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NOVELLE PER UN ANNO
1938 - "Appendice e Testi estravaganti"
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28. Pianto segreto (1903)
«Il Marzocco», 12 luglio 1903;
incorporata nel testo del capitolo 1 della parte II del romanzo "I vecchi e i
giovani".
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Seduto innanzi all’ampia scrivania, su
cui stavano aperti e schierati tutt’intorno relazioni e prospetti irti di cifre,
il cavalier Cao, magro, ispido, pallido, aspettava che S. E. il Ministro
riprendesse a dettare.
Mezzanotte, tra breve. Ed era la terza notte, quella, che il cav. Cao, dopo aver
passato l’intera giornata in continua briga al Ministero, veniva lí, al palazzo
dove abitava S. E., per stendere finalmente l’Esposizione finanziaria, che il
Ministro fra qualche: giorno doveva leggere alla Camera dei Deputati.
Non ne poteva piú. Ma non tanto la stanchezza gli rendeva oppressivo quel
lavoro, quanto la sofferenza che gli cagionava la vista di quell’uomo venerando,
per cui egli sentiva ancora profondo e sincero affetto, se non piú l’ammirazione
di prima.
Eh, no! ammirazione, no. Non si vive, non si può vivere sessanta e piú anni,
commettendo sempre eroiche azioni. Qualche sciocchezza si deve pur commettere. E
una oggi, una domani, tirando infine la somma, si viene a stabilire come una
bilancia, la quale, purtroppo ...
Si stirava, cosí pensando, il cav. Cao un ispido pelo dei baffi,
inverosimilmente lungo. Perbacco! Gli arrivava fitt sul capo, gli arrivava... Un
pelo solo. Nero.
S. E. passeggiava per lo scrittoio, aggrondato, a capo chino con le mani dietro
la schiena. - L’ha pelosa, la schiena, - pensava il cav. Cao, guardandolo. -
Pelosa, come il petto. L’ho visto nel bagno. Pareva un orso.
Ah, quante cose, quante particolarità ridicole non aveva egli scoperto nella
persona di S. E., dacché non lo ammirava piú come prima! |
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Quella nuca, per esempio, così grossa
e liscia e lucente, e tutti quei nerellini che gli
punteggiavano il naso, e quelle sopracciglia... là zi! e zi! -
come due virgolette. Finanche negli occhi, negli occhi che gl’incutevano un
tempo tanta soggezione, aveva scoperto certe macchioline curiose che pareva gli
forassero la cornea verdastra.
Si meravigliava egli stesso, talvolta, e si rattristava insieme, di poter
vedere, ora, così, quell’uomo che, in altri tempi, lo aveva addirittura
abbagliato, acceso d’entusiasmo per le gesta eroiche che si raccontavano di lui
garibaldino e poi per le memorande lotte parlamentari strenuamente combattute.
Mah! Ora Francesco D’Adria non pensava che a sporcarsi timidamente, d’una tinta
giallognola, i pochi capelli che gli erano rimasti attorno al capo e l’ampia
barba che sarebbe stata cosi bella, se bianca.
Anche lui, è vero, il cav. Cao, da circa un anno, poco poco... i baffi soltanto;
ma per non averli, ecco, un po’ bianchi, un po’ neri. Gli seccava. E poi, del
resto, per lui quella tintura non avrebbe mai avuto le conseguenze disastrose
che aveva avuto per S. E. Quantunque infine non avesse ancora quaran... ah, sì,
quarant’anni, da tre giorni: ebbene, quaranta: non avrebbe mai preso moglie,
lui. E Francesco d’Adria, invece, sì, I’aveva presa, a ses-san-ta-sei anni
sonati, e giovane per giunta la aveva presa.
Segno evidentissimo di rammollimento cerebrale.
E dunque basta, eh? - bisognava metterlo da parte (la vita ha le sue leggi!) -
da parte, senza considerazione e senza pietà Pietà, tutt’al piú, poteva averne
lui, perché gli voleva bene, perché vedeva ch’egli soffriva atrocemente; in
silenzio, dell’enorme sciocchezza commessa, ma provava anche sdegno, ecco,
sdegno amarissimo per la remissione di cui gli vedeva dàr prova di fronte a
quella moglie giovane che, quasi subito dopo le nozze, s’era messa a far
pubblicamente strazio dell’onore di lui.
Lo spesso tappeto attutiva il rumor dei passi di S. E. che seguitava ad andare
in su e in giú per la stanza, cogitabondo. Evidentemente’ non si ricordava piú
né del cav. Cao che stava lì ad aspettare innanzi alla scrivania, né
dell’esposizione finanziaria; preoccupato certo d’un pianto infantile angoscioso
che, nel silenzio della casa, veniva fin lì, da una camera remota, non ostanti
gli usci chiusi. Già una volta egli si era recato di là, a vedere che cosa
avesse la figliuola.
Il cav. Cao non seppe frenar piú oltre la stizza - (perché, santo Dio, tutta
Roma sapeva che quella bambina... quella bambina...) - si alzò, come sospinto da
una susta, soffiando per le nari uno sbuffo.
S. E. si arrestò e si volse a guardare.
- Oh, scusi tanto, cavaliere: mi sono distratto. Basta per questa sera, eh? Lei
sarà stanco; io non mi sento disposto... Saranno le undici è vero?
- Mezzanotte, Eccellenza! Ecco qua: le dodici e un quarto.
- Ah si? E... e questo teatro, dunque quando finisce?
- Che teatro, Eccellenza?
- Ma non so; il Costanzi, credo. Dico per... per quella bambina. Sente come
strilla di là? Non si vuol quietare. Forse, se ci fosse la mamma...
- Vuole che passi dal Costanzi, ad avvertire?
- No no, grazie... Tanto, adesso, poco potrà tardare. Buona notte, cavaliere. A
domani.
Il cav. Cao s’inchinò profondamente, tirando per il naso aria aria aria che,
appena varcata la soglia, buttò fuori con un versaccio rabbioso.
Francesco D’Adria, rimasto solo, si premé forte ambo le mani sul volto. Il
lucido cranio calvo gli s’infiammò, sotto le lampadine elettriche della lumiera
che pendeva dal soffitto. Si trattenne ancora un pezzo li, nello scrittoio, a
passeggiare, fosco; poi si recò di nuovo nella camera dove piangeva la piccina.
Era la camera della bàlia. Un lumino da notte, riparato da una ventola litofana,
sul cassettone, la rischiarava a mala pena. La vecchia governante, magra e
linda, passeggiava con la creaturina in braccio, adagiata sul seno, con la
testina appoggiata su l’omero.
- Nono... nooo... - le ripeteva, come in risposta ai vagiti.
La bàlia, intanto, con una mammella scoperta, piangeva anche lei: piangeva e
giurava alla cameriera della signora di non aver mangiato alcun cibo dannoso.
- (Sta’ zitta! Le prugne secche... Sta’ zitta!)
Il D’Adria prese dal tavolino da notte un campanello e si mise a farlo
tintinnire innanzi agli occhi della bambina, per distrarla andando dietro alla
governante.
Così lo trovò, poco dopo, donna Giannetta, di ritorno dal teatro, tutta
frusciante di seta. Credette dapprima che il vecchio si compiacesse, sotto gli
occhi delle serve, di mostrar la sua ridicola tenerezza paterna, dopo le gravi
cure dello Stato; e aprí le labbra a un impercettibile sorriso canzonatorio. Ma
la cameriera, accorsa a liberarla dallo scialletto ch’ella teneva ancora in capo
e a slacciarle la mantiglia, le spiegò, piano, che cosa era accaduto.
- Ah si? Poverina... - fece ella, con ostentata indifferenza, e si accostò alla
governante. Ma il D’Adria le fe’ cenno di tacere. La bambina s’era finalmente
quietata.
Donna Giannetta si recò nella sua camera seguita dalla cameriera. Ivi a poco,
mentre si disponeva ad andare a letto, vide entrare il marito, cupo, grave.
- Ho da parlarti, - disse egli, senza guardarla, andando a sedere su la greppina.
- Discorso lungo? Non potresti domani? Temo d’essere troppo stanca e d’aver
sonno. Mi sono orribilmente annojata. Se perdo il filo?
- Non lo perderai, - diss’egli, accigliato, lisciandosi la barba con la mano
tremolante. - Del resto, se vuoi, il mio discorso potrà anche esser breve: tu
però non ti offenderai, perché, se dev’esser breve, sarà pure molto chiaro. Mi
lascerai dire; poi farai quel che ti dirò io, e basterà cosi. Dunque senti.
- Sento... - sospirò donna Giannetta, abbandonandosi su una poltrona.
Francesco D’Adria si levò da sedere, venne a piantarsi di fronte alla moglie e
agitò più volte due dita.
- Due sciagure ti son capitate, - cominciò.
Donna Giannetta si scosse.
- Due? A me?
- Una, l’hai proprio voluta, seguitò egli. - E sono io.
- Ah! E perché sciagura? - esclamò ella, ridendo e intrecciando le mani sul
capo.
Le larghe maniche dell’accappatoio scivolarono e scoprirono le braccia
bellissime.
- Finora, no, - riprese egli. - Non te ne sei accorta bene, perché al fastidio
che ho potuto recarti di quando in quando, hai trovato un compenso larghissimo
nella mia... dirò così: filosofia.
- L’altra sciagura? - domandò ella, con aria distratta.
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Francesco D’Adria tornò a sedere. Veniva adesso il difficile del discorso, ed
egli voleva esprimersi quanto meno crudamente gli fosse possibile. Poggiò i
gomiti su i ginocchi, si prese la testa tra le mani, per concentrarsi meglio, e
parlò, guardando verso terra:
- Lasciami dire. Ho dovuto... ho dovuto scontare Onora la... la imperdonabile
illusione che mi ero fatta, sposandoti. Tu, in ciò, non hai colpa alcuna. Era
naturale che, tra i diritti della tua gioventú e i tuoi doveri di moglie, tu
seguissi piuttosto quelli che questi. Avrei potuto farti osservare che tu
stessa, accettando spontaneamente, anzi con... con entusiasmo, un giorno, questi
doveri verso un vecchio, avevi implicitamente, è vero? rinunziato a quei
diritti; ma neanche di ciò ti fo colpa, perché forse anche tu, allora, ti
facesti l’illusione che...
A questo punto Francesco D’Adria sollevò il capo e s’interruppe, stupito. Donna
Giannetta dormiva, con una mano ancora sul capo e un braccio scoperto, proteso
verso di lui, come per implorar misericordia.
- Gianna! - chiamò egli, ma non tanto forte, frenando la stizza e lo sdegno,
come se al suo amor proprio dolesse che ella, destandosi a quel richiamo,
dovesse riconoscere d’aver ceduto al sonno, mentr’egli le parlava di cosa tanto
grave. Riabbassò il capo, e terminò a voce alta il discorso rimasto in sospeso:
- Ti facesti l’illusione che... sì, che avresti potuto facilmente adempiere ai
tuoi doveri.
Donna Giannetta non si destò. E allora Francesco D’Adria sorse in piedi,
fremente, fu lì lì per afferrarle quel braccio nudo proteso e scuoterglielo con
estrema violenza, gridandole in faccia le ingiurie piú crude. Ma la calma
incosciente del sonno di lei, per quanto gli paresse quasi spudorata, e come una
sfida, lo trattenne. Sembrava che ella, così giacente, nel sonno, gli dicesse: «
Guardami come son giovane e come son bella! Che pretendi da me? »
Egli strinse le pugna, esasperato, scosse il capo e uscì pian piano dalla
camera.
Subito donna Giannetta balzò in piedi sbuffando.
Auff! sul serio, a quell’ora, una spiegazione? E perché? Quando avrebbe dovuto
parlare, egli se n’era stato zitto; e ora, ora che ella si annoiava soltanto,
mortalmente pretendeva da lei una spiegazione? Eh via! Troppo tardi; troppo
tardi... Se egli stesso del resto, col suo contegno, fra le inevitabili
relazioni della nuova vita in cui la aveva messa, di fronte alle tentazioni, a
cui questa vita la esponeva, a gli esempii che di continuo essa le metteva sotto
gli occhi, aveva contribuito a farle stimar troppo ingenuo, puerile e tale da
attirar l’altrui derisione il bel sogno da lei accarezzato tre anni addietro,
sposando? Oh, sì, con la massima sincerità, ella aveva allora sognato di
rallegrar col riso della sua giovinezza gli ultimi anni della vita eroica di
Francesco d’Adria, vecchio amico e fratello d’armi di suo padre. Ebbene, egli
non la aveva ritenuto [sic] capace di serbarsi fedele a questo sogno. Invano
aveva atteso da lui un richiamo. E allora, quasi per dispetto, era trascesa, era
caduta, oh giú, giú, orribilmente. Ma, alla fin fine, tante sue amiche e
compagne riverite, riveritissime, rispettabili, rispettabilissime. E se egli
stesso, anche or ora, non ci trovava nulla da ridire, perché avrebbe dovuto ella
farsene un rimorso? Non si era davvero divertita, né si divertiva: tutt’altro!
Che voleva dunque da lei?
- Ma... - pensò, a questo punto, donna Giannetta, - e l’altra sciagura?
S’infoscò in volto. Innanzi a gli occhi le sorse l’immagine di colui che, o per
timore di perderla o con la speranza di legarla a sè maggiormente (imbecille!),
o fors’anche per vendetta, non aveva saputo impedire ch’ella divenisse madre.
Si, non c’era dubbio: l’altra sciagura, a cui il vecchio alludeva, era la hglia,
quella bambina...
- « Due sciagure ti son capitate... Una, l’hai proprio voluta... »
L’altra, dunque, no. E aveva ragione: quest’altra sciagura, ella non la aveva
proprio voluta. Ma se egli sapeva tutto, e sapeva che ella non poteva sentire
alcun affetto per quella creatura che le ricordava l’amante odiato, l’uomo che a
tradimento aveva voluto renderla madre, perché, poc’anzi, s’era fatto trovar da
lei presso quella bambina piangente, con un campanello in mano? Perché tanta
ostentazione di tenerezza per quella creatura? Perché aveva voluto accomunarla a
lui, come per mettersi insieme con essa di fronte a lei, dicendo che entrambi -
lui e la bambina - rappresentavano per lei due sciagure? Che voleva concludere?
Donna Giannetta si pentì d’aver finto di dormire. Rimase ancora un pezzo a
pensare, a riflettere, poi uscì dalla camera in punta di piedi e, al buio,
rattenendo il fiato, cauta, tentoni, si recò fino all’uscio della camera del
marito. Origliò, poi si chinò a guardare attraverso il buco della serratura.
Francesco D’Adria, seduto lì nella sua camera, come dianzi nella camera di lei
coi gomiti su le ginocchia e la testa tra le mani, - piangeva!
Donna Giannetta si sentì quasi fender la schiena da un brivido lungo, e si
ritrasse sconvolta, in preda a uno stupore ch’era anche sgomento. ! Egli
piangeva!
Restò lì, tremante, con l’anima in tumulto, senza riuscire a formare un
pensiero. Poi, improvvisamente, temendo ch’egli aprisse l’uscio e la scoprisse
lì in agguato, si mosse per rientrare nella sua camera. Ma, passando, come una
ladra, innanzi all’uscio della camera ove dormiva la bambina, s’arrestò.
Anche la bambina, qua, piangeva! Tutt’e due...
Inconsciamente, quasi per trovare un rifugio che la nascondesse a se stessa in
quel momento, schiuse quell’uscio, ed entrò.
La bàlia, seduta in mezzo al ietto, smaniava, disperata. La bambina, dopo un
breve sonno inquieto, aveva ripreso a contorcersi per le doglie e a vagire cosí.
Donna Giannetta non intese bene, dapprima, ciò che la bàlia diceva; allungò una
mano a carezzar la bambina trangosciata, e subito la ritrasse, quasi per
ribrezzo. Com’era fredda! Ma bisognava farla tacere... Quel pianto era
insopportabile... Non voleva latte? Era fasciata forse troppo stretta? Volle
sfasciarla lei, con le sue mani. Oh che gambette misere, paonazze... e come
tremavano, contratte dallo spasimo. Si provò a tenergliele; ma erano gelate! Era
tutta gelata, quella piccina... Come, con che ravvolgerla? Ecco là, la copertina
de la culla... Su, su.
Donna Giannetta se la prese in braccio, se la strinse contro il seno, forte e
delicatamente, e si mise a passeggiare per la camera, cullando la figlioletta
col dondolio della persona, come non aveva mai fatto. Sentiva sul seno le
contrazioni del piccolo ventre addogliato e quasi il gorgoglio del pianto dentro
quel corpicciolo tenero e freddo. Quasi senza volerlo, allora, si mise a
piangere anche lei, non per pietà della piccina, no... o fors’anche, sì, perché
la vedeva soffrire... ma piangeva anche perché... perché non lo sapeva neppur
lei.
A poco a poco, la piccina, come se sentisse il calore dell’amor materno, che per
la prima volta la confortava, si quietò di nuovo. Donna Giannetta era già
stanca, tanto stanca, e pur non di meno seguitò ancora un pezzo a passeggiare e
a batter lievemente, a ogni passo, una mano su le terga della piccina Poi si
fermò; con la massima precauzione, per non farla svegliare, se la tolse dal
seno; si mise a sedere e se la adagiò su le ginocchia; fé’ cenno alla bàlia di
rimanersene a letto e, al fioco lume del lampadine da notte, si diede a
contemplar la figliuola. Una gioia nuova, inattesa, la invase tutta, le sollevò
il cuore. Vide quella creaturina, tranquilla ora per opera sua, lì in grembo a
lei, come non la aveva mai veduta. Forse perché non aveva mai fatto nulla per
lei. Povera piccina, cresciuta finora senz’affetto, senza cure... E che colpa
aveva?
Strizzò gli occhi, come per ricacciare indietro un sentimento che le faceva
impeto nello spirito. Ma no! Che colpa aveva la piccina d’esser nata?
E a un tratto guardando così la figlia, con altri occhi, comprese quel che il
marito voleva dirle. Egli era e si sentiva vecchio, e sapeva di non poter
riempire la vita di lei; ma ella aveva una figlia, ora; e una figlia può e deve
riempir la vita d’una madre. Egli poteva fare uno scandalo, e non l’aveva fatto;
non solo, ma aveva dato anzi a quella bambina, che non era sua figlia, il
prestigio del nome, del grado, e anche... sì, anche la sua tenerezza Orbene,
ella, madre, poteva dar bene alla propria figlia l’affetto, le cure, l’esempio
d’una condotta illibata.
Ecco, sì, questo questo senza dubbio, egli voleva dirle. Ed ella aveva finto di
dormire...
A lungo donna Giannetta rimase lì, quella notte, a pensare, con la bambina in
grembo. Pensò con amarissimo rimpianto al suo bel sogno giovanile; e, con
nausea, quel che gli uomini le avevano offerto in cambio di questo sogno...
Stupide finzioni, volgarità schifose... Poi, a poco a poco cedette al sonno.
Prima dell’alba, Francesco D’Adria attraversando il corridojo per recarsi nello
studio vide aperto l’uscio della camera della bàlia, e sporse il capo a
guardare. Rimase stupito nel trovar la moglie lì, addormentata su una poltrona
con la bambina in braccio. Le si accostò pian piano per contemplarla e sentì lo
stupore sciogliersi con un tremor per le vene in una tenerezza infinita. Si
chinò e la baciò in fronte.
Donna Giannetta si destò; provò anch’ella stupore, dapprima, nel ritrovarsi lì,
con la piccina su le ginocchia; poi sorrise e, tendendo una mano al marito e
guardandolo con gli occhi pieni della sua gioia nuova, gli domandò:
- Va bene così?
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