Novelle per un anno - Appendice
23. Colloquii coi personaggi
Colloquii coi personaggi - I
Giornale di Sicilia, 17-18 agosto 1915
Avevo affisso alla porta del mio studio un cartellino con
questo
AVVISO
Sospese da oggi le udienze a tutti i personaggi, uomini e
donne, d'ogni ceto, d'ogni età, d'ogni professione, che
hanno fatto domanda e presentato titoli per essere ammessi
in qualche romanzo o novella.
N.B. Domande e titoli sono a disposizione di quei signori
personaggi che, non vergognandosi d'esporre in un momento
come questo la miseria dei loro casi particolari, vorranno
rivolgersi ad altri scrittori, se pure ne troveranno.
Mi toccò la mattina appresso di sostenere un'aspra
discussione con uno dei piú petulanti, che da circa un anno
mi s'era attaccato alle costole per persuadermi a trarre da
lui e dalle sue avventure argomento per un romanzo che
sarebbe riuscito - a suo credere - un capolavoro.
Lo trovai, quella mattina, innanzi alla porta dello studio,
che s'ajutava con gli occhiali e in punta di piedi - piccolo
e mezzo cieco com' era - a decifrare l'avviso.
In qualità di personaggio, cioè di creatura chiusa nella sua
realtà ideale, fuori delle transitorie contingenze del
tempo, egli non aveva l'obbligo, lo so, di conoscere in
quale orrendo e miserando scompiglio si trovasse in quei
giorni l'Europa. S'era perciò arrestato alle parole
dell'avviso: «in un momento come questo», e
pretendeva da me una spiegazione.
Erano ancora i giorni di torbida agonia che precedettero la
dichiarazione della nostra guerra all'Austria, ed entravo di
furia nello studio con un fascio di giornali, ansioso di
leggere le ultime notizie. Mi si parò davanti:
- Scusi... permette?
- Non permetto un corno! - gli gridai. - Mi si levi dai
piedi! Ha letto l'avviso?
- Sissignore, appunto per questo... Se mi volesse
spiegare...
- Non ho nulla da spiegarle! Non ho piú tempo da perdere con
lei! Via! Vuole le sue carte, i suoi documenti? Venga,
entri, prenda e se ne vada!
- Sissignore... ecco, ma se volesse dirmi almeno che cosa è
accaduto?...
Sperando di farlo schizzar per aria, polvere, come per una
cannonata a bruciapelo, gli urlai in faccia:
- La guerra!
Rimase lí impassibile, come se non gli avessi detto nulla.
- La guerra? Che guerra?
Me lo tolsi davanti con uno strappo violento; entrai nello
studio, sbattendogli la porta in faccia; e, buttandomi sul
divano, corsi con gli occhi alle ultime notizie dei
giornali, se finalmente la dichiarazione di guerra era
avvenuta, se gli ambasciatori d'Austria e di Germania erano
partiti da Roma, se c'erano già i primi fatti d'armi per
mare o alla frontiera. Nulla! ancora nulla! E fremevo.
- Ma come? ma come? - dicevo. - Che s'aspetta? E che
aspettano ancora questi signori ambasciatori, dopo le sedute
solenni della Camera e del Senato e il delirio di tutto un
popolo che da tanti giorni grida per le vie di Roma guerra,
guerra! Son diventati sordi? ciechi? L'albagia tedesca, la
tracotanza austriaca dove sono piú? Quattro, cinque volte,
nei giornali del mattino, nei giornali del pomeriggio, in
quelli della sera s'è loro annunziato che i treni speciali
sono pronti per essi. Niente. Sordi. Ciechi. E intanto a
Trieste, a Fiume, a Pola, in tutto il Trentino si fa scempio
e strazio dei nostri fratelli che ci aspettano; e noi li
abbiamo lasciati partire protetti e tranquilli, i signori
sudditi austriaci e tedeschi!
Mentre cosí pensavo, fremendo, m'avvenne di levar gli occhi
dal giornale, e che vidi? lui, quel petulante,
quell'insoffribile personaggio, ch'era entrato non so come,
non so donde, e se ne stava pacificamente seduto su una
poltroncina presso una delle due finestre che guardano sul
mio giardinetto, tutto ridente e squillante, in quei giorni
di maggio, di rose gialle, di rose bianche, di rose rosse e
di garofani e di geranii.
Guardava fuori, con faccia beata, i cipressi e i pini di
Villa Torlonia dirimpetto, dorati dal sole, abbagliati sotto
l'intenso azzurro del cielo e stava a udire con delizia
evidente il fitto cinguettío degli uccellini felicemente
nati con la stagione e il chioccolío della fontanella del
mio giardinetto.
La sua vista inopinata, quel suo atteggiamento di delizia mi
suscitarono una rabbia che non so dire: una rabbia che
avrebbe dovuto lanciarmi addosso a lui, e invece restava lí
come schiacciata dal peso d'uno stupore, ch'era anche nausea
e avvilimento. Gli vidi, a un tratto, voltare verso me
quella beata faccia. Con l'orecchio intento e una mano
appena levata:
- Sente? - mi disse, - sente che bel trillo? È un merlo,
questo, sicuramente.
Afferrai i giornali stesi su le ginocchia con l'impeto di
piombargli con essi sopra ad accopparlo, urlandogli nel
furore tutte le ingiurie, tutti i vituperii che mi venivano
in bocca. E poi? Sarebbe stato inutile. Scaraventai a terra
i giornali, puntai i gomiti su le ginocchia, mi presi la
testa tra le mani.
Poco dopo, con placida voce, quegli ricominciò a dire:
- «E che c'entro io, scusi, se il merlo canta? se le rose
ridono nel suo giardinetto? Corra a mettere la museruola a
quel merlo, se le riesce, e a strappar queste rose! Non
credo, sa, che se la lasceranno mettere la museruola gli
uccellini; e tutte le rose di questo maggio da tutti i
giardini, non le sarà mica facile strapparle... Mi vuol far
saltare dalla finestra? Non mi farò male; e le rientrerò
nello studio dall'altra. Che vuole che importi a me, agli
uccellini, alle rose, alla fontanella della sua guerra?
Cacci il merlo da quell'acacia; se ne volerà nel giardino
accanto, su un altro albero, e seguiterà di lí a cantare
tranquillo e felice. Noi non sappiamo di guerre, caro
signore. E se lei volesse darmi ascolto e dare un calcio a
tutti codesti giornali, creda che poi se ne loderebbe.
Perché son tutte cose che passano, e se pur lasciano
traccia, è come se non la lasciassero, perché su le stesse
tracce, sempre, la primavera, guardi: tre rose piú, due rose
meno, è sempre la stessa; e gli uomini hanno bisogno di
dormire e di mangiare, di piangere e di ridere, d'uccidere e
d'amare: piangere su le risa di jeri, amare sopra i morti
d'oggi. Retorica, è vero? Ma per forza, poiché lei è cosí, e
crede per ora ingenuamente che tutto, per il fatto della
guerra, debba cambiare. Che vuole che cambi? Che contano i
fatti? Per enormi che siano, sempre fatti sono. Passano.
Passano, con gli individui che non sono riusciti a
superarli. La vita resta, con gli stessi bisogni, con le
stesse passioni, per gli stessi istinti, uguale sempre, come
se non fosse mai nulla: ostinazione bruta e quasi cieca, che
fa pena. La terra è dura, e la vita è di terra. Un
cataclisma, una catastrofe, guerre, terremoti la scacciano
da un punto; vi ritorna poco dopo, uguale, come se nulla
fosse stato. Perché la vita, cosí dura com'è, cosí di terra
com'è, vuole se stessa lí e non altrove, ancora e sempre
uguale. E vorrà anche il cielo, per tante cose; ma, sopra
tutto, creda, per dare respiro a questa terra. Lei si agita,
in questo momento; freme; s'arrabbia contro chi non sente
come lei, contro chi non si muove; vorrebbe gridare, far
capaci tutti gli altri del suo stesso sentimento. Ma se gli
altri non lo hanno? Lei s'immaginerà che tutto sia perduto;
e sarà magari tutto perduto per lei... Fino a quando? Lei
non vorrà mica morire per questo. Guardi: l'aria lei la
respira, e non glielo dice che lei vive, quando la respira;
questo cinguettío d'uccelli nati ora col maggio in questi
giardini fioriti, lei l'ode, e non glielo dicono questi
uccelli e questi giardini che lei vive, quando li ode
cinguettare e ne aspira i profumi. Una miseria di pensiero
lo assorbe. Di tanta vita ch'entra in lei per i sensi
aperti, non fa conto. E poi si lagna; di che? di quella
miseria di pensiero, di quel desiderio insoddisfatto, d'un
caso contrario già passato. E intanto tutto il bene della
vita le sfugge! Ma non è vero. Sfugge alla sua coscienza,
non a quel profondo oscuro se stesso, dove - senza saperlo -
lei vive davvero e assapora il gusto della vita, ineffabile,
che è quello che la tiene e che le fa accettare tutte le
contrarietà, tutte le condizioni che il pensiero stima piú
misere e intollerabili. Questo veramente è ciò che conta.
Immagini che tutto questo scompiglio sia finito, compiuta la
strage. Si farà la storia, domani, dei guadagni e delle
perdite, delle vittorie e delle sconfitte. Speriamo che la
giustizia trionfi... Ma se non dovesse trionfare? Trionferà
di qui a un altro secolo.... La storia ha larghi polmoni, e
un arresto di respiro è cosa momentanea. Può anche darsi,
del resto, che sembri un'altra, di qui a un altro secolo, la
giustizia. Non c'è da fidarsi; e non è questo, creda, che
importa. Ciò che realmente importa è qualche cosa
d'infinitamente piú piccolo e d'infinitamente piú grande: un
pianto, un riso, a cui lei, o se non lei qualche altro, avrà
saputo dar vita fuori del tempo, cioè superando la realtà
transitoria di questa sua passione d'oggi; un pianto, un
riso, non importa se di questa o d'altra guerra, poiché
tutte le guerre su per giú son le stesse; e quel pianto sarà
uno, quel riso sarà uno.»
Cosí io lo udii parlare a lungo, con una smania che mi si
esasperava di punto in punto, quanto piú, parendomi in fondo
che dicesse giusto, mi sforzavo di frenarmi. Non avrei
voluto ascoltarlo, e lo ascoltai invece fino all'ultimo.
Quando scattai in piedi, sdegnato, amareggiato, naturalmente
non me lo vidi piú davanti. Come una tenebra d'angoscia
m'aveva rioccupato il cervello: ero ricaduto in preda alla
mia cocente passione.
Mio figlio doveva partire in quei giorni per la frontiera.
Della sua partenza imminente volevo e non riuscivo a
sentirmi orgoglioso. Egli avrebbe potuto, come tanti altri
della sua età e della sua condizione, sottrarsi almeno per
il momento ai suoi obblighi: s'era invece presentato subito,
volontario, all'appello. Lo guardavo avvilito e quasi
mortificato. Il ribrezzo piú che trentenne di un'alleanza
odiosa, fomentato ora dallo sdegno, dall'orrore delle
atrocità commesse dai nostri alleati di jeri, aveva per
dieci mesi roso il freno d'una disumana pazienza. E ora che
questo freno finalmente accennava a rompersi, ora che il
ribrezzo soffocato per trenta e piú anni stava per
prorompere e avventarsi, ecco, non io, non noi, quanti siamo
di questa sciagurata generazione a cui è toccata l'onta
della pazienza, l'ignominia di quell'alleanza col nemico
irreconciliabile, non noi dovevamo correre alla frontiera,
ma i figli nostri, nei quali forse il ribrezzo non fremeva e
l'odio non ribolliva come in noi. Prima i nostri padri, e
non noi! ora, i nostri figli, e non noi! Dovevo restare a
casa, io, e veder partire mio figlio.
Fuori di questa passione, fuori di quest'angoscia, non
potevo per il momento veder piú nulla. Dovevo consumare in
me stesso un travaglio violento: l'ira, lo sdegno acerbo per
quanto avveniva, per chi non poteva, non sapeva o non voleva
fare e si dava grottesche arie di fare e avrebbe meritato in
risposta un augurio di sconfitta, se le sorti nostre non
fossero state sciaguratamente unite. Dovevo consumare dentro
me l'ansia senza requie per il mio figliuolo, che mentre io
qua mi sarei straziato invano e sarei stato costretto
purtroppo ad attendere e a soddisfare a tutti i piccoli
materiali bisogni della vita, avrebbe esposta la sua lassú;
e ogni momento, che per me sarebbe passato cosí, poteva
essere per lui il supremo; e sarebbe toccato a me, allora,
dopo, di seguitarla a vivere, questa atrocissima vita.
Nell'ombra che veniva lenta e stanca dopo quei lunghissimi
afosi pomeriggi estivi e m'invadeva a poco a poco la stanza,
recando come una mestizia di frescura, un rammarico di
lontane dolcezze perdute, io però da alcuni giorni non mi
sentivo piú solo. Qualcosa brulicava in quell'ombra, in un
angolo della mia stanza. Ombre nell'ombra, che seguivano
commiseranti la mia ansia, le mie smanie, i miei
abbattimenti, i miei scatti, tutta la mia passione, da cui
forse eran nate o cominciavano ora a nascere. Mi guardavano,
mi spiavano. Mi avrebbero guardato tanto, che alla fine, per
forza, mi sarei voltato verso di loro.
Con chi potevo io veramente comunicare, se non con loro, in
un momento come quello? E mi accostai a quell'angolo, e mi
forzai a discernerle a una a una, quelle ombre nate dalla
mia passione, per mettermi a parlare pian piano con esse.
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Colloquii coi personaggi - II
Giornale di Sicilia, 11-12 settembre 1915
E mi è avvenuto, accostandomi per la prima volta
all'angolo della stanza ove già le ombre cominciavano a
vivere, di trovarvene una che non m'aspettavo: ombra
solo da jeri.
- Ma come, Mamma? Tu qui?
È seduta, piccola, sul seggiolone, non di qui, non di
questa mia stanza, ma ancora sú quello della casa
lontana, ove pure gli altri ora non la vedono piú seduta
e donde neppur lei ora, qui, si vede attorno le cose che
ha lasciato per sempre, la luce d'un sole caldo, luce
sonora e fragrante di mare, e di qua la vetrina che
luccica di ricca suppellettile da tavola, di là il
balcone che dà su la via larga del grosso borgo marino,
per dove passa monotona tutti i giorni, stridente di
carri, la solita vita, di traffico per gli altri, di
tedio per lei; né piú si vede davanti i cari nipotini
dai dolci occhi intenti ai suoi racconti, e quegli altri
due che piú, certo, le è doluto di lasciare: il vecchio
compagno della sua vita, la figliuola piú amata, quella
che fino all'ultimo la circondò di vigile adorazione.
Curva, tutta ripiegata su se stessa per schermire gli
spasimi interni con le pugna sui ginocchi e su le pugna
la fronte sta qua, su quel suo seggiolone che le ricorda
tutte le cure della casa e il tormento dei lunghi
pensieri nell'ozio forzato, i viaggi dell'anima tra le
memorie lontane e il lungo soffrire ed anche, sí, le sue
ultime gioje di nonna.
Alla mia domanda: - Ma come, Mamma? Tu qui? - alza la
fronte dai ginocchi e mi guarda con quegli occhi che
hanno ancora la luce dei vent'anni, ma in un bianco
volto molle e smunto dal male e dall'età; mi guarda e
m'accenna di sí, che è voluta venire per dirmi quello
che non poté per la mia lontananza, prima di staccarsi
dalla vita.
- D'esser forte, Mamma, mi dici, in questo momento di
prova suprema per tutti? Forse sí... ma tu, Mamma?
proprio in questo momento lasciarmi, partirti da quel
tuo cantuccio laggiú, dove io venivo col pensiero a
trovarti ogni giorno, quando piú cupa e fredda mi doleva
la vita, per rischiararmi e riscaldarmi al lume e al
calore dell'amor tuo, che mi rifaceva ogni volta
bambino...
Solleva con pena le palpebre e atteggia il volto a un
sorriso di pena, tenendosi sul grembo le povere piccole
mani che tanto hanno lavorato, quasi per nascondere il
male, dov'esso gliele ha piú torturate ed offese. E non
quelle mani soltanto si tiene cosí, ma dentro cosí anche
l'anima, per nascondere dove piú le vicende della vita
gliel'hanno offesa, ove piú qualche parola degli altri
gliela toccano al vivo, e per non dire, attraverso quel
sorriso di pena, se non ciò che conviene, non tanto per
sé quanto per gli altri. E dice:
- Non dovevo? Ma io non l'ho voluto, figlio, benché
tanto stanca, lo sai, e con tanto bisogno di riposare
dal troppo male di questa mia vita troppo lunga, ah
lunga oltre ogni previsione dei miei tanti dolori...
è venuta!
Non la volevo. Per te non la volevo e per tutti gli
altri, ma piú per te che, lo so, giustamente domandavi
che il mio cuore t'accompagnasse in quest'ansia
angosciosa per il tuo figliuolo che combatte lassú... E
t'ha accompagnato, figlio, il mio cuore, e forse per
questo, anche... No, no, che c'entri tu? Non ha potuto
lui, vecchio, correr troppo come doveva dietro alla tua
ansia, e s'è fermato... Ma meglio per me cosí, meglio,
credi. Per te lo dico, perché tu trovi in questo un
conforto al dolore per la mia morte. Non potevo
riposare; vedi il mio corpo com'era ridotto? L'anima, sí...
quella! ma anche il cuore, sai? benché cosí stanco di
battere... anch'esso, dentro, era quello di prima, con
dentro ancora tutta, tutta la sua vita, ma pure
l'infanzia, sai? tutta la mia vita, anche coi giuochi
che facevo, piccola, coi miei piccoli fratelli, e tutti
i visi e gli aspetti delle cose d'allora, cosí vivi, ma
cosí vivi nel senso che aveva allora la vita per me, che
tante volte questa vita di poi m'è sembrata un sogno
d'attorno, e non quella già lontana e pur cosí presente
qui, nel mio cuore. Eh! perché la vita, figlio, tu lo
sai, noi la diamo ai figli perché la vivano loro e ci
contentiamo se qualche cosa ancora di riflesso ne venga
a noi; ma non ci sembra piú nostra; la nostra, per noi,
dentro, resta sempre quella che non demmo ma che ci fu
data, a nostra volta; quella che, per quanto nel tempo
s'allunghi, serba dentro pur sempre il primo sapore
d'infanzia e il volto e le cure della mamma nostra e di
nostro padre e la casa d'allora com'essi la avevano
fatta per noi... Tu puoi saperlo, quale fu questa mia
vita, perché tante volte io te ne parlai; ma altro è
viverla, figlio, una vita...
Tentenna il capo e gli occhi brillano vivi del fremito
interno dei ricordi.
- E la mia!... fu pur triste, dapprima... La
tirannide... I Borboni... A tredici anni, con mia madre,
i miei fratelli, le mie sorelle, una anche piú piccola
di me ed anche due fratellini piú piccoli, noi otto e
pur cosí soli, per mare, in una grossa barca da pesca,
una tartana, verso l'ignoto. Malta... Mio padre,
compromesso nelle congiure e per le sue poesie politiche
escluso dall'amnistia borbonica dopo la rivoluzione del
1848, era là, in esilio. E forse allora io non potevo
intenderlo, non l'intendevo tutto il dolore di mio
padre. L'esilio - far piangere cosí una mamma, e lo
sgomento, e togliere a tanti bambini la casa, i giuochi,
l'agiatezza - voleva dir questo; ma anche quel viaggio
per mare voleva dire, con la gran vela bianca della
tartana che sbatteva allegra nel vento, alta alta nel
cielo, come a segnar con la punta le stelle, e
nient'altro che mare intorno, cosí turchino che quasi
pareva nero; e lo sgomento, ancora, a guardarlo; ma
anche quell'infantile orgoglio della sventura che fa
dire a un bimbo vestito di nero: - «Io sono a lutto,
sai?» - come se fosse un privilegio sopra gli altri
bimbi non vestiti di nero; e anche l'ansia di tante cose
nuove da vedere, che ci aspettavamo di vedere con certi
occhi fissi fissi che per ora non vedono nulla, fuorché
la mamma là che piange tra i due figli maggiori che
sanno e capiscono, loro sí... e allora noi piccoli, le
cose da vedere di là, nell'ignoto, pensiamo che forse
non saranno belle. Ma l'isola di Gozzo, prima... poi
Malta... belle! con quel paesello bianco di Búrmula,
piccolo in una di quelle azzurre insenature... Belle da
vedere le cose, se non ci fosse la mamma qua che séguita
a piangere. E poi presto dovemmo capire anche noi
piccoli, non piú piccoli presto. Venivano i grandi,
nella nostra casa, a trovare mio padre; e tutti erano
tristi e cupi, come sordi; e pareva che ciascuno
parlasse per sé a quello che vedeva: la patria lontana,
ove il dispotismo restaurato rifaceva strazio di tutto;
e ogni loro parola pareva scavasse nel silenzio una
fossa. Loro erano qua, ora, impotenti. Nulla da farci! E
chi, appena poteva, per non struggersi lí in quella
rabbiosa disperazione, partiva per il Piemonte, per
l'Inghilterra... Ci lasciavano. Con sette figli e la
moglie, mio padre che altro poteva, se non dire addio a
tutti quelli che se n'andavano, addio anche alla vita
che se n'andava? La rabbia e il peso di quell'impotenza,
l'avvilimento di vivere dell'elemosina d'un fratello che
era stato costretto a cantare nella Cattedrale con gli
altri del Capitolo il Te Deum per Ferdinando lo
stesso giorno della partenza di lui per l'esilio; un
cordoglio senza fine, la sfiducia che non avrebbe veduto
il giorno della vendetta e della liberazione, ce lo
consunsero a poco a poco, a quarantasei anni. Ci chiamò
tutti attorno al letto il giorno della morte e si fece
promettere e giurare dai figli che non avrebbero avuto
un pensiero che non fosse per la patria e che senza
requie avrebbero spesa la vita per la liberazione di
essa. Ritornò la vedova, ritornammo noi sette orfani in
patria, mendichi alla porta di quello zio che finora ci
aveva mantenuti nell'esilio: veramente santo, veramente
santo, perché il bene che ci fece e continuò a farci
senza mai un lamento, era a costo per lui di paure da
vincere ogni giorno, d'offese da sopportare fingendo di
non notarle, offese alle sue abitudini, alle sue
opinioni, ai suoi sentimenti, e anche a costo di certe
piccole grettezze da superare, che ce lo rendevano tanto
piú caro, quanto piú vedevamo ch'egli cercava di
sottrarvisi con comici sotterfugi, con ingenue arti che
ci facevano sorridere pietosamente. Tante volte tu
sentisti dire da me: - «Lo zio Canonico!» - Ma che puoi
sapere di quella sua casa antica, com'era, che sapor di
vita vi alitava, com'era lui piccolo (grande di busto,
piccolo di gambe), cosí piccolo piccolo che in piedi era
piú corto che seduto, ma bello di volto, e poi con un
certo suo curioso intercalare: - «Càttari! Càttari!
avrei potuto giurare, effettivamente...» - mentre si
guardava le unghie, con gli occhi bassi. E la paura che
aveva dei tuoni! e certe prepotenti curiosità proibite
che lo traevano a leggere di nascosto nella Battaglia
di Benevento la storia dei papi e di tratto in
tratto lo sentivamo gridare, mentre richiudeva di furia
il libro e vi dava un pugno sopra: - «Ma questo è un
pazzo!» - e poco dopo tornava a leggervi daccapo.
Povero zio! Fummo pure ingrati qualche volta... quella
volta per esempio, che la sbirraglia borbonica venne a
fare una perquisizione anche nella casa di lui, per i
miei fratelli ch'erano già cresciuti e congiuravano, e
io giovanetta, nel vederlo troppo impaurito e troppo
ossequioso tremare innanzi a quei musi, gli gridai: -
«Ma non abbia paura lei! Tanto lo sanno bene che lei
andò a cantare il Te Deum alla Cattedrale quando
suo fratello fu mandato in esilio!» - E lui, poverino,
mogio mogio, s'allontanò esclamando e guardandosi le
unghie: - «Càttari, che femmina, càttari che femmina!».
Eh sí, troppo veramente mi doleva d'essere donna allora
e di non poter seguire i miei fratelli! Io la cucii
quasi al bujo, in un sottoscala, la bandiera tricolore
con cui il mio piú piccolo fratello insieme con gli
altri congiurati, il 4 aprile 1860, uscí armato incontro
al presidio borbonico, nella stess'ora che a Palermo un
altro dei miei fratelli doveva irrompere dal convento
della Gancia; e qua da noi, in provincia, di tanti che
avevano giurato di scendere in piazza armati si
trovarono in cinque soltanto contro duemila borbonici.
Tu puoi intenderla ora la nostra ansia mortale, in quel
giorno, per questi due fratelli, uno qua, l'altro là...
Sí, è per il figlio ora la tua ansia; ma c'era anche la
mamma con noi allora, e l'ansia era anche per noi.
Quando, dopo lo scampo miracoloso dei miei fratelli, i
gendarmi ritornarono a perquisire la casa, mia madre ci
dispose, noi figliuole, ciascuna presso un balcone e ci
ordinò: - «Se vi mettono le mani addosso, buttatevi giú».
- Fiera donna di stampo antico, mia madre! Per mesi e
mesi, figúrati, per tutto il tempo che durò la prigionia
dei garibaldini dopo Aspromonte non volle che si desse
alcuna notizia della famiglia a quello piú piccolo dei
miei fratelli che si trovava, ufficiale dei bersaglieri,
nell'esercito, solo per la supposizione che fosse stato
anche lui tra i fucilatori di Garibaldi e contro
all'altro fratello ch'ebbe la ventura di raccogliere in
quell'infausta giornata lo stivale forato e insanguinato
del Generale. Che giornata, quella! Eppure la vita
vostra, di voi miei figliuoli, dipende forse da essa!
Quando quel mio fratello ritornò dalla prigionia nella
caserma di San Benigno a Genova, tutto il popolo qua lo
condusse quasi in trionfo alla madre e a noi che lo
aspettavamo festanti; e fu allora ch'io conobbi per la
prima volta vostro padre, reduce anche lui da
Aspromonte, garibaldino anche lui del Sessanta,
carabiniere genovese. Avevo già ventisette anni e non
volevo piú sposare; mi toccò sposare perché lui lo
volle, lui che poteva imporsi al mio cuore con la bella
persona e piú, in quei fervidi anni, con l'animo che voi
figliuoli gli conoscete, per cui ancora, vecchio, esulta
e si commuove come un bambino per ogni atto che accresca
onore alla patria. Con quest'animo e col mio, la vita
che vi abbiamo data, figliuoli miei, nei tempi inerti e
sordi che sono seguiti, non poteva esser lieta; lo so! E
la so, ora, la tua pena, figlio, che forse è la stessa
che a me, donna, mi bruciò tanto nell'anima: di non
poter fare e di veder fare agli altri quello che avremmo
voluto far noi e che per noi sarebbe stato niente,
mentre ci par tanto e tanto ci fa soffrire, che lo
facciano gli altri... Ma ecco, per questo appunto io
sono venuta, figlio mio, per dirti questo: che tu l'hai
voluta questa guerra, contro tanti che non la volevano,
e lo sapevi che se poco ti sarebbe costato sacrificare
in essa la tua vita, tanto, troppo invece ti sarebbe
costato il solo rischio di quella del tuo figliuolo. E
l'hai voluta. Tu paghi, dunque, di sofferenze piú che se
fossi andato... Ti basti. E Dio risparmi il tuo
figliuolo! Avrei voluto, pur soffrendo, durare ancora
fino alla vittoria. Ma pazienza! Non ho rinunziato a un
dolore; avrò perduto una gioja, poiché la vittoria è
certa. Mi basta che per me rimanga a vederla tuo padre.
Voi, del resto, tu che mi sei stato sempre lontano, cosí
da lontano, pensatemi ancora viva! Non sono forse viva
sempre per te?
- Oh Mamma, sí! - io le dico. - Viva, viva, sí... ma non
è questo! Io potrei ancora, se per pietà mi fosse stato
nascosto, potrei ancora ignorare il fatto della tua
morte e immaginarti, come t'immagino, viva ancora laggiú,
seduta su codesto seggiolone nel tuo solito cantuccio,
piccola, coi nipotini attorno, o intenta ancora a
qualche cura familiare. Potrei seguitare a immaginarti
cosí, con una realtà di vita che non potrebbe esser
maggiore: quella stessa realtà di vita che per tanti
anni, cosí da lontano, t'ho data sapendoti realmente
seduta là in quel tuo cantuccio. Ma io piango per altro,
Mamma! Io piango perché tu, Mamma, tu non puoi piú dare
a me una realtà.
è caduto a me, alla mia realtà, un sostegno, un
conforto. Quando tu stavi seduta laggiú in quel tuo
cantuccio, io dicevo: - «Se Ella da lontano mi pensa, io
sono vivo per lei». - E questo mi sosteneva, mi
confortava. Ora che tu sei morta, io non dico che non
sei piú viva per me; tu sei viva, viva com'eri, con la
stessa realtà che per tanti anni t'ho data da lontano,
pensandoti, senza vedere il tuo corpo, e viva sempre
sarai finché io sarò vivo; ma vedi? è questo, è questo,
che io, ora, non sono piú vivo, e non sarò piú vivo per
te mai piú! Perché tu non puoi piú pensarmi com'io ti
penso, tu non puoi piú sentirmi com'io ti sento! E ben
per questo, Mamma, ben per questo quelli che si credono
vivi credono anche di piangere i loro morti e piangono
invece una loro morte, una loro realtà che non è piú nel
sentimento di quelli che se ne sono andati. Tu l'avrai
sempre, sempre, nel sentimento mio: io, Mamma, invece,
non l'avrò piú in te. Tu sei qui; tu m'hai parlato: sei
proprio viva qui, ti vedo, vedo la tua fronte, i tuoi
occhi, la tua bocca, le tue mani; vedo il corrugarsi
della tua fronte, il battere dei tuoi occhi, il sorriso
della tua bocca, il gesto delle tue povere piccole mani
offese, e ti sento parlare, parlare veramente le parole
tue, perché sei qui davanti a me una realtà vera, viva e
spirante; ma che sono io, che sono piú io, ora, per te?
Nulla. Tu sei e sarai per sempre la Mamma mia; ma io?
io, figlio, fui e non sono piú, non sarò piú...
L'ombra s'è fatta tenebra nella stanza. Non mi vedo e
non mi sento piú. Ma sento come da lontano lontano un
fruscio lungo, continuo, di fronde, che per poco
m'illude e mi fa pensare al sordo fragorio del mare, di
quel mare presso al quale vedo ancora mia madre.
Mi alzo; m'accosto a una delle finestre. Gli alti
giovani fusti d'acacia del mio giardino, dalle dense
chiome, indolenti s'abbandonano al vento che li
scapiglia e par debba spezzarli. Ma essi godono
femmineamente di sentirsi cosí aprire e scomporre le
chiome e seguono il vento con elastica flessibilità. È
un moto d'onda o di nuvola, e non li desta dal sogno che
chiudono in sé.
Sento dentro, ma come da lontano, la sua voce che mi
sospira:
- Guarda le cose anche con gli occhi di quelli che non
le vedono piú! Ne avrai un rammarico, figlio, che te le
renderà piú sacre e piú belle.