Sparirono a un tratto le vie della città: Gesú, come un
fantasma bianco splendente d'una luce interiore, sorvolava
su un'alta siepe di rovi, che s'allungava dritta
infinitamente, in mezzo a una nera, sterminata pianura. E
dietro, su la siepe, egli si portava agevolmente me disteso
per lungo quant'egli era alto, via via tra le spine che mi
trapungevano tutto, pur senza darmi uno strappo.
Dall'irta siepe saltai alla fine per poco su la morbida
sabbia d'una stretta spiaggia: innanzi era il mare; e, su le
nere acque palpitanti, una via luminosa, che correva
restringendosi fino a un punto nell'immenso arco
dell'orizzonte. Si mise Gesú per quella via tracciata dal
riflesso lunare, e io dietro a lui, come un barchetto nero
tra i guizzi di luce su le acque gelide.
A un tratto, la luce interiore di Gesú si spense:
traversavamo di nuovo le vie deserte d'una grande città.
Egli adesso a quando a quando sostava a origliare alle
porte delle case piú umili, ove il Natale, non per
sincera divozione, ma per manco di denari, non dava
pretesto a gozzoviglie.
- Non dormono... mormorava Gesú, e sorprendendo alcune
rauche parole d'odio e d'invidia pronunziate
nell'interno, si stringeva in sé come per acuto spasimo,
e mentre l'impronta delle unghie restavagli sul dorso
delle pure mani intrecciate, gemeva: - Anche per costoro
io son morto...
Andammo cosí, fermandoci di tanto in tanto, per un lungo
tratto, finché Gesú innanzi a una chiesa, rivolto a me,
ch'ero la sua ombra per terra, non mi disse: - Alzati, e
accoglimi in te. Voglio entrare in questa chiesa e
vedere.
Era una chiesa magnifica, un'immensa basilica a tre
navate, ricca di splendidi marmi e d'oro alla vôlta,
piena d'una turba di fedeli intenti alla funzione, che
si rappresentava su l'altar maggiore pomposamente
parato, con gli officianti tra una nuvola d'incenso. Al
caldo lume dei cento candelieri d'argento splendevano a
ogni gesto le brusche d'oro delle pianete tra la spuma
dei preziosi merletti del mensale.
- E per costoro - disse Gesú entro di me - sarei
contento, se per la prima volta io nascessi veramente
questa notte.
Uscimmo dalla chiesa, e Gesú, ritornato innanzi a me
come prima posandomi una mano sul petto riprese:
- Cerco un'anima, in cui rivivere. Tu vedi ch'io son
morto per questo mondo, che pure ha il coraggio di
festeggiare anche la notte della mia nascita. Non
sarebbe forse troppo angusta per me l'anima tua, se non
fosse ingombra di tante cose, che dovresti buttar via.
Otterresti da me cento volte quel che perderai,
seguendomi e abbandonando quel che falsamente stimi
necessario a te e ai tuoi: questa città, i tuoi sogni, i
comodi con cui invano cerchi di allettare il tuo stolto
soffrire per il mondo... Cerco un’anima in cui rivivere:
potrebbe esser la tua come quella d'ogn'altro di buona
volontà.
- La città, Gesú? - io risposi sgomento. - E la casa e i
miei cari e i miei sogni?
- Otterresti da me cento volte quel che perderai -
ripeté Egli levando la mano dal mio petto e guardandomi
fiso con quegli occhi profondi e chiari.
- Ah! io non posso, Gesú... - feci, dopo un momento di
perplessità, vergognoso e avvilito, lasciandomi cader le
braccia sulla persona.
Come se la mano, di cui sentivo in principio del sogno
l'impressione sul mio capo inchinato, m'avesse dato una
forte spinta contro il duro legno del tavolino, mi
destai in quella di balzo, stropicciandomi la fronte
indolenzita. È qui, è qui, Gesú, il mio tormento! Qui,
senza requie e senza posa, debbo da mane a sera rompermi
la testa.
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