Novelle per un anno - Appendice
11. Natale sul Reno
Roma letteraria, a. IV, n. 24, 25 dicembre 1896
Bonn am Rhein, 1890
- La mamma, - gridò Jenny entrando esultante nella mia
camera e battendo le mani - la mamma acconsente per te!
Mi voltai a guardarla con aria stupita dal canto del fuoco,
in cui stavo da circa un'ora tutto ristretto in me dal
freddo, con le mani e i piedi al caldo alito del camino, e
l'anima... oh, l'anima, chi sa dir dove se ne vada in certi
momenti, quasi alienata dai sensi, inerti, mentre gli occhi
par che guardino e pur non vedono?
- Uh! - riprese tosto Jenny, come assiderata dal mio freddo.
- Mi sembri un vecchio! Figuriamoci, se la neve fosse
davvero caduta qui!
E cosí dicendo, mi scompigliò su la testa i capelli.
Io le presi ambo le mani bellissime, e le tenni a lungo tra
le mie:
- Te le riscaldo, aspetta! A che acconsente la mamma?
- A festeggiare il Santo Natale! - esclamò Jenny,
riprendendo la vivacità, con cui era entrata in camera mia,
e nascondendo in quella la confusione che provava nel
sentirsi stringere le mani da me. - Compreremo un bell'abetino,
alto... alto... lasciami dir come...
- Come? - le domandai io sorridendo, tenendole vieppiú
strette le mani.
Ma ella ne svincolò una, e fece tosto:
- Alto cosí!
- Oh brava! Sarà bello...
- Quanto tu sei brutto... Non si scherza, sai, su queste
cose... Lasciami quest'altra mano... A che pensavi?
Chiusi gli occhi e alzai le spalle, traendo un lungo sospiro
per le nari.
Zufolava il vento attraverso la gola arsa del camino, o
sentivo io veramente, lontano lontano, il suono lento nasale
cadenzato d'una zampogna? Veniva quel suono dalle parole di
pianto che avevo dentro di me, e che certo, per il groppo
che mi stringeva la gola, prima che la via delle labbra,
avrebbero trovato quella degli occhi? Era gonfia quella
zampogna lontana dei profondi sospiri della mia intensa
malinconia? E quel fuoco innanzi a me non era la gregal
fiammata di fasci d'avena innanzi a un rustico altarino in
una piazza della mia lontanissima città natale, nelle rigide
sere della pia novena? Tintinnava l'acciarino? Sonava
davvero, lontano lontano, la zampogna?
Come talvolta, anzi spesso, in questa società arriviamo
finanche a vergognarci della dignità dell'anima nostra, cosí
un certo pudore, falso pudore, ci vieta di rivelare anche a
una gentile persona, intima nostra, certi sentimenti che,
sembrandoci troppo squisiti e quasi puerili per la delicata
loro innocenza, sospettiamo potrebbero essere accolti con
dileggio o, nella migliore ipotesi, non apprezzati, essendo
nati in noi da specialissime condizioni di spirito. Per ciò
non dissi a Jenny quel che pensavo.
- Questo vento mi opprime! - dissi invece. - Non posso piú
sentirlo... Tutto il giorno cosí, a lamentarsi entro la mia
stanza per la gola del camino... Di sera poi, tu intendi,
nel silenzio, nella solitudine, riesce proprio
intollerabile...
- Ho capito! - fece allora Jenny, prendendo una seggiola. -
Eccomi accanto a te, brontolone! Via, via, un altro tizzo
per me, nel camino! Aspetta!... lo piglio io: tu sei tutto
imbacuccato... Ecco fatto! Dunque la mamma acconsente, hai
inteso! E acconsente per te! Son due anni, te l'ho detto,
che non si festeggia piú il Natale in casa nostra.
Quest'anno vogliamo compensarcene: figúrati come saranno
liete le bambine!...
Inizio pagina
Le tre bambine, a cui Jenny alludeva, erano sue sorelle
uterine. Il Natale non si festeggiava da due anni in
casa L*** in segno di lutto per la violenta morte del
secondo marito della signora Alvina, madre di Jenny. Il
signor Fritz L***, dopo una vita disordinatissima, s'era
ucciso con un colpo di rivoltella alla tempia, in
Neuwied su la riva destra del Reno. Jenny mi aveva
narrato piú volte i truci particolari di questo
suicidio, seguito a una serie di orribili scene
in famiglia, e mi aveva rappresentato con tanta evidenza
la figura e i modi del patrigno, che a me sembrava quasi
di averlo conosciuto. Avevo letto la sua ultima lettera
alla moglie, da Neuwied, ove erasi recato per porre in
effetto l'orrendo proposito; e non ricordavo d'aver
letto mai parole d'addio e di pentimento piú belle e piú
sincere. è
fama che da Neuwied si goda, meglio che da ogni altro
punto delle contrade del Reno, il levar del sole. «Ho
veduto tutto e tutto provato, - scriveva alla moglie il
marito - tranne una cosa sola: in quarant'anni di vita
non ho mai veduto nascere il sole. Assisterò domani
dalla riva a questo spettacolo, che la notte serenissima
mi promette incantevole. Vedrò nascere il sole, e sotto
il bacio del suo primo raggio chiuderò la mia vita.»
- Domani compreremo l'albero... - continuò Jenny. - Il
tino c'è, è sú nell'abbaino, e debbono esserci dentro i
lumicini colorati, i festelli variopinti, come li ha
lasciati lui l'ultima volta. Perché, sai, l'albero ogni
vigilia, lo adornava lui, di nascosto, nella sala giú,
accanto a quella da pranzo; e come sapeva adornarlo bene
per le sue bambine! Diventava buono una volta all'anno,
di queste sere qui.
Jenny, turbata dal ricordo, volle nascondere il volto
appoggiando la fronte sul bracciuolo della mia poltrona,
e certo, in silenzio, pregò.
- Cara Jenny! - feci io, intenerito, posando una mano
sul suo capo biondo.
Quando ella si rialzò dalla preghiera, aveva gli occhi
pieni di lacrime; e, sedendo novamente accanto a me,
disse:
- Diventiamo buoni tutti, quando è prossima la Santa
Notte, e perdoniamo! Divento buona anch'io, che pure
dico sempre di non sapergli perdonare lo stato in cui ci
ha ridotte... Non ne parliamo! Domani, dunque, senti;
andrò prima da Frau R***, qui accanto, per una grembiata
d'arena del suo giardino: ne riempiremo il tino e
v'infiggeremo l'abete, che ci porteranno domattina per
tempo, prima che le bambine si sian levate da letto. Non
debbono accorgersi di nulla loro! Poi usciremo insieme
per comprare i dolci e i regalucci da appendere ai rami,
e pomi e noci: i fiori ce li darà Frau R*** dalla sua
serra... Vedrai, vedrai, come sarà bello il nostro
albero... Sei contento?
Io feci piú volte cenno di sí col capo. E Jenny sorse in
piedi.
- Lasciami andar via, adesso... A domani! Altrimenti il
tuo vicino farà cattivi pensieri sul conto mio. È lí,
sai, in camera sua, e avrà certo udito, che sono entrata
da te...
- Ci sarà anche lui per la festa? - domandai io
contrariato.
- Oh no! Vedrai, egli se n'andrà a far baldoria co' suoi
degni socii... Addio; a domani!
Jenny scappò via in punta di piedi, richiudendo pian
piano l'uscio. E io ricaddi in preda ai miei tristi
pensieri, finché il grido lamentoso intollerabile del
vento non mi cacciò dal canto del fuoco. Andai presso la
finestra, e schiarendo con un dito il vetro appannato,
mi misi a guardar fuori: nevicava, nevicava ancora,
turbinosamente.
Quel guardar fuori attraverso il tratto lucido nell'appannatura
mi ridestò d'improvviso un ricordo degli anni miei
primi, quand'io, credulo fanciullo, la notte della
vigilia, non pago del grande presepe illuminato entro la
stanza, spiavo cosí, se in quel cielo pieno di mistero
apparisse veramente la nunzia cometa favoleggiata...
*
Comprammo il domani l'albero sacro alla festa; poi
salimmo nell'abbaino per veder quanta parte degli
ornamenti rimasti lassú poteva ancora servirci, prima
d'uscire a comprarne di nuovi.
Era in un canto bujo il vecchio abetino di tre anni
addietro, tutto stecchito, come uno scheletro.
- Ecco, - disse Jenny - questo è l'ultimo albero,
ch'egli adornò. Lasciamolo lí, dove lui l'ha lasciato;
cosí non avrà in tutto la sorte dell'abetino di Giovan
Cristiano Andersen, che finí tagliuzzato sotto una
caldaja. Ecco qui il tino. Vedi: è pieno; speriamo che
l'umido non abbia tolto il lucido e il colore ai
globetti di vetro, ai lumicini.
Era ogni cosa in buono stato.
Piú tardi, io e Jenny uscimmo insieme a comprare i
giocattoli e i dolci.
Chi sa quanto contribuiscano, pensavo andando, il freddo
intenso, la nebbia, la neve, il vento, lo squallore
della natura a render la festa del Natale in questi
paesi piú raccolta e profonda, piú soavemente
malinconica e poetica e religiosa, che da noi!
La sera appena le bambine furono a letto, sgombrata la
stanza accanto alla sala da pranzo, io e Jenny facemmo
portar giú dalla serva il tino; lo collocammo presso un
angolo e lo riempimmo d'arena intorno al fusto
dell'albero.
Lavorammo fino a tarda notte a parar l'abetino, che
pareva contento di tutti quegli ornamenti, e che si
prestasse riconoscente alle nostre cure amorose,
protendendo i rami per regger le collane di carta dorata
e argentata, i festelli, i globetti, i lumicini, i
panierini di dolci, i giocattoli, le noci.
- No, queste noci, no! - pensava forse l'abetino. -
Queste noci non m'appartengono: sono frutti d'un
altr'albero.
Ingenuo abetino! Tu non sai ch'è l'arte nostra piú
comune, questa di farci belli di quel che non ci
appartiene, e che noi non abbiamo scrupolo, troppo
spesso, d'appropriarci il frutto dei sudori altrui...
- Aspetta: la cometa! - esclamò Jenny, quando l'albero
fu tutto parato. - Dimenticavamo la cometa!
E in cima all'albero io appiccicai, con l'ajuto della
scaletta, una stella di carta dorata.
Ammirammo a lungo l'opera nostra; poi chiudemmo a chiave
l'uscio della stanza, perché nessuno il domani vedesse
prima di sera l'albero adorno, e andammo a letto
ripromettendoci pel domani in compenso del freddo, della
veglia e della fatica, le lodi della madre e la gioja
delle bambine.
Invece... Oh no, no, per Jenny che aveva tanto lavorato,
per le sue povere bambine, non doveva la sera dopo
mettersi a piangere, come fece, quella buona signora
Alvina alla vista dello splendido albero illuminato su
quel tappeto di fiori!
Era andato cosí bene, fino all'ultimo servito, il
pranzetto della vigilia con quella torta di prugne e
l'oca infarcita di ballotte! Poi le bambine s'eran messe
dietro l'uscio della stanza, ove sorgeva l'albero, e con
le manine diacce congiunte in atto di preghiera avevano
intonato il coro dolcissimo e malinconico:
Stille Nacht, heilige Nacht...
Non dimenticherò mai piú quell'albero di Natale, ch'io
adornai per altri piú che per me, e quella festa
terminata in pianto, né mai, mai si cancellerà dagli
occhi miei il gruppo di quelle tre bambine orfane
aggrappate alla veste della madre e imploranti il babbo!
il babbo! mentre l'albero sacro, carico di giocattoli,
illuminava di luce misteriosa quella stanza cosparsa di
fiori.