III.
Per la povera Anna fu un colpo mortale. Apprese dalle
labbra stesse dell'amica la domanda di matrimonio del
Morgani, con un espediente di cui nessuna l'avrebbe
creduta capace.
Già ella aveva notato nelle parole, nell'espressione del
volto di Rita, ogni qual volta si parlava del dottore,
dello sdegno mal frenato, e dell'acredine, in luogo del
compatimento di prima. Perché?
- Il dottor Morgani t'ha chiesta in isposa, lo so, -
disse a Rita, come in risposta alle frasi di lei, contro
il Morgani.
- Chi te l'ha detto? - domandò Rita, accigliandosi.
- Ah, dunque è vero? - esclamò Anna col volto in fiamme.
- Come l'hai saputo? Chi te l'ha detto? - domandò
un'altra volta Rita, nell'imbarazzo.
- Nessuno: l'ho sospettato dalle tue parole.
- Che ho rifiutato?
- Sí. Perché? Per me? - domandò a sua volta Anna cosí
eccitata e accesa, che pareva dovesse da un momento
all'altro cader per terra svenuta. - Oh, ma se l'hai
fatto per me...
- No - l'interruppe Rita, alteramente. - Prima, perché,
lo sai, non l'ho potuto mai soffrire, quel palo, ma,
quand'anche, l'avrei sempre rifiutato per te...
Lottava nel cuore di Anna l'onta, l'amore, la gelosia,
l'avvilimento di fronte all'amica. Da un canto avrebbe
voluto dilaniare con ogni sorta di ingiurie il dottore,
dall'altro soffriva a sentirne dir male da Rita: avrebbe
voluto impedire che l'amica avvilisse colui ch'ella
aveva stimato tanti anni degno del suo amore; ma l'amor
proprio offeso non glielo consentiva.
- Sono senza dote, ecco perché!
Rita cercò di confortarla, alla meglio, distraendola con
le buone maniere da ogni ridicolo proposito di vendetta
manifestato nel primo impeto del dolore.
- A immischiarsi con gli uomini, te l'ho già detto, han
sempre ragione loro! Meglio non amare...
- Sí, sí... meglio... - assentiva Anna, singhiozzando.
Finalmente, rassettatasi alquanto, volle ritornare a
casa sua.
Tutto il giorno s'aggirò per le stanze come una
stordita, come se il bujo sopravvenuto anzi tempo, a
causa di certi nuvoloni minacciosi, la avesse resa
incapace d'ajutar la madre nelle consuete faccende
domestiche.
La notte precipitò su Vignetta con un rovescio
strepitoso di pioggia. Lampi spaventevoli squarciavano
il cielo, seguiti quasi immediatamente da formidabili
tuoni.
Come legata dalla tremenda commozione della natura, Anna
stavasi alla finestra, sferzata in faccia dalla pioggia,
con le vesti inzuppate, sussultando a ogni palpito della
sinistra luce tra le tenebre sul mare in tempesta.
Bruciava dalla febbre e piangeva, stimando in quel
momento la propria infelicità superiore a quella d'ogni
altra creatura vivente. Un grande intenerimento per se
stessa la vinceva, e a ogni pensiero che le ribadiva
sulla coscienza il concetto della propria infelicità, le
reni quasi le si aprivano e tremava convulsa, strozzata
dall'angoscia. Oh in mezzo al mare, in mezzo alla
tempesta, felici, felici i marinaj sotto l'imminenza
della morte! Oh morire, morire... mille volte meglio
morire!...
Il domani, la madre, entrando nella cameretta della
figlia, trovò Anna a letto, la finestra ancora aperta,
il pavimento allagato dalla pioggia.
- Hai dormito cosí? Ma sei pazza? Anna! Anna! Ti senti
male? Dio, scotta! Anna, che ti senti? Hai la febbre?
- No... no... - si lamentava Anna col capo affondato nel
guanciale, accesa in volto. -Lasciami...
La povera madre, spaventata, mandò pel medico.
- Il dottore è raffreddato, a letto e non può venire -
le annunziò la serva di ritorno.
Venne però il giorno appresso.
Anna accolse il dottor Morgani come se non l'avesse mai
conosciuto. Non rispose (forse perché la voce non
tradisse l'interno turbamento) a nessuna domanda di lui.
Mondino allora si rivolse alla madre.
- Come? come? Sotto la pioggia? Una notte con la
finestra aperta? Quale sproposito!
Anna strinse i denti, e trasse con gli occhi chiusi un
lungo sospiro per le nari. Poi tossí.
- Un tempaccio maledetto! Se io, senza fare
spropositi!... vede, signora mia?
E a provare il suo raffreddore, Mondino si soffiò il
gran naso. Poi scrisse una ricetta, e via.
- Ripasserò stasera.
(Visita secca, breve).
IV.
Seguí al rifiuto della Prinzi una serie impreveduta di
fiaschi per Mondino Morgani.
A breve distanza di tempo lo rifiutarono:
1. La
figlia del capitano del porto: Nannina Vèttoli, rivale a
Vignetta, della Prinzi. Ventiquattro anni (ventuno,
diceva lei), bruna, non bella, ma simpatica; dodici mila
lire di dote, orfana di madre, parlava sempre in lingua,
e il francese cosí cosí. Suonava il pianoforte.
2. Carmela
Ninfa, diciotto anni, bruttina anzi che no, un po'
scema, venticinque mila lire di dote. Zero francese,
zero italiano, zero pianoforte.
3. Sarina Scoma (anche lei!), ventisette anni, di
carnagione incerta sotto lo strato di glicerina
impastata con la polvere di riso; quindici mila lire di
dote. Completamente incolta, parlava l'italiano a
orecchio. Diceva, per esempio, cosí: «Se saprei
sonare, sonerei». Ma sapeva sonare. Diceva anche: la
battaglia di Gaspare Monte per Aspromonte, e altro.
4. La nipote dell'avvocato Merca, Giovanna Merca (suo
padre era veramente negoziante di cuojo, ma lei si
presentava cosí: «Sono la nipote dell'avvocato Merca»).
Niente dote, il solo corredo da sposa: ricamava a
perfezione, sonava il pianoforte, leggeva giorno e notte
romanzi truci. Parlava come un uomo, ed era brutta, ma
nipote dell'avvocato Merca.
Nannina Vèttoli, s'intende, rifiutò Mondino perché la
Prinzi lo aveva rifiutato; Carmela Ninfa, perché le
parve troppo alto di statura in confronto a lei
cortissima; Sarina Scoma, perché faceva (giusto allora),
all'amore con l'ufficiale di distaccamento a Vignetta;
Giovanna Merca, perché in fiera corrispondenza ancora
con un ufficiale di porto traslocato un mese addietro a
Livorno.
Mondino fu quasi per impazzirne.
Adesso, a parte la persona, a parte la famiglia, era
medico, sí o no? un dottore in medicina, per se stesso,
è o non è personaggio ragguardevole in un piccolo paese
come Vignetta? Ah, evidentemente, le ragazze s'erano
montate la testa; sí, perché, via! a ragionarla, a parte
la persona, a parte la famiglia, qual partito piú
conveniente di lui? E lo argomentava dal dispiacere
vivissimo con cui i padri e lo zio avvocato avevano
risposto negativamente alle sue domande. Era proprio
scritto, dunque, ch'egli dovesse rimaner celibe!
«Tanto meglio!» avrebbe forse esclamato Mondino in altre
condizioni, se non avesse dovuto cioè esercitare la
professione di medico, e non fosse stato perciò
costretto a recarsi tante volte ora in casa Scoma, ora
dai Merca, ora dai Vèttoli, ora dai Ninfa. Cosí
frattanto, per rimedio, aveva pensato di farsi di queste
sue disgrazie amorose come una specie di fatalità che
gli pesasse addosso, incomprensibile. Con ciò avrebbe
potuto anche mostrare di non covar rancore contro
nessuno, già rassegnato a questa sua fatalità.
E s'era immalinconito.
Anna intanto peggiorava di giorno in giorno. I timori di
Mondino fondati sulla misera complessione di lei,
s'avveravano purtroppo! Ed egli, accanto a quel
lettuccio, senza saper perché, diveniva piú malinconico.
Anna, durante la malattia, s'era alquanto rasserenata,
come se il torbido dei sentimenti le si fosse man mano
posato in fondo al cuore; di tanto in tanto tuttavia un
pensiero tornava ad agitarla.
Ella adesso rispondeva brevemente a qualche domanda di
Mondino.
- Come si sente oggi, signorina?
- Meglio, dottore...
Diceva meglio! E intanto...
Con l'andar dei giorni, le visite di Mondino divenivano
piú lunghe e meno secche. Egli conversava un po' con la
madre, e spesso induceva Anna a dire anche lei qualche
parola.
Dopo una mesta riflessione sulla vita o sull'erroneo
concetto che spesso ci facciamo degli uomini e della
società, sorrideva amaramente e sospirava. Anna pareva
non udisse; l'ascoltava invece attentissimamente.
«Ingiustizie della natura umana!» pensava tra sé
Mondino. - «Costei muore per me. E muore sul serio!
Ormai, piú nessuna speranza di salvarla! E io non seppi
amarla, l'unica che non me lo avrebbe lasciato dir due
volte!»
Concepí a un tratto, per la disposizione di spirito in
cui allora si trovava, l'idea di farla, se non altro,
morir contenta.
- Sarà un'opera di carità!
Gliela doveva, per altro: egli s'era mostrato un giorno
troppo affabile con la povera ragazza.
Rita Prinzi assisteva Anna da una settimana, come una
sorella. Non sapeva scostarsi dal lettuccio
dell'inferma, a cui faceva delle piane letture, che non
la stancassero, e parlava di cose liete.
Soltanto, ogni qual volta veniva il dottore, ella
fuggiva per non farsi vedere.
Una mattina però non fece in tempo a scappare: Mondino,
entrando, udí il rumore d'una seggiola che Rita,
scappando, aveva rovesciato per terra. Anna era rimasta
sola, a letto.
- Disturbo, signorina? - domandò dalla soglia Mondino,
piegando il busto in avanti, sulle lunghissime gambe
dritte.
- No - rispose Anna, seccamente.
- Mi pareva che qualcuno fosse scappato.
- Sí, Rita - rispose allo stesso modo Anna.
- Oh! - fece Mondino, sorridendo. - E perché scappa?
Faccio anche paura?
Sedé accanto al letto, e prese tra le dita l'esile polso
di Anna.
- Io ho avuto il torto, signorina - riprese senza
lasciare il polso - di bussare a certe porte, a cui non
dovevo, e ne sono pentito. Oh se sapesse quanto!
Molto... molto... mi creda! Mi sono smarrito come un
cieco, signorina! Apro gli occhi adesso; ma spero, non
troppo tardi - se lei vorrà credere al mio pentimento, e
perdonarmi...
Anna non traeva piú respiro, a queste parole, e ritrasse
pian piano il polso di tra le dita del dottore.
- Queste cose non deve dirle a me... - gli rispose senza
guardarlo, con voce che voleva parer ferma.
Entrò in quella la madre, chiamata da Rita.
- Alla mamma, allora? - fece Mondino sorridendo alla
signora Cesarò.
- Come dice? - domandò questa, sedendo a piè del letto
della figlia.
- Dicevamo... o meglio, io dicevo alla signorina, che è
necessario star presto bene, perché abbiamo bisogno di
lei... io specialmente... io piú di lei, signora. M'ero
smarrito come un cieco, le dicevo; sí... e mi ritrovo
adesso qui, accanto a questo lettuccio... capisce,
signora mia? qui... accanto alla signorina Anna... Che
ne dice?
La madre non aveva compreso le parole del dottore, né il
tono insolito della voce dolce e malinconico, e lo
guardava, stordita; comprese alla fine a uno sguardo che
egli rivolse alla figlia appena ebbe finito di parlare,
e dall'atteggiamento del volto di Anna.
Allora si fece rossa, e rispose confusa, quasi
balbettando:
- Come? ma s'immagini... io, io felicissima!
s'immagini!... Però, deve dirlo lei, con le sue
labbra... È vero, Anna?
Anna, col volto che pareva una maschera di cera, teneva
gli occhi semichiusi.
- A lei, dunque, signorina... - disse sorridendo
Mondino, chinandosi un po' verso il letto, e attendendo.
- Ebbene, no! - rispose Anna, aprendo gli occhi e
aggrottando un poco le ciglia.
Al «no», Mondino si ritrasse istintivamente dal letto, e
impallidí, col sorriso rassegato sulle labbra.
- No? Come! - esclamò - no, anche lei? Ah! Mi ricompensa
male, signorina... Io non credevo...
S'interruppe. Si passò forte una mano sulla fronte e
sugli occhi; poi riprese, con un lungo sospiro:
- Pazienza! Oh, non tema, signora Cesarò: il mio zelo
non verrà certo meno per questo! Procurerò anzi di
guadagnarmi cosí, se non un po' d'affetto, un po' di
stima, almeno, della signorina. Farò il mio dovere, per
quanto mi sarà possibile.
E cangiò tosto discorso, con molto spirito, in quel
momento. (Cosí almeno stimò Rita, che origliava
all'uscio della cameretta.)
V.
Gesú - vero ritratto preso dallo smeraldo inciso per
ordine di Tiberio Imperatore di Roma, nel trentesimo
anno dell'era cristiana. Questa gemma, di cui
l'inestimabile valore non supera il merito artistico,
dopo varie vicende, fu posseduta dal tesoro turco, e da
quell'Imperatore donata al Pontefice Innocenzo VIII, per
la redenzione d'un fratello dell'Imperatore fatto
schiavo dai cristiani.
Rita, assorta in pensieri a piè del letto di Anna,
rileggeva meccanicamente, per la trecentesima volta
almeno, questa iscrizione sotto una immagine di Gesú
appesa al capezzale.
Dopo il suo «no», Anna era molto peggiorata. Il male
precipitava.
- Non stare piú con me, Rita - diceva ella. - Se io
fossi in te, avrei paura a star qui.
- Ma no, Anna! Scherzi? Tu stai meglio...
- Sí... meglio...
Non aveva piú forza di sollevare un braccio dal letto, e
lo mostrava sorridendo amaramente all'amica.
I genitori avevano già consigliato a Rita, veramente, di
non andar piú da Anna.
- Sciocchezze! - rispondeva Rita. - Quando il medico mi
dirà che non sarà piú prudente andare, non andrò piú.
Per ora, non siamo a questo punto.
Anna, a cui la malattia aveva straordinariamente acuiti
i sensi e l'indole un po' sospettosa, spiava dal letto
l'amica con diffidenza, ritenendo per fermo in cuor suo
ch'ella avesse disapprovato il suo rifiuto aspro al
dottore, il quale ora, quasi in ricambio, si mostrava
per lei (anche agli occhi di Rita) piú premuroso d'un
fratello. Perché Rita ormai non scappava piú dalla
stanza all'arrivo del Morgani? Ella anzi, adesso,
rivolgeva delle domande o chiedeva a lui dei consigli
circa l'assistenza da prestare, e Mondino allora
rispondeva a lungo, con evidente soddisfazione, e col
suo garbo abituale. E Anna, dal volto di Rita,
argomentava com'egli non le dovesse parer piú, come
prima, antipatico e sciocco.
- Ah, egli è buono, è buono! - pensava Anna in cuor suo.
- E come parla bene!
Nello stesso tempo Rita si confessava internamente:
- Non è poi tanto sciocco quanto credevo! E non dev'esser
cattivo di cuore.
Mondino, dal canto suo, comprendeva e assecondava
guardingo la corrente sentimentale favorevole, in cui
s'era messo. Seguitando cosí, l'approdo era sicuro.
Anche Anna lo prevedeva, e, se da un canto provava un
sentimento duro, indefinibile di gelosia contro Rita,
dall'altro non solamente scusava Mondino, ma godeva a
sentirlo parlare cosí bene all'amica, e a veder com'egli
l'avesse già vinta e piegata a lui. E avrebbe voluto
quasi dire a Rita: «Vedi, vedi com'egli è degno d'essere
amato! Ah, lo stimi tu adesso, com'io prima lo stimavo?
Sta bene; e ora vattene di qui! Tu non stai accanto al
mio letto per me, ma per veder lui e parlargli due volte
al giorno... L'intendo, l'intendo forse piú che voi
stessi ancora non lo intendiate! Mostrate d'aver tanta
pietà di me, perché in questa pietà è l'intesa del
vostro amore... Vàttene, Rita! Per me e per te, vàttene!»
Ma Rita non se n'andava; si mostrava impaziente se il
dottore tardava cinque minuti a venire, e si recava a
guardar dietro i vetri della stessa finestra, a cui Anna
s'affacciava un tempo per veder passare Mondino. E
sinceramente ella stessa, nel suo interno, credeva che
questa impazienza derivasse soltanto da disinteressata
premura per l'amica infelice.
Anna un giorno, per accertarsi fino a qual punto fosse
arrivata l'intesa tra i due, volle simular di dormire
proprio nel momento in cui era solito di venire il
dottore.
Quel giorno la madre non avrebbe assistito alla visita:
Anna stessa l'aveva pregata di mettersi a letto per
rifarsi un poco delle veglie durate.
Mondino finalmente giunse, e subito Rita gli fe' cenno
d'avanzarsi adagio, sulla punta dei piedi.
- Dorme! - bisbigliò, quand'egli si fu accostato al
letto. Mondino contemplò un tratto la giacente, poi si
volse a Rita, socchiuse gli occhi e dimenò desolatamente
la testa.
- Pare già morta! - sospirò senza voce Rita.
Mondino annuí, poi a bassa voce, un po' impacciato,
disse:
- Intanto lei, signorina... senta, non è giusto che si
trattenga piú qui... Capisco, è l'amica del cuore...
Intendo tutta la squisitezza del suo sentire, ma creda
che... io soffro, ecco, quando son fuori, e penso che
lei è qui esposta al pericolo. Mi intende? Dunque mi
faccia il favore di andarsene... di non venir piú... Me
lo promette? Non è prudente...
- Gliel'ho già detto! - gridò Anna aprendo gli occhi
improvvisamente e volgendosi ai due con le ciglia
corrugate.
Rita e Mondino trasalirono.
- Dico che non è prudente - balbettò Mondino imbarazzato
- non per il suo stato, signorina Anna... ma perché...
perché la signorina Rita è sofferente... per le
veglie... e perché soffre vedendo lei cosí...
- Ah, per questo? Se è per questo, la lasci dottore, non
soffre! - l'interruppe Anna con amarissimo sorriso. -
Soffro io! io soffro, invece. Ah, per carità, lasciatemi
morire in pace! Non venite piú nessuno dei due. Che
gusto provate ad amarvi qui, accanto al letto d'una
moribonda?
Rita scoppiò in lacrime, coprendosi il volto con le
mani, e Mondino confuso, agitato, non trovò una parola
da rispondere ad Anna, e se n'andò in fretta, senza
neanche ardire di salutar Rita piangente.
Dopo circa due settimane Anna morí.
Da sei anni ora giace nell'alto e solitario cimitero di
Vignetta ricco di fiori e di cipressi; e piú non può
sapere, per sua pace, che da cinque anni Mondino Morgani
e Rita Prinzi son marito e moglie, e che già hanno due
figliuoli - Cocò e Mimí - biondi come papà.
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