Novelle per un anno - Appendice
20. La messa di quest'anno
Il ventesimo, 5 marzo 1905
Debbo compiangere veramente la mia povera vecchia zia Velia
di Cargiore per un gran cordoglio che le è toccato
quest'anno e di cui si mostra inconsolabile, perché prevede
che non le passerà piú e le amareggerà orribilmente il
pensiero, prima cosí dolce, della prossima morte, se il
vescovo... se Monsignore non ci porta rimedio.
Monsignore, sí: perché il cordoglio di zia Velia, condiviso
da tutti i fedeli di Cargiore, è cagionato dal nuovo curato
venuto quest'anno.
Un uomo d'altri tempi, per compiangere una sua vecchia zia
dall'anima candida, primitiva, afflitta da un dolore di
questo genere, avrebbe trovato certamente parole semplici,
espressioni tenere, qualche ragione alla buona, spontanea, a
lei comprensibile. Ma io, uomo di oggi, a lei come a lei non
ho saputo dir nulla, e ora per compiangerla m'immergo in
certe riflessioni... Auff! Che tempo! Che afa!
Dicono che le grandi macchine moderne hanno nei loro lucidi,
possenti, complicatissimi congegni una loro particolare
bellezza. E sarà cosí. Dal canto mio, confesso che
l'ammirazione per questi bellissimi mostri usciti con sí
strane forme dal cervello dell'uomo è rattenuta in me da una
specie d'angoscioso ribrezzo; e il rispetto che l'uomo
m'ispira per queste sue solide magnifiche invenzioni è
commisto a una certa diffidenza, non lieve, ed a profonda
costernazione.
L'anima dell'inventore è là, nella macchina. Altrimenti essa
non si moverebbe. Ci fu un momento, dunque, che l'inventore
si sentí dentro, nel cervello, tutta questa deliziosa
complicazione di ruote dentate e di stantuffi e di leve e di
corregge, questo bel mostro d'acciajo, sbuffante, dal
complesso movimento saldamento imprigionato in sé. Non c'è
da costernarsi? Da diffidare? Avere, per esempio, quella
ruota là, nel cervello, che farebbe chi sa quanti chilometri
all'ora, a lasciarla andare, e non impazzire; aver quello
stantuffo là, che dà senza posa quei cupi tonfi strani, e
non sentirsi scoppiare il cuore... Si celia? La tortura a
cui l'uomo sottopose il cervello nell'inventare, nel
concepire quella macchina, ora è là, visibile, perpetuata in
essa. E non c'è da soffrire, ammirandola? Forse i miei nervi
son malati; ma io provo angoscia e ribrezzo.
Me ne incuté però infinitamente di piú un'altra macchinetta
invisibile, che l'uomo da secoli e secoli porta in sé, non
inventata propriamente da lui, ma dalla natura che ci vuol
tanto bene. Essa comincia ad agire in noi, quando abbiamo
raggiunto una certa età. Avremmo tutti dovuto, per la salute
nostra, lasciarla irrugginire, non muoverla, non toccarla
mai; ma sí! certuni si son mostrati cosí orgogliosi, stimati
cosí felici di possederla, che si son mossi a perfezionarla
con ogni cura, con zelo accanito, sicché ora essa è divenuta
il nostro supplizio maggiore. Ma se Aristotile ci scrisse
sopra perfino un libro, un grazioso trattato che si adotta
ancora nelle scuole, perché i fanciulli imparino presto e
bene e baloccarcisi...
È una specie di pompa a filtro, che mette in comunicazione
il cervello col cuore; e la chiamano Logica. Il
cervello pompa con essa i sentimenti del cuore, e ne cava
idee. Attraverso il filtro il sentimento lascia quanto ha in
sé di caldo, di torbido; si refrigera, si purifica, si
idealizza. Un povero sentimento, destato da un caso
particolare, da una contingenza qualsiasi, spesso dolorosa,
pompato e filtrato dal cervello per mezzo di quella
macchinetta, diventa idea astratta, generale, e che ne
segue? Ne segue che l'uomo non deve soltanto soffrire di
quel caso particolare, di quella contingenza passeggera; ma
deve anche attossicarsi la vita con l'estratto concentrato,
col sublimato corrosivo della deduzione logica.
E molti disgraziati credono tuttavia di guarire cosí di
tutti i malanni che ci procura la vita, e pompano e
filtrano, pompano e filtrano finché il loro cuore non resti
arido come un pezzo di sughero e il loro cervello non sia
come uno stipetto pieno di quei barattolini che portano su
l'etichetta nera un teschio e due stinchi in croce, con la
leggenda: Veleno.
*
Ho avuto la buona ventura d'imbattermi in uno di questi
tali, durante il viaggio da Roma a Cargiore.
Era un uomo su i sessant'anni, smilzo, altissimo di statura,
ma tutto gambe. Sedeva su la schiena con quelle gambe
sperticate, magre, a cavalcioni e attorcigliate l'una
sull'altra, la testa piccolissima affondata nel petto cavo.
Gli spiccavano stranamente nel volto squallido, giallognolo,
malaticcio, gli occhi neri, acuti, d'una vivacità
straordinaria.
Costui, non avendo piú nulla da pompare e da filtrare in sé,
pompava e filtrava dal cuore altrui, vorace come un vampiro,
con quella sua macchinetta micidiale. Mi vide afflitto
durante il viaggio e suppose ch'io fossi cosí perché mi
toccava a passare in treno la notte di Natale. Schiuse le
labbra a un dolcissimo sorriso e disse:
- Domani, Natale, eh?... Sciocchezze! Già è provato
scientificamente che noi ci ostiniamo in un grossolano
anacronismo. Ho letto nei giornali i calcoli di
quell'astronomo... come si chiama? non ricordo piú il
nome... sí, i calcoli sul ritorno periodico della cometa che
videro i famosi Magi? Gesú di Nazareth, insomma, non nacque
certamente in questo giorno, né 1904 anni fa. Questo è
positivo. E poi, via! a questi lumi, dopo tanti secoli...
E seguitò per un pezzo, indugiandosi nella consolantissima
dimostrazione che il giorno di Natale è alla fin fine un
giorno come tutti gli altri, né piú né meno.
Ebbi l'ingenuità di fargli osservare che la precisione della
data importava poco veramente, non trattandosi di una
dissertazione storica, ma di una festa, ormai piú familiare,
in fondo, che religiosa. Il venticinque di dicembre non era
dunque un giorno come tutti gli altri, se per tanta gente
rappresentava il caro e mesto ricordo d'una gioja lontana o
la promessa d'una gioja ventura.
Inizio pagina
- Che passerà! - s'affrettò a pompar colui,
storcigliando le gambe e attorcigliandosele di nuovo,
inversamente. - Ricordi di gioja? Promesse di gioja? Ah,
signor mio! L'afflizione del jeri e la delusione di
domani! Ma perché? Ma meglio niente!
Eh sí, difatti era felice, lui, con quella faccia là,
con quel niente nel cuore e con tutti quei barattolini
di veleno nella cassetta del cranio.
Per fortuna, mi lasciò presto in pace. Ma non mi
aspettavo di trovare il lutto a Cargiore, a causa del
nuovo curato, che - a quanto ho potuto arguire - dev'essere
un messer tale da fare il pajo con questo mio compagno
di viaggio. Un uomo terribilmente logico.
Per me, debbo dirlo, è una gran pena ritornare a
Cargiore, dove di tutta la mia famiglia non trovo ormai
che la zia Velia. Ci vado per lei, povera vecchina! Ma
ella non basta, ahimè, a riempire il vuoto ch'io sento
in quella mia casa antica. E lei lo sa, poveretta, e
ogni anno, per Natale, si fa in quattro per accogliermi
con la massima festa, mi prepara i cibi tradizionali
della nostra famiglia, mi vessa, quasi, di cure, nei tre
giorni che passo con lei.
Quest'anno, trattenuto dagli affari, non son potuto
partire all'antivigilia per assistere colla mia cara
vecchietta alla messa di mezzanotte e far quindi il
cenone con lei e la famiglia Prever, da tanti anni amica
di casa nostra.
Sono arrivato la mattina del venticinque, e ho trovato
la povera zia Velia in lagrime e desolata.
Credetti dapprima che fossi io la cagione di quelle
lagrime e volli scusarmi del ritardo con cui arrivavo;
ma zia Velia m'interruppe subito, angosciata:
- No, sai? No! Anzi hai fatto bene a non venire... È
finita la festa! Non se ne fa piú... È finito tutto!
Come se Nostro Signore non fosse nato tant'anni come
oggi... Nessuno deve far festa... Di là, dice, di là!
Niente capponi, niente pan giallo... niente di niente...
Non t'ho preparato nulla, sai? figliuolo mio! Dopo,
dice... alla nostra morte... di là!
- Chi lo dice? - esclamai io, stordito e costernato,
temendo che la mia povera vecchina fosse già andata un
po' via col cervello.
- Lui, don Grotti... - mi rispose, tra due singulti.
- Il nuovo curato?
- Sí. Ah, Signore Iddio!
E scoppiò in un piú dirotto pianto, affondando il volto
nel fazzoletto.
Quando si fu sfogata cosí alquanto, prese a narrarmi le
belle prodezze di questo don Grotti, niente capponi,
niente pan giallo... niente di niente.
Appena giunto a Cargiore, sei mesi or sono, don Venanzio
Grotti, savojardo, cominciò a spogliar la cura di tutte
le «delicatezze» che le fedeli parrocchiane avevano
offerto in dono al vecchio curato defunto - sant'anima.
Via tende, via cortine trapunte, via dal letto parato a
padiglione, via tappetini di lana, via candelabri, via
tutto!
È rimasto, dice zia Velia, con un letticciuolo, un
tavolino, una cassapanca e tre seggiole impagliate. E
fece seccare e poi strappare tutte le piante del
giardinetto della cura, allevate e custodite con tanto
amore dal vecchio don Anselmo Lais. E quindi, non
contento ancora, si mise a spogliar la chiesa.
- E il denaro?
- In limosine...
Sí, ma spogliar la Madonna degli ori antichi, preziosi,
toglier le candele agli altari, le frange ai paramenti
sacri, il merletto ai mensali, le brusche d'oro alle
pianete e ai manipoli. Una stalla, una stalla: ha
ridotto la chiesa una stalla!
- Perché in una stalla nacque nostro Signore Gesú
Cristo, hai capito? E in una stalla davvero l'ha fatto
nascere, jersera! S'è messa la pianeta piú brutta;
pareva uno straccione innanzi a quel povero altare senza
luminaria, con quella tonaca inverdita che gli lascia
scoperti, con licenza parlando, i fusoli delle gambe e
con quelle scarpacce da contadini su la predella nuda,
senza uno straccio di tappeto... Oh santo nome di Dio! E
non è una profanazione codesta? Trattar cosí il Bambino
Gesú? il nostro Redentore? E se sentissi, che prediche!
Dice che Lui, Gesú, vuole cosí; che volle nascere Lui,
apposta, in una stalla... E magari sarà vero! Ma
dobbiamo per questo farlo nascere anche noi in una
stalla? Ti par giusto, Martino mio, ti par giusto? E ci
ha proibito di fare il cenone, «di far carnevale», come
lui dice; ci ha ingiunto di far penitenza anche oggi,
perché siamo tutti ridivenuti pagani. Penitenza!
Penitenza! Questa, dice, sarà la piú bella festa per
Gesú Bambino!
- E tu hai obbedito? - le domandai, indignato.
- Per forza! - esclamò zia Velia, giungendo le mani. -
Se è il nostro pastore!
Mi nacque una vivissima curiosità di conoscere questo
terribile prete, che cruciava cosí crudelmente i suoi
fedeli.
Ma, per quanto, ivi a poco, girassi dall'uno all'altro
ceppo di case tra i prati e le acque scorrenti del mio
villaggetto lassú tra le prealpi, non mi venne fatto
d'incontrarlo. Mi parve però di veder l'anima sua in
tutto quello squallore, in tutta quella desolazione
invernale. Tra i borri e per le zane mi parve che
l'acqua si lagnasse di lui. E non un suono di festa in
tutte quelle misere case!
La cupa logica del prete aveva fatto il silenzio, aveva
assiderato il villaggio.
Ah, chi sa quante povere vecchie, intanto, in quelle
case, piangevano come zia Velia e pensavano che la casa
del Signore, almeno quella, se la loro è cosí squallida
e nuda, la casa del Signore dev'essere bella e ricca e
luminosa; che la Madonna, almeno lei, se gli abiti loro
son cosí logori e rozzi, la Madonna deve avere un
magnifico manto di seta sopraffina a stelle d'oro e ai
polsi e al collo e agli orecchi gemme preziose; che se
di ferro sono i loro dolori, di ferro gli attrezzi delle
loro aspre fatiche, d'argento schietto dev'essere almeno
lo spadino che passa il cuore dell'Addolorata, d'argento
la corona di spine, d'argento i chiodi del divino
Crocifisso; pensavano che se anche la fede doveva cosí
cruciarle e opprimerle, se anche in essa non dovevano
piú trovar conforto, una parola di pace e d'amore, la
loro esistenza, già per sé cosí triste e cosí amara,
sarebbe divenuta davvero insopportabile.
Ma io son sicuro che il vescovo ci porterà rimedio e
presto. Coraggio, zia Velia! Coraggio, mio villaggetto
natale! Questo prete don Grotti è troppo logico e non
può aver fortuna, segue troppo alla lettera
l'insegnamento di Cristo. Pompa e filtra troppo. Niente
capponi, niente pan giallo... niente di niente. Ma non
intende che se Cristo fu logico, quando, per togliere a
Dio la responsabilità del male, spostò la finalità
suprema dalla terra al cielo, piú logico di Cristo fu
poi il Cattolicesimo, il quale si avvide bene che gli
uomini non potevano per un premio non ben sicuro di là,
oltre la vita, durare a lungo nell'amara e dura
rassegnazione e nel disprezzo dei beni di quaggiú e
volle la pompa, volle le feste... e tant'altre cose
volle e permise.
Via, non vorrà essere Monsignore buon cattolico?