Novelle per un anno - Appendice
9. Dialoghi tra il gran Me e il piccolo Me

La Tavola Rotonda, 2 novembre 1895
I: Nostra moglie
(Il Gran Me ed piccolo me rincasavano a sera da una
scampagnata, nella quale furono tutto il giorno in compagnia
di gentili fanciulle, a cui l'inebriante spettacolo de la
novella stagione ridestava certo, come gli occhi loro e i
sorrisi e le parole palesavano, di dolci, ineffabili voglie
segretamente il cuore. Il Gran Me è ancora come preso da
stupore e in visione dei fantasmi creatigli nello spirito
dal diffuso incantesimo della rinascente primavera. Il
piccolo me è invece alquanto stanco, e vorrebbe lavarsi le
mani e la faccia e quindi andare a letto. La camera è al
bujo. Il tessuto delle leggere cortine alle finestre si
disegna nel vano sul bel chiaro di luna. Viene dal basso il
murmure sommesso delle acque del Tevere e, a quando a
quando, il cupo rotolío di qualche vettura sul ligneo ponte
di Ripetta.)
- Accendiamo il lume?
- No, aspetta... aspetta... Restiamo ancora un tratto cosí,
al bujo. Lasciami goder con gli occhi chiusi ancora un po'
di sole di quest'oggi. La vista dei noti oggetti mi
toglierebbe all'ebbrezza soavissima, da cui sono ancora
invaso. Sdrajamoci su questa poltrona.
- Al bujo? Con gli occhi chiusi? Io m'addormento, bada! Non
ne posso piú...
- Accendi pure il lume, ma sta' zitto, zitto per un momento,
seccatore! Sbadigli?...
- Sbadiglio...
(Il piccolo me accende il lume sul tavolino, e subito
dopo fa un'esclamazione di sorpresa.)
- Oh, guarda! Una lettera... È di lei!
- Da' a me... Non voglio sentir nulla, per ora!
- Come! Una lettera di lei...
- Da' a me, ti ripeto! la leggeremo piú tardi. Ora non
voglio essere seccato.
- Ah sí? E allora ti faccio notare che tutt'oggi con quelle
ragazze hai detto e fatto un mondo di sciocchezze, e che
forse mi hai compromesso!
- Io? Sei pazzo! Che ho fatto?
- Domandalo agli occhi e alla mano. Io so che mi son sentito
tra le spine, durante tutto il giorno; e ancora una volta ho
fatto esperienza che noi due non possiamo a un tempo esser
contenti.
- E di chi la colpa? Mia forse? Io ho creduto di farti
piacere piegandomi jersera ad accettar l'invito della
scampagnata. Non ti sei sempre lagnato ch'io non abbia
veruna cura di te, della tua salute; che io ti costringa a
star sempre chiuso con me nello scrittojo tra i libri e le
carte, solo, senz'aria e senza moto? Non ti sei sempre
lagnato che io conturbi finanche il tuo desinare e le poche
ore concesse a te con i miei pensieri, le mie riflessioni e
la mia noja? E ora invece ti lagni che mi sia obliato un
giorno nella compagnia delle gentili fanciulle e nella
letizia della stagione? Che pretendi dunque da me, se non ti
vuoi in alcun modo accontentare?
- Avvolgi, avvolgi, avvolgi, sfili la ferza e la trottola
gira... Quando parli, chi ti può tener dietro? Sai far
bianco il nero e nero il bianco. L'esserti tutt'oggi obliato
sarebbe stato un bene per me, ove non ti fossi troppo
obliato... troppo, capisci? E questo è il male, e deriva dal
modo di vita che tieni e che mi fai tenere. Troppo
imbrigliata è la nostra gioventú; e appena le allenti un po'
il freno, ecco, ti piglia subito la mano, e allora, o sono
sciocchezze o son follie, che piú non si convengono a noi,
che abbiamo ormai un impegno sacrosanto da mantenere. Dammi
la lettera, e non sbuffare!
- Quanto mi secchi, Geremia! Ti sei fitto in mente di
prender moglie, e da che m'hai con insoffribili lamentele
persuaso ad acconsentire, non convinto, sei divenuto per me
supplizio maggiore! Or che sarà quando avremo in casa la
moglie?
- Sarà la tua e la mia fortuna, mio caro!
- Io per me l'ho detto e ti ripeto che non voglio saperne.
Sia pure la tua fortuna! non voglio immischiarmici.
- E farai bene, fino a un certo punto. Tu sei venuto sempre
a guastare ogni disegno mio. Facevo due anni addietro con
tanto diletto all'amore con nostra cuginetta Elisa...
ricordi?... ricorrevo a te per qualche sonettino o
madrigale, e tu coi tuoi versi, ingrato, me la facevi
piangere... Io ti dicevo zitto, lasciamela stare! Che vuoi
che capisca dei tuoi fantasmi e delle tue sbalestrate
riflessioni? Come vuoi che il suo piedino varchi la porta
del tuo sogno? Quanto sei stato crudele! L'hai confessato in
versi tu stesso dappoi: ho sfogliato le tue carte e trovato
alcune poesie in lode e in pianto della povera Elisa... Or
che intendi di fare con quest'altra? Rispondi.
- Nulla. Non le dirò mai una parola; lascerò sempre parlar
te, sei contento? Purché tu mi prometta che ella non verrà
mai a disturbarmi nel mio scrittojo e non mi costringerà a
dirle quel che penso e quel che sento. Prendi moglie tu,
insomma, e non io...
- Come! E se tu intendi conservare integra la tua libertà,
come potrò io aver pace in casa con lei?
- Io voglio la libertà de' miei segreti pensieri. Sai che
l'amore non è mai stato, né sarà mai un tiranno, per me; ho
sempre, infatti, lasciato a te l'esercizio dell'amore. Fa'
dunque, rispetto a ciò, quel che meglio ti pare e piace. Io
ho da pensare ad altro. Tu prendi moglie, se lo stimi
proprio necessario...
- Necessario, sí, te l'ho detto! Perché, se rimango ancora
un po' soltanto in poter tuo, mi ridurrò senza dubbio la
creatura piú miserabile della terra. Ho assoluto bisogno
d'amorosa compagnia, d'una donna che mi faccia sentir la
vita e camminare tra i miei simili, or triste or lieto, per
le comuni vie della terra. Ah, sono stanco, mio caro,
d'attaccar da me i bottoni alla nostra camicia e di pungermi
con l'ago le dita, mentre tu navighi con la mente nel mare
torbido delle tue chimere. A ogni brocco nel filo tu gridi:
Strappa! mentr'io, poveretto, con l'unghie m'industrio
pazientemente di scioglierlo. Ora basta! Di noi due io son
quegli che deve presto morire: tu hai dal tuo orgoglio la
lusinga di vivere oltre il secolo; lasciami dunque godere in
pace il poco mio tempo! Pensa: avremo una comoda casetta, e
sentiremo risonar queste mute stanze di tranquilla vita,
cantar la nostra donna, cucendo, e bollir la pentola, a
sera... Non son cose buone e belle anche queste? Tu te ne
starai solo, appartato, a lavorare. Nessuno ti disturberà.
Purché poi, uscendo dallo scrittojo, sappi far buon viso
alla compagna nostra. Vedi, noi non pretendiamo troppo da
te; tu dovresti aver con noi pazienza per qualche oretta al
giorno, e poi la notte... non andar tardi a letto...
- E poi?... Diceva Carneade, il filosofo, entrando nella
camera della moglie: Buona fortuna! Facciamo figliuoli. Li
manderete a scuola da me?
- No, questo no, senti! Lascia allevare a me i figliuoli che
verranno: potresti farne degl'infelici come te. Ma su ciò
disputeremo a suo tempo. Ora dammi ascolto: addorméntati!
lasciami legger la lettera della sposa, e poi risponderle.
Già la stanchezza m'è passata.
- Vuoi che ti detti io la risposta?
- No, grazie! Addorméntati... Basto io solo. Ho imparato,
praticando con te, a non commettere errori. Per altro,
l'amore non ha bisogno della grammatica. E tu saresti capace
d'arricciare il naso notando che la nostra sposa scrive
collegio con due g.
II: L'accordo
(Il Gran Me, sdrajato su la greppina, guarda assorto il
soffitto a tela, che ha uno strambello pendente, di cui
l'estate suol fare un grappolo di mosche. Il piccolo me è
come su un arnese di tortura, e mena smanie e sbuffa a
quando a quando. Lo scrittojo è tenuto in penombra, mercé la
stuoja alla finestra. Ha però la stuoja due o tre steli di
biodo rotti, per cui un fil di sole penetra acuto nella
stanza e si spunta a piè della greppina, sul tappetino
tessuto a opera, del quale incendia in un punto la
variopinta calugine. Il Gran Me si volge a osservare
intentamente l'aureo pulviscolo che s'aggira lento, senza
posa, in questo fil di sole, e da cui di tanto in tanto si
parte come un atomo di luce, che subito s'estingue
nell'ombra.)
- Cosí ogni mio pensiero!
- Bravo! E non stimi sciocco tu l'atomo che si stacca dal
raggio, in cui gli era dato di cullarsi beatamente per dare
un tuffo e naufragare nell'ombra?
- No. Sciocco tu, invece. Che prezzo può aver la luce per un
cieco?
- Bravo! Ma questo, quante volte io non avessi l'illusione
che i nostri occhi mi servano benissimo, come gli altri
sensi, del resto, i quali mi servirebbero meglio senza
dubbio, se m'accordassi maggior libertà d'usarne. Son io
forse cagione, se tu non riesci a veder nulla?
- E tu che vedi?
- Io? Quel che c'è da vedere. È vero che, di questi tempi,
si vedono quasi solamente miserie e brutture; ma tu che
potresti esser mago e far l'incanto per te e per me (se non
per gli altri) su queste miserie e su queste brutture,
perché invece, scusa, par che ti studii di farmele vedere le
une piú tristi, le altre piú basse, tanto che, piú che noja,
possiamo dire di provar schifo di vivere?
- Ah, mi parli ora d'incanto, tu che di continuo mi richiami
ai comuni usi, tu schiavo dei comuni bisogni, tu che ti
lasci portare dalla corrente dei casi giornalieri,
accettando, senza pensare, la vita com'essa man mano ne'
suoi effetti ti si rivela?
- Come, come? Non t'intendo. Che accetto io? che rifiuto? Io
che vivo, o meglio, vorrei vivere come io e tu nelle
condizioni nostre potremmo, se non ti volessi pigliar tanto
fastidio di quel che in fondo poco importa, almeno a
giudizio mio.
- Ma che giudizio vuoi aver tu?
- Oh bella! Il giudizio di dormir la notte, per esempio, se
tu non m'inaridissi negli occhi il sonno, insinuandomi nel
silenzio col tuo fantasticare lo sgomento della morte
infallibile e quasi imminente; il giudizio di procurarmi un
po' d'appetito, mercé qualche ameno e salutar diporto, a
tempo debito; il giudizio di non aver giudizio, qualche
volta; e quello infine (perché no?) di lavorare, ma con
utilità nostra e altrui, in un modo qualsiasi.
- E poi?
- Poi nulla.
- Poi te lo dico io: poi rassegnarti ad andare innanzi cosí,
un giorno dopo l'altro, fino alla vecchiezza, lasciando me
sempre interdetto, in esasperata infinita sospensione,
ovviando con futili pretesti l'assidua costernazione mia, e
non osando di spingere un menomo atto, una parola oltre ai
limiti del consueto, temendo il pruno, che in difesa di
questi limiti piantaron le leggi, non ti strappi un po'
l'abito tagliato rigorosamente alla moda o non ti sgraffii
le oneste mani. Cosí, cosí tu vorresti seguitare a
trascinarmi teco ciecamente verso l'estrema rovina, giú, giú,
con gli altri a branco, spinto, cacciato dal tempo, come tra
un armento in fuga pascolante la poca erba che gli avvenga
tra i piedi frettolosi, sotto il bastone e i sassi
dell'antico pastore. Ma io non son dell'armento, mio caro!
Io non dico come te: Eccomi qua, tosatemi; datemi quella
forma che meglio vi aggrada! Io voglio la signoria di me
medesimo, e la tua schiavitú.
- La mia schiavitú? E come! Non mi tieni forse schiavo
abbastanza? Oh di' che mi vuoi morto piuttosto! Io,
poveretto... e che altro mi permetto di fare, se non
consigliarti timido e sommesso di prender qualche cibo
quando mi ti vedo languire, o un po' di riposo in qualche
distrazioncella o in un sonnellino? Ah, fo dunque male
quando innanzi allo specchio ti faccio notare che la nostra
fronte, per esempio, accenna a diventar troppo ampia; che
tra breve insomma la gioventú nostra sarà sfiorita? E
pretendi che non me ne lagni, caspita! che non mi disperi di
non averne potuto trar pro quanto avrei desiderato? Ma sí!
Purtroppo nulla nasce se la volontà non si marita col
desiderio. E per te il desiderio ha sempre avuto il torto
d'esser mio, mentre poi ha dovuto sempre esser tua la
volontà, infeconda per me d'ogni bene. Beati, beati gli anni
dell'infanzia. Perché voglio sperare che tu non fossi grande
anche allora, quando tutti e due eravamo piccoli. A
proposito, di': o come mai t'è venuto in mente di diventar
cosí grande? Che infelicità, mio caro! Se pur non è stata
una pazzia... Basta. Perdona alla mia piccolezza, io dico:
il senso, lo scopo della mia vita, come potrai trovarlo, se
non lo cerchi nella vita stessa?
- Cercarlo... Bravo! E come? L'altra sera, in vettura,
ricordi? mentre si andava al passo sú per l'erta via che
conduce alla stazione: tu pensavi a colei che andavi ad
accogliere e che non è venuta; io guardavo le terga e i
fianchi rilassati del vecchio vetturino per tanti anni lí su
la cassetta cigolante. - Nascer cavallo è brutto, sú per
queste vie... - E io, guidarlo? - si voltò a dirmi il
vetturino. - Buona Pasqua, signorino! Da' qualche cosa a una
povera vedova con quattro bambini... - Fiammiferi in tasca
ne ho - tu mi hai detto, e io non ho dato il soldo alla
vedova. Sul marciapiedi a destra scendeva tossendo un
vecchio poveramente vestito col cappello a stajo spelato e
stinto: - L'ultima Pasqua, vecchio! Bada dove metti i piedi:
un altro passo, e la fossa... L'hai tu trovato quel ch'io
cerco? - Lí! - mi avrebbe forse risposto il vecchio, se mi
avesse inteso, additandomi una coppia di sposi che scendeva
dietro a lui. - Lí, ma per poco tempo, come in tant'altre
cose: ora provo a cercarlo in chiesa; ma non l'ho trovato.
Seme di lino, caro, quand'hai la tosse: un buon cataplasma
sul petto, e un pizzico di senape: tira l'umidità...
- Grazie! Ma il vecchio ha cercato, ha vissuto. Mentre tu
guardi vivere, e non vivi. E cosí, si sa, io sarò un asino,
ma tu non intenderai mai come gli altri possano
relativamente trovare il senso e lo scopo Oggi in una cosa,
domani in un'altra fra le tante e tante che formano e
compongono appunto la vita. Abbi compassione di me: lo vedi,
mi fai diventar pure filosofo, che sarebbe per me la
peggiore delle sciagure. E allora, mio caro, pigliamo per
ricetta di buttarci da una finestra o d'impiccarci a un
albero, che sarà meglio. No no, via: mettiamoci piuttosto
d'accordo una buona volta, giacché per forza dobbiamo vivere
insieme. Credi pure che quanta brama hai tu d'uccider me,
tanta n'avrei io d'uccider te... T'odio, ti detesto, ti
bastonerei ogni giorno, se poi non dovessi gridar ahi
insieme con te. Patti chiari, dunque, e dividiamoci le ore.
- Dividiamocele.
- Ognuno di noi, delle proprie, assoluto padrone.
- Assoluto padrone.
- Cominciamo: quante ore di sonno credi che mi spettino? Io
ne reclamo sette.
- Troppe!
- Ti pajon troppe? Ma se io ho sempre sonno, praticando con
te! Tu non te ne accorgi, ma bada che sei molto nojoso, e
che, se me ne dài meno, finirò certo con l'addormentarmi,
non appena ti metti ad almanaccare... Andiamo innanzi. Oh,
ma... aspetta, prima: sette ore, dico, di sonno -
intendiamoci! Non vorrei, come hai fatto fin qui, che appena
a letto... - pensieri, fantasie, elucubrazioni, smanie,
libri, storie: tutto ha da rimanere nello scrittojo. A
pigliar subito sonno, poi, ci penso io. E non avvenga piú
del pari che tu debba avvelenarmi il pasto con le tue eterne
riflessioni. L'ora del pasto ha da esser mia. Convenuto?
- Chi te l'ha mai negata?
- Non me la neghi, ma me la guasti. Non sei spesso venuto a
tavola con un libro aperto tra le mani? Un boccone per me, e
un quarto d'ora di lettura per te. E io mangio freddo e
digerisco male.
- Basta, basta! M'affoghi in un pantano!
- Basta... Articolo amore, che intendi fare?
- Lo lascio a te; ma bada, non voglio mica perderci molto
tempo, io.
- Ah, non intendi di pigliar sul serio neanche l'amore, tu?
E che resta dunque per te nella vita? che vorrai fartene
allora del tuo tempo?
- Questo sarà affar mio, e tu non devi entrarci.
- E sta bene... cioè, sta male. Ma levami un dubbio. Dici
sempre che ti senti tutto il mondo nel cervello. Dev'esser
vero, perché io ho sempre mal di capo. Ma se la terra ti
sembra veramente, in codesto tuo mondo, cosí piccola e
misera cosa, non stimi tu che io abbia piú diritto di
viverci che tu? Ah, in certi momenti, credi, mio caro, la
tua grandezza mi fa proprio pietà; e, in certi altri, mi
domando se io, nel mio piccolo, non sia poi piú grande di
te.
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III: La vigiglia
(Il piccolo me, che vorrebbe parer felicissimo, verso
la mezzanotte, si trascina a casa il Gran Me sbuffante
dalla noja. Quegli è stato, in quest'ultimo mese, tutto
intento a metter sú la casa maritale; questi come un
cane bastonato ha dovuto seguirlo. E non pochi diverbii
si sono accesi tra i due, come agevolmente potrà
immaginare chi voglia considerar di quanto impedimento e
di quante dimenticanze abbiano potuto esser cagione
all'ansia e alle cure dell'uno il contraggenio e
l'inettitudine dell'altro. Ma ormai la nuova casa è
tutta in ordine: il piccolo me, lasciando la sposa dopo
gli accordi pe'l dí di domani, s'è voluto recare a
passarla in esame: e n'è rimasto contento. Ora il Gran
Me, mettendo piede per l'ultima sera nel quartierino da
scapolo, soffia per le nari un lunghissimo sospiro ed
esclama:)
- Finalmente!
- Eh no, caro. Pazienza ancora per un tantino... Poco
poco. Ora siamo soltanto alla vigilia...
- Sí, datti una stropicciatina alle mani, cosí,
contentone! mentre io... Ma, insomma, si può sapere
quando ha da finir codesto poco poco, che mi vai
ripetendo da piú mesi?
- Già siamo alla vigilia, ti ho detto. Il nido, hai
visto? è pronto. Domani, le nozze... Domani, finalmente.
Ah!... Poi, è già inteso, in villa, e poi... poi basta.
- Basta, sí: eccetto se io non giudicherò che mi sia piú
espediente crepare, che aver pazienza fino allora.
- Ma che ti scappa... Ridi con me, via! sii felice con
me! Scusami, neanche il mese della cosí detta luna di
miele vorresti accordarmi? Ti sei mangiato l'asino, come
suol dirsi, e ti confondi per la coda?
- L'asino non me lo sono mangiato: l'ho fatto, con te,
tre mesi.
- Quando sei buono meco, ti stimi sempre asino: segno
che te ne penti e perciò non te ne resto grato.
- Ma ti pare che mi sia divertito tre mesi a reggerti il
moccolo, ascoltando le vostre amorose scempiaggini,
assistendo ai vostri lezii e alle vostre sdolcinature da
scimmiotti innamorati?
- Come se tu non ci avessi anche intinto il tuo panino!
E come se le sciocchezze che si bisbigliano tra loro
gl'innamorati non siano le cose piú rispettabili di
questo mondo! Va' là, va' là...
Vuoi farmi dispiacere proprio questa sera della vigilia?
Pure una volta, se non mi sbaglio, t'ho inteso dire che
nulla ci è al mondo di maggior soddisfazione, che fare
gli altri contenti...
- Sí, ma ho anche detto, se non m'inganno, che nulla ci
fa gli altri piú cari quanto l'esser questi o il
mostrarsi contenti di noi. E tu non ti contenti mai.
- Non è vero. Forse non lo mostro, perché tu non
pretenda poi soverchio compenso. Ma ti ripeto, in questi
tre mesi, pieni per me di gioja, son rimasto proprio
contento di te. E anche lei, anche lei, contentissima,
come certamente ti sarai accorto. Anzi, sai? i parenti,
nel vederti cosí buono e ragionevole, quasi quasi mi han
lasciato intendere, che a mente loro il leggiero debba
esser io, perché opinano che, volendo, dice... potrei
agevolmente persuaderti di pensare un po' piú al sodo,
ora che si prende moglie, lasciando, dice... per
esempio, codest'arte, che non è da guadagnare... Si
sbagliano, eh purtroppo, di grosso.. tu lo sai; tuttavia
io, per non metterti in cattiva luce, zitto: non mi sono
difeso. Ho soltanto promesso.., che mi sarei provato.
- Non t'arrischierai, spero, di proferir mai sillaba su
questo proposito.
- Lo so! sarebbe inutile. Fortuna intanto, dico, che non
siamo costretti a far pane del nostro tempo. Quantunque,
d'altro canto, chi sa che non saremmo stati meno
infelici, se la sorte ti avesse costretto a far del tuo
tavolino da studio, piuttosto che un bancone
d'alchimista su cui giornalmente ti torturi a lambiccar
lagrime d'angosce misteriose, una madia per il pane
quotidiano. Lasciamo questo discorso. Hai visto che
bella scrivania, a proposito, e che bei scaffali abbiamo
comperati per te? Ella, con gentilissimo pensiero, ha
voluto metterti su uno scrittojo come quello che hai
descritto nel tuo ultimo libro. Io, per ingraziarmi i
parenti, ho finto d'oppormi, facendole osservare che la
bella mobilia, chi la descrive, ci vuole un po' di
gusto, di carta e d'inchiostro; chi poi deve comperarla,
ci vogliono i quattrini. Ma, infine, ho lasciato fare
per ingraziarti lei, invece. E di' la verità, non ne sei
anche tu contento, ora?
- Sí, poverina, è buona o, almeno adesso, pare. Ma io
penso che domani noi due saremo tre, o meglio, tu sarai
due, e vedi, non so non affliggermene, sentendomi piú
che mai nato e fatto per la solitudine. Benché conosca
che in gran parte sia cagione io se tu spesso sembri
agli altri leggiero, pure questa volta peggio che una
leggerezza stai per commettere da te solo; e se tale gli
altri la stimeranno qual'è per me, tu stesso voglio mi
sia testimonio ch'io non c'entro affatto. E per ciò non
voglio rimorsi né per te, che, secondo la mia
previsione, sarai d'ora in poi piú infelice che fin qui,
diviso tra i doveri imprescindibili che hai verso me e i
nuovi che domani ti assumerai verso la tua compagna; e
neppur ne voglio per questa, che forse tra breve non
avrà piú a lodarsi della nostra compagnia.
- Ho bell'e capito! Tu questa notte vuoi divertirti a
stringermi il cuore. Sarà meglio andare a letto a
dormire.
- Questa vorrebbe essere tua antica abitudine: starti
senz'altro affare, che dormire e mangiare.
- Meglio che ascoltar te, si capisce.
- Ma a difesa degli ammonimenti che spiacciono e
pungono, caro mio, non giova farsi murar gli orecchi dal
sonno; la voce non vien di fuori: parla dentro di noi.
- Io, tranne quella che mi parla dell'imminente gioja, e
codesta tua che vorrebbe offuscarmela, non sento altre
voci.
- Se prestassi un po' piú d'ascolto alla tua coscienza,
ne udresti un'altra che ti dice: - Hai pensato a qual
catena stai per legar la tua prole?
- Oh Dio mio, la prole, adesso! E lascia prima che
venga; se ne verrà! Se tutti ci pensassero avanti...
- È pur tanto facile ammettere che debba venirne.
- Ebbene, e allora farò come tutti gli altri.
- Sta' a vedere. Che tu, da parte tua, ti proponga
d'esser ottimo padre di famiglia, - non dubito. Ma siamo
alle solite: hai tenuto conto di me?
- E che ti proponi tu di essere?
- Lasciami dire. Hai sognato e sogni una vita, che
consista d'amore, di pace lieta e sincera.
- Sperabilmente.
- Passi per l'amore, finché durerà; ma la pace? In casa
tua dovrò abitar pure io...
- Eh lo so!
- Non potrò mica relegarmi tutto il giorno nello
scrittojo soltanto...
- Lo so!
- Verrò a tavola con te, verrò a letto con te...
- Lo so, purtroppo, lo so! È la mia condanna, e vuoi che
non lo sappia?
- Bene, io dico, e la pace allora?
- Scusa, non ti potresti acconciare a goder zitto zitto
della nostra letizia raccolta? Sarebbe pure un dolce
spettacolo...
- Non dico di no. Ma potrai far tu che una grave ombra
non cada su la tua casa dalla naturale mia infelicità, a
intristire i tuoi bambini, a turbar tua moglie, ogni
qualvolta una delle tante mie sollecitudini mi disvierà
dagli altri, che neanche possono intenderle?
- Stiamo per prendere, o se piú ti piace, sto per
prendere moglie appunto per questo, mi pare! Per usar
cioè rimedio, a mio modo, a codesta che tu chiami tua
naturale infelicità.
- E proverai una gran delusione! Non è in tua mano il
portarci rimedio; e se tu invece avessi avuto maggior
considerazione e piú amore per me, avresti inteso che il
men peggio per noi due sarebbe stato il restar soli, e
che era tuo dovere non attendere ad altro, né ad altri
pensare, fuor che a me.
- Mio dovere, insomma, sacrificarmi?
- Non ti sarebbe parso sacrifizio, se avessi avuto
maggior fiducia in me. Ma di questa mancanza non ti fo
torto. Io mi sento, mi sento veramente un estraneo su
questa terra e cosí solo, che intendo come in te sia
dovuto nascere, piú che il desiderio, il bisogno di
un'amorosa compagnia.
- Manco male!
- Se non ti scuso, vedi bene che neanche ti accuso...
- E allora perché?...
- Sí, sí, tu hai ragione, infatti: questa terra è
veramente per te, per voi altri... Tu sai trarne il
sostentamento; tu vi edifichi le case, e vai trovando di
giorno in giorno, con diligenza, piú sicuro riparo
contro le avversità della natura, e comodi maggiori. Io
dovrei essere il raggio di sole, l'aria ristoratrice che
entra per le finestre aperte e reca il profumo dei
fiori; ma spesso non so esserlo, ho spesso la crudeltà
del fanciullo, che con un sasso tappa la buca del
formicajo. Spesso la grandezza mia consiste nel sentirmi
infinitamente piccolo: ma piccola anche per me la terra,
e oltre i monti, oltre i mari cerco per me qualche cosa
che per forza ha da esserci, altrimenti non mi
spiegherei quest'ansia arcana che mi tiene, e che mi fa
sospirar le stelle...
Alla mia solitudine di gelo,
al mio sgomento, al mio lento morire
parla ne le stellate notti il cielo
d'altre arcane vicende da subire,
sempre dentro al mistero e in questo anelo.
«E fino a quando?» l'anima sospira.
Infinito silenzio in alto accoglie
la sua dimanda. Pur tremarne mira
le stelle in ciel, quasi animate foglie
d'una selva, ove arcano alito spira.
- Debbo mettere in carta codesti versi? Perdio, non
direi che siano sbocciati per la fausta occasione... Ohé,
discendi dal cielo, te ne prego... Io me ne sto qui alla
finestra, e abbrezzo. Non vorrei prendere un raffreddore
giusto questa sera...
- Risponderesti domani con uno sternuto invece del sí
sacramentale.
- Senza scherzi, senza scherzi... Chiudiamo. E prima che
il fuoco si spenga nel caminetto, Occupiamo, se non ti
dispiace, questo restante della notte a distruggere le
carte e le reliquie compromettenti della prima nostra
giovinezza che si chiude con questa sera.
IV: In società
(Salotto in casa X. Salotto «intellettuale». La
marchesa X è scrittrice, con questo però di singolare:
che è una bella donna. Quarantamila lire di rendita.
Stampa novelle e variazioni sentimentali - le chiama
cosí, lei - su le principali riviste. Non è raro, ogni
sabato, trovare tra i commensali della marchesa i
direttori di queste riviste.
Il marito, l'on. marchese X, calvo, miope, barbuto,
ha quattro legislature, siede a Destra, ma è - s'intende
- liberale e democratico anche lui. Collezionista
appassionato, possiede come S.M. un prezioso medagliere.
Non ne è però molto geloso. Prova ne sia, che ha
regalato piú d'una bella medaglia a scrittori ben noti,
ammiratori della moglie.
Frequentano il salotto molte dame dell'aristocrazia e
signore patronesse della Società per la coltura della
donna, senatori, deputati, letterati e giornalisti
scelti.
A onor del vero, il mio piccolo me non ha punto
brigato per entrare nel novero di questi eletti: ma
sarebbe ipocrisia il negare che l'invito non gli abbia
recato un vivo piacere e una grande soddisfazione, di
cui il Gran Me s'è stizzito.
Ora la marchesa X, bionda e carnuta, raggiante e
palpitante nella sua arditissima eppur non indecente
scollatura, prende a braccio il piccolo me, lo conduce
in giro per presentarlo alle dame, alle signore, facendo
di volo qualche accenno al Gran Me, che ne arrossisce,
mentre il piccolo me - pronto sorriso e gesto vivo - si
inchina.
Terminata la presentazione, il Gran Me domanda al
piccolo me:)
- Dove prenderai posto, adesso?
- Aspetta: lasciami guardare. Ma fatti animo! Mi sembri
ancora sbigottito dalla gravità del cameriere che ci ha
tolto in sala il soprabito. Bada che se vuoi darti un
contegno, sarà peggio.
- Ma io soffoco, mio caro, altro che contegno! Mi hai
impiccato in un solino piú alto di te, mi ha parlato
come un fantoccio...
- Sú, sú, pazienza! Composto, sú! Si accorgeranno,
perdio, che non siamo soliti di portar la marsina...
- E che vuoi che me n'importi? Lo sapevi bene,
imbecille, che sarei stato a disagio qua, fra questa
gente, in questo abbigliamento ridicolo. Mi farai fare
una pessima figura!
- Ma se sono venuto apposta per te, per farti conoscere,
vedere...
- Come un orso alla fiera?
- Bisogna che tu impari, santo Dio! Senti, senti che si
dice là in quel gruppo di deputati e giornalisti.
Parlano della rivoluzione russa, compiangono Witte...
Peccato! L'uomo che in pochi giorni, a tavolino, era
riuscito a render vane tante strepitose vittorie
giapponesi, ora... «Ma no, signori!.» dice il brillante
giornalista Kappa. - «Vi prego di credere che a
Portsmouth non ha mica vinto il signor Witte!» - «Oh oh!
E chi ha vinto dunque?» - «Ma la sua marsina, signori,
la sua marsina! L'ometto giallo, in coda di rondine, voi
lo sapete, è compassionevolmente ridicolo...»
- (Kappa ha guardato noi...)
- (Sta: zitto! Ascoltiamo.) - «Signori miei, i
Giapponesi, astuti come sono, avrebbero dovuto capirlo.
Non si spoglia impunemente l'abito consueto...»
- (Senti? Senti?)
- (Sta' zitto!) - «Non si spoglia impunemente il costume
nazionale, signori, il vestito conforme alle fattezze
naturali, al color della pelle e che so io. Se il signor
Witte e gli altri invitati russi si fossero trovati
innanzi a una scelta di figurine giapponesi, di quelle
che siamo soliti di vedere nei ventagli, nei vasi e nei
paraventi, pensando come da quelle figurine là, che
pajon fatte per ischerzo, fosse venuta alla santa Russia
una cosí furiosa tempesta, vi assicuro io che sarebbero
rimasti assai sconcertati e non avrebbero vinto cosí
facilmente. Si sono trovati invece davanti il signor
Komura in marsina e lo hanno trattato come i camerieri
d'un gran signore trattano putacaso un sindaco di
villaggio invitato a un pranzo di gala nel palazzo.»
- Bravo! Ti servirà, spero, questa bella lezione!
- Ma dovrebbe servire a te, mi pare! Ha trionfato la
marsina, in fin dei conti. E credi pure che al giorno
d'oggi... Zitto! Ci s'avvicina un signore...
- Scànsalo! Guarda altrove!
- Sta' fermo! Eccolo qua... Dice che ti conosce di
nome... che ha letto. Oh, troppo buono... troppo
buono... Fammi sentire, perdio, quel che mi dice! Ah, ci
domanda se stiamo a Roma da molto tempo. Che ce ne
sembra? Sú, presto: suggeriscimi una bella frase su
Roma...
- Digli che quasi quasi va diventando Parigi.
- Bravo! Senti? Il signore approva... Sú, a modo! Non
sorridere cosí... Ecco: il signore mi domanda perché
sorridiamo. Egli dice che Parigi però...
- Ma si sa, che diamine! consolalo: Parigi è un'altra
cosa! Parigi è Parigi: non ve ne ha che una - diglielo
in francese! Mentre Roma... già siamo alla terza, e
prima che diventi Parigi...
- Adesso sorride il signore! L'hai fatto allontanare...
Ed eccoti un nemico di piú! Auff! Sei incorreggibile
davvero! Ma che gusto provi a farti il vuoto intorno? E
poi ti lagni che nessuno badi a te! Se non parli, se non
ti muovi, se non attiri in nessun modo l'attenzione
della gente! Hai da seccar l'anima, dentro, soltanto a
me? Parla! O come vuoi che la gente impari a conoscerti?
- Venendo qua, portando a spasso i tuoi abiti e la tua
sciocchezza, vuoi che impari a conoscermi la gente?
- Ma io vorrei che prima tu, invece, tu imparassi a
conoscere la gente, com'essa è in realtà, non come tu te
la fingi. Mentr'io parlo, e, per non seccare, dico
magari sciocchezze, pigliati la pena di osservare, senza
troppa insistenza, ciò che ti sta intorno e, credi a me,
troverai da studiare qui con piú profitto, che non su i
tanti tuoi libri... Senti come si sfrottola, come si
salta di palo in frasca, senza pedanterie, senza
intolleranze? Idee profonde, no, e nessuna passione, è
vero! Ma che gusti vivi, che tratto vivo, che
correttezza squisita di modi e di parole... Guarda
quelle damine là: intellettuali, non si nega; ma che
spalle, intanto, che seni! Eppure, come guardano
tranquillamente, quasi non avessero il piú lontano
sospetto d'esser nude cosí... E i poveri mariti! Chi sa
quanti pensano in questo momento: «Si tornasse almeno
alla foglia di fico! Perché - quanto alla nudità - Dio
buono, dopo che abbiamo speso un occhio del capo a
vestir le nostre mogli, eccole qua: la mostrano lo
stesso...» - Sú, sú, non affondar troppo lo sguardo!
Bisogna godere di questa vista fugacemente, come d'una
illusione che passa, d'una fantasmagoria splendida che
svapora... Uh! Guàrdati a quello specchio là... Sei
rosso come un papavero!... Questo profumo... Tu ti turbi
troppo, eh?, grand'uomo... Via! via! Un po' d'aria alla
finestra...
- Non sarebbe meglio andar via?
- No, vieni qua, vieni qua alla finestra!
- Si respira...
- Che contrasto, eh? Che oscurità! E come tutto appar
lugubre... Guarda quei lampioncini là, e quegli
alberetti nella piazza... il riverbero vacillante del
gas sul lastricato... e quel due lanternini di vettura
che s'avanzano lentamente... Che funebre squallore! -
Oh, sú: ci chiamano... vieni... La marchesa ci domanda
se ci annojamo...
- Ma se mi diverto un mondo!
- Oh, attento, qua! Stiamo fra le signore. Parlano del
Duchino d'Orléans... Dicono che comincia a trovar la via
per rientrare in Francia, re. Ha fatto un viaggio al
Polo Nord. Ti domandano che ne pensi...
- Mah! Dev'essere una bella soddisfazione il poter dire:
«Eccomi qua: ho raggiunto il polo! Nessuno lo sa; ma io
mi reggo adesso, con la punta d'un piede solo,
nientemeno che su l'estremità dell'immaginario asse
terrestre. Non c'è scritto nulla; ma star qua non è
precisamente come stare un passettino piú in là. Qua è
il punto vero. Ghiaccio, sí, qua e là; e un freddo
indiavolato; e non ci si vede anima viva; ma io sto qui
alto, in questo momento, piú di qualunque re sul trono!»
Forse il Duchino d'Orléans, raggiunto il polo, si
sarebbe contentato di stare un tantino piú basso, sul
trono di Francia, stabilmente. Ma non ci hanno detto i
giornali che, invece del polo, egli scoprí un'isola e
che la battezzò Terra di Francia? Io non capisco! Terra
di Francia, e se ne tornò indietro... Poteva, intanto -
per cominciare - proclamarsi re di quella Francia là...
- Forse ci faceva troppo freddo. C'è un altro imperatore
che non può dimorare nel suo impero, perché ci fa troppo
caldo, invece. Là, i ghiacci del polo; qua le sabbie del
deserto.
- Ma Lebaudy, lui, almeno, s'è proclamato imperatore...
- Bravo! Vedi? Hai fatto ridere quelle belle signore...
Se tu volessi... Piano! Che
avviene? Si alzano...
- Si balla? Se si balla, andiamo subito via! Bada: non
sento ragione... Andiamo via!
- Orso, non si balla! Non senti? La signorina B. sonerà:
adesso si fa pregare. Ha le mani diacce, poverina, non
può! Guarda, guarda: un giovanotto le propone di
riscaldargliele, battendogliele forte forte... Oh Dio, e
lei ci crede: nasconde le mani, mostra i bei dentini, si
storce tutta... Ah, ecco: le amiche la trascinano al
pianoforte...
- Musica moderna?
- Nessuna musica! Volteggio di mani su la tastiera. Sta'
a sentire. Poi applaudiremo.
- Imbuisci a vista d'occhio, caro mio: mi fai spavento!
- Coraggio, via! C'è peggio di me... Guarda come sono
tutti intenti, ora, e assorti... Che silenzio! Ma guarda
lí, che ciglia aggrottate, quel deputato dalla faccia
rossa come una palla meditabonda di formaggio
d'Olanda... È in pericolo la patria? No: contempla le
spalle, la nuca della Marchesa, che è veramente
splendida stasera, come una dea di Rubens... Ma di' un
po', sul serio, non ti diverte questo spettacolo?
- Molto! Senti: méttimi una mano innanzi alla bocca.
- Perché? Che fai?
- Méttimi subito una mano innanzi alla bocca...
- Sbadigli?
- Sbadiglio.