Ancora entrambi ignoravano il peggio; ignoravano che la
mattina stessa di quel giorno un giornaletto ricattatore
aveva schizzato il suo veleno su l'Ospizio degli
orfanelli, parlandone come d'una comodità inestimabile
per le giovani vedove in cerca di consolazione, e ne
aveva portato ad esempio una, i connotati e i
particolari della quale corrispondevano perfettamente
alla figura e alla vita intima di Elena, aggiungendo che
sarebbe stato utilissimo costruire (sempre per la
comodità delle suddette madri vedove) un dipartimento
annesso all'Ospizio, ove ricoverare i bastardelli.
La domenica seguente, poi, Elena, terminata la visita,
fu invitata a salir nel gabinetto del vecchio padre
rettore. Ne uscí dopo circa mezz'ora col volto in fiamme
dalla vergogna e dall'ira, esasperata, avvilita,
vacillante.
- Io sono un vecchio e un sacerdote, - le aveva detto il
rettore - mi consideri dunque come il suo confessore, e
mi permetta di darle qualche consiglio, come ad una
penitente.
Le aveva mostrato il giornaletto fangoso, le aveva detto
dello scandalo suscitato, le aveva infine parlato dei
figli... Quant'era durato quel supplizio? Ella non aveva
saputo risponder sillaba, un sí soltanto alla domanda
insistente del vecchio: «Me lo promette? me lo
promette?». Sí; ma che aveva promesso?
La sera narrò tutto ad Ercole.
- Chi vuoi schiaffeggiare? Non capisci che mi
comprometteresti di piú? E ti sporcheresti le mani! No,
no, bisogna finirla piuttosto...
- Finir che cosa? E mia figlia? Pretendi ch'io non la
veda piú? Cacciano i tuoi figli dal collegio? Ebbene,
penserò io a loro! Come? Si vedrà! C'è rimedio a
tutto... So questo soltanto, che la nostra bambina non
deve soffrirne! Tu sei mia, ormai! questa è la mia casa!
qui c'è mia figlia! Tutto il resto non m'importa...
- Importa a me: son figli miei anche quelli! - esclamò
Elena - Tu devi intendere anche questo...
- Eh sí! E infatti - rispose Ercole - t'ho detto:
provvederò io, in caso, a loro! Ne accetto in tutto e
per tutto la responsabilità!
Elena attese invano quattro, cinque giorni la consueta
visita serale dell'amante. - Non viene pensava - per
prudenza: fa bene! - Al sesto giorno però apprese dalla
vecchia zia che egli era a letto, ammalato.
- Solo, se vedessi, come un cane; fa pietà!
Difatti, nei primi giorni, Livia, non credendo alla
gravità della malattia, non s'era voluta far vedere dal
marito. Che pietà poteva egli ispirarle? Non s'era forse
logorato per quell'altra?
Né s'ingannava su la causa del male: Ercole s'era
davvero ammalato per eccesso di lavoro, per quasi
assoluta mancanza di riposo e di giusta nutrizione; per
la cupa, costante preoccupazione in cui lo teneva la sua
vita falsa e smembrata. La proposta di Elena, l'ira
contenuta contro l'autore dell'articoletto scandaloso,
avevano determinata a un tratto la caduta.
Al settimo giorno Livia, chiamata dalla cameriera
sconvolta da alcuni segni di delirio nell'infermo, era
finalmente accorsa, vincendo ogni ripugnanza dell'amor
proprio. Appena entrata in quella camera, ove non
metteva piede da tanto tempo, s'arretrò quasi inorridita
alla vista del marito. Dio, come s'era ridotto! Il volto
di Ercole pareva una maschera di cera: egli teneva gli
occhi semichiusi e apriva di tanto in tanto le labbra
esangui, tra i baffi e la barba scomposti, a un orribile
sorriso, mostrando i denti pari, serrati, un po'
ingialliti: accompagnava il sorriso con un gesto della
mano scarna, quasi trasparente, le cui cinque dita
brancicavan nel vuoto.
Al primo terrore seguí nel cuore di Livia un impulso
d'odio per la donna che le aveva ridotto in tale stato
il marito; e già in quell'odio penetrava la compassione
per lui.
Ercole schiuse gli occhi e fissò la moglie senza
riconoscerla. Ella trattenne il respiro, il moto delle
palpebre, in penosissima attesa. L'infermo poco dopo
richiuse lentamente gli occhi, emettendo un gemito piú
di stanchezza che di dolore. Sí, in tutti i lineamenti
di quel volto disfatto, nelle braccia, nelle mani
abbandonate sul letto, piú che il dolore, infatti, era
impressa la stanchezza, un'estrema stanchezza! Ella sedé
in silenzio accanto al letto, presso la testata, per non
farsi scorger da lui, temendo non lo avesse a turbare la
sua vista. Vedeva la mano scarna levarsi di tratto in
tratto con le cinque dita brancicanti; indovinava il
sorriso delle labbra esangui, e sentiva un brivido di
sgomento alla schiena. Che significava quel gesto?
Perché sorrideva e levava la mano? Alfine Livia credette
d'aver trovato la cagione: il suo pensiero volò, senza
designazione di luogo, a un'altra casa non mai vista da
lei, ma ben nota al marito: vi cercò una bambina; ma non
poté figurarsela: un'ombra odiosa, indecisa di donna le
si parava sempre dinanzi - quell'altra, la madre della
bambina! Ah sí, senza dubbio, in quel muto delirio egli
credeva di carezzare la testa della sua figlioletta, e
sorrideva. Livia sentí allora come uno struggimento non
peranche provato, scevro d'odio per il marito, anzi
pieno d'un sentimento angoscioso di generosità. Ella era
la tradita, la nemica per lui; eppure, ecco, era lí, in
quella camera, accanto al letto ove egli giaceva, pronta
a prestargli le piú diligenti cure, pronta a rendere il
bene per tutto il male ricevuto! Gli occhi le si
riempirono di lacrime.
Da quel giorno non abbandonò piú la camera dell'infermo.
Riempiva di pensieri, di riflessioni le lunghe veglie
penose. In certe ore della notte, vinta dalla
stanchezza, appoggiava leggermente la guancia sugli
stessi cuscini ove s'affondava la testa di lui, e la
freschezza del lino e la insolita vicinanza le
cagionavano, nel silenzio, quasi nel mistero del sonno,
un piacere e un turbamento ineffabili.
No, ella non poteva piú vivere senza di lui; non poteva
piú durarla in quello stato; non era ammissibile per lei
che egli, appena guarito, ritornasse a quell'altra, ed
ella a la stessa vita di prima. No, no! E intanto, come
impedirlo? Non aveva egli altrove la sua famiglia? Certe
notti non aveva egli mormorato, nell'incoscienza del
sonno, il nome di Elena? «Ah, Elena!» Tre volte lo aveva
udito sospirar cosí, piano, come nel passaggio da un
sonno all'altro, con la solita espressione di stanchezza
infinita. Come strapparlo a colei? Ah, non era piú
possibile! Presso quella donna era la figlia! Come
strappare al padre la sua figliuola?
Da un pezzo a Livia era balenata un'idea di vendetta,
che poi nell'abbattimento e nello sconforto aveva
riconosciuta disperata, inattuabile. Convinta che il
marito non sarebbe mai tornato a lei, finché la figlia
fosse rimasta presso l'amante, aveva immaginato di
costringerlo a portar via da colei la bambina, e
condurla con sé nella sua casa. Ecco, sí, questo sarebbe
stato l'unico mezzo per riacquistarlo. Ma era possibile
che la madre cedesse la figlia, rassegnata a non vederla
mai piú? Non che sperarlo, era follia soltanto
immaginarlo. Nella sua casa, è vero, accanto al padre,
la bambina avrebbe avuto ben altro avvenire: Ercole le
avrebbe potuto dare il suo nome; ella, Livia, le avrebbe
dato la sua dote; sí, sí, e le avrebbe anche voluto bene
piú che se fosse stata figlia sua; tanto bene da farle
dimenticare la vera madre... Sí, ma la madre poteva
lasciarsi lusingare da quell'avvenire? cedere a un'altra
donna, alla moglie dell'amante, la figliuola?
Queste amare riflessioni rivolgeva ella accanto al letto
dell'infermo, quando un giorno venne misteriosamente a
visitarla la vecchia zia di Ercole. La mandava Elena
smaniosa d'avere notizie.
- Come va, come va, povero Ercole?
- Sempre a un modo... Un tantino meglio, forse.
- Ah sí? Bravo! Mi dài una grande consolazione...
Malattia lunga, però, m'immagino, eh? Ma niente
pericoli, Dio ne scampi, è vero?
- No no; almeno i medici lo assicurano. Ha bisogno
assoluto di riposo.
La vecchia storse la bocca sdentata e dimenò la testa.
- Riposo... eh sí! È una parola! I medici prescrivono
sempre giusto quel che non si può avere: ai poverelli,
brodi consumati, a tuo marito riposo! E, dico, scommetto
che non sai perché tuo marito s'è ammalato... Ha avuto
una scena con quell'altra... Sí! Lo scandalo... Non sai
nulla?
- Nulla - disse Livia. - Che scandalo?
- Del giornale... Non sai? Hanno stampato un articolo
sulle magagne dell'Ospizio degli orfani, ti dico, coi
fiocchi!, dove si dicevano vituperii di tutte le madri,
e di Elena poi...
- Ed Ercole? - domandò Livia tra sgomenta e ansiosa.
- E che volevi che facesse? Quella lí, inviperita, s'è
sfogata con lui, naturalmente. Ho saputo tutto dalla
serva... Gli ha fatto una scenata. Ercole ha dovuto
inghiottire amaro, e zitto! Si sa, c'è di mezzo la
piccina... Ma tu confòrtati intanto, e senti quello che
ti dice la tua vecchia zia: non è storia che dura! Già
metti che lei pretendeva, per non dar luogo ad altre
ciarle, che egli non le andasse piú in casa, come dire,
non vedesse piú la figlia. Perché, lei, capisci? ha
quegli altri due poveri innocenti all'Ospizio... lo sai,
e ha paura dopo questo fatto non glieli caccino via,
seguitando le chiacchiere. Ercole, dal dispiacere, dalla
bile, ci s'è ammalato: Quella lí adesso da un canto ha
rimorso, s'intende; dall'altro, poi, pensa che la sua
condizione non è piú sostenibile, che insomma bisogna
provvedere... chi sa?... finirla, ecco, probabilmente.
Lui per ora si oppone; ma quella lí ha da pensare ai due
orfanelli, intendi? E questi vedrai, ti salveranno.
La vecchia ciarliera seguitò a lungo sullo stesso tono;
ma Livia non la ascoltava piú. Ah dunque il suo progetto
non era cosí fuor dal possibile com'ella s'era costretta
a credere? E se quella donna non voleva abbandonar la
figlia, poteva pretendete che invece la abbandonasse
Ercole? Non avevano tutti e due gli stessi diritti su la
bambina? Ah, chi sa! Forse Ercole aspettava soltanto un
cenno da lei, e sarebbe subito corso a prender la bimba,
per cui tanto soffriva! Ed eccolo liberato per sempre da
quella donna!
A poco a poco intanto, mercé le rigorose cure e
l'assoluto riposo, Ercole cominciava a migliorare. La
prima volta ch'egli s'accorse della presenza di Livia
nella camera, chiuse gli occhi come per fuggire la
realtà. Durante la malattia s'era sentito circondato di
cure amorosissime: le doveva dunque a lei? Lo aveva
vegliato lei con tanta abnegazione, lei assistito con
tanta tenerezza?
Un giorno finalmente, sull'alba, mentr'ella se ne stava
seduta al capezzale, sentí inaspettatamente la mano del
marito cercare e stringer la sua. Levò stupita il capo
che teneva appoggiato al guanciale di lui, e lo guardò;
egli piangeva con gli occhi chiusi.
- Ercole, che hai?... - balbettò commossa, non riuscendo
neppur lei a frenar le lacrime.
Egli le strinse piú forte la mano, senz'aprir gli occhi.
Poi le disse:
- Grazie... Perdonami.
- Sí... sí... non agitarti... Ho compreso tutto.
- Perdonami - ripeté Ercole.
- Sí, sí, t'ho già perdonato... Ora sta' calmo... So
quello che desideri.
Ercole aprí gli occhi, come per accertarsi sul volto di
Livia se aveva inteso bene.
- Tu vuoi vederla, è vero? - aggiunse ella con un fil di
voce, chinandosi su lui.
- Oh, Livia, tu... - esclamò egli, fissandola quasi
impaurito.
- La vorresti qui, è vero? Ebbene, senti: io ci ho
pensato... Non darti pena... sono contenta; l'avrai qui,
se vuoi, per sempre! Intendi? Qui, qui, in casa
nostra... Sí, lo comprendo: ormai non può essere
altrimenti. Ma io ne sono contenta. Tua figlia sarà
anche mia figlia d'ora in poi; va bene cosí?... Càlmati,
càlmati; ne riparleremo... Ci ho pensato a lungo, qui,
accanto al tuo letto. Poi ti dirò... Adesso, zitto!
riposa; io me ne vado...
La prima volta che egli poté reggersi in piedi fu
condotto da Livia nella stanza attigua alla loro camera
da letto.
- Le collocheremo il lettuccio qui, ti piace? Cosí starà
accanto a noi. Andrò a comprarglielo io stessa; un bel
lettuccio, vedrai!
- Già l'ha... - sfuggi ad Ercole.
- No, uno nuovo, uno nuovo! - disse Livia, fingendo di
non accorgersi del turbamento di lui. Poi soggiunse:
-Ah, dunque dorme sola?
- Sí, sola.
- Desidero tanto di vederla... forse quanto te. Quando
andrai a prenderla?
- Appena potrò. Bisogna che pensi, che veda... Non è
facile... Ma ci riuscirò; dev'esser cosí.
Nel cuore di Ercole lottavano l'ansia di rivedere la
figlia dopo circa due mesi di lontananza, e lo sgomento
della scena da sostenere con Elena.
Era già uscito due volte con Livia in vettura, ma non si
sentiva ancora la forza, il coraggio di affrontare
l'amante.
- Andrai oggi? - gli domandava Livia.
- No, oggi no, andrò dimani. Figúrati quanto mi preme!
Ma mi sento debole...
Livia non era meno in ansia di Ercole. Non trovava
requie sotto il pensiero che egli dovesse vedere ancora
una volta quella donna. Finalmente, dopo una settimana
d'esitazione, l'Orgera si decise.
Salito in vettura, chiuse gli occhi e costrinse il
cervello a non pensare. - Dirò quel che mi verrà alle
labbra sul momento; inutile preparar le parole!
Pervenne in fondo alla via Cola di Rienzo in tale stato
di prostrazione, che a stento poté smontare.
- Aspettami - disse al vetturino.
Salí penosamente la lunga scala, quasi al bujo, sostando
spesso per la incalzante agitazione.
Sú per gli ultimi gradini non aveva piú fiato.
- Ercole! - gridò Elena appena lo vide, posandogli le
mani su le spalle. - Dio! come sei pallido! - aggiunse
sbigottita.
- Aspetta, aspetta... - mormorò egli ansimante,
lasciandosi cader di peso, quasi in deliquio, su una
seggiola.
- Ma come sei venuto? Mio Dio, che hai avuto? Ah, come
t'ho aspettato! Sei stato male assai?... Lo vedo, lo
vedo... Il cuore mi parlava. Ah, che giornate, se
sapessi! Due mesi! Di', nessuno ha avuto cura di te?
- Lietta! Dov'è Lietta? Chiamala.
- Sí; ma ti senti meglio? Lietta! non vieni a vedere il
babbo tuo? Vieni. Sí, è qui, è tornato!
Lietta accorse con le manine levate e si gettò fra le
braccia del padre, che se la strinse al petto
lungamente, baciandola senza fine.
- T'ha aspettato, caro angelo mio, ogni giorno. Ogni
giorno a domandarmi: - E babbo? - Domani, verrà domani.
- Non viene? - Verrà, sí, non dubitare.
- Figlia mia cara, mi vedi? son qui, son venuto! Lietta
guardava stupita il padre come se non lo riconoscesse
piú, cosí cangiato, pallido, smunto.
- Vedi che il babbo tuo è stato malato? - le disse
Elena.
- Malato, povero babbo! Non sai dirgli nulla? Fagli sú
una carezza.
Lietta alzò una manina al collo del padre e lo baciò su
la guancia. Ercole se la strinse di nuovo al petto.
- Vuoi venire col babbo tuo, adesso? Ti porterò in
vettura; vuoi venire? Sempre con me, sempre!
- Parlami, raccontami - gli disse Elena. - Che hai
avuto? Non mi dici nulla?
- Ora ti dirò... - le rispose Ercole, ridiventando ad un
tratto pallido come quand'era entrato, e piú fosco.
- Che hai da dirmi? - domandò ella, colpita dall'accento
e dall'aspetto di lui. - Conduco di là Lietta?
- Sí, è meglio.
Uscita la bambina, Elena chiuse l'uscio e, rivolgendosi
all'Orgera, con le ciglia aggrottate, gli disse: - Sai,
ho capito! Ti sei rappacificato con tua moglie?...
- Sí, - rispose Ercole guardandola negli occhi.
- Ah, e sei venuto a dirmelo? Bravo! Ti ha perdonato? Lo
sospettavo... Ma a che patto? E perché sei dunque
venuto? Non dovremo piú vederci? Rispondi.
- No - disse Ercole cupo, e pur con un sorriso
impercettibile, nervoso: - Come vuoi che...
- E sei venuto per dirmi questo? Dopo tanta attesa?
Come!... Ti sei rimbecillito? Abbandonarmi cosí? E
Lietta? Che ne farai di Lietta?
- Lietta verrà con me.
- Che dici? Sei pazzo? Verrà con te? dove?
- Con me, in casa mia...
- In quale casa? In casa di tua moglie! Ah vi siete
accordati a questo patto? su la figlia mia? E tu, non
hai potuto...? Hai avuto il coraggio di venir da me per
strapparmi la figliuola? E hai potuto credere un momento
che io te la déssi? Vattene, vattene! Non posso piú
vederti qui; vattene, o ti scaccio!
- Chi scacci? - gridò rabbiosamente Ercole: - Come puoi
tu...? Ma già, è inutile risponderti... Vuoi ragionare?
Non vuoi. M'insulti... Dammi Lietta e me ne vado.
- Sei pazzo? Ah tu non me la strapperai; avrò piú forza
di te! È figlia mia, com'è figlia tua, capisci?
- Non con la forza, con la ragione - incalzò Ercole. -
Vuoi ragionare? Lasciami dire, ascoltami...
- Non sento ragioni! Ragioni d'un pazzo! Vieni a dirmi:
- Ti tolgo la figlia - e vuoi che ragioni con te! Ma,
Dio mio, è giusto, è onesto?
- No, senti... Va bene... Piano! Ti sembro pazzo... ma
lasciami dire... rispondimi... Ti dirò io quel che è
giusto e quel che è onesto. Lascia star Dio! Di Lietta
tu che ne farai? Perché parli? Pel suo bene? No! Tu
parli per odio contro una donna che noi abbiamo insieme
ingannata, tradita... E ti par giusto, ti pare onesto?
- Ma che dici? Non vuoi intendermi! Io parlo per mia
figlia che mi vorreste portar via... È giusto, è onesto?
- E che pretendi? Pretendi che non la veda piú io
invece?
- Ma no, ma chi te lo vieta? È qui; vieni e la vedrai.
Te lo vieta tua moglie, non io.
- Tu, tu me lo vieti ora; perché non è piú possibile
ch'io seguiti a venir qui.
- Ed è colpa mia? Vuoi startene con tua moglie? Ebbene,
io non ti chiedo di meglio: tu con lei, io con mia
figlia!
- Sí! E che ne farai?
- Quel che Dio vorrà.
- Lascia star Dio, ti dico! - gridò Ercole. - Qui si
tratta dell'avvenire di mia figlia! Non lasciarti
vincere dall'egoismo, dal tuo odio... Parliamo della
bambina; di lei dobbiamo parlare.
- Ma come puoi pensare che Lietta viva senza di me? Io
l'ho messa al mondo, le ho dato il mio latte, la mia
vita, l'ho cresciuta, l'ho tenuta sempre con me! Ah
speri che mi dimentichi? Ma è possibile? Deve dimenticar
sua madre? Sperate questo tutti e due? Quell'altra deve
carezzare la mia bambina, insegnarle a scordar sua
madre?...
Elena ruppe in singhiozzi strazianti, coprendosi il
volto con le mani.
- No, non questo - disse Ercole cupamente. - Comprendo
il tuo dolore; il sacrifizio è enorme; ma se tu ami
Lietta piú di te stessa, devi compierlo. Non pensare a
me, né all'altra; pensa a Lietta soltanto, al suo
avvenire. Io son venuto qui per parlare al tuo cuore.
- Dici, per strapparmelo! - esclamò Elena singhiozzando
disperatamente.
- ... al tuo cuore di madre senza egoismo... Non mi
faccio forte di nessuna ragione, di nessun diritto. Ti
dico: pensa solo a lei. Tu stessa, l'ultima volta, mi
hai costretto a considerare la nostra posizione... la
tua per quei due orfani... Non è vero? Ebbene, rifletti,
considera tu adesso: che vuoi fare?
Elena rispose con lamenti rotti, con parole spezzate dai
singulti. Ercole, in crescente commozione, si sforzò
d'intendere quel che ella diceva piangendo; poi ripeté:
- Che vuoi fare? Per forza la soluzione doveva esser
cosí crudele. Tu lo avevi preveduto prima di me. Per
forza! E solo a patto d'un sacrifizio, o mio, o tuo...
Vuoi che mi sacrifichi io? Oh con tutto il cuore ti
risparmierei; ma che gioverebbe a Lietta il mio
sacrifizio? Nulla. Ragiona e vedi. Sarebbe anzi tutto a
suo danno; non puoi negarlo. Pensa che tua figlia avrà
un nome, uscirà dall'ombra della nostra colpa, avrà un
avvenire che tu non potresti mai darle. Tu devi pensare
agli altri due. Fàllo per loro. Essi resteranno a te; io
che farei senza Lietta?
- E che farò io? - domandò Elena strozzata
dall'angoscia, mostrando il volto inondato di lacrime. -
Che farò io? Non vederla piú! È possibile? Ora, dopo tre
anni! Come potrò piú vivere senza di lei? Che crudeltà
inaudita, Dio mio! E uccidimi piuttosto! Parlarmi del
bene di mia figlia, a costo del sacrifizio mio! Questa è
la maggior crudeltà! Cosí scusi l'atto mostruoso che sei
venuto a compiere! Che posso dirti? Prenditi la figlia,
strappamela dalle braccia per non farmela vedere mai
piú! È possibile?
Ercole rimase a capo chino, in silenzio, scosso, quasi
vinto, e non per tanto in attesa, mentre Elena piangeva,
piangeva. Alla fine ella soggiunse:
- Doveva finire, sí, lo so; ma finire cosí? Come avrei
potuto immaginarmelo?
- E come, allora, Elena? - domandò egli con accento
sommesso, dolce, pieno di compassione.
Elena non rispose; si contorse le mani, scosse a lungo
la testa, quasi con rabbia di dolore, perdutamente, e
scoppiò in pianto piú dirotto.
Ercole si alzò sconvolto, straziato: le si appressò.
Voleva dirle qualcosa, ma non poté; si portò una mano
agli occhi per trattenere le lacrime irrompenti.
Udirono in quella picchiare all'uscio, e la voce di
Lietta:
- Api, babbo! Non mi potti in vettura?
Elena balzò in piedi con un grido: aprí l'uscio e si
tolse la bambina nelle braccia.
- Figlia! Figlia mia!
Lietta si lasciò stringere stupita, afflitta, guardando
il padre che le sorrideva piangendo anche lui.
- Vuoi andare col babbo? - le domandò Elena senza
scioglierla dall'abbraccio.
- Ci - fece Lietta.
- Per sempre col babbo?
- Elena! - chiamò l'Orgera per impedire la risposta
della bambina.
La madre sedette, guardò Lietta su le sue ginocchia, poi
si volse a Ercole e irruppe.
- Non te la do, non posso dartela!
Ercole chiuse gli occhi, si strinse nella persona e
contrasse il volto dallo spasimo. Quel supplizio, ormai,
con la bambina lí presente, era insopportabile.
Elena vide l'atroce sofferenza su quel viso, e supplicò:
- Lasciamela almeno fino a domattina...
Egli si premette la faccia con ambo le mani.
- Fino a stasera - insisté Elena.
Lietta si recò una manina alla nuca, chinando la
testina, segno che stava per piangere.
- No, no, Lietta - le disse la madre. - Adesso la mamma
ti veste... ti veste lei con le sue mani, e tu andrai
via col babbo, in carrozza... Lietta andrà via col
babbo. Sei contenta?... Oh Dio!... No, no... Pigliamo la
vestina nuova che ti ha cucito la mamma, sai? e le
scarpette nuove... Bisogna però che tu ti faccia lavar
bene bene... anche qui, vedi, ai ginocchietti che sono
sporchi... Poi metteremo le calzine belle...
- Rosse - fece Lietta con una mossettina del capo e
carezzando il collo della madre che piangeva.
- Sí, quelle rosse. Alza un po' il mento, cosí. Ecco
fatto... Oh! Bisogna anche cambiar la camicina; bisogna
che ti cambi tutto; devi farti vedere pulita pulita. Ora
laviamoci, sú, sú.
Ercole si era messo dietro la cortina della finestra,
con la fronte appoggiata ai vetri, per non assistere a
tanto strazio.
Elena, lavando la bambina con la massima cura, tremava
per tutto il corpo, si mordeva le labbra per non
prorompere in grida, e piangeva, piangeva
silenziosamente. Poi si mise a vestirla.
- Il vetturino vuol sapere se deve aspettare ancora -
disse la serva dalla soglia.
Ercole si volse, guardò Elena un tratto, poi disse
bruscamente:
- Sí, sí.
- Ti sei fatto aspettare - osservò Elena con un
ginocchio per terra, terminando di vestir la piccina. -
Eri cosí sicuro che te l'avrei data?
- Pensavo che...
- Sí, sí, tu hai pensato a tutto, a tutto, a Lietta, a
te, a tua moglie, finanche a' miei poveri ragazzi; a me
soltanto non hai pensato; a me che resterò qui, sola,
senza la figlia mia, qui...
Lietta si mise a piangere.
- Elena! - la interruppe Ercole appressandosi
agitatissimo, quasi fuori di sé: - Alzati. È
impossibile, hai ragione; no no, vedi come piange la
bambina? No, Elena, hai ragione... è mostruoso... noi
non possiamo piú separarci. Sono stato un pazzo...
Alzati... Senti: io lascio tutto, non penso piú a nulla.
Andiamocene insieme, dove che sia, lontano... tutti e
tre... ora, subito... Alzati.
Investita da questo scoppio improvviso di disperazione,
Elena guardò sgomentata l'Orgera, senza poter levarsi da
terra.
- E quegli altri due? Abbandonarli, partire! No, andate
voi piuttosto via da qui, da Roma, perché lei non mi
veda piú. Se rimarrete, io devo vederla per forza, e
allora lei come potrà dimenticarmi?... Oh Dio! Lietta...
Lietta!...
- E allora... - gridò Ercole non resistendo piú. Si
chinò, sciolse rapidamente la bimba dalle braccia della
madre che la baciava piangendo inginocchiata, la
afferrò, se la tolse in braccio, e scappò via a
precipizio con la figlia.
Elena diede un urlo e rimase per terra con le braccia
protese, svenuta.
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