Novelle per un anno - Appendice
3. L'onda
Amori senza amore, Roma, stabilimento Bontempelli
editore, 1894
I.
Era Giulio Accurzi, come si suol dire in società, un bel
giovine: trentatré anni, facoltoso, elegante, non privo di
spirito. Godeva poi, nel concetto degli amici, d'una
specialità: s'innamorava costantemente delle sue inquiline.
Possedeva una casa a due piani: affittava il primo, a cui
era annesso un terrazzo, che dava su un grazioso giardinetto
riserbato per un'angusta scala interna al secondo piano;
abitava in questo con la madre paralitica, relegata da
parecchi anni in poltrona.
Di quando in quando gli amici lo perdevan di vista, e allora
si poteva ritenere con certezza, che l'ingegnere Giulio
Accurzi s'era già messo a far l'aggraziato con la filia
hospitalis del piano inferiore.
Eran per lui questi amoreggiamenti come uno dei comodi del
suo bene stabile. L'inquilino padre notava, con compiacenza,
la squisita educazione e le premure del padron di casa; la
figlia non sapeva mai bene, se quelle premure fossero
veramente effetto della squisita educazione, come
argomentava il padre, o dell'amore, come a lei era parso
qualche volta di dover capire.
In ciò l'ingegnere Accurzi dimostrava davvero del talento.
Nei primi mesi della locazione egli civettava dal balcone
sul terrazzo; ed era il primo stadio, detto: dell'amore
in giú. Poi passava al secondo stadio: dell'amore in
sú; cioè dal giardino al terrazzo; e questo soleva
accadere sull'entrare della primavera. Allora egli mandava
in regalo col vecchio giardiniere dei frequenti mazzi di
fiori al primo piano: viole, geranii, lillà... Talvolta si
spingeva fino a lanciar lui stesso dal giardino, con molto
garbo, qualche magnifica alba plena alle due rosee
mani tese in alto e aspettanti. E la luna soleva assistere
dall'alto a queste scene e Giulio Accurzi si chinava per
chiasso a carezzar l'ombra della fanciulla projettata dal
terrazzo sull'arena dorata del giardino. La fanciulla, dalla
balaustrata di marmo rideva sommessamente e dimenava la
testa, o si tirava indietro d'un colpo per sfuggire con
l'ombra all'innocua carezza. Ma tutto doveva finir lí, o
altrimenti la scappatoja era pronta. Egli, dispiacente,
annunziava al padre, che «col nuovo anno era costretto a
rincarar la pigione». I suoi contratti con gli inquilini
avevan tutti la durata d'un anno.
Prima che sua madre s'ammalasse cosí gravemente, Giulio
Accurzi non aveva mai pensato sul serio a prender moglie.
- Eppure tu saresti l'ideale dei mariti! - gli dicevano gli
amici. - Tu cerchi la comodità nell'amore. Riduci i due
piani a un piano solo.
II.
Quando la signora Sarni con la figlia venne ad abitare nel
primo piano, Agata era da tre anni promessa sposa a Mario
Corvaja, il quale allora si trovava in Germania a
perfezionare i suoi studi di filologia. Quel fidanzamento
aveva avuto tristi vicende, e pareva che il giorno delle
nozze si perdesse ancora tra le nebbie dell'incertezza.
Mario Corvaja, è vero, sarebbe ritornato tra breve dalla
Germania; ma chi sa quanto tempo ancora avrebbe dovuto
aspettare un concorso per qualche cattedra di filologia
all'Università.
Giulio Accurzi ignorava tutto ciò, però non sapeva rendersi
ragione dell'aria dolente della signorina Sarni. La vedeva
di raro sul terrazzo, al vespero, pallida, con sulle spalle
uno scialletto di color roseo mitissimo, e la veste nera.
Dal balcone studiava ogni menomo atto di lei. Ella si
fermava di preferenza a guardar due canarini in una gabbia
sospesa a un palo del terrazzo; quelle due bestioline
cantavano allegramente tutto il giorno; o si fermava ad
osservare i vasi di fiori allineati sulla balaustrata di
marmo, dei quali la madre, donn'Amalia Sarni, aveva
straordinaria cura. La fanciulla raccoglieva due, tre
violette, poi si ritirava, come tenuta da altri pensieri,
senza gittar mai uno sguardo al giardino sottostante, né
levar gli occhi, sia pur di sfuggita, al balcone, dove
l'ingegnere Accurzi, tosserellando di tanto in tanto, o
smovendo a posta la seggiola, si struggeva di smania e di
stizza per la noncuranza di lei.
Quelle violette chiuse in una lettera, schiacciate da tanti
bolli postali, dovevan correre molta terra, andar lontano,
lontano, fino ad Heidelberg sul Reno, lassú... Che ne sapeva
Giulio Accurzi?
Egli era incantato della pace soavissima che regnava in
quella casa, al primo piano, piena di fiori freschi e di
luce, una pace e un silenzio quasi conventuali. Donn'Amalia,
alta e magnifica, dalla faccia placida e ancor bella,
nonostante i sessant'anni, attendeva con passo pesante,
senza mai scomporsi, alle faccende di casa; poi, sul vespro,
ai fiori, come la mattina alle pratiche religiose, perché
ella era molto divota.
La figlia conduceva altra vita. Si levava tardi da letto,
sonava un po' il pianoforte, piú per distrazione che per
diletto; poi, dopo colezione, leggeva o ricamava; la sera, o
usciva un po' colla madre, o rimaneva in casa a leggere o a
sonare: non chiesa, né faccende domestiche, mai. Tuttavia,
tra madre e figlia, un perfetto accordo, una tacita intesa,
sempre.
Ogni tanto, il silenzio della casa era turbato dalla venuta
dell'altra figlia della signora Amalia, maritata con Cesare
Corvaja, fratello di Mario. La sposa portava sempre con sé i
suoi due bimbi, a cui la zietta faceva un mondo di feste.
Allora soltanto, senza saper perché, l'ingegner Accurzi,
tappato tutto il giorno in casa, sentiva aprirsi il cuore
alla gioia: vedeva dal balcone i bambini e la signorina
Sarni irrompere sul terrazzo, sentiva i sorrisi, il suono
carezzevole della voce di lei; la vedeva chinarsi innanzi ai
nipotini, che le saltavano al collo pieni di desideri e di
moine; e sorrideva, guardando, lietissimo, beato.
- Il babbo dov'è, Rorò?
- Lontano... lontano... - rispondeva Rorò, stringendo gli
occhi e strascinando le due parole col musino in fuori.
Cesare Corvaia era primo macchinista sui vapori della
Compagnia di Navigazione Generale Italiana, e faceva i
viaggi d'America.
- Che ti porta il babbo, Mimi, quando ritorna?
- Tante tose... - rispondeva placidamente Mimí.
Nel frattempo, dentro, la madre e la figlia maggiore
parlavano di Agata, della mutata indole di lei dopo la
promessa di matrimonio, e specialmente dopo la mortale
malattia superata a stento, mercé le cure dei parenti di
Mario Corvaja.
- Ostinata! - sospirava la madre. - Non vuol sentir ragione;
non vuol capire... Eppure s'è accorta, ch'egli non l'ama piú!
Certe notti la sento piangere sommessamente... Mi si rompe
il cuore, credimi; ma non so dirle nulla. Ho sempre paura,
non le ritorni quel brutto male...
- Che pazzia! che disgrazia! - esclamava dal canto suo la
sorella, contraria fin dal principio a quel progetto di
nozze.
Che sapeva di tutto ciò Giulio Accurzi intento allora a
compiacersi dal balcone delle carezze di Agata ai bimbi, e
delle moine di questi alla zietta?
III.
Sul finir dell'estate Agata s'ammalò gravemente. Già ella s'anneghittiva
di far qualunque cosa. La pena chiusa, la chiusa malinconia
a poco a poco s'eran disciolte nel tedio. Rimaneva piú del
solito a letto, sveglia, con la mente vuota; aveva perduto
affatto l'appetito, e non ascoltava piú né gli incitamenti,
né i conforti, né le lagnanze della madre o della sorella.
Giulio Accurzi, allarmato dalle gravi notizie recategli un
giorno dal suo vecchio giardiniere, si spinse fino a
interrogar per le scale il medico. La risposta di questo lo
turbò doppiamente: egli apprese soltanto allora che la
signorina Sarni era promessa sposa, e che s'attendeva fra
giorni il fidanzato, vista la cattiva piega che pigliava la
malattia.
- Ah, è fidanzata!
Da quel giorno egli non ebbe piú pace; voleva a ogni costo
convincersi ch'era sciocco addirittura interessarsi tanto
«della salute d'una sua inquilina». Costringeva se stesso a
uscir di casa; ma metteva due ore a vestirsi, dovendo ogni
tanto affacciarsi al balcone a spiare se qualcuno si facesse
al terrazzo sottoposto. Perché? Non lo sapeva lui stesso!
Certo, non per domandar notizie di lei: non gli sarebbe
parso ben fatto. Forse per scoprire dall'atteggiamento di
qualche volto lo stato della malattia. E ogni volta, per
imporre un termine a quell'aspettativa, ch'egli pur
riconosceva puerile, ricorreva a un'altra puerilità: si
metteva a contar fino a cento.
- Se nel frattempo nessuno s'affaccia, me ne vo.
E cominciava lentamente:
- Uno... due... tre...
Poi, nel contare, s'astraeva, e soltanto le labbra
continuavano a mormorare i numeri. Talvolta, col cappello in
capo, già pronto per uscire, giungeva a contare fino a
trecento; alla fine si stancava, e infilava la porta. Doveva
far violenza a se stesso per non fermarsi a origliare sul
pianerottolo del primo piano. Per via, schivava gli amici,
non riusciva a distrarsi. Gironzava un po' senza direzione,
annojatissimo; e alla fine, come spinto da un subitaneo
pensiero, ritornava frettolosamente sui proprii passi.
- Forse a quest'ora sarà arrivato!
Egli aspettava con ansia il fidanzato di Agata. Si struggeva
dalla smania di vederlo, di conoscerlo, senza saper
chiaramente il perché di quella sua curiosità.
La madre, per quanto ormai non s'interessasse piú di nulla,
già stanca di tutto, finanche d'aspettare e di chiamar la
morte, s'era accorta del cambiamento del figlio; e un giorno
gli disse:
- Giulio, non far pazzie!
- Che pazzie, mamma! - rispose l'ingegnere Accurzi, a cui
ormai recava piú irritazione che pietà il modo di parlare
della madre, il tono della voce e il movimento della testa.
E pure, una pazzia forse l'aveva commessa. Sí: lo
riconosceva egli stesso, e n'era turbato. Aveva fermato per
la scala anche la sorella d'Agata, Erminia, e dal modo come
le aveva parlato, temeva non avesse ella potuto sospettare
ch'egli fosse cosí insensato da accarezzar delle idee sulla
sorella promessa a un altro.
- Chi sa che avrà pensato di me! Sciocco...
Egli, in fondo, non voleva convenir con se stesso d'essere
innamorato della signorina Sarni.
- Fra me e lei non c'è stato mai nulla...
E allora si sforzava di pensare ad Agata, come a una persona
qualsiasi, per la quale si sentisse soltanto pietà sapendola
in condizioni gravi di salute.
- Povera signorina! si diceva. Cosí buona!... E
quell'imbecille che non torna! Se tarda ancora, non la
rivedrà...
IV.
Il viavai per la scala divenne vieppiú frequente. Giulio dal
pianerottolo superiore, curvo sulla ringhiera, spiava chi
saliva e chi scendeva. Altri medici erano accorsi al letto
della malata, due suore di carità, poi un vecchio alto dalla
lunga barba bianca, don Giacomo Corvaja, venuto
espressamente dalla campagna. Giulio apprese che l'acuto
della malattia era superato, ma che tuttavia la malata,
vinta dall'estrema debolezza, era in preda a furori isterici
che la rendevan quasi pazza...
- S'è tagliati, tartassati i capelli!... Non si riconosce
piú.. - gli aveva detto la serva. - Chiama sempre il
fidanzato... Pare che egli non voglia piú tornare... Se
vedesse, che spettacolo giú...
- Non vuol piú tornare? Come! La lascerà morire cosí? -
pensava Giulio, struggendosi dentro.
La porta del primo piano s'apriva di tanto in tanto
rumorosamente, e qualcuno ne usciva lanciandosi a precipizio
per la scala; Giulio si destava di balzo dalle sue
fantasticaggini, impallidiva...
- Che sarà avvenuto?... Muore?...
Ecco altra gente sul pianerottolo, giú; donn'Amalia, Erminia
dai volti disfatti... Chi s'attende? S'è fermata una vettura
dinanzi al portone. Ecco, è lui, Mario Corvaja, il
fidanzato! Gli è accanto quel vecchio alto, dalla lunga
barba bianca, il padre. Finalmente è tornato!
- Ebbene, come sta? - chiede Mario con ansia alla madre di
lei, pallido, con le ciglia aggrottate. Poi tutti rientrano,
e la porta si richiude.
Dove mai Giulio aveva udito quella voce? Sí, egli conosceva
di vista Mario Corvaja. Era dunque colui il fidanzato di
Agata? E che avveniva laggiú, in quel momento, nella camera
della malata? Giulio si sforzò a imaginare quella scena
d'arrivo. Dopo un'ora all'incirca egli vide uscir Mario
Corvaja col padre. Lo seguí con gli occhi, dal balcone,
lungo la via piena di sole. Dove si recava? Perché gestiva
cosí vivacemente parlando col padre? E aveva lasciata cosí
presto la malata? In che condizioni era ella?
Sul far della sera Giulio vide don Giacomo Corvaja ritornare
in casa Sarni senza il figlio. Seppe dopo, che Mario era
ripartito per Roma lo stesso giorno dell'arrivo. Il suo
ritorno dunque era stato come un'apparizione. Il domani
Agata con la madre e con don Giacomo Corvaja partí per la
campagna.
Giulio Accurzi indovinò che il progetto di matrimonio tra
Mario Corvaja e Agata Sarni era andato a monte. Che era
avvenuto? Ella s'era ammalata per lui, ed egli l'aveva
abbandonata! Perché dunque? Che pretendeva di piú quello
sciocco? Come non amare una creatura, che a lui, Giulio
Accurzi, pareva cosí degna d'amore? Ed ella forse lo
rimpiangeva...
Provò, cosí pensando, un'indefinibile gelosia, un sordo
rammanco, quasi rancore... Non vi poteva far nulla, lui?
Quasi quasi avrebbe voluto introméttercisi, tanta era la
stizza che provava per l'agire di quello sciocco lí...
Intromettersi! E in qual modo?
- Se la son portata via nella campagna di lui! Sciocchi! E
perché? Come si potrà distrarre lassú? - pensava intanto,
tra le smanie. - Sarebbe molto meglio che vi morisse...
V.
Aveva però avuto la fortuna, dopo circa un mese, di trovarsi
a scendere per la scala quando la vettura di ritorno dalla
campagna dei Corvaja, si fermò dinanzi al portone della sua
casa. Giulio Accurzi non poté trattenere un moto e
un'esclamazione di sorpresa alla vista di Agata, che già
scendeva dalla vettura sorretta dalla madre. Turbato, con le
mani tremanti, accorse a prestare ajuto alle due donne;
offrí il braccio alla convalescente, e la sorresse lungo la
penosa salita, ripetendo a ogni scalino:- Piano... cosí...
S'appoggi, signorina! piano!...
Dinanzi alla porta ella lo ringraziò timidamente, con gli
occhi bassi, inchinando la testa. Egli arrossí, si confuse,
e appena la porta fu richiusa, mormorò:
- Come s'è ridotta!
E subito dopo:
- Quanto lo amava!
Non pensò piú che stava per uscire, e continuò a salir
lentamente la scala, a capo chino, percotendosi le gambe coi
guanti che teneva in mano.
- Come s'è ridotta! - ripeté a fior di labbra fermandosi
indeciso innanzi alla porta di casa. Trasse macchinalmente
di tasca la chiave, ed entrò.
Allora sentí chiamarsi dalla madre, e accorse subito, molto
sorpreso di ritrovarsi in casa sua.
- Che ti sei scordato? - gli domandò la madre con voce
nasale, stanca, piegando da un lato la testa avvolta sempre
in un fazzoletto nero di lana.
- No... nulla... mi son seccato... Sai? Son ritornate le
nostre inquiline del primo piano...
- Ho capito! - sospirò stanca la madre, ripiegando la testa
dall'altro lato, e chiuse gli occhi.
Quell'esclamazione e quel movimento irritarono Giulio.
- La signorina è stata molto male, è ancora ammalata -
s'affrettò egli a dire con tono risentito.
- È giovine, non temere, guarirà! rispose con la stessa voce
l'inferma senza aprir gli occhi.
Giulio rientrò nella sua camera, e sedé su una poltrona,
senza pensar di togliersi il cappello e di posar guanti e
bastone.
- Quanto lo amava! - mormorò di nuovo a se stesso, scotendo
a lungo, lentamente, la testa, con gli occhi appuntati. - E
quell'imbecille...
Si levò da sedere, andò in sú e in giú per la stanza, a capo
chino...
L'aveva riveduta; le aveva offerto il braccio, aveva sentito
il dolce peso di quel corpo affranto dalla passione, e
avrebbe voluto portarla sú in braccio per risparmiarle la
pena di quella salita... Cosí pallida e stanca gli era
sembrata piú bella!
Ed ella gli aveva detto grazie...
VI.
Passarono per Giulio Accurzi due mesi di continue smanie.
Agata non si lasciava piú vedere al terrazzo, non usciva piú
di casa. Alle sue costanti domande alle persone di servizio:
- «Come sta la signorina?» - otteneva un «Meglio» per tutta
risposta, e poi in seguito un
«Adesso sta bene» e null'altro. Non voleva parere
indiscreto. Intanto, non lavorava piú. Veramente, aveva
sempre lavorato poco; ma prima, almeno, gli piaceva di
studiare o di leggere; s'era fatta cosí una varia e larga
coltura; adesso, non gli riusciva piú d'arrivare in fondo a
una pagina, fosse pur di romanzo. Invece si prendeva molta
piú cura della persona: s'affliggeva dinanzi allo specchio
dei suoi capelli biondi che si diradavano man mano
specialmente sul lato sinistro, slargandogli un po' troppo
la fronte; diventava minuzioso per tutto ciò che si riferiva
all'acconciatura: voleva essere inappuntabile. Ma poi, dopo
tanto studio e tanta cura, non usciva di casa, sedeva o
s'appoggiava alla ringhiera di ferro del balcone, e
aspettava... Vedeva sul vespro donn'Amalia Sarni uscir sul
terrazzo ad annacquare i fiori, e allora egli seguiva
attentamente la mela dell'annaffiatojo che spandeva acqua in
minuta pioggia sur ogni vaso, e sur ogni vaso egli
s'indugiava quanto l'annaffiatojo. Cosí faceva il giro della
balaustrata. Certi giorni poi s'avviliva di produrre
inutilmente quel genere di vita. Avrebbe volentieri
intrapreso un viaggio. Ma sí! A chi affidar la madre?
Un giorno, all'improvviso, vide irromper nel terrazzo
rumorosamente le due bambine di Erminia Corvaja, come un
tempo, inseguite dalla zietta. Al rumore, prima ch'ella
comparisse sul terrazzo, il cuore dell'ingegnere Accurzi si
mise a battere violentemente. Finalmente la vide! Gli parve
un'altra... Ella rideva!
- È lei... è lei... è lei... - ripeté egli a se stesso,
fremebondo, ritraendosi dal balcone. Vi ritornò subito; ma
ella era già andata via dal terrazzo con le bambine.
Non poté rimaner piú solo in camera: sentiva il bisogno di
comunicare a qualcuno la sua gioia. Si recò dalla madre,
senza saper precisamente ciò che le avrebbe detto. La trovò
nella solita positura: con la testa piegata da un lato e gli
occhi chiusi; pareva morta! Gli scuri delle due finestre
erano un po' accostati, e la camera rimaneva in una triste
penombra.
- Mamma, dormi? - domandò egli piano, chinandosi sulla
poltrona e prendendo da un bracciuolo la mano cerea, gelida
della madre.
- No, figlio - sospirò la giacente, senza aprir gli occhi.
Al suono di quella voce Giulio cangiò tosto d'umore. Gli
parve di non aver mai compreso come in quell'istante la
sciagura toccata alla madre. La rivide, in un baleno, ancor
vispa, in piedi, sempre vestita di nero dopo la morte del
marito, attendere alle faccende di casa; gli passò come uno
sprazzo dinanzi agli occhi, la visione confusa di sua madre,
tanto diversa che in tutti gli altri ricordi, vestita di
gala, innanzi a un grande specchio a muro... una remota
sera. Un uomo le chiudeva alla nuca il fermaglio d'una ricca
collana: era il padre di Giulio Accurzi allora bambino di
pochi anni; e questa era l'unica, indecisa memoria che egli
serbava del padre. Rivide, immediatamente dopo, la madre
nell'atto di piegarsi sulla tavola, mentre tutti e due
mangiavano, colpita improvvisamente dalla paralisi. La
guardò intenerito: erano ormai sei anni che ella se ne stava
cosí, dimenticata dalla morte, abbandonata dalla vita.
- Povera mamma! - sospirò, recandosi alle labbra la mano di
lei fredda, insensibile; e il suono della sua voce gli
chiamò lacrime agli occhi.
- Che hai da dirmi? - domandò la malata, senza muovere il
capo, come se s'aspettasse dal figlio qualche confessione.
- Mamma...
- Zitto, zitto, lo so... Sposala, figliuolo mio, se è una
buona ragazza. Sposala, mi farai piacere.
E volse la testa dall'altra parte, sospirando.
- Che dici, mamma?
- Sposala, ti dico! È tempo che tu lo faccia... Mi farai
piacere.
- Ma sai tu chi è, mamma?
- Sí, so tutto.
- Io l'amo... - fece Giulio, e si stupí immediatamente
d'aver profferito quella parola innanzi a se stesso.
- Siate felici! - concluse la madre.
Egli rimase perplesso. Sua madre dunque supponeva che anche
Agata lo amasse? E invece... Si sentí nuovamente pungere da
quel sentimento d'indeciso rancore.
L'inferma aggiunse:
- Me la farai conoscere?...
- Certamente... - rispose Giulio impacciato; salutò la madre
e uscí dalla camera, sospirando amaramente.
D'onde gli era sopravvenuta adesso tutta quella tristezza?
Non era stata sempre cosí sua madre, dacché era inferma? Sí,
sí... ma adesso...
Egli non sapeva definirsi bene la causa di quella tristezza;
ma nessuna cosa al mondo avrebbe potuto consolarlo, se egli
finalmente non usciva da quello stato d'indecisione.
VII.
Posto appena il piede nella propria casa, Agata sentí come
inutile e grave sarebbe stata da lí innanzi la sua vita. La
madre s'era data subito a badare alla casa lasciata per
tanti giorni in abbandono.
Agata fe' il giro delle stanze, e pareva che in nessuna
trovasse posto da sedere per il momento, e da occupare in
appresso, nelle lunghe e tediose giornate che l'avvenire le
preparava. Cavò, in piedi, una nota dal pianoforte, come per
riudir la voce dello strumento, e se ne allontanò subito,
quasi offesa. Oh se avesse invece potuto seguir per le
stanze la madre tutta intenta a rassettare, a spolverar la
mobilia!
Ella avrebbe voluto dare a intendere, che non pensava piú a
Mario Corvaja, e sopra tutto, che non era per nulla afflitta
dello scioglimento del suo matrimonio. Ma come darsi, nel
tedio che la schiacciava, la pena e la fatica di quella
simulazione?
Il ricordo, per altro, era troppo vivo e insistente, ed ella
non solo aveva molto da ricordare, ma anche molto da
pentirsi di quei quattro anni d'inutile attesa. E ancor non
sapeva bene, com'egli le fosse sfuggito durante la malattia!
Conservava ancora in un cofanetto tutte le lettere di lui, e
ora, chiusa nella sua cameretta, le rileggeva ad una ad una.
S'era seduta per terra con una candela accesa, alla cui
fiamma consegnava man mano le lettere dopo averle rilette.
Eran disposte tutte per ordine di data, e annodate per anno,
in quattro fasci: piú voluminoso il primo, esiguo l'ultimo.
Ella rimaneva, dopo la lettura, con gli occhi appuntati
sulla fiamma tremolante e ingranditi: l'anima rifaceva il
giorno della data, mentre la mano tremante appressava il
foglio alla candela; poi sospirava, e attendeva che la carta
si riducesse per intero in cenere.
Giulio Accurzi intanto, dopo una notte di riflessione,
agitato da dubbi e da sconforti, aveva presa la risoluzione
di recarsi dalla sorella di lei, con la quale già una volta
aveva parlato, e forse s'era tradito.
- Nessun dubbio - pensava andando - che i parenti
accetteranno con riconoscenza la mia domanda. Ma lei, Agata?
Non si è mai curata di me; non pensa neppure che io sia al
mondo... Ella in questo momento pensa «a tutt'altro».
Egli sentiva bene, che avrebbe dovuto ragionevolmente
lasciar passare ancora qualche tempo per far la sua domanda;
ma la gelosia e l'amor proprio non glielo concedevano. Non
avrebbe avuto piú pace, finché il ricordo dell'altro
rimaneva nel cuore di Agata, e da un altro canto voleva
fingere d'ignorare affatto ch'ella era stata promessa sposa
a Mario Corvaja. Se ella lo rifiutava, Giulio Accurzi
sentiva, che si sarebbe messo subito a odiarla, in tutte le
maniere in cui l'odio può esplicarsi. Un pensiero poi
l'avviliva piú d'ogni altro: - Forse un giorno egli mi vedrà
con lei, innamorato di lei, e mi guarderà con occhio di
commiserazione. «Si, quella donna mi amava, e io non l'ho
voluta... l'ho piantata. Ora ella ha trovato il
gonzo, che se l'è presa. Eccolo lí...»
Erminia Corvaja fu molto sorpresa della visita
dell'ingegnere Accurzi. Egli, pallido e nervoso, si perdette
sul principio in comuni superficialità, poi tutto ad un
tratto, impulsivamente, uscí a dire:
- Senta, signora, lo scopo della mia visita... - Ma
s'arrestò all'improvviso. - Io desidererei che ella mi
désse...
Stava per dire: «Delle spiegazioni». Arrossí, si confuse; e
poi rimettendosi: - Ecco, ella sa che la sua signora madre
abita giú in casa mia... Io ho avuto la fortuna d'apprezzare
le doti veramente elettissime tanto della signora quanto
della signorina sua sorella. Adesso starà bene mi auguro...
L'ho veduta jeri, mi sembra, quand'è venuta lei, con le
bambine... Sí... giusto jeri... M'è parso che...
- Oh, sí adesso... in salute, almeno, sta bene... - concluse
imbarazzata Erminia Corvaja, tentando un sorriso, e abbassò
gli occhi.
Giulio Accurzi notò quell'almeno e si agitò sulla
poltrona, non trovando adesso come riattaccare il discorso.
- Sí... ho saputo... che è stata male... Anzi, già! ho
chiesto a lei una volta notizie... si ricorda? Sí... Ma ora,
per fortuna è passato... Io mi trovavo presente quando è
ritornata dalla campagna di... suo suocero, è vero? Sí...
Povera signorina!... Era cosí sofferente...
- Infatti, ha molto sofferto... - affermò, tentennando il
capo, Erminia Corvaja.
Giulio Accurzi s'agitò un'altra volta sulla poltrona.
- Ora è passato però... - ripeté. - E quando una malattia si
può raccontare... C'è dispiaciuto di non esser potuti
scendere giú, in questa occasione... ma mia madre,
poverina... Ella saprà che...
- Oh, sí, purtroppo... so, povera signora!... - fece
Erminia, con aria di profonda commiserazione.
- Da sei anni!... - esclamò Giulio. E preso quel discorso,
la conversazione andò per un tratto piú spedita. Egli non
s'accorse che, parlando della madre, dello squallore e della
malinconia che regnavano nella sua casa, dacché ella s'era
ammalata, e della solitudine senza cure in cui si sciupava
la sua giovinezza, si preparava man mano quasi
inconsciamente il terreno per venire allo scopo della sua
visita, e a un tratto la spiegazione gli riuscí spontanea,
molto piú facile che non se l'aspettasse.
Erminia Corvaja restò un momento imbarazzata, pur sorridendo
di compiacenza all'annunzio; si strinse le mani, e si
raccolse, schivando di guardarlo, come per ponderare una
risposta giudiziosa. Quell'istante di silenzio fu
penosissimo per Giulio Accurzi: già si aspettava ch'ella,
per convenienza, gli avrebbe parlato di Mario Corvaja e
dello stato d'animo della sorella; ma quasi quasi, adesso,
avrebbe voluto farne parola lui per primo, pur d'uscire al
piú presto di quella pena. Tanto, che avrebbe potuto dirgli?
Già s'era accorto, ch'ella era contenta della sua domanda.
Il passo piú difficile era pel momento superato. Egli, è
vero, avrebbe voluto simular sorpresa nell'apprendere che
Agata era stata, fino a pochi mesi a dietro, promessa sposa
a un altro; ma simulò invece indifferenza, e rispose alla
sorella:
- Sí... difatti, ho saputo...
- Fanciullaggini, sa - si affrettò ad aggiungere Erminia.
- Era già finito da un pezzo... Tuttavia, capirà, lasciano
sempre un certo... come dire?... turbamento nel cuore d'una
ragazza... Poi, col tempo... Oh ma già, a quest'ora, ne son
sicurissima, Agata si sarà convinta, che è una sciocchezza,
a cui non val proprio la pena di pensare... Io, per me,
glielo predicavo sempre... Era poi, piú che altro, non si
figuri, una corrispondenza da lontano: mio cognato è stato
sempre fuori... prima a Roma, poi all'estero.
Giulio Accurzi ascoltava pallidissimo, con un sorriso gelato
sulle labbra, le parole d'Erminia.
- Non sarà... vorrei sperare... un impedimento... questa
sconclusione - balbettò alla fine - almeno per parte mia.
Erminia si tolse felicissima l'incarico d'annunziare alla
madre la domanda di matrimonio.
La madre poi ne avrebbe parlato ad Agata. Fra giorni, la
risposta. Un po' di pazienza...
Cosí convennero. Ma uscito sulla via, Giulio Accurzi era
inasprito da una sorda stizza e avvilito da un profondo
disdegno di se stesso.
Perché?
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VIII.
Agata, ancora a letto, notava la bianchezza delle sue
braccia, magre tuttora dalla recente malattia, e
osservava attentamente le venicciuole azzurre,
trasparenti sotto la pelle levigata.
La luce del giorno penetrava nella camera attraverso le
persiane verdi, e su una mensoletta in un angolo moriva
già il lampadino da notte, dietro una ventola litofana.
Era uscita testé dalla camera la signora Amalia, e nella
fronte di Agata si spianava man mano la ruga lasciatale
dal dialogo breve, inatteso, avuto con la madre. Agata
non aveva mai badato veramente a quel Giulio Accurzi, di
cui la madre le aveva parlato con tanta esitanza prima,
con tanto interesse poi. Costui dunque chiedeva la sua
mano, sapendo tutto? E sua madre ed Erminia sarebbero
state felici, se ella avesse accondisceso a quelle
nozze. Non sapevano dunque che per lei ormai un altro
amore non era piú possibile? Tutto per lei era finito!
- Fagli dir di no! - aveva risposto a prima giunta. Ma
poi s'era ripresa, temendo non sospettasse la madre,
ch'ella pensava ancora a «quell'altro». E gliel'aveva
detto:
- Nemmen per sogno, sai! Anzi, guarda! per me... fa'
quel che vuoi... Se ti piace fagli pure rispondere che
accetto.
E s'era voltata dall'altra parte del letto, tirandosi
sulle spalle le coperte.
La madre però l'aveva severamente rimproverata: - Cosí
no! Non è giusto, né onesto. Dio non vuole! Un impegno
per la vita... Pensaci! E quando ci avrai ben pensato,
noi daremo la risposta. Quanto all'amore, non dubitare,
verrà...
- Non verrà, non può venire! pensava Agata, e nell'istesso
tempo bilanciava col suo sconforto i savi ammonimenti
della madre e le considerazioni sul suo stato. Giulio
Accurzi era giovane, buono, ricco. Ella aveva già
varcato da piú anni il limitare della prima
giovinezza... E aveva inoltre da vendicare un affronto
alla sua femminilità, l'abbandono che le costava ancora
tanto dolore.
- Ebbene - domandò Agata, sulla sera, alla madre. - Che
avete concluso?
- Nulla, te l'ho detto... Ci hai pensato?
- Sí... Io accetto - rispose Agata.
Donn'Amalia baciò commossa la figlia. E il domani sera
scese per la prima volta in casa Sarni Giulio Accurzi.
Assistevano alla presentazione Erminia Corvaja con le
bambine, una vecchia zia d'Agata, curva, corpacciuta,
gialla di carnagione e rugosa, con gli occhi smorti,
pieni sempre di lacrime, e la figlia Antonia, zitellona,
che parea fatta di legno, e che non schiudeva mai le
labbra se non per terminare le frasi lasciate in sospeso
dalla madre nello stento di trovar parole. Madre e
figlia eran vestite goffamente per l'avvenimento e,
benché impacciate dalle loro vesti, non staccavan gli
occhi da Agata.
Il salotto era riccamente illuminato, e cosparso di
fiori freschi. Agata, pallidissima, guardava or la
madre, or la sorella, come trasognata. Queste due
ascoltavano attentamente le parole di Giulio Accurzi,
che si rivolgeva a loro di preferenza; assentivano
frequentemente col capo, e sorridevano, forse senza
intender nulla di ciò che egli diceva. La vecchia zia e
la figliuola esaminavano minutamente gli altri quattro
e, di tanto in tanto, si scambiavano, sospirando, uno
sguardo d'intelligenza.
Giulio Accurzi si sforzava evidentemente di non sembrare
impacciato, e donn'Amalia e la figlia maggiore gli
venivano, come per intesa, in ajuto. Egli parlò in
principio di cose aliene, con sovrabbondanza di parole,
intercalando qua e là massime di largo criterio, ma
senza presunzione, con l'aria un po' stanca di chi si
sia data qualche volta la pena di pensare ai casi della
vita. Quindi si mise a parlar della madre, e si
compiacque, sotto gli occhi di Agata, nel mostrar tutto
il suo affetto filiale, e il dolore per la sciagura
toccata «alla sua vecchina».
- Poi la vedrà... - concluse, rivolgendosi ad Agata.
Agata abbassò gli occhi sotto lo sguardo di lui, e
trattenne un istante il respiro.
La conversazione languí. Giulio Accurzi girò gli occhi
pel salotto, e li arrestò sul pianoforte aperto.
- Ella suona spesso, è vero? - domandò ad Agata.
- Qualche volta... - rispose questa esitante, con un fil
voce.
- Via, suona un po' qualche cosa... - s'affrettò ad
aggiungere Erminia, a cui tosto fecero eco la vecchia
zia e la figliuola. Donn'Amalia guardò la figlia, che si
rifiutava un po' duramente, accesa alquanto dalla
vergogna.
- Mi faccia sentire... se non le dispiace troppo -
insisté dolcemente Giulio.
- Non so proprio sonare... Sentirà... - fece ella
alzandosi e guardandolo freddamente.
Egli non smise un istante di studiarla, mentr'ella
sonava; e ammirò i capelli castanei finissimi, pettinati
con tanta grazia, la nuca, le spalle, la sottilissima
vita... Ecco, e lei cosí bella, cosí adorabile, era
stata rifiutata da quell'altro! Perché dunque?... Notò
ch'ella sonava un vecchio pezzo di musica. Anche Mario
Corvaja forse lo aveva udito da quelle mani... Chi sa!
poteva anche essere un suo regalo. Che vibrava in quel
momento nel cuore di lei?
Quando Agata finí di sonare, Giulio Accurzi era ancora
turbato dai suoi pensieri; pure, fece dei complimenti
alla sonatrice, e parlò di musica...
- Se io avessi saputo sonare, non avrei forse cercato
piú nulla nella vita... Nella musica si può tutto
dimenticare...
Arrossí a quest'ultime parole. Gli sovvenne
improvvisamente che Agata in quegli ultimi giorni
passava gran parte della giornata sonando.
La conversazione languí di nuovo, e poco dopo egli tolse
rispettosamente comiato.
IX.
- M'amerà!... m'amerà!... - si ripeteva ora Giulio
Accurzi, uscendo dalla casa della sua promessa sposa.
Egli l'avrebbe vinta a poco a poco, cingendole l'anima
di dolce e silenzioso assedio, spiandole negli occhi e
sulle labbra ogni desiderio, ogni accenno di desiderio.
L'avrebbe vinta colla sua sommissione, senza mai urtare
i sentimenti di lei, né tentar mai apertamente di
penetrarle nel cuore; cosí, con l'alito soltanto della
sua passione, il cui ardore man mano avrebbe ridato, ne
aveva fiducia, il roseo colorito e la prima gajezza a
quel freddo e pallido volto. L'avrebbe vinta...
Bisognava, innanzi tutto, aver pazienza. Il tempo
ajutato, nudrito dalle sue cure amorose, doveva un po'
per volta cancellar da quel cuore l'imagine d'un
altr'uomo.
Pensava cosí, ormai, tenendo sempre presente a sé
l'imagine di Agata dal contegno gelido, quasi per
soffocare ogni impulso violento della gelosia. Per
quanto internamente ne soffrisse, pure amava meglio
ch'ella fosse cosí, rigida e chiusa con lui.
Fin dalla prima sera, al cospetto di lei, s'era sentito
cader dall'animo l'avvilimento provato nel far la
domanda alla sorella. Indovinò all'accoglienza di Agata,
com'ella si fosse indotta ad accettare, e la via che
conveniva a lui di seguire per vincerla al piú presto.
Ma quanto piú i pensieri, guidati dal cómpito ch'egli
s'era imposto, abbondavano in amorevolezza, tanto piú il
suo cuore si struggeva dentro, quasi stretto in una
morsa di ferro dall'odio impotente per Mario Corvaja.
Costui non era piú, forse, il signore della rigida
fortezza, cui egli ora cingeva d'assedio amoroso; ma
l'aveva lasciata pur lui cosí chiusa e impenetrabile!
Giulio Accurzi inviava ad Agata fiori ogni mattina,
prima ch'ella si levasse di letto: ora un grand'involto
di rose sciolte, in un fazzoletto bianco, di seta; ora
un canestro di gardenie; ora un gran cappello di paglia
da contadini con fiori di campo... E cominciò a
presentarle i primi regali: anelli, bracciali, spille...
Ella li accettava confusa, senza espressioni sincere né
di gradimento, né d'ammirazione; li toglieva con mano
tremante dalle ricche scatole, e lasciava che la madre
si profondesse in meraviglie. Agata gli dava ancora del
lei.
- Cosí no... non voglio esser piú ringraziato... - si
spinse egli a dirle finalmente.
- Ebbene, ti ringrazio - fece ella, chinando leggermente
la testa e sorridendo appena.
- Cosí va bene... - concluse freddamente Giulio. Quella
concessione forzata non gli era riuscita per nulla
gradevole.
Intanto egli attendeva alacremente all'arredo della
casa, sú, al secondo piano. Agata e donn'Amalia uscivano
qualche volta con lui a far compere, ed egli sceglieva
tutto ciò, su cui gli occhi di lei si fermavano un po'
ad ammirare.
Agata si recò con la madre a visitar l'inferma, e la
casa che tra breve l'avrebbe accolta sposa. Vi era gran
trambusto; operai vi lavoravano; solo nella stanza della
malata regnava il solito silenzio. Giulio assisteva alla
visita, e non staccava gli occhi dalla madre, quasi
temendo non accogliesse ella freddamente la futura
nuora.
In quegli ultimi giorni egli aveva notato nella madre un
serio cambiamento. Ella, per solito cosí rassegnata al
suo male, ora si lamentava a lungo, si lagnava del
rumore che facevan gli operai, era impaziente, curiosa
di sapere quel che avveniva nelle altre stanze. -
Giulio! Giulio!..; - chiamava con insistenza; e se per
caso egli tardava un po’, o mostrava lontanamente
dispetto per l'oziosità delle sue domande, si metteva a
piangere, a invocar la morte «per non esser piú di peso
a nessuno». Egli si chinava su lei, la carezzava, si
mostrava afflitto fino alla disperazione...
- Dimmi un po'... dimmi un po'... - usciva ella a dire
con voce irritata. - Bada, già me ne sono accorta... Lo
vedo... Ella ti rende triste, è vero? Sí... sí... Tu sei
sempre triste per causa sua... Non mi sfugge nulla!
- No, mamma... che pensi!
- E allora, è per causa mia! Morte maledetta, perché non
vieni? Che sto a far qui?
Accolse però Agata con straordinaria tenerezza; volle
ch'ella sedesse accanto a lei, e la guardò a lungo,
approvando col capo. Poi si rivolse al figlio.
- Giulio... Giulio, dagliela tu... io non posso...
Giulio tolse dall'astuccio una splendida collana di
perle, quella stessa che gli richiamava alla memoria la
figura indecisa del padre, e la porse ad Agata.
- Annodagliela al collo - aggiunse l'inferma, e tornò a
guardarla, approvando col capo.
Poi, quando Agata e la madre furono andate via, e Giulio
ritornò da lei:
- Vedi?... Ho fatto bene? - gli domandò come una
bambina.
- Sí, mamma, certo...
- Oh, cosí! Purché tu sia sempre contento di me... -
concluse, facendo il greppo, e si mise a piangere
silenziosamente.
X.
La vigilia delle nozze Giulio Accurzi non poté chiuder
occhio durante la notte. Occupato dai preparativi della
cerimonia, dall'allestimento della casa, degli abiti,
delle carte necessarie; in quegli ultimi giorni aveva
vissuto molto frettolosamente, sordo affatto alle
contrarie voci della sua passione. Aveva voluto
affrettar quel giorno contro l'angustia del tempo, con
l'ostinatezza d'un ubbriaco. Ecco, e già vi era
riuscito: tutto era pronto... - Domani la catena! - gli
avevan detto, scherzando, gli amici.
Tra lui e Agata s'era stabilita come un intesa di
compatimento. Questa almeno era l'illusione ch'egli
s'era fatta durante i tre mesi del suo fidanzamento.
Certo Agata non gli dimostrava amore, né egli quasi ne
pretendeva. Pareva pago della stima affettuosa e della
gratitudine, che ella in cuor suo doveva professargli
pel silenzio da lui mantenuto sul passato di lei. In
quelle sere la madre, pacifica e serena, per lasciar
loro libertà di parlarsi, leggeva presso il lume un
grosso e vecchio libro sacro, La via del cielo; e
loro due, seduti un po' in ombra, lontani dal lume,
s'ingegnavano prudentemente a schivare ogni confidenza,
ogni familiarità. Una sera soltanto, nel penoso
imbarazzo d'un prolungato silenzio, egli s'era lasciato
indurre a domandarle perché fosse sempre cosí triste...
- No, perché triste? - aveva risposto Agata con un fil
di voce, tormentando una trina dell'abito.
Egli l'amava cosí; avrebbe voluto sempre amarla cosí.
Cominciò intanto ad albeggiare. La cerimonia religiosa
doveva aver luogo alle otto della mattina; la civile,
alle nove; poi gli sposi e i parenti si sarebbero recati
nella campagna, dove Giulio era nato, a pochi chilometri
dalla città; quivi era apparecchiato il pranzo delle
nozze, dopo il quale i parenti se ne sarebbero tornati
in città, lasciando soli nella ricca cascina i due
sposi. Pochissimi invitati: i parenti e i piú intimi
amici soltanto. Cosí Agata aveva voluto.
Giulio finí d'abbigliarsi, e si recò a baciare la madre
ancora a letto.
- Come sei bello! Lasciati vedere... Già vuoi andar via?
Sí, sí... va' pure. Ti benedico, e sii felice, figliuolo
mio!
E lo accompagnò con gli occhi pieni di lacrime fino
all'uscio della camera.
- Mandami sú i confetti... non ti scordare!...
Giú, fu ricevuto da Cesare Corvaja, il marito d'Erminia,
un colosso bruno, barbuto, dai grandi occhi neri, un po’
goffo nell'abito nuovo, insolito, da cerimonia.
- Qua la mano, cognato! Noi non ci conosciamo... Io son
Cesare Corvaja.
Giulio lo guardò stordito, stendendogli macchinalmente
la mano. «Il fratello di Mario»... stava per aggiungere,
e sorrise freddamente.
- Una sorpresa, è vero? La combinazione! Già vi credevo
sposati. Eh sí! Mia moglie mi scrisse: «Sposeranno
prestissimo!» Bravi, dico, che fretta! Invece... Arrivo
jersera. - Sai? - mi dice Erminia. - Domani Agata sposa!
- Ed eccomi qua... Agata, oh! non sa ancor nulla, ch'io
sia venuto... Erminia è di là, che l'ajuta a vestirsi;
io me ne sono entrato mogio mogio qui... Vedrete, che
sorpresa! Oh! le mie congratulazioni, intanto...
Giulio si fece di bragia.
- Grazie - rispose, tendendo di nuovo la mano alla
stretta del colosso, e consultò l'orologio, simulando
gran fretta.
- Ma bisogna che si spiccino! Già le otto...
- Eh sí, le donne! Zitto! Vengono - rispose Cesare
Corvaja, nascondendosi dietro l'uscio che s'apriva.
Entrò, con Erminia, Agata, pallidissima, già acconciata
per la cerimonia. Anch'ella forse non aveva chiuso
occhio durante la notte.
- Buon dí, sposa! - la salutò Giulio, con fare allegro,
come per ravvivarla.
Ella gli sorrise mestamente.
- Siamo in ritardo... Già la mamma si veste...
Una risata sonora scoppiò dietro l'uscio. Agata trasalí
e si vide innanzi Cesare Corvaja.
- Tu... tu qui? Come mai? Che
paura! Oh guarda! E si nascondeva! Come mai?
Gli aveva tese tutte e due le mani, accesa in volto
dalla sorpresa, e lo squadrava ridendo:
- Dio, come sei brutto, conciato cosí!...
- Scusa... ti prego, Agata... è già tardi - osservò
Giulio con un sorriso forzato.
- Mio marito! - esclamò Agata, con una smorfietta, come
se tenesse a mostrarsi allegra davanti a Cesare Corvaja.
Giulio non l'aveva mai veduta cosí.
- Giulio, ti prego, abbottonami questo guanto.
Giunti gl'invitati, si recaron tutti a piedi,
ordinatamente, alla prossima chiesa. Giulio
s'inginocchiò accanto ad Agata sur un cuscino a piè
dell'altare, e all'ingiunzione del prete, prese la mano
gelata, tremante di Agata. La guardò. Gli parve ch'ella
trattenesse a stento le lacrime, e le strinse forte la
mano. Il prete intanto leggeva di fretta con voce nasale
in un libricciuolo, e faceva dei gesti con la mano sul
loro capo; poi pronunziò la formula di rito:
- Sí - disse Giulio con voce ferma, e attese con ansia
che Agata rispondesse. Notò in lei un sussulto subito
frenato, quand'egli le mise al dito l'anello di fede. Si
alzarono. La cerimonia religiosa era finita.
- Adesso all'altra! - diss'egli piano alla sposa.
In villa, durante il pranzo, regnò cotal brio piú voluto
che spontaneo. Né Agata, né Giulio, per quanto si
sforzassero, riuscirono a prender cibo. Si fecero molti
brindisi e molti auguri. Giulio si sentiva sfinito,
disfatto dall'emozione della giornata; avrebbe voluto da
un canto che tutte quelle chiacchiere inconcludenti e
quel rumore non si protraessero piú a lungo; e
dall'altro, nello spossamento dei nervi, rifuggiva dal
pensare, che tra breve egli ed Agata, sarebbero rimasti
soli...
Intanto il tempo, fino allora bellissimo, cominciò a
poco a poco ad annuvolarsi; cosicché gl'invitati temendo
qualche improvviso rovescio d'acqua, si decisero a
mettersi presto in via per la città. Fra il trambusto
del comiato, Giulio s'aggirava dispensando
ringraziamenti e strette di mano. Scorse Agata con le
braccia al collo della madre e la faccia nascosta: ella
piangeva.
- Coraggio... coraggio... - le diceva piano Erminia
dietro la madre.
Giulio si volse a guardare altrove.
- Vedrete!... vedrete... è molto piú facile che non si
creda... - gli diceva intanto qualcuno, scotendogli la
mano a ogni parola. Egli, né ascoltava quelle parole, né
vedeva che la sua mano era in quella di Cesare Corvaja.
Infastidito dalle scosse, lo guardò, e ritrasse
istintivamente la mano. Cesare Corvaja continuò a
parlare col primo vicino:
- Poi, dopo tant'anni, ci si ricorda! Adesso pare chi sa
che cosa... Ma è cosí! la vita è cosí...
XI.
- Giulio!... Giulio!... - chiamò Agata vivacemente,
schiudendo l'uscio, e introducendo il capo dai capelli
disciolti. Era in accappatojo bianco e teneva in mano il
pettine. - Vieni a vedere che bella capretta!...
Dopo la prima notte d'acqua e di vento, il tempo s'era
fatto limpidissimo, quasi primaverile, e durava cosí da
otto giorni.
Giulio abbandonato sulla ringhiera del balcone guardava
con le ciglia aggrottate la campagna silenziosa sotto il
tiepido sole. Alla voce di Agata si volse e, come se
s'aspettasse ormai da lei quella vivacità, si mosse con
indolenza dal balcone, e seguí Agata in un'altra stanza.
- Guarda... Guarda... la vedi? - disse questa dalla
finestra, additando sul viale una leggiadra capretta che
stuzzicava allo scherzo un vecchio e paziente cane di
guardia sdrajato beatamente al sole. - La vedi?... Ma
guarda!... guarda!... - E Agata rideva a ogni mossa
stramba di quella bestiuola lasciata alla libertà dei
campi.
- Povero Turco! - diss'egli invece in un sorriso
malinconico, compiangendo il vecchio cane disturbato.
Quand'ella finí di pettinarsi e di vestirsi, uscirono a
braccio per la campagna.
- Che hai? - domandò Agata. - Non dici nulla?
- Senti che pace? - rispose egli.
Agata andò in silenzio, contemplando intensamente la
campagna. Il suo volto, alla fresca carezza dell'aria
aperta, s'era vivamente colorito, e le due labbra
accese, parevano in quel volto rifiorite. Ella, andando,
si stringeva sempre piú al suo compagno, fin quasi ad
appoggiar la testa al braccio che la reggeva. Di tanto
in tanto costringeva Giulio a fermarsi: pareva presa in
quel giorno d'ammirazione e di meraviglia per ogni cosa
della terra e della vita.
- Guarda!... guarda questi fiorellini di febbrajo...
come son timidi...
Egli allora si chinava per raccoglierli.
- No, che fai? Poverini! non nascono per noi... son per
sé un giorno cosí felici...
Giunsero al limite della campagna, segnato da un
muricciuolo coronato e difeso dal rovo.
- Guarda! Di là si può saltare... Saltiamo! - fece
Agata.
- No, Agata, tu non puoi... Con la veste, non puoi...
Torniamo indietro, piuttosto...
- Non posso? Ti fo vedere... - E in cosí dire Agata,
liberandosi dalle mani di Giulio che tentava di
trattenerla, s'inerpicò sul muricciuolo. Le sue vesti lí
sopra, nel volgersi, s'impigliarono nel rovo, e fu per
cadere. Giulio accorse e con le braccia levate la
sostenne. Ella rideva di gran cuore della pessima
riuscita, e con le braccia puntellate sulle spalle di
Giulio, chinandosi di piú, cercava di stropicciar la
fronte sul capo di lui...
- Aspetta, Agata! Come scendi adesso?
- Mi reggerò io... tu liberami dal rovo... Poi salto...
Che pazzia!...
- Te l'avevo detto...
Ella si rimise a ridere piú forte. Giulio non trovava
modo di districar la veste. Alla fine, indispettito, dié
un leggiero strappo.
- Oh brutto! - fece Agata, saltando, e si guardò la
veste per trovar lo strappo.
- Scusami... Che ho fatto?... Non avrei potuto
altrimenti... - disse Giulio arrossendo. - Vogliamo
tornare?
Agata non rise piú. Andarono in silenzio, e ritornarono
cosí alla cascina.
Alla sera, Giulio propose di ritornare in città il
domani.
- Come! vogliamo andar via cosí presto? È cosí bella la
campagna... la libertà... Ti sei già annojato?
- No! Con te... annojato?... Ma... capirai... la mamma,
poverina...
- Ah, già! - sospirò Agata. - Hai ragione... Domani
partiremo.
E il domani si levò all'alba, sgusciando pian piano dal
letto, mentr'egli dormiva ancora, pallido e stanco. Si
vestí alla meglio, senza far rumore, e lasciò la camera
tiepida in cui ardeva ancora la lampada, ed esili fili
d'umido albore penetravano attraverso le fessure delle
imposte. Gli uccelletti cantavano di già per la
campagna; ed ella, come rispondendo a un loro invito,
uscí avvolta in uno scialletto, rabbrividendo alla pura
brezza dell'aurora.
Errò per la campagna bagnata di rugiada, assisté alla
levata del sole e, sacrificando a un pensiero amoroso la
carità pei fiori, ne raccolse quanti piú poté; rientrò
nella cascina e, spalancando l'uscio della tiepida
camera, v'irruppe fragrante, carica di fiori. Giulio si
destò di soprassalto, ed ella gli gettò in faccia, tra
le mani, sul petto tutti i fiori raccolti.
- No... no... che fai?... Son tutti bagnati!...
- È la rugiada! Ti porto la primavera a letto! Destati,
povero mortale!
Egli l'attirò a sé, in un impeto di tenerezza, e se la
strinse forte, a lungo, respirando sul collo e sulle
vesti di lei l'aura mattinale della campagna.
- Perché non m'hai svegliato prima? Saremmo usciti
insieme per tempo... Ci porteremo questi fiori in città
per memoria...
- Sí! fra mezz'ora saran morti! - esclamò lei
raccogliendoli. E tacquero entrambi, egli quasi afflitto
della prossima morte di quei fiori; ella, della prossima
partenza per la città.
XII.
- Vieni qui... Siedi. Cosí! Ora dammi le mani. Devi
dirmi che hai.
- Nulla, Agata... Che vuoi che abbia?
- Non è vero! Me n'accorgo: tu non sei contento...
- Contentissimo! Se io ho cominciato ad amarti quando tu
ancora non mi amavi...
- Ma io allora non ti conoscevo!
- Sí... sí... è vero. Ma, di' la verità, non t'eri mai
accorta...
- Mai, te lo giuro.
- Capisco, tu allora...
- Ti prego, Giulio, non parlarmi di quel tempo...
- Perché? Oh bella! Credi forse ch'io sia geloso...
Nemmen per sogno! Se tu ora sei mia, interamente mia...
- E perché dunque...
Uno scoppio di lagrime interruppe la domanda di Agata.
Giulio s'affrettò a rispondere:
- È la tua fantasia! Ti ostini a credere che io non sia
contento, mentre... Non si può mica ridere tutti i
momenti! E tu, nel tuo stato...
Agata si spiegava l'improvvisa malinconia, in cui Giulio
pareva caduto, come effetto della gelosia pel suo
passato amore. - Io mi sono mostrata a lui cosí fredda
dapprincipio! - pensava. - Forse egli crede, ch'io senta
per lui soltanto della stima affettuosa o della
gratitudine pel suo silenzio, come prima. Ma ora... - E
si sforzava di manifestargli in tutti i modi il suo
amore, specialmente con l'allegria, per cancellare la
prima impressione di freddezza che egli aveva dovuto
ricevere dal suo contegno d'una volta. Malediceva
intanto in cuor suo la memoria di quell'altro, che
veniva anche ora, secondo lei, a turbarle la pace. Ma
che Giulio non credesse a quelle manifestazioni d'amore?
Talvolta le era parso finanche ch'egli s'indispettisse
internamente di quella sua allegria, come se non avesse
voluto vederla cosí affettuosa e paga. - Con quanta
freddezza aveva egli pronunciato le parole: «Se tu ora
sei mia, interamente mia...». - Ma che ha dunque mai? -
si domandava smaniando la sera, mentr'egli era fuori di
casa, ed ella nella camera dell'inferma, abbandonata
sempre con gli occhi chiusi sulla poltrona, attendeva
sola e triste a preparare il corredino pel nascituro.
Eran già corsi cinque mesi dal matrimonio, ed ella era
incinta da due. Giulio in verità non faceva ancor nulla
che meritasse rimprovero: ma pure Agata trovava bene in
cuor suo da rimproverarlo per tutto ciò che non faceva.
Sentiva bene, ch'egli non voleva venir meno a nessuna
promessa d'amore; ma era freddo adempimento, e
nient'altro. Sí... sí... Come se egli fosse stato
defraudato nell'attesa! Chi sa...
Di tanto in tanto l'inferma mandava un sospiro come un
lamento, abbandonando il capo sull'altra spalla. Agata,
accanto al lume, sospendendo l'ago, la spiava un po'
nella penombra.
- Mamma, vuol nulla?
- Nulla.
Altre volte, levando gli occhi, incontrava lo sguardo
freddo della suocera fermo su lei.
- Cuci ancora?
- Sí, mamma.
- Dev'esser tardi... Giulio non torna...
- Lo lasci star fuori. Che farebbe qui con noi?
- È che io vorrei esser messa a letto...
- Chiamo la serva?
- No... no... Nessuno sa prendermi come lui... Siete
sempre in guerra voi due? Adesso egli mi fa aspettar
tanto, ogni sera... Prima era cosí puntuale...
- Io l'aspetto come lei, mamma... Noi non siamo in
collera...
Cominciavano già i primi lievi disappunti di Giulio;
seguiron le scuse e le dispute per provare a lei di non
aver mancato. E non mancava difatti apertamente, come
Agata avrebbe preferito. Cosí alla fine egli uccise per
sempre sulle labbra di lei gli ultimi rari sorrisi e la
tenera allegria.
XIII.
Quasi attirato per un momento dalla mestizia
sopravvenuta ad Agata, Giulio si richiuse come un tempo
in casa, e si rimise a prodigare le antiche affettuose
premure.
- Tu già rimpiangi d'esser mia?
- No, Giulio... Io soffro per te!
E a poco a poco ella, diffidente dapprima, riscaldata
dalle carezze di lui, ridivenne allegra. Ma non durò
molto. Giulio ricadde nelle smanie, poi nel tedio.
Il giardinetto giú, a piè della casa, lasciato in
abbandono, non aveva piú fiori. Anche il padrone adesso
non era piú quello d'una volta.
Agata, per non affligger sua madre, si recava in vettura
dalla sorella, per consiglio o per bisogno di conforto.
- Tutti gli uomini son cosí - le diceva Erminia. -
Fuoco, prima delle nozze; cenere, dopo.
Ma Agata non se ne persuadeva.
- No... no... Ci dev'esser sotto qualche cosa! Sarà il
mio destino... Amata quando non amo; disamata, amando. È
già la seconda prova...
- Ti disajuti troppo! Passerà... Vedi me? Già mi sono
abituata...
- Tu sei felice! - sospirava Agata.
- Io, felice? Non ho mai con me mio marito!
- Giusto per questo! Ah! sí, ti par dunque bello
vederselo sempre in casa, triste ed annojato, senza
saper perché? Tu non puoi capire quel che si soffra! Tu
ti sei adattata a vivere in pace aspettando il tuo per
mesi interi; badi alle tue piccine; non ti curi
d'altro... Quand'egli ritorna, è una settimana di gioja...
Il vostro amore non ha mai tempo di stancarsi.
- Ma tu credi che Giulio non ti ami?
- Io non so... non so... Intanto, mi vedi...
E Agata accennava con desolazione il suo stato alla
sorella.
In uno di quei giorni, a fin di tavola, Giulio mentre
leggeva il solito giornale, uscí improvvisamente in una
strana, fragorosa risata.
- Che t'avviene? - fece Agata.
- Guarda... guarda qui... - esclamò egli continuando a
ridere e mettendo sotto gli occhi di lei il giornale
aperto.
- Che cosa?
- Qui... leggi... Guarda la firma!
Agata guardò, e divenne pallidissima. Giulio non
smetteva di ridere. Era una poesia di Mario Corvaja
intitolata: L'abbandono.
- Leggi! Non vedi? L'ha fatta stampare proprio qui, in
questo giornale, perché tu la leggessi... Il birichino!
è cosí
afflitto, poveretto! Leggi! L'arte l'ha frustrato...
l'ideale se n'è andato... e tu sei tornata al suo
cuore... Egli ti ama! Senti come dice?
Se tu potessi intendere com'ardo!
Ebbene, e tu che fai, l'intendi tu, povera Agata?
Agata s'era lasciato cader di mano il giornale, e
guardava Giulio stupita. Egli allora si chinò su lei;
l'abbracciò, le strinse forte il capo contro il suo
petto, baciandola piú e piú volte sui capelli.
- Giulio, per carità!...
- Ah scusa... Non pensavo piú... T'ho fatto male?
Le s'inginocchiò davanti, le prese le mani, e continuò a
parlarle carezzevolmente, guardandola negli occhi:
- Ci ho gusto, sai, per quello sciocco... Ora se ne
pente, hai visto? Aver lasciata te cosí bella... cosí
buona...
Agata sorrise mestamente, un po' confusa.
- Bella? Anche adesso?...
Giulio si alzò, dispiaciuto di quell'interruzione.
- Non ti ho fatto male, è vero?
XIV.
L'ombra si stendeva improvvisamente sulla città, e la
pioggia pareva imminente con la sera. Già la presentiva,
nitrendo sotto i grandi alberi stormenti, il cavallo
della vettura che conduceva Agata, lungo il viale, al
sobborgo marino, ove abitava Erminia.
Agata era lí lí per dire al cocchiere di tornare
indietro. Ma arrivava quella sera dall'America Cesare
Corvaja, e lei e Giulio s'erano dati appuntamento in
casa d'Erminia.
Dopo la scena del giornale, un altro cambiamento era
avvenuto in Giulio. Ora egli non troncava piú con
un'esclamazione di noja i rimproveri affettuosi di lei;
pareva anzi che li gradisse, e sorrideva loro in
risposta, con aria di superiorità e di compatimento.
- Sta bene, sta bene... sarai contentata... Stasera sarò
in casa dieci minuti prima del solito... Va bene cosí
?...