Novelle per un anno - Appendice
19. La signora Speranza
nella raccolta: Beffe della morte e della vita,«seconda
serie», Firenze, Lumachi, 1903
*Giannantonio Cocco Bertolli è l’antesignano del
personaggio Matteo Falconi del romanzo L’esclusa, anch’egli
professore, che impazzisce per Marta
I.
La Pensione di famiglia della signora Carolina
Pentoni (Pentolona Carolini, come tutti invece la
chiamavano, o Carolinona senz'altro, in considerazione della
melensa pinguedine che la immelanconiva) era frequentata da
alcuni capi scarichi, da certi tipi buffi, che
formavano la delizia degli altri avventori, brava gente
morigerata, la quale, forse piú che per la bontà della
cucina, vi si recava per assistere al gajo spettacolo che
quelli offrivano gratuitamente, durante i pasti.
Uno fra questi bravi avventori morigerati, che non
sospettava neppur lontanamente di poter essere incluso tra i
cosí detti tipi buffi della Pensione, fu per alcun
tempo preso di mira dai capi scarichi Biagio Speranza e
Dario Scossi, che gliene fecero e gliene dissero d'ogni
colore: lui però, lí, fermo al suo posto, cosí tranquillo e
ostinato, che quelli, a la fine, dovettero smetterla.
- Il riso fa buon sangue. Lor signori mi fanno ridere. Io
resto.
E restò, cordialmente antipatico a tutti.
Si chiamava Cedobonis, era dottore in medicina e professore
di filosofia in un liceo e di pedagogia in una scuola
normale femminile: calabrese, tozzo, nero, calvo, dal
testone ovale, senza collo, come un mulotto, e dalla faccia
cuojacea, in cui spiccavano le sopracciglia enormi e i baffi
color d'ebano. Vittima rassegnata della sua molta dottrina
scientifica, filosofica, pedagogica, s'era ridotto a vivere
quasi automaticamente, col cervello come un casellario, in
cui i pensieri - precisi, aggiustati, pesati - eran disposti
secondo le varie categorie, in perfettissimo ordine. Forse
il corpo robusto e vigoroso si sarebbe prestato, spesso e
volentieri, ad esercizii violenti, a vivere senza tante
regole e tanti freni; ma Cedobonis vi aveva allogato un
archivio - diceva lo Scossi - e non gli permetteva alcun
movimento, alcuna espansione, che non fossero secondo i
dettami della scienza, della filosofia, della pedagogia.
- Non importa vivere; ma, dovendo, procuriamo bene, - soleva
dire, placido, con la voce grossa, saponosa. E domandava: -
La ragione, signori miei, la ragione perché ci fu data?
- Per esser peggio delle bestie! - gli rispondeva a schizzo
il maestro di musica Trunfo, che addirittura non lo poteva
soffrire.
Diviso scandalosamente dalla moglie, sempre ingrugnato,
cupo, raffagottato e, di tratto in tratto, esplosivo, Trunfo
passava quasi tutto il giorno da Carolinona, lí, nel salotto
da pranzo, intento, come un cane che si lecchi i calci
ricevuti, a correggere, a rifare i pezzi piú fischiati d'una
sua opera musicale, per cui si era mezzo rovinato. Fumava
continuamente; - Vesuvio, lo chiamava Biagio
Speranza.
Qualche volta Cedobonis, cheto cheto, gli s'accostava, gli
sedeva accanto o dietro, per sentir l'odore del tabacco, che
gli piaceva moltissimo. Trunfo, aggrondato, gli lanciava
due, tre occhiatacce bieche, poi sbuffava, si scrollava
tutto, dal fastidio e dalla stizza, traeva dalla tasca un
sigaro e gliel'offriva sgarbatamente:
- Ma tenga! Ma fumi, perdio!
- No, grazie, gli rispondeva, senza scomporsi, Cedobonis. -
Lei dovrebbe sapere che la nicotina fa male. Mi piace
soltanto di fiutare il fumo, d'aspirarne l'odore.
- A spese mie? - scattava allora Trunfo, su le furie. - Col
danno della mia salute? Ma vada là, si scosti! si vergogni!
Chi vuole un piacere, se lo paghi!
- Cedobonis, - diceva lo Scossi (il quale ogni volta, prima
di mettersi a parlare, cacciava fuori la punta di quella sua
lingua terribile, che pareva la saettella d'un trapano) -
Cedobonis sarebbe capace di presentarsi tranquillamente, con
quella faccia di monaco beato, in casa del nostro caro
Martinelli e, con la scusa che la donna fa male come la
nicotina, domandargli... sí, dico... per un momentino
in prestito...
- La moglie? - domandava Biagio Speranza.
- Ohibò! Il suo piumino da cipria.
- Ma come! Sí, dico... che c'entra mia moglie? - esclamava,
tirato in ballo quando men se l'aspettava, il bravo, innocuo
signor Martino Martinelli, battendo in un attimo almeno
cento volte le pàlpebre su gli occhietti tondi, da
barbagianni, vicinissimi, quantunque divisi da un naso
sperticato, gracile, però, come un'ostia, che si tirava sú e
lasciava sospeso per aria il labbro superiore.
- Si rassicuri; dico cosí, - rispondeva lo Scossi, - perché
so che la sua ottima signora è in Sicilia, signor Martino.
E il bravo Martinelli si quietava, sospirava, tentennava
amaramente il capo. Ah, ci pensava sempre, lui, a quella sua
povera moglie balestrata in una scuola normale di Sicilia, e
sempre ne parlava in quella sua special maniera, quasi
andando tentoni nel discorso e quasi appoggiandosi,
sorreggendosi a ogni impuntatura a un sí, dico:
intercalare, che tutti gli rifacevano, senza che egli se ne
accorgesse. Non si poteva dar pace, poveretto, della
crudeltà burocratica che a sessantaquattr'anni lo aveva
diviso, cosí di colpo, senza ragione, dalla moglie,
distruggendogli casa, famiglia, costringendolo a dormir
solo, in una camera d'affitto, e a mangiare a pensione lí,
da Carolinona, che egli solo chiamava signora Carolina.
Alle piú grosse panzane, alle sballonate piú strepitose de'
suoi commensali scappavano al signor Martinelli certi oh!
che pareva lo agganciassero in aria per quel gran naso, o
restava intontito lí, come un ceppo d'incudine.
Re degli sballoni era Momo Cariolin, nanerottolo e
bottacciolo, quasi fatto e messo in piedi per ischerzo. A
guardarlo, pareva impossibile che in un corpicciuolo cosí
minuscolo capissero bugie cosí colossali, che egli diceva
imperterrito, con una cert'aria diplomatica.
- Ma di' un po', - gli domandava, serio, Biagio Speranza, -
ti sei mai guardato a uno specchio?
Perché Momo Cariolin vantava con particolare impegno il
favore ch'egli godeva delle donne. E fossero state almeno
donne del suo ceto o signore della nobiltà: eran di sangue
reale o imperiale (arciduchesse d'Austria, segnatamente) le
vittime di Cariolin. E tali avventure gli eran capitate
tutte durante i vani congressi degli orientalisti nelle
capitali d'Europa. Perché Cariolin si diceva anche profondo
conoscitore, sebbene dilettante, di lingue orientali. Il
segretario di tutti que' congressi era stato sempre lui,
tirato proprio pei capelli, sebbene quasi calvo. I
congressisti, naturalmente, erano stati ricevuti a
Corte: a Berlino, a Vienna, a Cristiania, a Bruxelles, a
Copenaghen ecc., qualcuna di queste Corti, naturalmente,
aveva dato sontuose feste in loro onore, donde -
naturalmente - la cordialissima amicizia di Cariolin coi
sovrani d'Europa, l'amicizia quasi fraterna con quel dotto e
simpaticone re Oscar di Svezia e Norvegia, il quale, un
giorno...
- Ma guardatemi, per carità, il naso di Martino! - esclamava
a un tratto Biagio Speranza, interrompendo le meravigliose
narrazioni di Cariolin.
E il buon Martinelli si scoteva di soprassalto dal suo
sbalordimento ammirativo, tra le risate di tutti, e si
metteva a sorridere anche lui.
Degli scherzi di Biagio Speranza, delle punzecchiature di
Dario Scossi, degli scatti e degli schizzi di Trunfo,
Martino Martinelli non s'inquietava. D'un altro commensale,
invece, egli aveva paura, cioè del poeta Giannantonio Cocco
Bertolli, il quale, senza dubbio, era il tipo piú buffo
della pensione.
Costui però era assente da circa un mese, per una grave
disgrazia che gli era occorsa.
Una sola? Ma tutte le disgrazie del mondo erano occorse al
povero poeta Cocco Bertolli, il quale a ragione, per ciò,
chiamava Domineddio «quel Vecchio Ribaldo!».
A furia di urlare contro le ingiustizie divine e umane, si
era sbonzolato. Quale sciagura poteva toccargli, peggiore di
questa? A difesa delle perfidie celesti e terrene egli non
era armato che della sua voce possente, della sua lingua di
fuoco, e ora... ora non poteva piú nemmeno fiatare! Il
Ribaldo di lassú, i ribaldi di quaggiú lo sapevano;
quelli stessi che gli si dichiaravano amici glielo facevano
apposta: lo stuzzicavano, lo punzecchiavano per rovinarlo
del tutto, per farlo crepare addirittura; muggiva egli,
muggiva per contenersi, e pareva che gli occhi enormi,
bovini, gli volessero schizzare dal faccione congestionato.
Accumulava bile:
- La mia musa è la bile! Anche Shakespeare con la bile creò
Otello, creò Re Lear!
Ed egli preparava un poema, l'Erostrato: tremendo.
Ah, il magnifico tempio dell'Impostura, il tempio della cosí
detta Civiltà, dove l'infame Ipocrisia troneggiava adorata,
egli lo avrebbe incendiato coi suoi versi. Ma, dacché la
gente sapeva che egli attendeva a questo suo poema:
- Za! za! za! - pugnalate da tutte le parti.
Destituito da professore di ginnasio per queste sue tragiche
bestialità, buttato sul lastrico, Giannantonio Cocco
Bertolli fino a poco tempo fa non si era avvilito. Dormire,
dormiva per due soldi in un ricovero di mendicità:
tra i sublimi straccioni impidocchiati.
Mangiare... quella buona Carolinona gli faceva credito da
piú d'un anno.
- E io, Carolina, la immortalerò! - le ripeteva egli. - Lei
sola mi ama, lei che sotto spoglie grossolane alberga un
cuor d'oro, un'anima nobilissima, Carolina!
- Sissignore, non s'inquieti, - s'affrettava a rispondergli
Carolinona, che aveva, come il buon Martinelli, paura di
quegli occhiacci che si spalancavano lucidissimi ogni qual
volta egli si metteva a parlare, atteggiando la bocca a un
ghigno di compiacimento per la sua loquela, cosicché non si
sapeva mai se, anche quando faceva un complimento,
sbottoneggiasse a suo modo.
Temeva anche la Pentoni che gli altri avventori - quelli che
pagavano - non se lo recassero a dispetto; non avessero
fastidio o nausea della presenza di lui, lí a tavola; e
perciò sia per buon cuore, sia per paura, non sapendo
metterlo alla porta, gli consigliava amorevolmente calma,
prudenza, cercava con tutto il garbo d'ammansarlo, e si
prendeva cura di lui, di quegli abiti che gli cascavano
addosso; e glieli rammendava, glieli spazzolava: era
finanche arrivata a rimediargli qualche cravatta dai nastri
di certi suoi cappelli smessi.
Non intendendo perché tutte quelle cure gli fossero usate,
Giannantonio Cocco Bertolli, alla fine - e come no? - s'era
innamorato della Pentoni.
Vedo la tua bell'anima
Che di fattezze angeliche ti veste
E asconde a me la ruvida
Spoglia mortal, tue mansïon modeste...
S'era messo a comporre cosí odi, sonetti, canzoncine
anacreontiche, e a leggerglieli mentr'ella gli attaccava
alla giacca o al panciotto qualche bottone o lo spazzolava.
Non comprendeva Carolinona che fossero rivolti a lei que'
versi, e perché glieli leggesse; ma, poiché lo teneva in
conto di pazzo, non gliene domandava neppur la ragione, e lo
lasciava leggere.
Giannantonio Cocco Bertolli, violento e bestiale in tutto,
era timidissimo nell'amore. Non sapendo confessare
direttamente alla Pentoni l'affetto che gli era nato per
lei, si sfogava in poesia, sperando di arrivarci pe' viali
mostruosamente fioriti delle sue bolse metafore. Ma, vedendo
poi Carolinona restare impassibile, dava in ismanie, in
escandescenze.
- E che le avviene adesso? - gli domandava, stordita, la
povera donna.
- Che? - fremeva il Cocco Bertolli, spiegazzando la carta su
cui aveva raspato la poesia, spalancando al solito gli
occhiacci, pestando i piedi. - Me lo domanda? Nulla! Ma se
lo so! Questa dev'essere la mia sorte! Cosí ha statuito quel
Vecchio Ribaldo! Non debbo esser compreso da nessuno!
Neppure da lei!
- Io? Perché?
- Non mi dice nemmeno che gliene sembra.
- Di che? della poesia? Ma, santo Dio!, se io non ci capisco
niente: lei lo sa. Sia buono, via! Perché fa cosí?
- Perché... perché...
Inutile! La dichiarazione non gli poteva rompere dal cuore.
Ci voleva la spinta d'un sospetto odioso, balenatogli a un
tratto, durante una di queste scene, mentre la Pentoni gli
raccomandava di star zitto, o di parlar basso almeno, poiché
di là c'era il maestro che correggeva la sua musica.
- Ah, dunque per lui? - aveva allora inveito il Cocco
Bertolli. - Tu l'ami? È il tuo amante? Confessalo! Vipera,
vipera, vipera... E perché mi hai dunque lusingato finora?
- Io? Mi lasci! - gli aveva risposto la Pentoni tremante di
paura. - Lei è pazzo!
Ma il Cocco Bertolli, senza lasciarla, schiumante di odio e
di bile:
- Grida, sí, grida, perch'egli accorra! Voglio vederlo il
tuo paladino, viperello anche lui!
- Ma si stia quieto! si stia zitto! - aveva scongiurato
Carolinona. - Dice sul serio, signor Bertolli! Che vuole da
me? Mi lasci stare.
- Non posso! Io ti amo. Tu ami un altro? Ce la vedremo.
- Ma io non amo nessuno. Vuol farmi ridere? All'età mia? Non
ci mancherebbe altro! Chi vuole che s'innamori di me, signor
Bertolli?
- Io! E gliel'ho detto!
- Pazzia, scusi. Neanche per ridere! Mi lasci stare... Io
sono una povera donna.
Conosceva purtroppo la Pentoni le vili calunnie che
correvano sul suo conto, ma non s'era mai neppur curata di
smascherarle. Che gliene importava? Resa da un pezzo a
discrezione della sua trista sorte, aveva coscienza della
sua onestà, e le bastava. In che potevano ormai danneggiarla
quelle calunnie? Si sapeva brutta: aveva già trentacinque
anni (e per lei, come se ne avesse cinquanta), non si era
mai lusingata che un uomo si potesse innamorar di lei, non
aveva mai neanche il tempo di pensare che la sorte avrebbe
potuto forse concederle altra esistenza, il compenso di un
qualche affetto alla nera miseria, che la aveva sempre
schiacciata, oppressa, e da cui lei, con ogni mezzo,
coraggiosamente, aveva cercato di difendersi. Credevano
davvero che nella sua vita ci fosse qualche trascorso, anzi
piú d'uno? Ebbene, lo credessero! In fondo in fondo, questo,
non solo non la offendeva piú, ma quasi le solleticava
l'amor proprio, l'avvizzito istinto femminile. Socchiudeva
gli occhi. Non era vero, purtroppo! Nessuno mai s'era curato
di lei, tranne questo pazzo del Cocco Bertolli, ora. Sarebbe
stata da ridere, se non avesse avuto l'umor tragico,
quell'infelice.
- Me ne debbo dunque andare? - le aveva egli domandato.
- Ma no, stia! - s'era ella affrettata a rispondergli.
Purché non pensi piú a codesta pazzia!
- Non posso! Quando un'idea mi s'è confitta qui, neanche se
mi spaccano la testa col martello di Vulcano ne esce, lo
sappia! E sappia che i miei propositi erano onesti, e tali
sono tuttora! Carolina, vuoi diventare mia moglie?
S'era messa a ridere, a siffatta proposta a bruciapelo, la
Pentoni; ma il Cocco Bertolli, furibondo, le aveva troncato
la risata su le labbra:
- Non ridere, non ridere, perdio! Credimi almeno tu, che sei
una donna di cuore! Salvami! Io ho bisogno che qualcuno mi
ami e mi plachi. Riprenderò il mio posto nell'insegnamento,
sarai la moglie di un grande poeta, che ora sciupa cosí,
miseramente, il suo ingegno! E se non comprendi il poeta,
poco importa: sarai la moglie di un professore; ti basta?, e
ti libererai di tutti questi farabutti, che vengono a fare i
buffoni alla tua mensa! Senti: io ti do la prova maggiore
dell'amor mio, della serietà dei miei propositi! Uscendo di
qua, io vado all'ospedale, ad assoggettarmi a una terribile
operazione. I medici mi hanno detto che posso restarci. E
sia! Ma se mi salvo, sarò tuo, Carolina. Lasciami questa
speranza. Addio!
E se n'era scappato a precipizio, senza dar tempo alla
povera donna di trattenerlo, di sconsigliarlo.
All'ospedale, aveva costretto i medici ad arrischiare la
tremenda operazione, dichiarando:
- Cosí non posso né voglio piú vivere. Mi ucciderei. Dunque,
senza paura, senza rimorso, operatemi. Alla peggio, mi
anticipereste di qualche giorno la morte.
Il buon Martinelli, a cui la Pentoni aveva confidato,
piangendo, quel nuovo scoppio di pazzia del Bertolli, fu
spedito, due giorni dopo l'operazione, a domandar notizie
all'ospedale. Ne ritornò il povero signor Martino col
gracile nasone pallidissimo dallo sgomento, coi tondi
occhietti, invetrati.
Il Cocco Bertolli era moribondo, e gli aveva chiesto in
grazia di persuadere la «sua» Carolina a recarsi a vederlo
per l'ultima volta. Il medico aveva assicurato al Martinelli
che il moribondo non avrebbe superato la notte.
La Pentoni, impietosita, si era allora recata all'ospedale,
e lí aveva dovuto promettere, giurare solennemente al
moribondo che, se egli fosse scampato dalla morte, sarebbe
stata sua moglie.
- Ma non ci sarà pericolo, vedrà! non ci sarà pericolo! - le
aveva detto, per rassicurarla, il buon Martinelli, tornando
da quella visita. - Perché... sí, dico...
E aveva alzato una mano, come per benedire il moribondo.
II.
Tutti i commensali erano a tavola, quando Biagio Speranza
entrò nel salotto da pranzo, annunziando allegramente:
- Salvo! Salvo! Vengo dall'ospedale. Fra una ventina di
giorni riavremo alla nostra tavola il grandissimo poeta.
Signori, vi invito a gridare: Viva Giannantonio Cocco
Bertolli!
Nessuno fece eco a quel grido. Il signor Martinelli chinò
verso il piatto il naso sperticato. Trunfo lanciò
un'occhiataccia obliqua, e si rimise a mangiare.
La Pentoni piangeva.
Solo Cedobonis si rallegrò alla vista di Biagio Speranza,
che lo faceva ridere tanto, a tavola, come l'igiene voleva;
ed esclamò
- Oh bravo! adesso ci racconti!
Ma Biagio Speranza non gli diede retta. Guardò la padrona di
casa; poi domandò:
- E perché?
- Ma! - sospirò Dario Scossi. - Ingratitudine!
- Per carità! - pregò la Pentoni. - Questa sera mi lascino
stare...
Biagio Speranza guardò in giro gli amici e con un gesto
domandò che cosa fosse accaduto.
- Martinelli, - spiegò Cariolin, - è stato prima di te a
prender notizie all'ospedale, e Carolinona ha saputo...
- E se ne duole? - esclamò Biagio Speranza, fingendo
stupore. - Ah, scusami, Carolinona: ingratitudine! ha
ragione lo Scossi. Io ho veduto il tuo poeta, e per miracolo
mi son tenuto dal baciarlo in fronte. Che eroe dell'amore!
Non mi ha parlato che di te... Mi ha domandato...
La Pentoni si levò in piedi, convulsa; si recò il fazzoletto
agli occhi; si provò a dire: - Mi permettano... - ma uno
scoppio di singhiozzi le troncò la voce in gola, e corse
verso l'uscio della sua camera.
Cariolin, lo Scossi le si precipitarono dietro per
trattenerla; tutti, tranne Cedobonis e Trunfo, si levarono
in piedi e attorniarono la Pentoni che piangeva.
- Scemenze! Burattinate! - schizzava Trunfo, dalla tavola.
Gli altri intanto, tutti insieme, esortavano Carolina a far
buon animo: - Temeva sul serio che il Cocco Bertolli la
costringesse a sposare? Ma via! se lei non lo voleva! Che
storie! Paura? di quel matto? Fracassi? Ma c'era la questura
per tenerlo a posto! La promessa in punto di morte? Che
promessa? Eh via! L'avrebbe capito, con le buone o con le
cattive, che ella gli aveva detto una pietosa bugia... No?
Come no?
- Ebbene, - tagliò corto Biagio Speranza, infervorandosi, -
sta' zitta, Carolinona: ti sposo io!
Tutti scoppiarono a ridere.
- Che c'è da ridere? - gridò, serio, Speranza. - lo dico sul
serio! Siamo o non siamo cavalieri? Un orco, signori,
insidia questa colomba: io la difenderò! La sposo io, vi
dico. Chi vuole scommettere?
- Io: mille lire! - propose subito Cariolin.
E Biagio Speranza, pronto:
- Fuori le mille lire!
Cedobonis allora si alzò anche lui dalla tavola, dandosi una
fregatina alle mani, gongolante:
- Benissimo! Benissimo! Mi volete per depositario, signori?
- Fuori le mille lire! - ripeté con piú forza Biagio
Speranza.
- Non le ho con me, - disse Cariolin, tastandosi in petto. -
Ma, in parola! Qua, la mano. Mille lire, e il pranzo di
nozze.
- Le perderai! - raffibbiò Speranza, stringendo la mano di
Cariolin. - Voi tutti, signori, siate testimoni della
scommessa: io sposerò Carolinona. Sú, sú, zitta, sposina!
Rasciuga le lagrime, sorridi... guardami! Non mi vuoi?
Le tolse con affettuosa violenza le mani tozze, paffute dal
volto. La Pentoni sorrise tra le lagrime. Scoppiarono
applausi, evviva. Biagio Speranza, infervorandosi vieppiú,
abbracciò la sposa, che si schermiva, ripetendo:
- Per carità, mi lasci stare... mi lasci stare...
- A tavola! a tavola! - gridarono alcuni.
- Gli sposi, accanto! - proposero altri. - Qua, qua! A capo
di tavola!
E Biagio Speranza e Carolinona furon portati in trionfo e
messi a sedere a fianco.
Il buon Martinelli era trasecolato. Pareva che il naso gli
crescesse a vista d'occhio.
- Burattinate! Burattinate! - seguitava a schizzare Trunfo.
- Saresti forse geloso? - gli gridò Biagio Speranza,
levandosi in piedi e dando un pugno su la tavola. - Mi farai
il santissimo piacere di smetterla! Se voi, signori, credete
che in questo momento io stia scherzando, v'ingannate! Se
credete ch'io commetta una pazzia, sposando Carolinona, ho
l'onore di dirvi che pazzi siete voi! Io, che conosco la mia
vil creta, ho coscienza di esser tanto savio in questo
momento, quanto non sono mai stato in vita mia! Sono un
pover'uomo, signori, che per castigo di Dio s'innamora come
un asino d'ogni bella donna che vede! Innamorato, divento
subito capace delle piú madornali sciocchezze. Altro che le
bugie di Cariolin! Due volte, signori, due volte sono stato
(mi vengono i brividi!) in procinto di prender moglie sul
serio! Bisogna che mi sottragga al piú presto, a ogni costo,
a questa tremenda minaccia che mi sovrasta. Mi approfitto di
questo momento, in cui per fortuna non sono innamorato, e
sposo davvero Carolinona! Lampo di genio, signori! Vera
ispirazione del cielo!
Questa dichiarazione di Biagio Speranza fu accolta da una
tempesta d'applausi.
- Ma dunque... ma dunque... proprio sul serio? - domandava,
beato fra le risa, Cedobonis.
- Si permette di dubitarne, lei? - ribatté Biagio Speranza.
- Cariolin! Dove sei? Io ho la tua parola, bada! Mille lire,
e il pranzo di nozze. Signori, lasciatemi fare; ci
divertiremo!
- Bisogna vedere, obbiettò lo Scossi, - se Carolinona
acconsente.
Biagio Speranza si voltò vero la sposa:
- Mi faresti questo torto? a un bel giovane par mio? No, no:
vedete? ride la mia sposa, e ride il mondo!... È concluso,
signori!
A questo punto Trunfo scattò in piedi, tirandosi
rabbiosamente il tovagliolo dal collo:
- Finiamola una buona volta! Mi dà ai nervi codesto insulso,
stupido scherzo su una cosa... su una cosa che voi non
sapete ciò che voglia dire, perdio!
Seguí un momento d'imbarazzo, al ricordo della disgrazia
coniugale di Trunfo. Tutti i volti restarono sospesi
nell'atteggiamento di ridere, le risa cessarono d'un subito.
- Scusami, - disse pacatamente Biagio Speranza. - Perché ti
ostini a credere che sia uno scherzo questo mio? So meglio
di te quale enorme bestialità sia prender moglie, e ripeto
che appunto per guardarmi dal commetterla, sposo Carolinona.
- Il ragionamento non potrebbe essere piú filato! - osservò
Dario Scossi, promovendo di nuovo l'ilarità di tutti. - E me
n'appello a Cedobonis, professore di logica.
- Logicissimo! logicissimo! - confermò questi, - il signor
Speranza, infatti, sposa per non prender moglie.
- Proprio cosí! - ribatté Biagio Speranza. - E non si
scherza. Perché Carolinona ha paura sul serio del poeta
Cocco Bertolli, e io di perder sul serio, un giorno o
l'altro, la mia libertà. Sposando, noi ci salviamo a
vicenda: lei da quella razza di marito, io da una temuta
futura moglie sul serio. Sposati, lei qua per conto suo; io
a casa mia, per conto mio: liberissimi entrambi di fare quel
che ci parrà e piacerà. In comune, davanti alla legge, solo
il nome, che non è neanche un nome proprio, vi faccio
notare, signori: - Speranza, nome comune. Non so che
farmene, e te lo cedo volentieri. Che ne dici, Carolinona?
- Per me! - fece la Pentoni, sorridendo e stringendosi nelle
spalle. - Se non se ne pente...
Nuovi applausi, nuovi evviva, tra alte risa, a Carolinona.
Si seguitò per un buon pezzo ancora a conversare
animatamente di quel matrimonio per ridere; si deliberò di
celebrarlo però soltanto al Municipio, perché Dio, in
chiesa, no, non si doveva offenderlo; si scelsero i
testimonii: Cariolin, Martinelli, per la sposa; Cedobonis,
Scossi, per lo sposo. Il buon Martino non voleva saperne:
gli pareva... sí, dico... di commettere
un'irriverenza verso la... sí, dico... santità
dell'istituzione.
Ma, alla fine, dovette per forza chinar la testa, o meglio
il naso.
Il giorno appresso, tutta la città era piena della notizia
strabiliante.
Biagio Speranza, stirandosi con la mano bianca e grassoccia
il bel barbone biondo rossastro, rideva negli occhi ceruli
limpidissimi e, di tratto in tratto, dalla barba si passava
la mano, celermente, sotto il naso ardito all'insú, con una
mossa che gli era abituale.
Era contentone di quella grossa pazzia, ch'egli stava per
commettere.
Pazzia, a giudizio delle oche - intendiamoci! Lui aveva
coscienza di far bene. Ci aveva ripensato tutta la notte, e
s'era crepato dalle risa.
- Carolinona, mia moglie!
Ah, le oche del paese come le avrebbe intontite per bene,
questa volta! E se le voleva godere! Peccato, che sarebbe
stato per poco: fra un mese doveva ripartire per Barcellona,
e poi da Barcellona per Lione e da Lione per Colonia...
Vitaccia! Sempre di qua e di là. Meno male che, per
distrarsi - quando gli affari però (questo sí, prima di
tutto!) erano ben sistemati e contentati i direttori delle
fabbriche di seta che lo mandavano in giro cosí, come
l'Ebreo errante - trovava sempre modo di combinarne
qualcuna.
Amici, conoscenti lo fermavano, in tanto, per via:
- Di' un po', è vero?
- Verissimo. Che cosa?
- Che sposi?
- Ah, sí, Carolinona. Ma non mi pare una cosa seria.
- Per scherzo, dunque?
- No: sposare, sposo davvero. Ma per precauzione, capisci?
per guardarmi cioè dal prender moglie, ecco.
- Come! E se sposi intanto?
- Ma sí! Dormire però a casa mia; stare, me ne starò per
conto mio. Ci andrò soltanto come ci vado adesso, per
desinare. Né dovrò darle nulla, tranne, al solito, le rate
della pensione. Dunque?
- E il nome?
- Ma, se lei lo vuole, perché no? Non mi pare una cosa
seria...
E li piantava lí, allocchiti, in mezzo alla strada.
S'era dato convegno con Dario Scossi alla Pensione per
sbrigare insieme le carte di Carolinona e recarsi quindi al
Municipio per la denunzia.
Alla Pensione, oltre lo Scossi, trovò il timorato
Martinelli, che era venuto apposta, prima di tutti, per
sconsigliare alla Pentoni di prestarsi a quello scandalo
enorme.
- Ma lei ci crede? - gli aveva risposto la Pentoni, con un
mesto sorriso. - Son giovanotti allegri; li lasci fare!
Hanno scherzato; a quest'ora non ci pensano piú. Io, invece,
non ho potuto chiuder occhio tutta stanotte, pensando a
quell'altro lí, all'ospedale... Ah, che m'ha fatto fare,
signor Martino, che m'ha fatto fare... Non me ne posso dar
pace.
Al sopraggiungere dello Scossi, era rimasta interdetta:
- Ma come! davvero? ancora?
Biagio Speranza la trovò ostinata nel rifiuto.
- Oh, non facciamo storie! - le disse egli. Vuoi farmi
perdere le mille lire della scommessa?
- Ma che mille lire, via! La smetta, signor Biagio.
- Come! - riprese questi. - Non eravamo rimasti d'accordo
jersera? Te ne sei pentita? Non hai piú paura, dunque, del
Cocco Bertolli? Bada che quello vorrà sposarti sul serio,
poi!
- E lei per ischerzo, ora? - domandò la Pentoni sorridendo.
- No. Io te l'ho detto il perché...
E prese di nuovo a porre i patti e a rilevare i vantaggi
reciproci di quel loro matrimonio, serio e burlesco al tempo
stesso.
- Tranne che tu, - concluse, - non abbia ancora qualche
velleità, Carolinona!
- Io? - fece questa, mettendosi a ridere di nuovo.
- E dunque? - incalzò Biagio. - Perché t'opponi?
- Via, via! - esclamò la Pentoni. - Dice sul serio, signor
Speranza? Le pare che sieno cose, codeste, da fare per
ischerzo?
- Cose serie, - riprese con forza Biagio, - per me nella
vita non ce ne sono: tranne quelle sole (che possono essere
anche ridicolissime), alle quali però tu dia importanza. Il
naso di Martino, per esempio. Cosa ridicolissima,
quant'altra mai! Eppure, per lui, infelicità seria. Perché?
Perché lui gli dà importanza.
- Io? - esclamò il Martinelli, coprendoselo con una mano. -
Ma nient'affatto!
- E allora, scusi, - rimbeccò Biagio, - perché è venuto a
cacciarlo in un affare che non lo riguarda? Si faccia gli
affari suoi! Noi, Carolinona, a questo matrimonio non
dobbiamo dare importanza, è vero? e dunque per noi non è una
cosa seria.
- Ora, sí! - osservò la Pentoni. - Ma se poi lei se ne
pente?
- Ma senza dubbio me ne pentirò! - concesse Biagio. - Giusto
però quando mi avverrà di pentirmene, ne risentirò il
vantaggio. Capisci? Se lo faccio per questo!
- E io ci andrò di mezzo?
- Tu, no! Perché? Me la piglierei con me, se mai! Che entri
tu, se non vuoi?
- La capisce anche lei, dunque? - disse, per concludere, la
Pentoni. - Se mi oppongo, non è certo per me. Che vuole che
ci perda io? Ho tutto da guadagnare e nulla da perdere.
Mentre lei...
- A me, non ci pensare! - troncò Biagio Speranza. - So
quello che faccio. Sú, andiamo, Scossi: s'è fatto tardi. Ma
già, prima, rispondi, Carolinona: - Nome (lo so!)
- paternità - anni - luogo di nascita - stato: se sei
nubile o vedova o niente: non c'è bisogno che mi dica la
verità, su questo punto. Ma gli anni, sí, precisi: mi
raccomando.
- Trentacinque, - rispose Carolinona.
- Va' là! - esclamò Biagio scrollando le spalle. - Non
cominciare!
- Trentacinque, gliel'assicuro: son nata nel 1865 a Caserta.
- Perbacco! Sei dunque tenera ancora? Oh cara! Non si
direbbe però. E... dunque, diciamo nubile?
- Nubilissima! Sissignore.
- Ti credo. Scriveremo allora a Caserta per l'atto di
nascita. Via, Scossi! Di corsa al Municipio, per la
denunzia.
Inizio pagina
III.
Due ragioni affrettarono principalmente quelle nozze
memorabili: la prima, che Giannantonio Cocco Bertolli
uscisse, guarito, dall'ospedale; la seconda, che Biagio
Speranza s'innamorasse nel frattempo, secondo il solito suo,
di qualche provocante donnina.
In quei giorni egli, per sfuggire ogni tentazione, camminava
per la via con gli occhi verso terra o col naso per aria.
Ma la Pentoni avrebbe voluto almeno aver tempo d'allestirsi
un abito nuovo, per la cerimonia. Bianco? - No, che bianco!
- Modesto, per l'età sua... ma nuovo. Poteva andar cosí al
Municipio?
- E che te ne importa? - le aveva domandato Biagio.
- Nulla a me, capirà. Ma per lei, signor Speranza. Che
diranno?
- Lascia cantare! Che vuoi che me ne importi? Vèstiti come
ti pare. Non vorrei che tu buttassi via quattrini
inutilmente.
No: Carolinona si volle far l'abito nuovo, massime quando
seppe che Cariolin, lo Scossi e Cedobonis avrebbero
indossato solennemente la marsina.
Che pena, intanto, le costò la scelta di quell'abito!
Quantunque, sí, da tanto tempo rimessa e rassegnata alla sua
sorte, si sentiva quel giorno il cuore stretto da
un'angoscia strana, che le suscitava, alle labbra, quasi un
prurito di riso e, agli occhi, un prurito di pianto.
Pur senza voler dar peso a quella buffonata, l'idea
soltanto, anzi la parola «matrimonio» le risvegliava
istintivamente, nel corpo rilassato, un certo sentimento
della propria femminilità; non però con tanto vigore che
l'amor proprio si ribellasse a quella parte che le si voleva
far rappresentare: ma tanto tuttavia da fargliene sentir
l'amarezza, quasi di scherno. Cosí, infatti, cosí per
ridere, le toccava di sposare! E lei ne rideva con gli altri
e piú degli altri. Bah!
Se avesse potuto indovinare il gusto di lui, per il colore
della stoffa! Voleva un colore modesto, che non désse tanto
all'occhio: - Cénere? Avana? - Alla fine, dopo lunga
indecisione, per non stancare troppo il mercante che già le
domandava per che cosa quell'abito le dovesse servire, prese
nell'imbarazzo una stoffa color petto di tortora. Se ne
pentí, appena uscita dalla bottega.
- Mi starà male! proprio male!
Poco dopo, alzò una spalla, chiudendo gli occhi amaramente:
- Non la avrebbe neanche guardata, lui!
Venuto il giorno delle nozze, prima che il corteo si
avviasse al Municipio, Biagio Speranza dichiarò che non
voleva prendersi le mille lire della scommessa: non voleva
che si dicesse che da quel matrimonio gli era venuto denaro
in tasca. Cariolin, dunque, ne facesse un regalo di suo
gusto alla sposa.
La Pentoni si oppose. Non voleva nulla, neanco lei. Ma tutti
protestarono, e Cariolin, per cui le mille lire erano
perdute e che, trovandosi in ballo, voleva ballare, protestò
piú forte degli altri:
- No no! Ci penso io! Ho già trovato; vedrai, signora
Speranza: un regalo coi fiocchi, e utilissimo! Lasciatemi
fare!
Era, come aveva promesso, in marsina, il minuscolo Cariolin,
e con un elegantissimo panciotto di velluto nero. In marsina
era anche lo Scossi. Cedobonis, all'ultima ora si era
ricordato d'esser professore di filosofia e di pedagogia, ed
era venuto in abito lungo. Il piú misero di tutti era il
buon Martinelli con quel farsetto lustro, i calzoni chiari e
la cravattina bianca ingiallita... Il solo Trunfo mancava
alla festa.
Ma per quanto il salotto da pranzo fosse tutto parato dei
fiori mandati in dono dai commensali della Pensione,
e la lunga tavola, in mezzo, splendidamente apparecchiata da
due camerieri d'albergo, assoldati per l'avvenimento da
Cariolin, a cui spettava anche di pagare il pranzo di nozze,
l'allegria che ciascuno si era ripromessa per quel gran
giorno non riusciva ad avvivarsi. Le risa erano sforzate: si
rideva perché ciascuno aveva pensato di dover tanto ridere
in quella giornata, ma non se ne vedeva piú, veramente la
ragione. Quella Carolinona - possibile? - era andata a
scegliersi una stoffa d'un colore inverosimile, per l'abito
di nozze! E perché poi Biagio Speranza non aveva indossato
anche lui la marsina? Perbacco! Le cose si fanno o non si
fanno.
Biagio Speranza si sentiva come una vellicazione irritante
al ventre, udendo specialmente le scempiaggini di Cariolin
che voleva vendicarsi cosí - pensava lui - di quei pochi
quattrinucci perduti, chiamando già Signora Speranza
Carolinona. Per non dargliela vinta, si sforzava di
mostrarsi allegro anche lui; ma doveva internamente
confessare a se stesso d'essersi divertito molto di piú nei
preparativi di quel matrimonio. Cercava ora di uscirne al
piú presto possibile, per non pensarci piú, per pensare ad
altro, oramai.
- Sú, sú via! Sbrighiamoci!
- Aspettino un momento! - disse Carolinona, già col
cappellino in capo. - Vorrei prima dare un'occhiata in
cucina...
Si levò un urlo d'orrore, a questo pensiero da saggia
massaja, espresso ingenuamente, giusto in quel momento.
Cariolin si precipitò innanzi a tutti e, con un grazioso
inchino da conquistatore d'arciduchesse d'Austria, offrí il
braccio alla sposa.
Gran folla di curiosi al Municipio, per assistere a quel
matrimonio ormai famoso. Lo stesso ufficiale dello Stato
Civile frenava a stento le risa. Ma piú che lo sposo e la
sposa, attirava gli sguardi della gente uno dei testimonii,
o meglio, il naso di lui. Come cascato dalle nuvole, il buon
Martinelli! E nessuno riusciva ad intendere come, perché si
trovasse lí, fra tutti que' matti, un pover'uomo di quella
fatta, cosí intontito, con gli occhi lappoleggianti e la
bocca aperta.
Terminata la cerimonia, Cariolin scappò via per il dono,
pregando che lo si aspettasse un tantino prima di portare in
tavola. Volle assolutamente serbare il segreto.
A tavola l'allegria si destò. Biagio Speranza, che vedeva
ormai la fine di quel carnevale, si mostrò galante con la
sposa. Il pranzo era prelibato, finissimo, abbondante. Allo
sciampagna, cominciarono i brindisi. Ce ne furono per tutti
e d'ogni colore. Uno, fra gli altri, di Dario Scossi alla
moglie lontana del Martinelli, riuscí proprio maluccio: fece
piangere Martino, che aveva insolitamente cacciato un po'
troppo il nasone entro il bicchiere. Ma subito Cariolin
tolse a pretesto quelle onestissime lagrime per presentare
come insigne esempio e specchio di fedeltà coniugale la
coppia Martinelli ai nuovi sposi.
Erano ancora a tavola, quando arrivò il tanto atteso dono di
Cariolin.
- Ci sono di là alcuni facchini, - venne ad annunziare uno
dei camerieri.
Spiritarono tutti.
- I facchini? - Dunque il regalo era venuto col carro?
- E che regalo era dunque?
Si levarono e accorsero a tempesta nella saletta d'ingresso.
Un magnifico letto matrimoniale, di legno intarsiato,
fornito di tutto punto.
Biagio Speranza restò male.
- Peccato! - esclamò Carolinona, battendo le mani, dolente
per quelle mille lire sprecate cosí.
Ma gli altri intanto applaudivano alla splendida idea di
Cariolin, il quale gridava raggiante, in mezzo a tutti:
- Perché, o signori, il matrimonio si deve consumare! si
deve consumare!
- Oh basta cosí! - esclamò Biagio Speranza, seccato,
facendosi avanti. - Senza tanti scherzi! Ci siamo fin qui
divertiti, e io sono stato con voi. Non caschiamo nel
tragico, adesso, amici miei! Finiamola. Mi fate accapponar
la pelle! Pensiamo ad altro, e non se ne parli piú.
- Ma niente affatto! - incalzò Cariolin. - Il meglio viene
adesso, caro mio. Ah, tu credevi di cavartela cosí? Signori,
ajutatemi a mettere a posto questo letto!
Carolinona s'interpose, dolente, mortificata:
- Dove vuol metterlo, signor Cariolin?
- Come! Nella tua camera da letto.
- Ma non c'entra, scusi! E poi che vuole che me ne faccia?
- Lo domandate a me? - gridò Momo Cariolin, promovendo un
nuovo scoppio di risa.
- Ma si stia quieto! - rispose Carolinona. - Mi dispiace
davvero che lei abbia speso, senza ragione, tanto denaro.
Provi, tenti subito, se il negoziante se lo riprende. È un
vero peccato! O provi a rivenderlo.
- Ma nient'affatto! - ripeté con piú forza Cariolin,
testardo, fanatico della sua trovata. - Vedrai, se ti
servirà! Perché, tanto, egli è tuo marito, e c'è poco da
dire; tu sei sua moglie: come vuoi che resista ai
vezzi tuoi?
Queste ultime parole suscitarono un'altra salva d'applausi,
tra grida scomposte. I pezzi del letto furon presi d'assalto
e portati nella camera di Carolinona. Fu d'un subito
disfatto il lettino, dov'ella dormiva, e messo sú a quel
posto il nuovo letto: il talamo.
Rideva ella, poverina, nel vedere quegli uomini inesperti
affaticarsi in tanti a buttar prima le materasse sul saccone
metallico e poi a sprimacciarle, e a distendervi il primo
lenzuolo e poi il secondo ricamato, e poi a cacciare i
guanciali entro le federette e a coprire il letto con la
splendida coltre di seta.
- Ecco fatto! Ecco fatto!
Tutti sudati.
Ma dov'era Biagio Speranza? Ah, birbone! Se l'era svignata,
zitto zitto.
- Vedono? - disse, afflitta, Carolinona. - Se seguitiamo a
far cosí, non lo faranno piú venire.
Quelli allora la confortarono, la consolarono a coro; e
invano ella protestava che le premeva soltanto di non
perdere il cliente. Ma che! il cliente soltanto?
- Sta' pur sicura! - concluse Cariolin.
- Aspettalo! Te lo vedrai apparire piú tardi, a notte
avanzata.
- Buona notte, sposina! Buona notte!
E, cosí ossequiata e complimentata la sposa, andarono via
rumorosamente.
Era già sera chiusa. Carolinona, per quanto stanca di quella
giornata tumultuosa, dovette tuttavia attendere parecchie
ore a rimettere in ordine la casa. Finalmente, licenziati i
camerieri e il cuoco, mandata a letto la serva, si ritirò in
camera. - E il letto? - Oh guarda! Si era dimenticata di far
rimettere sú il suo lettino.
- Che matti! che matti!
Lí, certo, su quel letto matrimoniale, ella non si sarebbe
messa a dormire. Si accostò per contemplarlo da vicino, e
passò prima, lievemente, una mano su la coperta rosea, di
seta: ma su quel rosa tenero, morbidissimo, notò a un tratto
il nero della sua mano tozza, sconciata dai ruvidi lavori,
con le unghie piatte, corte, e istintivamente la ritrasse,
mormorando di nuovo:
- Peccato!
Si protese un po' a guardare il ricamo del lenzuolo, ma già
non notava piú la bellezza del letto, pensava a sé, pensava
che, se lei fosse stata bella, quel matrimonio cosí per
ridere non sarebbe avvenuto. Anche perché, se bella, chi sa
da quanto tempo avrebbe avuto marito... Eppure, a volerla
dire, quante sue amiche d'altri anni, certo non piú belle di
lei, avevano sposato, avevano una casa ora, uno stato;
mentre lei... cosí per ridere! sposata, per non esser
moglie...
- Sorte!
E, per giunta, lo scherno di quel letto lí, cosí bello, che
aveva suscitato un cosí vivo ribrezzo, anzi orrore, orrore
in lui: «Mi fate accapponar la pelle!»... Eh via...
bella, no: lo capiva da sé; e poi, rifinita, debellata dalla
vitaccia crudele; matrimonio fatto per scherzo, d'accordo,
sí... ma era poi, veramente, tanto tanto tanto brutta lei,
da suscitare tutto quel ribrezzo, tutto quell'orrore? Eh
via! non era neanche vecchia, in fin de' conti!... Non per
lusingarsi (non ci pensava nemmeno!); ma troppo, ecco,
troppo... E, alla fin fine, era una donna onesta, lei,
illibata, non ostante tutte le calunnie. Questo, intanto,
sarebbe stato bene metterlo in chiaro. Non per nulla, ma
perché egli almeno non credesse d'aver buttato il suo nome
nel fango. Si regolasse poi come credeva: a lei non
importava affatto di tutto il resto: le premeva soltanto che
la sapesse pura, pura come quando era uscita dal grembo di
sua madre, ecco. E basta.
Si scosse; si guardò attorno: vide in un angolo, arrotolate,
le materasse del suo lettino; la lettiera di ferro,
accostata al muro. Restò un pezzo perplessa se chiamare o no
la serva per farsi ajutare; ebbe compassione di quella
poveretta che, a quell'ora, forse dormiva, stanca della
fatica straordinaria della giornata. Che fare? Si mosse
verso l'angolo ove stavano le materasse; ma, passando
innanzi allo specchio dell'armadio, intravide la propria
immagine, e si fermò. Dall'attento esame di se stessa nello
specchio (quantunque ella, mentendo di fronte alla propria
coscienza, credesse di contemplar soltanto l'abito nuovo,
che, allestito in fretta, le stava tanto male), le nacque
una vivissima stizza per l'impiccio del lettino da rifare. -
No, niente! Avrebbe dormito lí, su la poltrona. Tanto peggio
per lei che, all'età sua, per far divertire gli altri, s'era
prestata a commettere una tale pazzia, esponendosi cosí al
ridicolo, al dileggio.
Subito dopo, però, il bisogno istintivo di scusarsi innanzi
a se stessa, le pose avanti la ragione per cui vi si era
lasciata indurre: la paura cioè di quell'altro matto da
catena, che voleva diventare per forza suo marito; la
promessa pietosa che ella s'era lasciata sfuggire lí,
all'ospedale, quel giorno, per aver dato ascolto a
quell'imbecille di Martinelli.
- Bah! - pensò. - Mi servirà almeno per questo. E quando
quel matto furioso uscirà dall'ospedale, egli (mio marito!)
mi difenderà, riconoscendo la ragione per cui mi son
prestata a far la buffona. Dovrà pur venire e dovrà pur
dirglielo che io sono, almeno per finta, la sua legittima
moglie.
Prese a sbottonarsi il busto. A un tratto s'arrestò, dicendo
a se stessa che era inutile, se doveva dormir seduta sulla
poltrona. Altra bugia, questa, messa avanti per impedirsi di
assumere coscienza di una speranza sciocca, cui sapeva di
non potere neanche per sogno accogliere. E tuttavia, spento
il lume, seduta ormai su la poltrona, ella intendeva
l'orecchio - senza saperlo, senza volerlo - nel silenzio
della strada sottostante.
Dov'era egli a quell'ora? Forse in qualche Caffè, con gli
amici. E immaginò la sala d'un Caffè, illuminata, e li vide
tutti - quelli della sua Pensione - lí, intorno ai
tavolini, e vide lui che rideva, rideva e teneva testa ai
motteggi. Certo il suo nome era su la bocca di tutti,
deriso... Che gliene importava? Ella aspettava che quella
riunione chiassosa finisse, per veder lui solo.
Dove sarebbe andato? A casa? o forse... Forse sarebbe andato
a trovare qualche altra donna...
Restò, a questa supposizione, come innanzi a un vuoto
inatteso, imprevisto. Ma sí! ma sí! Non era egli libero del
tutto?
E lei qua, intanto, su la poltrona, con lo splendido letto
accanto - oh pazza! oh sciocca! - E non riusciva a prender
sonno.
Inizio pagina
IV.
No: Biagio Speranza non era andato al Caffè, come
Carolinona aveva fantasticato.
Indispettito dall'insulsaggine degli amici, egli si era
ritirato a casa, col fermo proponimento di partire il
giorno appresso per Barcellona, e farla finita.
S'era messo a preparare l'occorrente per il viaggio,
quando pensò che gli mancava il denaro per quella
partenza anticipata. E allora, di fronte a questa
difficoltà materiale, convenne che, infine, non era
degna di lui la fuga. L'aveva fatta proprio grossa;
s'era lasciato spingere un po' troppo oltre dal suo
spiritaccio bislacco e, abbagliato da quel lampo di
pazzia o di genio (tutt'uno!), non aveva pensato alle
conseguenze, cioè alla somaraggine degli amici. Ora, a
questa somaraggine egli doveva pur concedere un po' di
sfogo, che diamine! e sopportare in pace, con pazienza,
i ragli per alcuni giorni. Si sarebbero stancati alla
fine, e l'avrebbero smessa. Sí, sí; aveva fatto proprio
male a indispettirsi, ad andarsene cosí di nascosto. E
non doveva poi abbandonare alle ire del Cocco Bertolli
quella povera donna che non c'entrava né punto né poco,
che sarebbe stata ai patti convenuti e non lo avrebbe
mai molestato né infastidito; ne era sicuro!
- Povera Carolinona! - pensò, sorridendo. - Con che
faccia pronunziò quel sí... Pareva che con gli
occhi volesse soggiungere all'ufficiale dello Stato
Civile: - «Veda un po' Lei che valore può avere... A me,
in verità, non pare che ci si possa scherzare; ma questi
giovanotti han creduto che non ci fosse nulla di male,
ed eccomi qua, per contentarli. Che altro debbo fare?
Scrivere, anche? Firmare?». - Povera Carolinona! Guardò
la penna, come per dire: - «Ma proprio proprio
firmare?». - Poi guardò me, indecisa. M'è venuto di
ridere e le ho indicato il posto dove doveva apporre la
firma. Che raspatura di gallina, poveretta! E quella
predica, poi, dell'assessore! E tutti quegli articoli
del contratto matrimoniale... «La moglie deve seguire
il marito...» - Sí, a Barcellona! A cavallo d'una
scopa! Ma il fatto è, intanto, che mentre io andrò in
giro per mezza Europa, lei resterà qua mia moglie,
sempre, fin che campa. Passerà un anno, ne passeranno
due, tre, diventerà vecchia: sempre mia moglie. Questo è
l'inconveniente dello scherzo. Mah! Non ci penserà piú,
poverina, di qui a poco. Bisognerà fare in modo che non
ci pensino piú neanche gli altri. Se mi seccano troppo,
mi risolverò di cambiar residenza; tanto, sono uccello
senza nido, e buona notte sonatori.
Si mise a letto e non tardò ad addormentarsi. Non avendo
però ajutato con un po' di moto la digestione del lauto
pranzo, dormí male.
Brutti sogni! Carolinona non voleva piú sentir ragione:
era moglie, sí o no? e dunque voleva far valere tutti
suoi diritti, pronta, prontissima a sottostare a tutti i
doveri. Lo prendeva per un braccio, non intendeva di
lasciarlo piú. Ma come! e i patti? se era uno scherzo! -
Scherzo? - Ella aveva firmato davvero. E perciò lí! egli
doveva star lí, con lei! - Infamia! tradimento! - Tutte
le porte chiuse? - Calci, spintoni, pugni a tutte le
porte. Invano! Ah, che dolore, che rabbia, che
angoscia... Dietro quelle porte chiuse, asserragliate,
ridevano gli amici, a crepapelle: Cariolin, lo Scossi,
Cedobonis e finanche il Martinelli. Trunfo sghignava.
Congiura infame! Lo volevano dunque morto? No, no, anche
a costo di morire, no: egli non si sarebbe arreso a
dormire su quel letto. Ah, lo prendevano di forza? ve lo
legavano? Vigliacchi! in tanti contro uno! Piano,
piano... Lí, alla gola, no... Ah, lo soffocavano...
Balzò a sedere sul letto, col cuore che gli batteva in
tumulto.
Maledetti!... Che sogno! Via, via...
Trasse un sospiro di sollievo e si ricompose a dormire,
dall'altra parte.
Poco dopo era a Barcellona, in sogno. Ma l'amica ch'egli
andava ogni volta a trovare - che è, che non è - gli si
cangiava tra le braccia in Carolinona.
Si alzò tardi e di pessimo umore. Lavandosi e poi
guardandosi allo specchio la brutta cera, si mise a
riflettere sui casi suoi. Comprendeva che le sue stesse
condizioni d'esistenza erano come tante vele spiegate
che portavano di qua e di là la barca della sua vitaccia
spersa, senza concederle mai riposo in un porto sicuro:
la barca era ancora ben solida: ma certo non sarebbe piú
cosí tra breve; era dunque necessario che almeno il suo
spirito bislacco non rappresentasse piú oltre il vento
furioso che investiva quelle vele già vagabonde per
necessità.
Fuori di metafora: - Giudizio, Biagio!
Sarebbe andato quel giorno alla Pensione e, col
suo contegno, avrebbe fatto capire agli amici che era
tempo di finirla.
Prima di lui arrivarono alla Pensione, quella
sera, tutti gli altri commensali, compreso Trunfo:
- Ebbene? - domandò, per prima cosa, Cariolin. - È
tornato? È venuto?
- Ah giusto! - aggiunse Cedobonis. - Ci ragguagli, ci
ragguagli...
- E non vedete? - esclamò lo Scossi, additando
Carolinona:
È
languida la rosa
Che il zeffiro notturno accarezzò...
- Zitti, via, zitti! - disse la Pentoni, scrollando le
spalle. - Mi hanno disfatto il lettino, e ho dovuto
passar la notte su una poltrona...
- E non c'era il letto? - fece Cariolin. - Va' là, va'
là! tu vuoi darcela a bere, sposina, d'accordo con
lui...
Sopravvenne Biagio Speranza, e fu assalito di domande
anche lui.
- Ma certo! ma si sa! ma come no! - cominciò egli a
rispondere, con faccia tosta. - Hai avuto il coraggio di
negare, tu, Carolina? Non le date retta, amici. Sposina
fresca, si vergogna. Quando son venuto? A mezzanotte in
punto. L'ora delle fantasime. Il portone era chiuso e
lei, proprio lei che nega, mi ha buttato la chiave dalla
finestra. Perché negarlo, moglie mia? Dobbiamo dare
questa soddisfazione a gli amici che s'interessano tanto
della nostra felicità coniugale. E questa sera mi
vedrete anzi rimanere qua, al mio posto, da padrone di
casa: e spero che basterà e d'ora in poi mi lascerete
godere in pace le gioje del talamo. Va bene cosí?
Prese posto accanto a Carolinona; ostentò, durante il
pasto, tra le risa generali, tutte quelle premure, que'
lezii da scimmiotto innamorato che uno sposino novello
suol fare alla sposina; a chi gli domandò che nome
avrebbe messo al primo figliuolo, rispose che lo
avrebbero chiamato Speranzino, o Speranzina
se femmina; e cosí via. Carolinona lasciava dire,
lasciava fare e rideva anche lei.
A un certo punto Trunfo, truce, domandò a Biagio
Speranza:
- Mi permette Lei di seguitare a rivedere qua le mie
carte?
- Senti, senti! - esclamò Cariolin. - Gli dà del lei,
adesso!
- Ma certo, - approvò lo Scossi. - Tu non capisci nulla!
Biagio è marito, ormai. E il maestro rispetta in lui
l'autorità maritale.
- Io posso anche andarmene altrove, - soggiunse Trunfo.
- Questa sera stessa, anzi, raccoglierò le mie carte...
- Ma no! - s'affrettò a rassicurarlo Biagio Speranza. -
Lei, caro maestro (se non debbo piú darle del tu),
lei è padrone di fare il comodo suo di giorno e di
notte. Che c'entra! Questo è matrimonio allegro. Lei
vuol farne per forza una tragedia; ma sappia che io non
sono affatto geloso. Libero, libero, caro maestro, di
fare quello che le parrà e piacerà. Dico bene,
Carolinona?
- Il signor maestro, - disse questa, un po' mortificata,
- non mi ha recato mai alcun fastidio.
- E allora, va bene, - concluse Trunfo, scattando in
piedi.
Fece un breve, rapido inchino, con le mani appoggiate
alla spalliera della sedia, e andò via, intozzato dalla
bile.
- Amici miei, - ammoní, poco dopo, Biagio Speranza, -
nell'interesse di mia moglie, vi consiglio di smettere
se non volete farle perdere un cliente. Lo scherzo è
bello, ma non deve poi nuocere alla tasca...
- Oh, intanto tu, senza scherzo, - raffermò Cariolin,
levandosi di tavola insieme con gli altri, - mantieni la
tua promessa e non prendere questa scusa. Noi ce
n'andiamo e vi auguriamo felicissima notte.
- Io - aggiunse lo Scossi, - rimarrò con Cedobonis
davanti il portone a far la guardia: e puoi star sicuro
che non ti faremo scappare per tutta la notte.
- State pur sicuri vojaltri che non scapperò! - rispose
Biagio Speranza, accompagnando i commensali fino alla
porta.
Carolinona cominciò a sentirsi su le spine, non
comprendendo che cosa veramente volesse fare quel matto.
- Che scimuniti, eh? - le disse Biagio, rientrando nel
salotto da pranzo. - E son capaci di aspettare davvero
su la strada, sai?
Carolinona si provò a sorridere e a guardarlo, ma
abbassò subito gli occhi.
- Sai che è buffa davvero la nostra situazione? -
riprese Biagio scoppiando in una sonora risata. - Ma
bisogna far cosí, per aver pace. O non la smetteranno
piú... Aspetterò una mezz'oretta, abbi pazienza.
- Per me, si figuri... - disse la Pentoni, senza levar
gli occhi, piano.
Biagio Speranza la guardò. Era tranquillissimo, lui, e
credeva che dovesse anche lei esser cosí. Notando però
l'imbarazzo di Carolinona, scoppiò di nuovo a ridere.
Ferita da quella risata, ella alzò gli occhi e cercando
di nasconder alla meglio la stizza amara sotto un
sorriso, disse:
- È stata una pazzia imperdonabile, creda pure... Lei
stesso se ne accorge, ora? Non avrei dovuto
lasciargliela fare...
- Ma no! - esclamò Speranza. - Sta' tranquilla!
Passerà...
- Intanto, lei dovrebbe intenderlo; - riprese ella, - mi
secca... sí, ecco... che in questo momento la gente
supponga...
- E che male c'è? - domandò ridendo Biagio. - Non sei
mia moglie? Io non posso comprometterti, mi pare. Mi
comprometto io, scusami, se mai.
- Lei è un uomo e sanno tutti che fa per ridere, - disse
seria la Pentoni. - Quantunque, se debbo dirle la
verità, io non riesco piú a vedere che scherzo sia,
arrivato a questo punto... Ridono tutti di lei e di
me...
- E ridiamo anche noi! - concluse Biagio - Perché no?
- Perché io non posso, - rispose pronta Carolinona. -
Capirà bene, scusi, che non può farmi piacere, che lei,
per troncare uno scherzo che comincia a seccarle, sia
costretto a farmi rappresentare una parte che non mi
va...
- Come! - esclamò Biagio. - La parte di moglie? Dovresti
ringraziarmi, perbacco.
Carolinona s'infiammò:
- Ringraziarla, scusi, anche delle parole che lei ha
detto al maestro Trunfo sul conto mio? Moglie per
ridere, capisco: ma perché lei ha commesso la bestialità
di darmi davvero il suo nome davanti alla legge, mi
pare, non so, che lei dovrebbe, almeno almeno, mostrare
di non credere a certe calunnie e non scherzarci sú...
Perché sono calunnie, sa! vilissime calunnie... Io mi
son fatta sempre gli affari miei. Povera, sí, ma onesta,
onesta! È bene che lei lo sappia. E può star tranquillo,
su questo punto...
- Ma tranquillissimo, figúrati! - la rassicurò Biagio,
senz'alcuna convinzione.
- Dice proprio sul serio? - ribatté la Pentoni,
guardandolo fermamente.
Biagio la guardò a sua volta; poi si lasciò cader le
braccia ed esclamò:
- Mi spavento, Carolinona! Non ti credevo capace di dir
la verità con tanta asseveranza e tanto calore. Ti
credo, ti credo... ma lasciami vedere dalla finestra se
sono andati via quei seccatori, e finiamola subito.
Si recò alla finestra, guardò giú nella via.
- Nessuno, - disse, ritirandosi. - Mi dispiace che lo
scherzo sia finito proprio male. Le cose lunghe, si sa,
diventano serpi. Basta: la sciocchezza è fatta, e non ci
si pensi piú. Addio, eh?
Le porse la mano. La Pentoni, esitante, gli porse la
sua, tozza e nera, mormorando:
- A rivederla.
Appena sola, tutta vibrante dalla commozione, corse a
chiudersi in camera e scoppiò in un pianto dirotto.
Biagio Speranza, fatti pochi passi, spiando nell'ombra
della piazzetta innanzi al portone, invece dello Scossi
e del Cedobonis, intravide il signor Martinelli che si
stropicciava le mani, dal freddo. Restò senza fiato il
buon uomo nel sentirsi chiamare e poi batter forte una
mano su la spalla.
- Che fa qui lei, bel tomo? Dica un po', stava forse ad
aspettare che io me ne andassi, per...?
- Dio me ne guardi! Che dice mai, signor Speranza? -
balbettò cosí tremante il Martinelli, che Biagio non
poté tenersi dal ridere. - Stavo... stavo per
andarmene...
- E intanto era qua! - rispose Biagio ricomponendosi e
simulando severità. Gli passò una mano sotto il braccio,
e aggiunse, avviandosi: - Sú, andiamo, e mi spieghi...
- Ma sissignore... - s'affrettò a rispondergli,
impacciatissimo, il Martinelli. - Le confesso... giacché
lei ha potuto... sí, dico... sospettare (Dio me ne
guardi!); le confesso che mi ero trattenuto, non tanto
per curiosità, quanto per... sí, dico... congratularmi
meco stesso che lei finalmente riconoscesse la... la...
la santità del vincolo, perché...
- E debbo proprio crederci? - lo interruppe, fermandosi,
Biagio. - Non sono proprio un marito ingannato? Lei se
ne stava lí, all'ombra, come un vil seduttore, non può
negarlo...
- Ma non lo dica neanche per ischerzo! - esclamò con gli
occhi al cielo e forzandosi a sorridere, il signor
Martino. - All'età mia, scusi? E poi quella là...
un'onestissima donna, glielo giuro! Ma già lei non ha
bisogno che glielo dica io... È stata sempre tanto...
tanto buona con me, mi ha sempre confidato... sí,
dico... tante cose, poverina... Ed io perciò stavo lí,
creda, a felicitarmi... che...
- Con permesso, scusi! A rivederla! - lo interruppe di
nuovo Biagio Speranza, ritraendo in fretta il braccio e
accorrendo verso una donnina capricciosamente
abbigliata, che usciva in quel momento da un Caffè.
Martino Martinelli rimase lí piantato in mezzo alla
strada; si portò istintivamente una mano al cappello,
poi seguí un tratto con gli occhi quella coppia che s'allontava
ridendo sonoramente, forse di lui, forse della Pentoni,
e tentennò il capo, addolorato, ferito...
V.
Né la sera appresso, né le altre seguenti Biagio
Speranza venne alla Pensione.
Momo Cariolin e Dario Scossi smisero, fin dalla prima
sera, di tormentare Carolinona, che parlò, alla fine, un
po' fuor de' denti. Trunfo volle prendersi la rivincita,
ri