Novelle per un anno - Appendice
16. La scelta
Ariel, 10 aprile 1898
Tanto magro, quanto lungo; e piú lungo, Dio mio, sarebbe
stato, se il busto tutt'a un tratto, quasi stanco di tallir
gracile in sú, non gli si fosse sotto la nuca curvato in una
buona gobbetta, da cui il collo pareva uscisse, penosamente
marcato, come quel d'un pollo, ma con un grosso nottolino
protuberante, che gli andava sú e giú ogni qual volta
deglutiva.
Me lo vedo ancora innanzi vestito squallidamente di grigio,
con un vecchio cappello stinto e tutto sbertucciato, in cui
la testa secchissima sarebbe sprofondata intera intera, se
non fosse stato per le orecchie alte che reggevano le tese:
vi sprofondava tutta la fronte però, con le sopracciglia;
cosí che la piccola faccia ossuta, angolosa pareva
cominciasse da quel nasetto a becco e sfrogiato, da uccel
ciuffagno, che rendeva cosí caratteristica la sua fisonomia.
Si sforzava di tener continuamente tra i denti le labbra,
come per mordere, castigare e nascondere un risolino
tagliente, che gli era proprio; ma lo sforzo in parte era
vano, perché questo risolino non potendo per le labbra cosí
imprigionate, gli scappava per gli occhi, piú arguto e
beffardo che mai.
Era il mio ajo e si chiamava Pinzone.
Il dí dei morti è la festa pei fanciulli di Sicilia. La
Befana (forse perché nelle case della città e dei borghi
dell'isola non c'è camini, per la cui gola ella possa
introdursi) non fa regali laggiú. Li fanno invece i morti
alla vigilia della lor festa, su la mezzanotte: i parenti o
gli amici defunti recano in memoria di loro qualche monetina
e dolci e giocattoli, soltanto però ai bambini savii. Piú
savie, a parer mio, dovrebbero esser le madri a non accender
cosí, paurosamente, la fantasia dei figliuoli. Mia madre mi
mandava senz'altro con l'ajo Pinzone alla fiera dei
giocattoli.
Ricordo che pena febbrile, vibrante di mille desiderii, mi
costava la scelta in quella fiera.
Stordito dai clamori confusi, sguajati dei tanti bercioni,
mi voltavo di qua e di là perplesso e di ciascuno ascoltavo
un tratto l'elogio della propria merce, mentre altre mani
m'invitavano con vivacissimi gesti dalle baracche vicine e
altre voci mi gridavano di non prestar fede a quel che l'uno
mi decantava; cosí che avrei dovuto inferire che in nessuna
parte avrei trovato il mio bene, che viceversa poi si
trovava in ciascuna baracca.
Il vecchio Pinzone mi trascinava per un braccio,
sottraendomi a forza agli allettamenti di questo o di quel
venditore:
- Non dargli retta, vieni via! Ti vuole imbrogliare... Fa'
prima il giro della fiera; quando avrai tutto veduto,
sceglierai...
Nell'accanimento della concorrenza i venditori, nel vedermi
allontanare cosí tirato per un braccio, scagliavano ingiurie
e imprecazioni contro il povero Pinzone. Egli però
sogghignava, tentennando la testa sotto la furia delle male
parole e rispondeva soltanto a me, ripetendomi:
- Non dar retta: ti vogliono imbrogliare...
Alcuni erano piú aggressivi; saltavano dal banco con un
giocattolo in mano e ci attorniavano e c'impedivano il
passo, l'uno offrendomi una trombetta, per esempio, l'altro
una vaporiera di latta a cui s'agganciavano due o tre
vagoncini; un terzo, un tamburello; e tutti e tre
strillavano a Pinzone:
- Vecchiaccio imbecille, lasciate comprare al ragazzo quel
che desidera. Deve forse scegliere a vostro gusto? Non
vedete che vuole la trombetta?
- Ma che trombetta! Vuole la ferrovia! Guarda: cammina
sola...
- Che trombetta e che ferrovia! Vuole il tamburo: brabrà,
brabrà... Le bacchette col fiocco... Tieni, prendi,
bello mio! Non dar retta a codesto vecchiaccio...
Io guardavo negli occhi Pinzone.
- Lo vuoi? - mi domandava questi allora.
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E io, senza staccar gli occhi, rispondevo il no ch'era
negli occhi suoi e nel tono della sua domanda.
Cosí facevamo il giro della fiera; poi, come quasi ogni
anno, finivo per ritornare innanzi alla baracca dove si
vendevano le marionette, ch'eran la mia passione. Ahimè,
ma anche lí tra i paladini di Francia e i cavalieri
Mori, lucenti nelle loro armature di rame e d'ottone,
esposti in lunghe file su cordini di ferro, ero
costretto a scegliere, mentre avrei voluto portarmeli
via tutti. Quale fra i tanti?
- Prenda Orlando, signorino! mi consigliava il
venditore. Il piú forte campione di Francia: glielo do
per dieci lire e cinquanta...
Subito Pinzone, messo in guardia dalla mamma, esplodeva:
- Bum! Dieci lire e cinquanta? Ma se non vale tre
bajocchi... Figlio mio, guarda: ha gli occhi storti! E
poi, sí! Campione di Francia... era un pazzo furioso...
- Prenda allora Rinaldo da Montalbano...
- Peggio... Ladro! - esclamava Pinzone.
E Adolfo era millantatore, e Gano traditore... breve, su
ogni marionetta che quegli mi presentava, Pinzone
trovava da ridir qualcosa, finché il venditore seccato
non gli gridava:
- Ma insomma, signor mio! è certo che ci vuole il tristo
e il buono, il paladino fedele e Gano il traditore, se
no la rappresentazione non si può fare...
Son passati tant'anni; Pinzone è morto. Io non ho
ancora, per dir vero, alcun pelo bianco, che mi dia
cagione d'affliggermi di quel che prima cosí
ardentemente desideravo: un pajo di baffi e una bella
barba; ma confesso che da un po' di tempo a questa parte
guardo con piú pungente invidia un quadretto, nel quale
sono effigiato coi calzoncini di velluto a mezza gamba e
una fida marionetta in mano, - tanto carino,
lasciatemelo dire! E incolpo Pinzone di questo
sentimento d'invidia che provo innanzi al mio ritratto
da fanciullo.
Perché dovete sapere ch'io vado ancora alla fiera. Non è
piú quella dei giocattoli (quantunque ve ne siano
parecchi, né manchino le marionette): è una fiera molto
piú grande; e ci vado per scegliervi gli eroi e le
eroine de' miei romanzi e delle mie novelle. Ora
l'invidia mia segue da questo: che mentre io, fanciullo,
finivo a un certo punto col non prestar piú ascolto alle
taglienti osservazioni del grigio mio ajo e col cedere
tutto infiammato alle lusinghe del venditore della
baracca dei burattini, oggi sento che Pinzone, non solo
vive ancora dentro di me, ma su me esercita un potere
veramente tirannico, e mi guasta e mi spende ogni gioja.
Né, per quanto faccia, posso piú levarmelo dattorno.
- «Vedi, figlio mio, - mi va ripetendo egli
continuamente all'orecchio - vedi che malinconia di
fiera? Né credere a coloro che te la dipingono tutta
d'oro: d'oro il cielo, d'oro gli alberi, d'oro il
mare... Oro falso, figlio mio! Cartapesta indorata! E
vedi che razza di eroi t'offre oggi la vita? Trionfano
solo i ladri, gl'ipocriti, i birbaccioni! Scegli un eroe
onesto? Sceglierai per necessità un impotente, un vinto,
un meschino; e la tua rappresentazione sarà fastidiosa e
affliggente. Praticando con te a tua insaputa, mi son
venuto man mano istruendo un po'. Or io ti domando:
Credi tu che per i posteri possa valer la scusa che
l'arte tua ha rispecchiato la vita del tuo tempo? Siamo
giusti: che valore avrebbe innanzi alla nostra
estimativa estetica questa medesima scusa se, a mo' di
esempio, ce la presentasse tutto gonfio e borioso uno
scrittor del Seicento? Noi gli risponderemmo: - Tanto
peggio per te, caro mio!
In certi momenti, o figliuolo, la vita si fa cosí
perfida che gli scrittori non possono farci nulla; e
quanto piú son fedeli nel ritrarla, tanto piú l'opera
loro è condannata a perire. Che virtú di resistenza vuoi
che abbiano contro il tempo le creature nate dai
pensieri nostri dissociati, dalle azioni nostre
impulsive e quasi senza legge, dai sentimenti nostri
disgregati e nella discordia dei piú opposti consigli;
questi miseri, inani, affliggenti fantocci che può
offrirti soltanto la fiera odierna?»
Queste e altre cose sconsolantissime mi va ripetendo di
continuo Pinzone. Io mi guardo intorno, e non so
rispondergli nulla. Ah, chi saprebbe crearmi, per
tappargli la bocca, un eroe, non qual'è, ma quale
dovrebbe essere?