Novelle per un anno - Appendice
17. Alberi cittadini
Il Marzocco, 4 marzo 1900
Che noja dev'esser la vostra, poveri alberi appajati in fila
lungo i viali della città e anche talvolta lungo le vie
lastricate, di qua e di là su i marciapiedi, o sorgenti
solitarii fra piante nane dentro qualche vasto atrio
silenzioso d'antico palazzo o in qualche cortile!
Ne conosco alcuni, in fondo a una delle vie piú larghe e piú
popolate di Roma, che fan veramente pietà. Son venuti su
miseri e squallidi, ed han quasi un’aria smarrita, paurosa,
come se chiedessero che stieno a farci lí, fra tanta gente
affaccendata, in mezzo al fragoroso tramestío della vita
cittadina. Con che mesta meraviglia, i poveretti, si vedon
rispecchiati nelle splendide vetrine delle botteghe! E par
che loro stessi si commiserino, scotendo lentamente i rami a
qualche soffio di vento.
Ogni qual volta passo per quella via, guardando quegli
alberetti, penso ai tanti e tanti infelici che, attratti dal
miraggio della città, hanno abbandonato le loro campagne e
son venuti qui a intristirsi, a smarrirsi nel labirinto
d'una vita che non è per loro. E immaginando il pentimento
amaro e sconsolato di questi infelici e il rimpianto della
terra lontana, della vita semplice e buona che vi traevano
un giorno, prima che la maledetta tentazione la recasse loro
a dispetto accendendo le lusinghe d'altra fortuna; immagino
anche di qual viva e spontanea letizia di germoglio si
animerebbero all'aperto quei miseri alberetti, come
brillerebbero le loro foglie e come si stenderebbero ad
abbracciar l'aria pura questi rami aggranchiti, attediati.
Ecco: il breve cerchio che il lastrico della via lascia
attorno al tronco, è tutta la loro campagna; per esso la
terra beve a stento l'acqua del cielo e respira. Questo
breve cerchio è pur talvolta coperto da una grata di ferro,
per una protezione che può anche sembrare maggior crudeltà:
i poveri alberi allora par che vengan su da una carcere,
condannati a star lí; e dormono e sognano tristi, scotendosi
di tanto in tanto, quasi per brivido di commozione, alle
notizie che il vento lieve reca loro da lontano, dai campi
già rinascenti al sorriso del nuovo aprile.
Ah, lo sentono anch'essi, i poveri alberi della città:
sentono anch'essi un non so che nell'aria ilare e fresca.
Sotto il duro lastrico opprimente, alberi in esilio, la
terra vi parla del rinnovato amor del sole, e voi fremendo
l'ascoltate, beati nel pensiero ch'ella non si è dimenticata
di voi lontani, di voi sperduti fra il trambusto della
città. Sotto le case innumerevoli che la schiacciano, sotto
le selci calpestate di continuo dagli uomini irrequieti,
ella vive, vive, e voi sentite con le radici l'ardore di
questa sua novella vita che non sa tenersi nascosta e
schiuma quasi di tra le selci in tenui fili d'erba. Ah, voi
forse, mirando quei verdi ciuffi timidi, concepite la folle
speranza che la terra voglia far le vostre vendette, invader
la città per riscattarvi; e vedete in sogno quei ciuffi
crescere, e la via diventare un prato e la città campagna!
Sí, ma che fanno intanto quegli stradini accosciati, curvi
sul selciato? che raschiano? - Lo domandate a un passero che
dai tetti è venuto a posarsi su voi; e il passero garrulo e
pettegolo vi risponde sghignando:
- E non vedete? Son barbieri: fan la barba alla via.
Ma piú triste ancora è la sorte di altri alberi cittadini,
che non debbon soltanto scortare, in ordinata processione
lungo i marciapiedi delle vie, le insulse e laide nostre
vanità, ma che, in ordine piú serrato, fondendo le varie
corone, son costretti a formare quasi un portico vegetale.
Le cesoie del giardiniere han pareggiato simmetricamente le
cime di questi alberi e internamente hanno imposto ai rami
la curva d'una galleria e, ai lati, gli archi d'un loggiato.
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Cosí svisati, con sapiente barbarie mutilati, a chi
posson piú davvero parer belli e far piacere questi
alberi? Confesso che a me dànno un senso di ribrezzo,
come se mi offrissero uno spettacolo di perpetua
tortura. E mi vien voglia di gridare: - Ma costruite di
pietra i vostri portici! Questi sono esseri vivi, che
soffrono e fan soffrire: è crudele impedir loro cosí la
viva spontaneità del germoglio, l'espansione della vita!
E non sapete, o giardinieri d'Italia, che la pena di
morte è abolita fra noi? Per chi osi alzar la testa
oltre le corde livellatrici delle leggi, che stanno a un
palmo dal fango, rete protettrice dei nani, non c'è piú
il boja che gliela tagli. Or perché quella povera fronda
che voglia spingersi un po' oltre la linea imposta dalle
vostre forbici dev'essere decapitata?
Per quegli alberi, o giardinieri, il vostro mestiere è
ancor quello del boja!
E so d'un albero nato, non si sa come, in un angusto
sudicio cortile presso una brutta via affollata di
vecchie case. Quel povero albero s'era levato dritto
dritto sul magro stelo cinereo, con evidente sforzo, con
evidente pena, quasi angosciato nel desiderio di vedere
il sole e l'aria libera dalla paura di non avere in sé
tanto rigoglio da arrivare oltre i tetti delle case che
lo circondavano. E finalmente c'era arrivato!
Come brillavan felici le frondi della cima, e quanta
invidia destavano in quelle che stavan giú senz'aria,
senza sole! Anche nella morte, nello staccarsi dai rami
in autunno, le foglie di lassú eran piú felici: volavan
via col vento in alto, cadevan su i tetti, vedevano il
cielo ancora; mentre le povere foglie basse morivan nel
fango della via, calpestate.
In tutte le stagioni, all'ora del tramonto, quell'albero
si popolava d'una miriade di passeri, che pareva vi si
dessero convegno da tutti i tetti della città. Piú d'ali
che di foglie palpitavano allora quei rami; pareva che
ogni foglia avesse voce, che tutto l'albero cantasse
fremebondo.
Dalle finestre delle case i bambini assistevano,
sorridendo storditi, a quel passerajo fitto, continuo,
assordante. Talvolta, un vecchietto si affacciava a una
finestra e batteva due volte le mani: allora, d'un
tratto, come per incanto, tutto l'albero taceva,
esanime. Di lí a poco però, lo sbaldore ricominciava:
ogni passero tornava a inebriarsi del proprio gridío e
di quello degli altri e il concerto diveniva man mano
piú fitto, piú assordante di prima.
Ora avvenne che il proprietario della casa, entro al cui
cortile l'albero era cresciuto, un bel giorno pensò di
alzar tutto in giro le mura per fabbricare un altro
piano. E allora l'albero che con tanto stento s'era
guadagnata la libertà del sole, dell'aria aperta, piegò
avvilito la cima, si curvò sul tronco.
- Sú! sú! - pareva gli gridassero dalle grondaje i
passeri che abitavan su quel tetto, e spiccavano il volo
per incitarlo piú davvicino a rizzarsi: - Sú! sú! - E
forse anche loro ripetevano al vecchio albero quelle
solite frasi, quegli inutili consigli, quei vani
ammonimenti che soglion darsi ai caduti, agli
sconsolati: - Fatti coraggio! non bisogna avvilirsi!
raccogli le forze! riàlzati!
Ma il vecchio albero non aveva ormai piú forza di
rigoglio: aveva stentato tanto per arrivare fin lassú, a
quell'altezza: piú sú, ormai, non poteva piú andare.
Meglio morire.
Ancora sul tramonto si raccoglievan su lui a mille a
mille i passeri a far sbaldore. Ma non piú l'albero
pareva cantasse tutto. I passeri vivevano: l'albero era
morto, piegato su sé stesso. E invano quelli col loro
gridío tentavano di richiamarlo in vita.