Novelle per un anno - Appendice
18. Prudenza
Il Marzocco, 17 marzo 1901
Data memorabile per me il 12 aprile del 1891.
Avevo compiuto da circa un mese trentaquattro anni. Da un
pezzo mi notavo nel volto, e precisamente alla coda degli
occhi e su la fronte, certi lievi solchi che mi pareva non
si potessero ancora chiamar propriamente rughe. Credevo
almeno che il numero degli anni miei potesse tuttavia
permettermi di non chiamarli tali. Momentanei increspamenti
de la pelle, che - sotto l'azione del pensiero, del riso,
dell'abituale atteggiarsi della fisonomia - erano divenuti
stabili. Ma rughe, no.
Scorgevo inoltre da un pezzo nella barba e per entro alla
folta e fluente capigliatura poetica (povera poesia, perduta
coi capelli, come la forza di Sansone!) qualche... sí, peli
bianchi, insomma... piú d'uno. E m'assoggettavo ogni
mattina, davanti allo specchio dell'armadio, a un supplizio
in uso non ricordo bene presso quali popoli civili
dell'antichità o dell'evo medio: al supplizio della
depilazione.
Quante volte, ahimè, insieme con qualche pelo bianco della
barba non mi strappai dagli occhi lagrime sincere di fitto
acutissimo dolore!
Inferocivo contro me stesso.
Il pelo, profondamente radicato, mi sfuggiva dalle dita
crudeli, resisteva allo strappo due o tre volte. Mi
asciugavo le lagrime sul volto contratto dallo spasimo, e lí,
daccapo, a tentare con maggior violenza per la quarta volta.
Ma piú ne strappavo, e piú me ne scoprivo di giorno in
giorno. - Oh la mia magnifica barba, un tempo orgoglio, ora
tortura per me!
Ero ormai giunto al bivio. Quel supplizio giornaliero non
era piú a lungo sopportabile. Tra parer vecchio o parer
brutto, a una determinazione dovevo pur venire alla fine,
non volendo assolutamente ricorrere alla scappatoja, del
resto inutile e sudicia, della tintura.
Debbo aggiungere che alla vanità si uní, in quei giorni, la
prudenza, cioè la piú cordialmente antipatica, la piú
tabaccosa, la piú vigliacca tra le tante e tante virtú che
vessano il genere umano. Già, a sentir certi moralisti,
altro che virtú! è la moderatrice delle virtú, ordinatrice
degli spiriti, maestra dei costumi. E le hanno dato tre
occhi in testa: figuratevi come dev'essere carina!
Di che cuore, se avesse un corpo, oggi le darei un calcio a
quella virtú! Ma allora, purtroppo, fui cosí sciocco da
darle ascolto. Incontratala sul mio cammino, mi ammogliai
con lei e diventai subito il padre di me stesso: cominciai a
darmi consigli e ammonimenti e a chiamarmi: Figlio mio.
Vivevo da circa tre anni in compagnia, oltre che delle nove
muse, d'una donna, la quale non si stancava di ripetermi che
le piacevo tanto tanto per quei capelli lunghi e con quel
barbone. Gusti! me, lei, però non piaceva piú da parecchio
tempo, in nessuna maniera. E non sapevo come liberarmene.
Un benefattore mi aveva promesso un discreto collocamento, a
patto però ch'io troncassi quella relazione, pretesto a
tante ciarle, e mi tagliassi almeno i capelli, poiché la
zazzera non conveniva punto - diceva - alla qualità
dell'impiego procuratomi.
E allora io, reso già padre da quella virtú su lodata, e non
sospettando neppur lontanamente che quel benefattore avesse
premeditato il disegno di darmi in isposa sua figlia,
magnifico mostro in gonnella:
- Cosimo, figlio mio, che fai? I versi hai visto? non son
arte da guadagnare. Hai già trentaquattro anni. Quella donna
ti secca mortalmente e di danneggia. L'impiego è buono:
dignitoso e lucroso. Sú, sú, figlio mio! Via questi
capellacci, e via anche il barbone, se proprio non te la
senti di portartelo a spasso tutto bianco: precocemente,
come tu credi.
Fin dall'infanzia (potete bene immaginarlo) non ebbi mai
amicizia coi barbieri. Credo anzi che questi mi dovessero
tutti, e con ragione, odiare. Per la qual cosa, uscendo la
mattina di quel memorabile 12 aprile, già deliberato al
sacrifizio, mi parve di andarmi a rendere a discrezione d'un
nemico. Che ne avrebbe egli fatto di me? Non sapevo
assolutamente concepirmi sbarbato e coi capelli corti. E,
via facendo, mi lisciavo, mi carezzavo per l'ultima volta la
mia bella barba moribonda.
Non so quanto gironzassi, sospeso nella scelta del boja. Non
una Barbieria in città: tutti Saloni, tutti,
anche il piú umile e angusto bugigattolo! e per ogni
presuntuoso Parrucchiere, anacronismo vestito e
calzato, per lo meno cento Coiffeurs, cento Hair
Cutting's.
- Imbecilli! Depauperatori della nostra lingua!
Mi fermavo un tantino, sí e no, innanzi agli usci a vetri, a
spiar trepidante attraverso le tendine.
- No: troppo lusso! troppi specchi! Questo è un salone
per damerini... Altrove! altrove!
Mi sentivo io stesso avvilito della soggezione che, non solo
quei cani, ma anche i loro clienti m'incutevano: sentivo
che, con quella mia zazzera, io dovevo esser per loro
oggetto di derisione. Stanco morto, alla fine, e al colmo
dell'esasperazione, scoperta (miracolo!) una modesta insegna
di Barbiere in una piazzetta fuorimano, mi cacciai
senz'altro, aggrondato, feroce, entro la botteguccia.
Inizio pagina
Il vecchio barbiere, il suo commesso e i due clienti
allora sotto il ferro si voltarono tutt'e quattro a un
tempo a guardare, come se fosse entrato un selvaggio.
Dopo avermi ben bene osservato da capo a piedi, il
vecchio mi disse:
- Abbia pazienza un momentino, signore. Ecco,
s'accomodi.
E m'indicò un logoro divanuccio sotto uno specchio a
muro graziosamente dalle mosche punteggiato d'una
miriade di nerellini.
Notai la signorile disinvoltura, la familiarità, con cui
quegli scorticatori trattano i loro clienti. - Anch'io
sarò trattato cosí, tra breve - pensavo, commiserandomi
amaramente. - Sí, ma intanto che dirò? Se dicessi che
torno da un lungo viaggio?
Di tratto in tratto il giovine mi volgeva un'occhiata
glaciale, sforbiciando per aria, come per non far
perdere l'appetito al suo strumento di tortura.
Venne finalmente la mia volta.
- Il signore vorrebbe accorciati un tantino i capelli?
Guardai fiso negli occhi quel giovine per fargli
intender bene che non ero uomo da farmi canzonare da
lui, e risposi pigiando su le parole:
- Li voglio tagliati, non accorciati. E
voglio anche rasa la barba.
A quest'ordine perentorio, il giovine si turbò alquanto
e, come per prender consiglio, rivolse uno sguardo al
padrone il quale, avendo felicemente allestita la sua
vittima, si disponeva ad andar via fregandosi le mani.
Certo a colui era passato per la mente il sospetto ch'io
fossi un uomo di malaffare, e che volessi, dopo qualche
marachella, alterare i miei connotati.
- Interamente rasa? - mi domandò perplesso.
- Ma si può forse radere a metà? - gli feci io stizzito.
- Ubbidisci ai comandi del signore, - tagliò corto il
vecchio barbiere, ma piú per ammansar me, che per
redarguire il giovine. E se ne andò via.
Quegli allora, senza aggiungere altro, m'avvolse con
poco garbo nell'accappatojo; versò dal bricco l'acqua
tepida nel bacile; prese una forbice e... zàc! mi
portò via mezza barba.
- Che fate? - gli gridai. - V'ho detto rasa! rasa!
- Sissignore, - mi rispose, guardandomi con una certa
meraviglia mista di commiserazione. - Ma capirà! se
prima non si taglia...
E seguitò a tagliare. Io non ebbi il coraggio di
guardarmi nello specchio. Quegli prese a insaponarmi
sbadatamente, stropicciandomi insieme col pennello tutte
le dita su la faccia. Questa prima operazione, che mi
parve troppo confidenziale, durò circa un quarto d'ora.
Come se nel mentre il malanimo gli fosse sbollito,
posando il pennello, il giovine mi domandò:
- Non se l'era rasa da parecchi anni, è vero?
- Mai! - gli risposi. - Questa è la prima volta.
- E si vede, sa! Eh, bisognerà lasciarla rammorbidire un
bel pezzo col sapone. Io intanto affilo il rasojo. Ne
affilo anzi due.
Quando vidi posarmi il barbino su l'omero, chiusi gli
occhi e sospirai. Ma poi fu piú forte la curiosità.
Dovevo sí o no far la nuova conoscenza di me stesso? E
mi guardai nello specchio che mi stava davanti, con
tutta l'anima sospesa.
- Ah Dio, - gemetti, quando già mezza faccia era rasa. -
Dio, come sono brutto... No no... perbacco! Troppo
brutto... E come faccio?
Il giovine cercò di confortarmi, che a poco a poco ci
avrei fatto l'occhio.
- Impossibile! No!
Ma poiché non c’era piú rimedio, richiusi gli occhi e
non volli piú saperne di me; mi abbandonai al destino.
- Ecco fatto! - annunziò quegli alla fine.
Il primo sacrificio era dunque compiuto. Provai a
sbirciarmi nello specchio: ci vidi un povero imbecille
addogliato, che non volli riconoscere.
- Veniamo ai capelli, - riprese il barbiere. - Come li
vuole?
- Finitemi come che sia, - risposi. - Non me n'importa
piú nulla.
- Li facciamo «alla Guglielmo», come usano adesso?
- Fateli «alla Guglielmo», ma presto.
Quando la prima ciocca recisa mi cadde su l'accappatojo,
volli guardarla e dirle addio, senza levar gli occhi
allo specchio. Poveri capelli miei! addio, gioventú!
addio, poesia!
Quel boja intanto credeva che io dormissi. Piú d'una
volta sospese l'esercizio della sua funzione per
guardarsi... non so, il naso o la punta della lingua
nello specchio. Lo lasciavo fare. A una pausa piú lunga
però mi riscossi per domandargli:
- Ebbene?
- Ecco, - mi rispose con aria confusa e un risolino
nervoso tremante su le labbra, - ho dato... sí, ho
dato... mi scusi, un... come si chiama?... un colpetto
di forbice un po' arrischiato... e, e m'accorgo che
«alla Guglielmo» non possono piú venire... Vogliamo
tagliarli a spazzola?
- Come che sia, vi ho detto. Purché facciate presto!
- Prestissimo, non dubiti. È una pettinatura piú
spiccia. Piú spiccia e piú seria.
Dàlli e dàlli! Quella dannata forbice non si dava requie
un momento, e m'intronava gli orecchi. A compir l'opera,
si rovesciò come un'ira di Dio, su la piazzetta, una
compagnia di saltimbanchi con una crudelissima tromba
stonata e una grancassa fragorosa. Il giovine non seppe
contenersi piú. Allungava il collo di qua e di là, si
rizzava su la punta dei piedi. Indovinavo con gli occhi
chiusi quei movimenti di curiosità; ma, nello stato
d'abbattimento in cui ero caduto, non trovavo piú la
forza di richiamarlo al dovere.
A un certo punto sentii posar le forbici e, subito dopo,
mi sentii rullar sul capo non so che cosa d'ispido, che
mi fece saltar su la seggiola. Era uno spazzolone nero,
girante.
- Finito? - domandai.
- Eh, no, signore: volevo vedere... Perché, sa? da
questa parte...
Lo guardai in faccia:
- Avete forse dato qualche altro colpetto di forbice
arrischiato?
- No, signore - s'affrettò a rispondermi. - Conseguenza
del primo, sa? Credevo di poter rimediare... Ma vedo...
vedo con dispiacere che non ce la facciamo piú neanche a
spazzola, sa!
- E allora come? - feci io, frenando a stento la rabbia,
per paura che quegli non si mettesse a ridere vedendomi
la faccia che già a quell'ora aveva dovuto combinarmi.
- Possiamo provare... ecco, sí; a punta di forbice...
Tanto, l'estate è ormai vicina... Le sarà comodo,
vedrà... Vuole?
- Voglia o non voglia, - gli risposi sbuffando, - non
potete mica riattaccarmi i capelli che mi avete già
portati via. Sbrigatevi piuttosto, senza stare a guardar
fuori.
- Ma che! Si figuri... Un momento, e avremo finito.
Zac, zac, zazàc. Questa volta mi addormentai
davvero.
Quanto si protrasse ancora la mia tortura? Non saprei
dirlo. Forse ore e ore: un'eternità! So che a un certo
punto mi destai di soprassalto, al rumore d'un pajo di
forbici scaraventate sul pavimento, e vidi il barbiere
che si buttava sul divanuccio con la faccia tra le mani.
- Che è stato? - gli urlai.
Quegli scoprí il volto lacrimoso:
- Signore! Io non so... non mi è mai capitata una cosa
simile... Ho la jettatura addosso, oggi... Mi perdoni,
mi compatisca... Non so dov'abbia il capo... cioè, lo so
benissimo: ho la moglie malata a casa... soprapparto...
Io mi portai istintivamente le mani alla testa... Nuda!
Scorticata!
- E che m'avete fatto? - gridai, e mi guardai le mani.
- Nulla! nulla! - gemette quello. - Non tema! Ma non ci
resta piú che da radere, signore... Mi perdoni!
Scattai in piedi, furibondo; me gli avventai contro, sul
divanuccio, con un pugno levato:
- Miserabile! Ti sei preso giuoco di me?
Ma, in quella, mi scoprii nell'altro specchio
punteggiato dalle mosche, e restai pietrificato, col
pugno sospeso e quell'accappatojo bianco che mi
rappresentava a me stesso come una fantasima
d'assassinato.
- Pietà... pietà... - gemeva quello dal divanuccio,
tutto tremante.
Mi strappai d'addosso l'accappatojo; afferrai il
cappello e scappai via, imprecando. Il cappello mi
sprofondò su la nuca. Mi parve un'offesa mortale. Fui
per rientrare nella botteguccia, feroce dalla rabbia. Ma
mi cacciai in una vettura, per non commettere un
delitto, e via a casa.
Manco a dirlo! La mia amante, guardando dalla spia, non
mi volle piú aprire.
- Grazie, cara! - le gridai. - Hai ragione: non sono piú
io! Ti saluto per sempre, cara!
E ridiscesi a precipizio la scala, esplodendo non so piú
quanti sternuti di fila.