mangiandosi i sozzi mustacchi strinati al
passaggio d'ogni solitario signore ben vestito.
È il muro di cinta dell'ultimo lembo superstite d'un
magnifico parco patrizio, ricco un tempo di pini e di
cipressi. Seguiva prima, ininterrotto, quasi tutto il lato
destro del lungo e vasto viale, dalla porta della città fino
in fondo, per circa un miglio. Ora son case e vie ove il
parco dominava selvaggio e maestoso: dadi di casette
bianche, quasi di giuoco infantile, vialetti rassettati e
piazzalini sterrati puliti, su cui incombe di tratto in
tratto, come a schiacciarli, qua il tronco poderoso d'un
pino dall'immensa cupola intramata di neri bronchi, di cielo
chiaro e di fosco verde; là, isolato, escluso nell'azzurro,
un notturno cipresso centenario, alla cui punta pare
s'impiglino le nuvole. Rimasti l'uno e l'altro staccati,
come in esilio, guardano da lontano con tristezza al folto
dei compagni piú giú, nel lembo superstite, cinto da
quest'antico muro.
Ebbene, fu qua che i due giganti m'apparvero, un a notte di
quest'inverno. Qua, nel punto del muro propriamente ove quel
pino sorge come un grande O accanto a quel cipresso dritto
come un grande I, che alti la notte nel cielo stellato
possono, oh beati!, scrivere un IO in due.
*
Una notte di quest'inverno. Ma per parlare della
maravigliosa vita di questi due giganti bisogna rimontare a
un'epoca favolosa, remotissima, quando l'ultima primavera
brillò con tutte le sue foglie dagli alberi di questo viale.
Lo scorso maggio? Sette, otto mesi fa?
Sí. A contare il tempo ad anni, a mesi, a giorni, non piú di
otto mesi fa. Ma io pensavo - scusate - che quando una cosa
è accaduta, jeri, un minuto fa, non accadrà mai piú; e che
il minuto che segna una fine possiamo contarlo da quelli che
seguono; dire: cinque, dieci, venti minuti fa; poi,
assommandosi e facendosi troppi, non li contiamo piú, e
diciamo jeri, diciamo l'altro jeri; poi, una settimana, un
mese, due mesi fa; e poi, se era la fine d'una piccola cosa,
non ci pensiamo piú, ed eccola svanita quella piccola cosa,
una vita, un oggetto che c'era caro, nel vuoto
dell'eternità.
Otto mesi, dal giorno che queste foglie ora sparse qua per
terra lungo il muro, secche accartocciate sfrante,
spuntarono verdi e brillarono fresche dai rami alti degli
alberi di questo viale, in un azzurro che non è piú, che non
sarà mai piú; otto mesi, credete, son pure un'epoca
favolosa, remotissima.
E chi vi dice poi, che riavranno un'altra primavera tutti
quanti gli alberi di questo viale? Ciò che loro sanno, ciò
che sa quell'ultimo cimignolo lí in vetta in vetta, del
mistero della terra profonda, ove s'aggrappano cieche le
loro radici, né io né voi sappiamo. Son note a loro, forse,
quelle oscure necessità della vita e della morte, che a noi
il falso lume dell'intelligenza non fa vedere. Forse il lume
vero è dove è bujo per noi, in queste necessità che ci
restano oscure, nelle quali le cose, la pianta e la pietra,
vivono assorte e immemori.
Del resto, che sapete voi di ciò che poteva essere accaduto
nel mio spirito in quella notte d'inverno, per cui l'ultima
primavera gli appariva come un'epoca favolosa, remotissima?
Che sapete voi donde io tornassi quella notte, e quale
combattimento avessi sostenuto con me stesso per ricacciare
indietro il tempo che mi si voleva far presente e vivo con
una sua tentatrice immagine di primavera?
*
A lungo, a lungo due giovanili occhi intenti da un viso
chiaro, di rosea freschezza, tra un vivido lampeggio festoso
di specchi, di lumi, di gemme, m'avevano fissato con una
pena che ardeva di cangiarsi subito in gioja, se per poco i
duri miei occhi che li fuggivano si fossero arrestati a dir
sí.
Volevano esser fascino, quegli occhi; furono stupore triste
in prima per me; poi cupo sdegno.
Inizio pagina
Nel primo stupore i miei occhi avevano voluto
allontanare di almeno trent'anni, di almeno trent'anni
da me quell'immagine di giovinezza, per indurla
pietosamente a riconoscersi cosí da lontano, come in uno
specchio, con quei suoi occhi intenti, nel mio vero
aspetto - vecchia. Vecchia, sí, come di qui a trent'anni
si sarebbe ella stessa veduta in un ritratto che
l'avesse rappresentata a sé con l'immagine d'ora;
vecchia come quando, nel mirar questo ritratto, avrebbe
potuto dire:
- Oh, guarda! Ero cosí...
- Vecchia cosí tu sei ora per me, immagine di
giovinezza, - dicevano i miei occhi nel loro stupor
triste a quegli occhi che s'ostinavano a fissarmi
intenti.
E dicevano anche:
- Ti vedo lontana lontana... Sí, con codesti occhi
stessi. E il tuo piedino, ricordi? premeva sul mio
piede. Non ti risuonano flevoli con angosciosa dolcezza
le note di quelle musiche lontane, nell'affollato
passeggio delle balsamiche sere estive, al mare, con
tutte quelle lampade e i guizzi fuggevoli dei cocchi
signorili, l'odore delle alghe che viene dalle banchine,
la fragranza inebriante dei gelsomini e delle zàgare che
viene dai giardini? Se tu ti alzi, io lo so, il tuo
piedino zoppica un poco... Ma com'è, dimmi, che sei
ancora cosí fresca? Ti dài certo il belletto su le
guance, cara, e ti ritingi i capelli... Non vedi che i
miei su le tempie sono già bianchi?
S'ostinavano a dir no, quegli occhi, che non era vero.
M'invitavano a respirare da presso la fragrante
freschezza dei capelli e delle carni, e dicevano ch'io
farneticavo a immaginare che uno dei piedini di lei
zoppicasse. Dove? Quando? O che era forse il diavolo?
Perché non andavo a invitarla a danzare? Avrei subito
veduto che i suoi piedini, altro che zoppicare!
volavano, reggendo su le elastiche punte tutta la
leggiadra persona come una piuma.
- Trent'anni fa...
- No, qua, ora, - dicevano quegli occhi; insistevano: -
Ora, ora! - con cupida intensità.
- Ora? Ma che dici? Tu sei pazza; o tu vuoi riderti di
me. Via! via! Non di trent'anni solamente, ma d'un
incommensurabile tempo, tu e queste luci di festa e
quanti ti girano attorno mi siete lontani.
- Lontani? Ma io sono qua! Ora, sí, ora... Non vedi?
Perché non vieni? Non ti son piú lontana d'otto o dieci
passi...
- No, cara, sempre, anche se venissi ad abbracciarti,
resterebbe in me quest'infinita lontananza da cui ora ti
guardo! Posso, come niente, spogliarti di codesta veste
verde di seta che t'inguaina, e vederti uscir nuda da
una corteccia di querce, ninfa di bosco, alla luna che
t'invoglia insieme con le tue ninfe compagne a una danza
coi satiri procaci. Questo rumor di festa, che nei tuoi
occhi s'è incantato in un silenzio di sogno tentatore, è
per me il frusciare di quel bosco favoloso, dove tu sei
ninfa ignuda con prolissi capelli di viola. Anche tu,
cosí incantata nel silenzio, non sei piú qua, ora. Che
vedi? Me, giovine? In un tempo immemorabile, cara.
Giovine io fui in quell'epoca favolosa che tu eri ninfa
di bosco; e fui allora gigante di tale prodigiosa
statura, che mi bastava alzare appena una mano per
prendere in cielo la falce della luna a falciare le
selve sempre rinascenti dei miei sogni misteriosi.
Credi, credi pure che un tuo piedino, cara, zoppica un
poco, da quando quel rovo maligno te lo punse nel bosco.
Io lo so.
*
Fuori, la tramontana, urlando come per spasimi ignoti e
spaventevoli dello spazio tenebroso, aveva spento tutti
i fanali di questo lungo e vasto viale, a cui io
m'affacciai quasi impaurito, varcata la scura porta
solenne della città ancora tutta illuminata, sebbene
deserta.
Era adesso nella tenebra un silenzio e un gelo, un
silenzio che dopo il sogno mi parve la fine di tutte le
cose, un gelo che dava alle apparenze superstiti di
esse, come s'intravedevano appena, spettrali, a un vano
raro barlume ch'era quasi un brulichio della tenebra
stessa, un disperato irremovibile avvilimento.
Discernevo in quel barlume il nero groviglio dei rami e
del frondame secco di tutti questi alberi in lunghissima
fila, e orribilmente in quel silenzio gelato sentivo
scricchiolare sotto i piedi le foglie accartocciate.
Quand'ecco, in quella tenebra, in quel silenzio, in quel
gelo, rovente, squillante fiammeggiò a incendiare tutta
la notte, rosso e nuovo, quest'antico muro di cinta,
come del riverbero d'una prodigiosa aurora, e su esso
cosí tutto fiammeggiante i due giganti maravigliosi
apparvero e mossero tra lo stupore immoto degli alberi e
delle case i loro terribili gesti.
Restai atterrito a mirarli da lontano, dalla profondità
gelida della mia notte.
Neri, enormi, in quella fiamma prodigiosa, scrollavano a
ogni minimo gesto tutta la notte, come se dalla tenebra
volessero ricreare il mondo, ridargli forze, abolendo il
tempo, una sempiterna giovinezza e davvero la falce
della luna e le selve dei misteriosi sogni da falciare.
E via, via le città dalla faccia della terra, vile
ingombro da mandar con un calcio per aria, rotolío di
minuscoli mondi grotteschi, con cieli di tegole e travi
e lumini da notte per stelle; e restituire gli uomini
all'altezza dei cieli veri e delle montagne e dei
boschi; all'ampiezza dei mari senza piú gusci di navi;
restituirli alla loro statura di giganti, da prendere in
cielo, sollevando appena un braccio, la falce della
luna; da scavalcar con un passo le montagne; da
traversare a piedi a livello della cintola i mari; e
tentare, tentar di nuovo la scalata dei cieli; poggiare
su un'altra piú degna stella e far con un calcio
rotolare negli abissi degli spazii infiniti questa vile
pallottola della terra.
Ecco, alzava il piede possente uno dei giganti; l'altro
levava fino al cielo le braccia in attesa del crollo
della terra, quando tutt'a un tratto la fiamma
prodigiosa mancò.
Ma sí, lo so bene, due luridi straccioni del viale
tendevano un piede e le mani al focherello che si
spegneva d'un mucchietto di foglie secche raccolte
presso quest'antico muro di cinta, il quale - ma sí! - è
tutto crepe, lo vedo, e con appena una velatura sporca
della sua antica mano di rosso. Anche però il vostro
volto, s'io vedo bene, è tutto crepe e solchi di rughe,
e anche i vostri capelli hanno appena appena un vestigio
del loro primo color biondo d'oro; e vorrei pregarvi di
ricordare, se non sono importuno, che cosa vi sembrava
codesta miserabile vecchia mezzo gobba che ancora vi
strascinate accanto e tutto il mondo e la vostra stessa
persona, quando vi ardevano dentro in belle flammate
illusioni, speranze e desiderii.