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D’improvviso ha il dubbio che non le abbiano reso giusto il resto, e fa il
conto:
- Quattro e otto, dodici, e cinque, diciassette. Aspetta. Che altro ho comprato?
Ah, già, da quell’imbecille, la frutta. Vendeva gli uccellini a mazzo, legati
pei fori del becco, e me li ha sbattuti in faccia, mascalzone, senza neppur
vedere che portavo un cero. Sobbalza, sovvenendosene: - Ah già, il cero. Lo va a
prendere dal canterano e lo scartoccia. - Perché non si dica che non te
l’abbiamo acceso. Prende il candeliere di ferro dal tavolinetto da notte. -
Speriamo che lo regga. Pianta il cero nel bocciolo del candeliere. - Toh,
guarda, come fatto su misura.
C’è sul tavolinetto una scatola di fiammiferi. Accende il cero e lo posa lì.
- Ardere e sgocciolare: bella professione. Come le vergini.
- Tu lo vedi? No. E neppure i santi di legno su l’altare. Ma noi li vediamo
illuminati i santi, e c’inginocchiamo. È tutta fede, la fabbrica dei ceri. Ora
crediamo che tu stia godendo di là. Ma non lo dai a vedere, poveretto. Su,
mamma, oh: bisognerà pur vestirlo prima che s’indurisca. Piangi, sì, seguita a
piangere. Bella professione anche la tua, lì buttata per morta anche tu. Bisogna
far presto. E grazia che abbiano aspettato che morisse. Vogliono fuori tutto
prima di sera. E alle quattro verranno quelli della Misericordia. Non daranno
neanche al cero il tempo di consumarsi tutto.
Guarda il cero acceso, poi alza gli occhi al Crocefisso appeso al muro.
- Ah, il Crocefisso tra le mani.
Va all’altra sponda del letto; accosta una sedia e vi monta; stacca il
Crocefisso; lo tiene un po’ tra le mani:
- Ah Cristo! I poveri che ricorrono a Te... L’hai fatto apposta! Chi può avere
più il coraggio di lagnarsi della sua sorte con Te, e di tutto il male che gli
altri gli fanno, se Tu stesso senza peccato Ti sei lasciato mettere in croce con
le braccia aperte, Cristo! La speranza che si godrà di là, sì. La fiamma di
questo cero da quattro soldi.
Salta dalla sedia e mette il Crocefisso tra le mani del morto, dicendo alla
madre:
- Oh, bada che gli si sono davvero indurite: tu non lo vesti più, o bisognerà
spaccar di dietro la giacca per infilargli le maniche di qua e di là. Ah, non
vuoi muoverti? Aspetti che ti prendano per un braccio e ti buttino fuori della
porta? Be’, guarda!
Prende la sedia e vi si siede.
- Mi metto ad aspettare anch’io che venga uno spazzino con la pala e la scopa a
buttarmi sul carretto delle immondizie. Beato chi s’è levato il pensiero di
muoversi; anche di qui là, anche d’alzare una mano per portarsi un boccone alla
bocca! Tanto poi, alla fine, hai ragione, tutto si fa da sé, quando non hai più
voglia di nulla. Entrano, ti tirano per le braccia a rimetterti in piedi; tu non
ci stai; ma non ti confondere, se non ti ci vogliono, non ti danno neanche il
tempo d’abbatterti, t’allungano una pedata o ti tirano uno spintone alle spalle
e ti mandano a ruzzolare nella strada. Gli stracci, il letto col morto, il
canterano, tutto in mezzo alla strada: se lo pigli chi vuole! E tu lì per terra,
bocconi, come ora sul letto, tra la gente che si ferma a guardarti. Viene una
guardia: «Proibito dormire sulla strada». E allora dove? «Sgombrate!» Tu non
sgombri. Niente paura. Qualcuno se proprio non vuoi, ci penserà a farti
sgombrare. Avrà pur diritto, chi non ha più casa, a un posto dove stare, sulla
terra: su un paracarro come un fantoccio posato; su un gradino di chiesa; su un
sedile di giardino; accorrono i bambini: sì, la nonnina. Che dici, bello mio?
Cecce? Non ti capisco. Ah; ti vuoi mettere a cecce qua con me? Babba non vuole.
Va’ a vedere i pesciolini nella vasca. Rossi, sì. Uh, Dio sia lodato! Poi ti
metti con la mano così, e qualcuno passando ti butterà un soldo o un tozzo di
pane. Ma io no, sai; guarda: puh, uno sputo! La mano, io piuttosto che a
chiedere, la stendo a graffiare, rubare, ammazzare; e poi, sì, la galera: da
mangiare e dormire gratis. Si alza, esasperata, e va a dire al padre:
- M’approfitto che non puoi più sentire e mi sfogo per tutti gli schiaffi che mi
desti. Non lo volesti mai capire come fu, che ci si può arrivare senza saperlo,
quando meno ci pensi, che ti ci trovi preso, mentre piangi e ti disperi, perché
il tuo corpo, toccato senza intenzione, ha sentito da sé una dolcezza che ti si
fa viva in mezzo alla disperazione e te l’avvampa, tutt’a un tratto insieme con
tutte le cose che non vedi più, cieco, abbracciato e disperato, in un piacere
che non t’aspettavi. Fu così. Fu così. Qua. Me lo lasciasti tu, qua, tuo nipote
tradito dalla moglie. Piangeva, seduto qua su questo stesso letto; gli presi
così la testa per confortarlo; si mise a smaniare, a frugarmi con la faccia sul
petto: eh, donna, così, che ci si debba sentir piacere, non mi sono fatta da me!
S’accese il sangue a tutt’e due; e anche lui dopo, rimase lì steso come morto,
dallo spavento d’avermi avuta. E poi se ne tornò dalla moglie consolato,
vigliacco! d’aver conosciuto da me, disse, che tutte le donne, tanto, sono
uguali, e oneste non ce n’è; uguali come gli uomini, la stessa carne; e che
dunque non c’è perché - disse - se lo fa un uomo tante volte, e non è nulla, se
lo fa poi la donna, una volta, debba parer tanto da considerarla perduta per
sempre. «Infine, ti sei preso un piacere anche tu!» Vigliacco, e il figlio? Per
te non fu nulla; ma per me... Ah, padre, sei morto e ti perdono, ma se mi sono
dannata così, lo debbo a te. Tutti uniti nel giudizio d’una donna, voi uomini:
tutti: non c’è padre; non c’è fratelli; anzi loro, i più feroci. E il più feroce
di tutti fosti tu, che mi buttasti come una cagna sulla strada. Ma io così,
guarda, mi levai lagrime e sputi dalla faccia, e la presentai al primo che
passò. La strada, la rabbia di gettarti in faccia la vergogna che non volesti
tenere nascosta. Ma poi il figlio, il figlio... Non è vero quello che si dice;
sarà vero dopo, ma prima no; sentirselo, cosa spaventosa! E poi quando nasce...
È vero dopo; la creaturina che ti cerca... Te lo venni a lasciare qua, d’otto
mesi, una notte, dietro la porta, nella cesta del suo corredino. Dev’esserci
ancora, il corredino; o l’avete venduto? Dio, ti ringrazio d’essertelo preso con
Te così bambino! Su su, vestiamo lui adesso!
Va ad aprire l’armadio; ne cava un abito di panno marrone appeso alla gruccia.
Si volta alla madre:
- È vero che l’addormentava lui, ogni sera, con quella canzone... com’era? che
la cantavi anche tu, a me bambina. Me lo vennero a dire, una notte che pioveva,
uno che passò di qua e lo sentì dal cortile. E poi voleva da me... capisci? dopo
avermi detto questo!
Guarda l’abito del padre che ha ancora in mano; l’esamina:
- Oh, ma quest’abito è ancora buono. Quasi quasi... Tanto, se ha già fatto la
sua comparsa davanti a Dio, per quelli che tra poco se lo verranno a prendere,
che gli serve più l’abito? E tu, stretta come sei... qua c’è dell’altra roba...
potresti intenderti con un rigattiere. Oh, mi senti? Bisogna far fagotto! Ci
sarà altra roba nel canterano...
Va al canterano; ne apre il primo cassetto; rovista dentro: stracci. Apre il
secondo; non c’è nulla. Apre il terzo: c’è il corredino.
- Ah, è qui.
Lo guarda. S’accascia a terra. Ne tira fuori qualche capo: una fascia
arrotolata, una camicina, un bavaglino; poi alla fine, una cuffietta: introduce
una mano a pugno chiuso nel cavo di essa, e come se cullasse un bimbo si mette a
canticchiare con una voce lontana la vecchia canzone della madre. E mentre
canta, tutto a mano a mano s’oscura, finché, spenta ogni luce, si vede soltanto
la fiamma del cero.
Silenzio.
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