Novelle per un anno - Appendice
21. Stefano Giogli, uno e due
Il Marzocco, 5 marzo 1905
Stefano Giogli aveva sposato prestissimo, senza neanche
darsi il tempo di conoscer bene colei che doveva diventare
sua moglie; non ne avrebbe avuto del resto la possibilità,
preso com'era stato tutto da uno di quei folli desiderii,
che certe donne suscitano a loro insaputa, a prima giunta;
per cui si perde ogni discernimento, ogni lume, e non si ha
piú requie, finché non si arrivi ad averle tra le braccia,
perdutamente.
L'aveva veduta una sera in casa d'una famiglia amica, di
buoni veneziani da molti anni stabiliti a Roma. Non era piú
stato in quella casa da parecchi mesi: vi si faceva troppa
musica, e con quell'aria insoffribile di celebrare un
mistero sacro, in cui soltanto gl'iniziati potevano
penetrare: sonate e sinfonie tedesche e russe, notturni e
fantasie polacche e ungheresi: ira di Dio, per Stefano
Giogli, ira di Dio e vero peccato, perché - vegnimo a dir
el merito - senza questa mania, quel caro sior
Momo Làimi, quella cara siora Nicoleta, con la loro
Marina e il loro Zorzeto sarebbero stati la piú brava e
graziosa gente del mondo.
Ve lo aveva trascinato quasi per forza quella sera un amico,
pittore veronese, arrivato a Roma quel giorno stesso col
genero del Làimi, vedovo, il quale era venuto a lasciare in
casa dei nonni per qualche mese la figliuola, veronesina,
fior di putela, e co pulita!
S'era fatta musica, sí, anche quella sera; ma non tanta. La
vera musica, per tutti, era stata la voce di Lucietta Frenzi.
I vecchi nonni la ascoltavano, beati; la siora
Nicoleta, coi mezzi guanti di lana e le punte delle dita
intrecciate, piangeva finanche, dalla gioja, dietro gli
occhiali d'oro a staffa, scotendo tutti i riccioli argentei,
che le scendevano angiolescamente su la fronte; sí, sí,
piangeva e pregava il marito che la lasciasse piangere,
perché le pareva proprio di sentir parlare la sua povera
figliuola morta: ma la stessa voce, ma lo stesso fuoco, lo
stesso impeto, ciò! con quelle mossettine a scatti,
con quelle risate che svanivan d'un tratto, e quelle
scossette nervose del capo, che le facevan traballare ogni
volta le ciocche d'oro ricciute e i fiocconi di seta nera.
Oh bella! oh cara!
Le erano tutti intorno, vecchi, giovanotti, signore e
signorine, a pungerla, ad aizzarla con le domande piú
disparate; e lei, là, imperterrita, teneva testa a tutti,
parlando un po' in lingua un po' in dialetto; e su qualunque
argomento aveva da dir la sua, con una padronanza che non
ammetteva repliche; e bisognava sentire, allorché certe
risposte sferzanti sollevavano un coro di proteste, con qual
recisione affermava:
- Ma sí, è questo! È cosí! È proprio cosí. Questo, questo,
questo...
Non poteva essere diversamente. Nessuno doveva attentarsi di
veder uomini e cose in altro modo. Eran cosí, e basta. Lo
diceva lei. Per chi era fatto il mondo? Era fatto per lei.
Perché era fatto? Perché lei se lo foggiasse a piacer suo. E
basta.
Stefano Giogli aveva preso a dir sí quella sera stessa, sí
per ogni cosa, accettando ciecamente, senza il minimo
contrasto, quella padronanza assoluta.
Eppure egli aveva le sue opinioni, che credeva ben ferme, e
che all'occorrenza sapeva sostenere e far valere; aveva i
suoi gusti; un suo particolar modo di vedere, di pensare, di
sentire; né per la sua condizione di giovanotto ricco,
indipendente, liberissimo di sé, e per la educazione che
aveva saputo darsi, per la varia e non comune coltura di cui
s'era adornato lo spirito, poteva dirsi di facile
contentatura. Tutt'altro! Era passato sempre, anzi, per un
incontentabile. Stanco di far bella figura nei salotti e nei
circoli, a un certo punto, forse a un richiamo degli occhi,
che in mezzo ai sollazzi piú graziosi della buona compagnia
gli erano rimasti sempre malinconici (anche il destro,
quantunque fieramente deformato da una grossa caramella
cerchiata di tartaruga); o forse perché gli era arrivato
agli orecchi che qualche maligno, a causa del suo pallore,
della sua elegante esilità, de' suoi capelli fitti, lucidi,
d'un nero d'ebano, spartiti in mezzo al capo e lisciati, e
di quegli occhi malinconici, lo aveva definito una ben
curata personificazione del lutto; si era appartato per
un pezzo dal mondo; s'era messo a studiare sul serio, o
piuttosto, aveva ripreso gli studii interrotti. Ma sí!
Perché era stato finanche, per due anni, studente di
medicina. E anzi, poiché le prime nozioni della scienza
psico-fisiologica gli avevano destato allora una certa
curiosità, s'era addentrato bene nello studio di questa
scienza; e, con l'acquisto di un ordine di concetti ben
chiari intorno alle varie funzioni e attività dello spirito,
poteva dire d'esser giunto alla fine a conciliarsi del tutto
con se stesso, vinta la mala contentezza, anzi l'uggia da
cui prima era oppresso, e ad acquistare anche una ben
fondata e solida stima di sé. Stefano Giogli vedeva da un
pezzo chiaramente tutti i giochetti dello spirito che, non
potendo uscire fuori di sé, pone come realtà esteriori le
sue interne illusioni; e ci si divertiva un mondo. Quante
volte, guardando qualcuno o qualche cosa, non aveva
esclamato: - Chi sa poi come è costui, o questa cosa, che
ora a me sembra cosí!
Ah, maledetta serata in casa del sior Momo Làimi! In
capo a tre mesi Lucietta Frenzi era diventata sua moglie.
Stefano Giogli sapeva bene d'aver smarrito del tutto la
coscienza durante quei tre mesi del fidanzamento. Di ciò che
aveva detto, di ciò che aveva fatto, non aveva la piú
lontana memoria. Cieco, abbagliato, come una farfalla
attorno al lume, non ricordava altro di quei tre mesi che
gli spasimi della cocentissima attesa suscitati dalle rosse,
umide labbra di lei, da quei dentini fulgidi, da quel vitino
snello da cui si slanciava con irresistibile fascino la
voluttuosa procacità del seno e dei fianchi, da quegli occhi
che ora ridevano chiari, or s'illanguidivano cupi, or quasi
vaneggiavano, velati di lagrime di gioja, al fuoco che si
sprigionava dai suoi. Ah che fuoco! Tutto l'esser suo s'era
come fuso a quel fuoco; era diventato come un liquido vetro,
a cui il soffio capriccioso di lei poteva dare
quell'atteggiamento, quella piega, quella forma, che meglio
le pareva e piaceva.
E Lucietta Frenzi - padrona del mondo - ne aveva profittato
bene. Oh se ne aveva profittato!
Quando, alla fine, Stefano Giogli poté riacquistare il lume
degli occhi, si ritrovò in un villino che pareva una scatola
di cartone messa sú per ischerzo: dieci camerettucce
arredate e disposte in modo, che soltanto un matto avrebbe
potuto raccapezzarcisi. Tutti quelli che vennero a fargli
visita, non poterono, per quanto si sforzassero, nascondere
una meraviglia che confinava quasi quasi con lo sgomento. Ma
Lucietta, piú imperterrita che mai:
- Questo? L'ha voluto lui, Stefano. Quest'altro? Piace tanto
a Stefano! Qui? Qui lui, Stefano, ha disposto cosí: suo
gusto!
E Stefano Giogli a guardare con tanto d'occhi!
- Io?
- Ma sí, caro! Non ti ricordi? Hai voluto proprio cosí! Io
anzi avrei preferito... Non dir di no, adesso! So che ti
piace: basta! Dobbiamo starci noi, in fin dei conti!
Inizio pagina
Eh sí, doveva starci lui, infatti. Ma che proprio
proprio, santo Dio, fossero quelli, i suoi gusti; che
fosse quello, il suo piacere... Sopra tutto lo
impressionava la fermezza con cui Lucietta lo asseverava
e lo sosteneva.
Ma della casa, alla fin fine, pur cosí stramba e
sprovvista di tutti i comodi, non gli sarebbe importato
tanto, se una costernazione ben piú grave non avesse
cominciato a poco a poco a inquietarlo profondamente
Per tanti segni, man mano piú precisi, Stefano Giogli
dovette accorgersi che la sua Lucietta, nei tre mesi del
fidanzamento, durante il quale il fuoco, ond'egli era
divorato, lo aveva ridotto una pasta molle a
disposizione di quelle manine irrequiete e instancabili,
di tutti gli elementi dello spirito di lui in fusione,
di tutti i frammenti della coscienza di lui disgregati
nel tumulto della frenetica passione, si era foggiato,
impastato, composto per suo uso, secondo il suo gusto e
la sua volontà, uno Stefano Giogli tutto suo,
assolutamente suo, che non era affatto lui, non solo
nell'anima, ma perdio neanche quasi nel corpo!
Possibile che, nel disfacimento di quei tre mesi, egli
si fosse anche fisicamente trasformato?
Gli occhi suoi dovevano aver preso un lume diverso da
quello che egli si conosceva; nuove inflessioni la sua
voce, e finanche un'altra tinta la sua pelle! E queste
trasformazioni si erano cosí impresse nell'animo di lei,
eran divenute tratti cosí caratteristici della
fisionomia ch'ella gli aveva dato, che ora i suoi veri e
proprii non eran piú veduti da Lucietta, non avevan piú
potere di cancellare quelli d'allora.
Stefano Giogli acquistò in breve la certezza di non
somigliare affatto allo Stefano Giogli che sua moglie
amava.
Scemata alquanto, naturalmente, la violenza divoratrice
della prima fiamma, la fusione, in cui questa aveva
messo e tenuto per tre mesi lo spirito di lui, si era
arrestata; egli era tornato a poco a poco a
rapprendersi, a ricomporsi nella sua forma consueta.
Doveva avvenir per forza l'urto tra lui qual'era
veramente e quello che sua moglie s'era finto nel tempo,
in cui senza piú il dominio della sua volontà, senza piú
il lume e il richiamo della sua coscienza, gli elementi
del suo spirito erano stati in pieno potere di lei.
Ma lui stesso, Stefano Giogli, doveva riconoscere che
quella di Lucietta era in fondo la piú spontanea e
naturale delle creazioni. Lasciata nella piú ampia
libertà di disporre a suo capriccio di tutti questi
elementi, ella ne aveva cavato fuori un marito come le
piaceva, si era creato quello Stefano Giogli che piú le
conveniva; gli aveva dato a suo talento gusti e pensieri
e desiderii e abitudini. C'era poco da dire! Era quello
il suo Stefano Giogli. Se l'era fabbricato lei con le
sue mani, e guaj a toccarglielo!
- Ma sí, è questo! È cosí! È proprio cosí! Questo,
questo, questo.
E non poteva essere diversamente. Non aveva mai ammesso
repliche, Lucietta. Tanto peggio per lui se non gli
somigliava.
Cominciò allora per Stefano Giogli la piú nuova e la piú
strana delle torture.
Diventò ferocemente geloso di sé stesso.
Di solito, la gelosia nasce dalla poca stima che uno fa
di sé medesimo, non in sé, ma nel cuore e nella mente di
colei che ama; dal timore di non bastare a riempir di sé
quel cuore e quella mente, e che una parte di essi
rimanga fuori del nostro dominio amoroso e accolga il
germe d'un pensiero estraneo, di un estraneo affetto.
Ora Stefano Giogli non poteva dire che il pensiero,
l'affetto che sua moglie aveva accolti fossero proprio
estranei; ma non poteva dire neppure che egli riempisse
veramente di sé il cuore e la mente della sua Lucietta.
L'uno e l'altro eran pieni d'uno Stefano Giogli, che non
era lui, ch'egli non aveva mai conosciuto e che avrebbe
preso a scapaccioni volentieri, uno Stefano Giogli,
insipido e strambo, antipatico e presuntuoso, con certi
gusti, con certi desiderii inverosimili, immaginati e
supposti da sua moglie che glieli attribuiva, chi sa
perché; uno Stefano Giogli foggiato sul modello di chi
sa quale stupido veronesino, di chi sa quale ideale
d'amore che la sua Lucietta ignara, inesperta, portava
senza saperlo in fondo al cuore.
E pensare che questo sciocco era amato da sua moglie, a
questo sciocco ella faceva tante carezze, a questo
sciocco dava i suoi baci - su le labbra di lui. Quando
Lucietta lo guardava, non vedeva lui, ma quell'altro;
quando Lucietta gli parlava, non parlava a lui, ma a
quell'altro; quando Lucietta lo abbracciava, non
abbracciava lui, ma quell'odiosa metafora di lui ch'ella
s'era creata.
Era vera e propria gelosia, piú che rabbia o dispetto.
Sí, perché egli sentiva ch'era proprio un tradimento
quello che sua moglie commetteva, abbracciando un altro
in lui. Sentiva mancarsi a se stesso; sentiva che quello
spettro di sé, che sua moglie amava, si prendeva il suo
corpo per goder lui - lui solo - dell'amore di lei.
Quello solo viveva per sua moglie; non lui qual'era
veramente; quello sciocco antipatico che sua moglie gli
preferiva. Gli preferiva? No: neanche questo poteva
dire: egli era del tutto ignorato; egli non esisteva
affatto per lei.
E doveva vivere cosí tutta la vita, senza esser
conosciuto dalla compagna che gli stava accanto! Ma
perché non uccideva quell'odiato rivale, che si era
posto tra lui e la moglie? Poteva disperdere con un
soffio quello spettro, rivelandosi a lei, affermandosi.
Facile, sí, quel rimedio. Ma non invano Stefano Giogli
si era addentrato nella strada della scienza
psico-fisiologica! Egli sapeva bene che non era affatto
uno spettro quello che sua moglie amava, ma una persona
di carne e d'ossa, una creatura in tutto viva, viva e
vera non soltanto per lei, ma anche per se stessa; tanto
vero che anche egli la conosceva e poteva odiarla
cordialmente. Era una personalità nuova tratta da sua
moglie dal disgregamento del suo essere; un personaggio
che viveva e operava affatto indipendente da lui, con
una sua propria intelligenza e una coscienza sua
propria. Non aveva egli esclamato tante volte:
«- Chi sa poi com'è costui, o questa cosa, che ora a me
sembra cosí?» Conosceva egli forse una realtà fuori di
sé? Egli stesso non esisteva per sé, se non come e in
quanto a volta a volta si rappresentava. Ebbene, sua
moglie si era creata di lui una realtà che non
corrispondeva per nulla, né interiormente né
esteriormente, a quella che si era creata lui di sé: una
realtà vera e propria; non un'ombra, uno spettro!
E poi, avrebbe amato Lucietta il vero Stefano Giogli,
uno Stefano Giogli diverso dal suo? Se cosí ella
se lo era creato, non era segno che questo soltanto
corrispondeva a' suoi gusti, al suo desiderio? Non si
sarebbe ella messa a cercare in altri il suo ideale, che
ora credeva pienamente raggiunto in quello? Chi sa che
tradimento le sarebbe parso! Ma come? un altro? chi era?
No, no, no. Voleva il suo maritino, lei, quale se lo era
foggiato. Doveva esser quello! Sí, proprio, quello
stupido là...
Ma se si fosse provato a persuaderla a poco a poco? Se,
armato della sua scienza, le avesse tenuto a un dipresso
questo discorsetto:
- Cara, non bisogna presumere che gli altri, fuori del
nostro io, non siano se non come noi li vediamo. Chi
cosí presume, Lucietta mia, ha una coscienza
unilaterale; non ha coscienza degli altri; non effettua
gli altri in sé con una rappresentazione vivente e per
gli altri e per sé. Il mondo, cara, non è limitato
all'idea che possiamo farcene: fuori di noi il mondo
esiste per sé e con noi; e nella nostra rappresentazione
dunque dobbiamo proporci di effettuarlo quanto piú ci
sarà possibile, facendocene una coscienza in cui esso
viva in noi come in sé stesso, vedendolo com'esso si
vede, sentendolo com'esso si sente.
Chi sa con che occhi lo avrebbe guardato Lucietta! Tanto
piú, che non era mica vero che ella avesse una coscienza
unilaterale! Tutt'altro! Ella aveva anzi una coscienza
chiarissima del suo Stefano. E trasecolò il
Giogli quando venne a sapere, che per quello stupido là
la sua Lucietta faceva non pochi sacrifizii, e non
lievi. Ma sí! Tante cose ella faceva, che non le sarebbe
andato di fare; e le faceva per lui, unicamente per lui!
- E... dimmi un po', - le chiese egli quel giorno, quasi
sbigottito dalla gioja che quella dichiarazione di lei
gli cagionava, ilarato d'un subito dalla speranza di
togliere al rivale la sua Lucietta. - Dimmi un po',
cara: che cosa non ti andrebbe di fare?
Ma Lucietta scosse il capo, ritirò le mani ch'egli
voleva prenderle amorosamente, e gli rispose ridendo:
- Ah, non te lo dico, no! Non te lo voglio dire! Son
sicura che ti torrei tutto il piacere...
- Davvero? A me? Ma dimmi, - insistette lui. - Te ne
prego, e ne scongiuro... Dimmi almeno una cosa, una
piccola cosa, per esempio; quella che tu credi che mi
farebbe meno dispiacere...
Lucietta lo guardò un pezzo, con quegli occhi acuti e
furbi, in cui tutti i desiderii piú birichini pareva
brulicassero accesi, e gli disse:
- Per esempio?... Ecco, per esempio, questi miei capelli
pettinati cosí...
Un urlo, un vero urlo scoppiò dalla gola di Stefano
Giogli. Da tanto tempo egli voleva che la sua Lucietta
si pettinasse come prima, con quei fiocconi di seta
nera, che le aveva veduti in capo la prima volta, quella
sera in casa dei Làimi. Dal giorno delle nozze aveva
adottato quella nuova pettinatura, che le dava un altro
aspetto e che a lui non era mai piaciuta.
- Ma sí! ma sí! subito! - le gridò. - Subito, Lucietta
mia, pèttinati come prima!
Alzò le mani per disfarle lui stesso quell'antipatica
acconciatura. Ma Lucietta gliele ghermí in aria; lo
tenne lontano, schermendosi e gridando a sua volta:
- No, caro! no, caro! Troppo presto l'hai detto! No, no!
Per tua norma, piú che a me stessa, io voglio piacere al
mio maritino!
- Ma io ti giuro!... - proruppe Stefano.
Subito ella gli turò la bocca con una mano.
- Va' là - gli disse. - Vuoi darti a conoscere a me? Io
so i tuoi gusti, bello mio, molto meglio dei miei!
Lasciami star cosí, cosí, come piace al mio Stefano
caro, caro, caro...
E gli carezzò tre volte la guancia. La carezzò a
quell'altro, beninteso, non a lui.