III: La vigiglia
(Il piccolo me, che vorrebbe parer felicissimo, verso
la mezzanotte, si trascina a casa il Gran Me sbuffante
dalla noja. Quegli è stato, in quest'ultimo mese, tutto
intento a metter sú la casa maritale; questi come un
cane bastonato ha dovuto seguirlo. E non pochi diverbii
si sono accesi tra i due, come agevolmente potrà
immaginare chi voglia considerar di quanto impedimento e
di quante dimenticanze abbiano potuto esser cagione
all'ansia e alle cure dell'uno il contraggenio e
l'inettitudine dell'altro. Ma ormai la nuova casa è
tutta in ordine: il piccolo me, lasciando la sposa dopo
gli accordi pe'l dí di domani, s'è voluto recare a
passarla in esame: e n'è rimasto contento. Ora il Gran
Me, mettendo piede per l'ultima sera nel quartierino da
scapolo, soffia per le nari un lunghissimo sospiro ed
esclama:)
- Finalmente!
- Eh no, caro. Pazienza ancora per un tantino... Poco
poco. Ora siamo soltanto alla vigilia...
- Sí, datti una stropicciatina alle mani, cosí,
contentone! mentre io... Ma, insomma, si può sapere
quando ha da finir codesto poco poco, che mi vai
ripetendo da piú mesi?
- Già siamo alla vigilia, ti ho detto. Il nido, hai
visto? è pronto. Domani, le nozze... Domani, finalmente.
Ah!... Poi, è già inteso, in villa, e poi... poi basta.
- Basta, sí: eccetto se io non giudicherò che mi sia piú
espediente crepare, che aver pazienza fino allora.
- Ma che ti scappa... Ridi con me, via! sii felice con
me! Scusami, neanche il mese della cosí detta luna di
miele vorresti accordarmi? Ti sei mangiato l'asino, come
suol dirsi, e ti confondi per la coda?
- L'asino non me lo sono mangiato: l'ho fatto, con te,
tre mesi.
- Quando sei buono meco, ti stimi sempre asino: segno
che te ne penti e perciò non te ne resto grato.
- Ma ti pare che mi sia divertito tre mesi a reggerti il
moccolo, ascoltando le vostre amorose scempiaggini,
assistendo ai vostri lezii e alle vostre sdolcinature da
scimmiotti innamorati?
- Come se tu non ci avessi anche intinto il tuo panino!
E come se le sciocchezze che si bisbigliano tra loro
gl'innamorati non siano le cose piú rispettabili di
questo mondo! Va' là, va' là...
Vuoi farmi dispiacere proprio questa sera della vigilia?
Pure una volta, se non mi sbaglio, t'ho inteso dire che
nulla ci è al mondo di maggior soddisfazione, che fare
gli altri contenti...
- Sí, ma ho anche detto, se non m'inganno, che nulla ci
fa gli altri piú cari quanto l'esser questi o il
mostrarsi contenti di noi. E tu non ti contenti mai.
- Non è vero. Forse non lo mostro, perché tu non
pretenda poi soverchio compenso. Ma ti ripeto, in questi
tre mesi, pieni per me di gioja, son rimasto proprio
contento di te. E anche lei, anche lei, contentissima,
come certamente ti sarai accorto. Anzi, sai? i parenti,
nel vederti cosí buono e ragionevole, quasi quasi mi han
lasciato intendere, che a mente loro il leggiero debba
esser io, perché opinano che, volendo, dice... potrei
agevolmente persuaderti di pensare un po' piú al sodo,
ora che si prende moglie, lasciando, dice... per
esempio, codest'arte, che non è da guadagnare... Si
sbagliano, eh purtroppo, di grosso.. tu lo sai; tuttavia
io, per non metterti in cattiva luce, zitto: non mi sono
difeso. Ho soltanto promesso.., che mi sarei provato.
- Non t'arrischierai, spero, di proferir mai sillaba su
questo proposito.
- Lo so! sarebbe inutile. Fortuna intanto, dico, che non
siamo costretti a far pane del nostro tempo. Quantunque,
d'altro canto, chi sa che non saremmo stati meno
infelici, se la sorte ti avesse costretto a far del tuo
tavolino da studio, piuttosto che un bancone
d'alchimista su cui giornalmente ti torturi a lambiccar
lagrime d'angosce misteriose, una madia per il pane
quotidiano. Lasciamo questo discorso. Hai visto che
bella scrivania, a proposito, e che bei scaffali abbiamo
comperati per te? Ella, con gentilissimo pensiero, ha
voluto metterti su uno scrittojo come quello che hai
descritto nel tuo ultimo libro. Io, per ingraziarmi i
parenti, ho finto d'oppormi, facendole osservare che la
bella mobilia, chi la descrive, ci vuole un po' di
gusto, di carta e d'inchiostro; chi poi deve comperarla,
ci vogliono i quattrini. Ma, infine, ho lasciato fare
per ingraziarti lei, invece. E di' la verità, non ne sei
anche tu contento, ora?
- Sí, poverina, è buona o, almeno adesso, pare. Ma io
penso che domani noi due saremo tre, o meglio, tu sarai
due, e vedi, non so non affliggermene, sentendomi piú
che mai nato e fatto per la solitudine. Benché conosca
che in gran parte sia cagione io se tu spesso sembri
agli altri leggiero, pure questa volta peggio che una
leggerezza stai per commettere da te solo; e se tale gli
altri la stimeranno qual'è per me, tu stesso voglio mi
sia testimonio ch'io non c'entro affatto. E per ciò non
voglio rimorsi né per te, che, secondo la mia
previsione, sarai d'ora in poi piú infelice che fin qui,
diviso tra i doveri imprescindibili che hai verso me e i
nuovi che domani ti assumerai verso la tua compagna; e
neppur ne voglio per questa, che forse tra breve non
avrà piú a lodarsi della nostra compagnia.
- Ho bell'e capito! Tu questa notte vuoi divertirti a
stringermi il cuore. Sarà meglio andare a letto a
dormire.
- Questa vorrebbe essere tua antica abitudine: starti
senz'altro affare, che dormire e mangiare.
- Meglio che ascoltar te, si capisce.
- Ma a difesa degli ammonimenti che spiacciono e
pungono, caro mio, non giova farsi murar gli orecchi dal
sonno; la voce non vien di fuori: parla dentro di noi.
- Io, tranne quella che mi parla dell'imminente gioja, e
codesta tua che vorrebbe offuscarmela, non sento altre
voci.
- Se prestassi un po' piú d'ascolto alla tua coscienza,
ne udresti un'altra che ti dice: - Hai pensato a qual
catena stai per legar la tua prole?
- Oh Dio mio, la prole, adesso! E lascia prima che
venga; se ne verrà! Se tutti ci pensassero avanti...
- È pur tanto facile ammettere che debba venirne.
- Ebbene, e allora farò come tutti gli altri.
- Sta' a vedere. Che tu, da parte tua, ti proponga
d'esser ottimo padre di famiglia, - non dubito. Ma siamo
alle solite: hai tenuto conto di me?
- E che ti proponi tu di essere?
- Lasciami dire. Hai sognato e sogni una vita, che
consista d'amore, di pace lieta e sincera.
- Sperabilmente.
- Passi per l'amore, finché durerà; ma la pace? In casa
tua dovrò abitar pure io...
- Eh lo so!
- Non potrò mica relegarmi tutto il giorno nello
scrittojo soltanto...
- Lo so!
- Verrò a tavola con te, verrò a letto con te...
- Lo so, purtroppo, lo so! È la mia condanna, e vuoi che
non lo sappia?
- Bene, io dico, e la pace allora?
- Scusa, non ti potresti acconciare a goder zitto zitto
della nostra letizia raccolta? Sarebbe pure un dolce
spettacolo...
- Non dico di no. Ma potrai far tu che una grave ombra
non cada su la tua casa dalla naturale mia infelicità, a
intristire i tuoi bambini, a turbar tua moglie, ogni
qualvolta una delle tante mie sollecitudini mi disvierà
dagli altri, che neanche possono intenderle?
- Stiamo per prendere, o se piú ti piace, sto per
prendere moglie appunto per questo, mi pare! Per usar
cioè rimedio, a mio modo, a codesta che tu chiami tua
naturale infelicità.
- E proverai una gran delusione! Non è in tua mano il
portarci rimedio; e se tu invece avessi avuto maggior
considerazione e piú amore per me, avresti inteso che il
men peggio per noi due sarebbe stato il restar soli, e
che era tuo dovere non attendere ad altro, né ad altri
pensare, fuor che a me.
- Mio dovere, insomma, sacrificarmi?
- Non ti sarebbe parso sacrifizio, se avessi avuto
maggior fiducia in me. Ma di questa mancanza non ti fo
torto. Io mi sento, mi sento veramente un estraneo su
questa terra e cosí solo, che intendo come in te sia
dovuto nascere, piú che il desiderio, il bisogno di
un'amorosa compagnia.
- Manco male!
- Se non ti scuso, vedi bene che neanche ti accuso...
- E allora perché?...
- Sí, sí, tu hai ragione, infatti: questa terra è
veramente per te, per voi altri... Tu sai trarne il
sostentamento; tu vi edifichi le case, e vai trovando di
giorno in giorno, con diligenza, piú sicuro riparo
contro le avversità della natura, e comodi maggiori. Io
dovrei essere il raggio di sole, l'aria ristoratrice che
entra per le finestre aperte e reca il profumo dei
fiori; ma spesso non so esserlo, ho spesso la crudeltà
del fanciullo, che con un sasso tappa la buca del
formicajo. Spesso la grandezza mia consiste nel sentirmi
infinitamente piccolo: ma piccola anche per me la terra,
e oltre i monti, oltre i mari cerco per me qualche cosa
che per forza ha da esserci, altrimenti non mi
spiegherei quest'ansia arcana che mi tiene, e che mi fa
sospirar le stelle...
Alla mia solitudine di gelo,
al mio sgomento, al mio lento morire
parla ne le stellate notti il cielo
d'altre arcane vicende da subire,
sempre dentro al mistero e in questo anelo.
«E fino a quando?» l'anima sospira.
Infinito silenzio in alto accoglie
la sua dimanda. Pur tremarne mira
le stelle in ciel, quasi animate foglie
d'una selva, ove arcano alito spira.
- Debbo mettere in carta codesti versi? Perdio, non
direi che siano sbocciati per la fausta occasione... Ohé,
discendi dal cielo, te ne prego... Io me ne sto qui alla
finestra, e abbrezzo. Non vorrei prendere un raffreddore
giusto questa sera...
- Risponderesti domani con uno sternuto invece del sí
sacramentale.
- Senza scherzi, senza scherzi... Chiudiamo. E prima che
il fuoco si spenga nel caminetto, Occupiamo, se non ti
dispiace, questo restante della notte a distruggere le
carte e le reliquie compromettenti della prima nostra
giovinezza che si chiude con questa sera.
IV: In società
(Salotto in casa X. Salotto «intellettuale». La
marchesa X è scrittrice, con questo però di singolare:
che è una bella donna. Quarantamila lire di rendita.
Stampa novelle e variazioni sentimentali - le chiama
cosí, lei - su le principali riviste. Non è raro, ogni
sabato, trovare tra i commensali della marchesa i
direttori di queste riviste.
Il marito, l'on. marchese X, calvo, miope, barbuto,
ha quattro legislature, siede a Destra, ma è - s'intende
- liberale e democratico anche lui. Collezionista
appassionato, possiede come S.M. un prezioso medagliere.
Non ne è però molto geloso. Prova ne sia, che ha
regalato piú d'una bella medaglia a scrittori ben noti,
ammiratori della moglie.
Frequentano il salotto molte dame dell'aristocrazia e
signore patronesse della Società per la coltura della
donna, senatori, deputati, letterati e giornalisti
scelti.
A onor del vero, il mio piccolo me non ha punto
brigato per entrare nel novero di questi eletti: ma
sarebbe ipocrisia il negare che l'invito non gli abbia
recato un vivo piacere e una grande soddisfazione, di
cui il Gran Me s'è stizzito.
Ora la marchesa X, bionda e carnuta, raggiante e
palpitante nella sua arditissima eppur non indecente
scollatura, prende a braccio il piccolo me, lo conduce
in giro per presentarlo alle dame, alle signore, facendo
di volo qualche accenno al Gran Me, che ne arrossisce,
mentre il piccolo me - pronto sorriso e gesto vivo - si
inchina.
Terminata la presentazione, il Gran Me domanda al
piccolo me:)
- Dove prenderai posto, adesso?
- Aspetta: lasciami guardare. Ma fatti animo! Mi sembri
ancora sbigottito dalla gravità del cameriere che ci ha
tolto in sala il soprabito. Bada che se vuoi darti un
contegno, sarà peggio.
- Ma io soffoco, mio caro, altro che contegno! Mi hai
impiccato in un solino piú alto di te, mi ha parlato
come un fantoccio...
- Sú, sú, pazienza! Composto, sú! Si accorgeranno,
perdio, che non siamo soliti di portar la marsina...
- E che vuoi che me n'importi? Lo sapevi bene,
imbecille, che sarei stato a disagio qua, fra questa
gente, in questo abbigliamento ridicolo. Mi farai fare
una pessima figura!
- Ma se sono venuto apposta per te, per farti conoscere,
vedere...
- Come un orso alla fiera?
- Bisogna che tu impari, santo Dio! Senti, senti che si
dice là in quel gruppo di deputati e giornalisti.
Parlano della rivoluzione russa, compiangono Witte...
Peccato! L'uomo che in pochi giorni, a tavolino, era
riuscito a render vane tante strepitose vittorie
giapponesi, ora... «Ma no, signori!.» dice il brillante
giornalista Kappa. - «Vi prego di credere che a
Portsmouth non ha mica vinto il signor Witte!» - «Oh oh!
E chi ha vinto dunque?» - «Ma la sua marsina, signori,
la sua marsina! L'ometto giallo, in coda di rondine, voi
lo sapete, è compassionevolmente ridicolo...»
- (Kappa ha guardato noi...)
- (Sta: zitto! Ascoltiamo.) - «Signori miei, i
Giapponesi, astuti come sono, avrebbero dovuto capirlo.
Non si spoglia impunemente l'abito consueto...»
- (Senti? Senti?)
- (Sta' zitto!) - «Non si spoglia impunemente il costume
nazionale, signori, il vestito conforme alle fattezze
naturali, al color della pelle e che so io. Se il signor
Witte e gli altri invitati russi si fossero trovati
innanzi a una scelta di figurine giapponesi, di quelle
che siamo soliti di vedere nei ventagli, nei vasi e nei
paraventi, pensando come da quelle figurine là, che
pajon fatte per ischerzo, fosse venuta alla santa Russia
una cosí furiosa tempesta, vi assicuro io che sarebbero
rimasti assai sconcertati e non avrebbero vinto cosí
facilmente. Si sono trovati invece davanti il signor
Komura in marsina e lo hanno trattato come i camerieri
d'un gran signore trattano putacaso un sindaco di
villaggio invitato a un pranzo di gala nel palazzo.»
- Bravo! Ti servirà, spero, questa bella lezione!
- Ma dovrebbe servire a te, mi pare! Ha trionfato la
marsina, in fin dei conti. E credi pure che al giorno
d'oggi... Zitto! Ci s'avvicina un signore...
- Scànsalo! Guarda altrove!
- Sta' fermo! Eccolo qua... Dice che ti conosce di
nome... che ha letto. Oh, troppo buono... troppo
buono... Fammi sentire, perdio, quel che mi dice! Ah, ci
domanda se stiamo a Roma da molto tempo. Che ce ne
sembra? Sú, presto: suggeriscimi una bella frase su
Roma...
- Digli che quasi quasi va diventando Parigi.
- Bravo! Senti? Il signore approva... Sú, a modo! Non
sorridere cosí... Ecco: il signore mi domanda perché
sorridiamo. Egli dice che Parigi però...
- Ma si sa, che diamine! consolalo: Parigi è un'altra
cosa! Parigi è Parigi: non ve ne ha che una - diglielo
in francese! Mentre Roma... già siamo alla terza, e
prima che diventi Parigi...
- Adesso sorride il signore! L'hai fatto allontanare...
Ed eccoti un nemico di piú! Auff! Sei incorreggibile
davvero! Ma che gusto provi a farti il vuoto intorno? E
poi ti lagni che nessuno badi a te! Se non parli, se non
ti muovi, se non attiri in nessun modo l'attenzione
della gente! Hai da seccar l'anima, dentro, soltanto a
me? Parla! O come vuoi che la gente impari a conoscerti?
- Venendo qua, portando a spasso i tuoi abiti e la tua
sciocchezza, vuoi che impari a conoscermi la gente?
- Ma io vorrei che prima tu, invece, tu imparassi a
conoscere la gente, com'essa è in realtà, non come tu te
la fingi. Mentr'io parlo, e, per non seccare, dico
magari sciocchezze, pigliati la pena di osservare, senza
troppa insistenza, ciò che ti sta intorno e, credi a me,
troverai da studiare qui con piú profitto, che non su i
tanti tuoi libri... Senti come si sfrottola, come si
salta di palo in frasca, senza pedanterie, senza
intolleranze? Idee profonde, no, e nessuna passione, è
vero! Ma che gusti vivi, che tratto vivo, che
correttezza squisita di modi e di parole... Guarda
quelle damine là: intellettuali, non si nega; ma che
spalle, intanto, che seni! Eppure, come guardano
tranquillamente, quasi non avessero il piú lontano
sospetto d'esser nude cosí... E i poveri mariti! Chi sa
quanti pensano in questo momento: «Si tornasse almeno
alla foglia di fico! Perché - quanto alla nudità - Dio
buono, dopo che abbiamo speso un occhio del capo a
vestir le nostre mogli, eccole qua: la mostrano lo
stesso...» - Sú, sú, non affondar troppo lo sguardo!
Bisogna godere di questa vista fugacemente, come d'una
illusione che passa, d'una fantasmagoria splendida che
svapora... Uh! Guàrdati a quello specchio là... Sei
rosso come un papavero!... Questo profumo... Tu ti turbi
troppo, eh?, grand'uomo... Via! via! Un po' d'aria alla
finestra...
- Non sarebbe meglio andar via?
- No, vieni qua, vieni qua alla finestra!
- Si respira...
- Che contrasto, eh? Che oscurità! E come tutto appar
lugubre... Guarda quei lampioncini là, e quegli
alberetti nella piazza... il riverbero vacillante del
gas sul lastricato... e quel due lanternini di vettura
che s'avanzano lentamente... Che funebre squallore! -
Oh, sú: ci chiamano... vieni... La marchesa ci domanda
se ci annojamo...
- Ma se mi diverto un mondo!
- Oh, attento, qua! Stiamo fra le signore. Parlano del
Duchino d'Orléans... Dicono che comincia a trovar la via
per rientrare in Francia, re. Ha fatto un viaggio al
Polo Nord. Ti domandano che ne pensi...
- Mah! Dev'essere una bella soddisfazione il poter dire:
«Eccomi qua: ho raggiunto il polo! Nessuno lo sa; ma io
mi reggo adesso, con la punta d'un piede solo,
nientemeno che su l'estremità dell'immaginario asse
terrestre. Non c'è scritto nulla; ma star qua non è
precisamente come stare un passettino piú in là. Qua è
il punto vero. Ghiaccio, sí, qua e là; e un freddo
indiavolato; e non ci si vede anima viva; ma io sto qui
alto, in questo momento, piú di qualunque re sul trono!»
Forse il Duchino d'Orléans, raggiunto il polo, si
sarebbe contentato di stare un tantino piú basso, sul
trono di Francia, stabilmente. Ma non ci hanno detto i
giornali che, invece del polo, egli scoprí un'isola e
che la battezzò Terra di Francia? Io non capisco! Terra
di Francia, e se ne tornò indietro... Poteva, intanto -
per cominciare - proclamarsi re di quella Francia là...
- Forse ci faceva troppo freddo. C'è un altro imperatore
che non può dimorare nel suo impero, perché ci fa troppo
caldo, invece. Là, i ghiacci del polo; qua le sabbie del
deserto.
- Ma Lebaudy, lui, almeno, s'è proclamato imperatore...
- Bravo! Vedi? Hai fatto ridere quelle belle signore...
Se tu volessi... Piano! Che
avviene? Si alzano...
- Si balla? Se si balla, andiamo subito via! Bada: non
sento ragione... Andiamo via!
- Orso, non si balla! Non senti? La signorina B. sonerà:
adesso si fa pregare. Ha le mani diacce, poverina, non
può! Guarda, guarda: un giovanotto le propone di
riscaldargliele, battendogliele forte forte... Oh Dio, e
lei ci crede: nasconde le mani, mostra i bei dentini, si
storce tutta... Ah, ecco: le amiche la trascinano al
pianoforte...
- Musica moderna?
- Nessuna musica! Volteggio di mani su la tastiera. Sta'
a sentire. Poi applaudiremo.
- Imbuisci a vista d'occhio, caro mio: mi fai spavento!
- Coraggio, via! C'è peggio di me... Guarda come sono
tutti intenti, ora, e assorti... Che silenzio! Ma guarda
lí, che ciglia aggrottate, quel deputato dalla faccia
rossa come una palla meditabonda di formaggio
d'Olanda... È in pericolo la patria? No: contempla le
spalle, la nuca della Marchesa, che è veramente
splendida stasera, come una dea di Rubens... Ma di' un
po', sul serio, non ti diverte questo spettacolo?
- Molto! Senti: méttimi una mano innanzi alla bocca.
- Perché? Che fai?
- Méttimi subito una mano innanzi alla bocca...
- Sbadigli?
- Sbadiglio.
Inizio pagina