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III.
Anche se avesse potuto, però, la festa non avrebbe avuto luogo ugualmente per
un’altra e più grave e dolorosa ragione.
Per intender bene quest’altra ragione bisogna sapere che cosa realmente il 21
luglio rappresenta per la famiglia Leccio. Non l’anniversario soltanto della
gloriosa battaglia garibaldina; non soltanto l’onomastico della figliuola
maggiore; ma la stessa ragion d’essere della famiglia, che appunto dalla
battaglia di Bezzecca ha tratto l’origine.
A diciott’anni Marco Leccio prese parte alla campagna del Trentino con
Defendente Leccio, suo padre, e con un certo Casimiro Sturzi, suo amico da
fratello, coetaneo, orfano di padre e di madre. Perdette a Bezzecca, nella
famosa carica alla baionetta, il padre e l’amico. Non ebbe neanche il tempo di
piangerli. All’amico, mentre gli spirava tra le braccia raccomandandogli la
sorella Marianna che restava sola al mondo, promise che, se fosse scampato alla
morte, il che non era sicuro, date le difficoltà di quella campagna; ma se fosse
scampato, la sorella l’avrebbe sposata lui.
Certo, nel fare questa promessa, non s’aspettava che, appena quattro giorni
dopo, quando già tutto il Trentino era occupato e Trento stava per cadere,
Garibaldi sarebbe stato costretto a rispondere all’ordine del La Marmora il suo:
Obbedisco.
Non ne parliamo, per carità, perché anche oggi - coi nostri soldati lì, quasi in
vista di Trento - a sentirne parlare, Marco Leccio, pensando al padre morto,
all’amico morto, alle terribili fatiche durate invano, al suo fiero impeto
repubblicano stroncato da quella parola, si amareggia il sangue, si guasta il
fegato, ruglia ancora come una belva a cui non è prudente accostarsi.
Quattr’anni dopo, nel 1870, presa Roma, egli manteneva la promessa fatta in
punto di morte all’amico sul campo di battaglia, e sposava quasi per forza
Marianna Sturzi.
Quasi per forza, perché la povera Marianna, ospitata per carità in casa d’una
certa Lanzetti in via del Governo Vecchio, sua lontana parente, pareva se
l’intendesse molto timidamente con l’unico molto timido figliuolo di costei,
diciannovenne, per nome Agostino.
Il fatto è che ci furono pianti assai, e che se Marco Leccio non si ebbe un
reciso rifiuto, lo dovette allo sbigottimento da cui furono prese le due donne e
il timido giovanotto davanti alla prepotente e impetuosa sicurezza con cui egli
venne a imporre il suo diritto: il diritto che gli veniva dalla sacra promessa
al fratello morto eroicamente.
- Amore? ma che amore! Sciocchezze! Dovere. Obbligo sacrosanto, a cui non si
poteva mancare. Non aveva lui, repubblicano, seguito Garibaldi che combatteva in
nome del re d’Italia?
Quando un dovere preciso s’impone, non c’è amore che tenga; bisogna
sacrificargli tutto. Anch’egli sposava controvoglia, perché non si sentiva
adatto al matrimonio. Ma facile è fare ciò che piace; bisogna fare ciò che è
difficile; obbedire a un dovere anche quando non piaccia.
E non pensò Marco Leccio che l’unico desiderio di Casimiro Sturzi, nel
raccomandargli, morendo, la sorella Marianna, era che questa non restasse sola e
trovasse un sostegno nella vita; che avendo ella trovato questo sostegno in quel
giovanotto col quale forse sarebbe stata più lieta, egli avrebbe potuto
sottrarsi alla promessa di sposarla. Non lo pensò; non volle pensarlo. O
piuttosto, non volle accogliere questo pensiero perché gli parve suggerito dal
suo tornaconto, un vile accomodamento con la sua coscienza.
Là, sposare!
E sposò. Se la sposa non era adatta a quel genere di matrimonio, aveva egli
tanto impeto in sé e tanto fervore patriottico, da bastare non solo per la
moglie ma anche per tutti i figliuoli che sarebbero venuti: dieci, quindici,
venti; non li avrebbe contati.
Ne sono venuti otto: cinque maschi, tre femmine, di cui ecco qua l’elenco per
ordine d’età:
1° Giuseppe (Garibaldi), che ha già 44 anni; ma non bisogna parlarne;
2° Bezzecca, moglie del bravo signor Truppel, 41;
3° Anita, 38;
4° Defendente, 33;
5° Nino (Bixio), 29;
6° Teresita, 24;
7° Canzio, 21;
8° Giacomo (Medici), 18.
- Le donne, - dice Marco Leccio, - non bisogna mai lasciarle in ozio. Ho fatto
fare figli a mia moglie fino a 47 anni.
E soggiunge con orgoglio:
- Giacomino, il mio ultimo, ha un anno meno del primo figlio di mia figlia
Bezzecca. Ho voluto ancora, da nonno, esser padre, e che mia moglie fosse ancora
madre, da nonna.
Non dice quante pene e quali stenti gli sia costato il mantenerli, l’educarli,
con quel suo animo pronto sempre a sottomettersi al giogo delle più aspre e dure
necessità, sì, ma d’altra parte ribelle sempre a tutte quelle piccole
transazioni e mortificazioni, a cui deve piegarsi chiunque alla fine si voglia
procacciare un posto sicuro e rispettato nella vita.
Le lotte politiche, la sua aperta professione di fede repubblicana, lo sdegno
feroce per tutti gli atti della meschina vita nazionale italiana lungo tanti e
tanti anni, gli hanno fatto perdere tre volte il frutto delle fatiche; è stato
due volte in prigione, una volta al confine; e ogni volta ha dovuto ricominciare
daccapo. Vent’anni d’Agro romano, nell’appalto fortunato d’una bonifica, ma da
cui alla fine, col corpo debellato dagli acciacchi, è stato costretto a
ritirarsi, gli hanno dato, non certo l’agiatezza, ma tanto da vivere in riposo,
adesso, modestamente, i suoi ultimi anni, con la moglie e i tre figliuoli che
gli sono rimasti in casa.
Bisogna riconoscere che il matrimonio patriottico non ha impedito alla signora
Marianna d’esser ottima moglie e ottima madre, come non ha impedito ad Agostino
Lanzetti, il quale poco dopo quel matrimonio per dispiacere si fece prete e ora
si chiama don Agostino, di rimanere buon amico di casa Leccio, non ostante il
contrasto delle opinioni politiche e non ostante il più forte dolore che Marco
Leccio abbia avuto nella sua vita e del quale fu autore, per quanto incosciente,
don Agostino appunto: la degenerazione cioè del suo primo figliuolo, ora
cassiere in un negozio d’arredi sacri in piazza della Minerva.
Si può argomentare da questa professione di cassiere in un negozio d’arredi
sacri in che senso Marco Leccio dica degenerato il suo primo figliuolo.
Gli aveva imposto al fonte battesimale il nome Garibaldi: ora, le rare volte che
gli accade di nominarlo, lo chiama, col volto atteggiato di sdegno e di
derisione, San Giuseppe.
Don Agostino Lanzetti giurò e spergiurò in principio di non averci messo mano
affatto, di non sentirsi per nulla responsabile dei sentimenti e delle opinioni
per cui quel figliuolo s’è da tanti anni alienato dal padre. Ora però non giura
e non spergiura più. Non giura e non spergiura più, da quando Marco Leccio, per
non offendere la moglie, se l’è chiamato in disparte e gli ha detto a
quattr’occhi:
- Don Agostino, sta’ zitto! La colpa è tua. Tua, perché mia moglie, quando
concepì quel disgraziato, che fu nel primo anno del nostro matrimonio, piangeva
sempre, e piangeva per te che t’eri fatto prete. Perciò quel figliuolo lì m’è
nato con la chierica. Hai capito? Sta’ zitto.
Fortuna che l’influsso ecclesiastico poté così fortemente soltanto su quel primo
nato, e fortuna che vennero poi due femmine, Bezzecca e Anita, nelle quali a
mano a mano s’attenuò fin quasi a sparire. Il quarto e il quinto figlio,
Defendente e Bixio, diedero anch’essi dolore al suo cuore repubblicano quando
vollero entrare nella regia milizia. Ma oggi Marco Leccio è lieto e orgoglioso
che tanto il primo, capitano d’artiglieria, quanto il secondo, tenente di
fanteria, siano già al fronte insieme col settimo figliuolo Canzio, sottotenente
di complemento nei granatieri di Sardegna.
Quanto a Giacomino... Ecco, il 21 luglio, anniversario della battaglia di
Bezzecca...
IV.
Tutto pronto, tutto pronto... Camicia rossa e medaglie commemorative al petto;
non per vana pompa, ma per vestire di giusti panni la sua intenzione
d’arruolarsi a sessantasette anni volontario per una guerra che dev’esser
prosecuzione e compimento di quella del 1866.
Il 21 luglio, anniversario della battaglia di Bezzecca, Marco Leccio s’era
chiuso nello studio, divenuto dai primi d’agosto dell’anno scorso non un solo
campo di battaglia ma parecchi campi di battaglia; e insieme col vecchio reduce
Tiralli, suo aiutante di campo, o piuttosto, suo umilissimo attendente,
aspettava che Giacomino scendesse a noleggiare una vettura non volendo recarsi a
piedi, così parato, alla caserma dell’82° fanteria.
Non mancava dunque che questo. L’animo c’era; la volontà c’era. Non è forse
tutto la volontà?
Don Agostino Lanzetti, che con gli anni e i perseveranti studii latini s’è
fatto; a simiglianza del corpo, sottilissimo lo spirito, e aguzzo come il suo
mento, e arguto come il suo naso, per tranquillare le donne nella saletta da
pranzo, cioè la signora Marianna e la figliuola Teresita, diceva di no: un no
liscio come la sua faccetta di carruba secca. No, che la volontà non era tutto.
Quella di Dio, si; ma quella degli uomini... - cammina forse da sola, la volontà
degli uomini? Ha bisogno di due buone gambe, per camminare.
- E Marco, - diceva - state tranquille: cammina col bastone.
La sciatica. Se l’è presa Marco Leccio, a poco più di quarant’anni, nella
campagna romana. Una di quelle!... ma una di quelle! ...
Ha fatto di tutto per liberarsene. Cure eroiche. Anche la cauterizzazione.
Niente ha valso. E per gli accessi frequenti, spesso lunghi un mese e più, la
gamba destra gli s’è un po’ raccorciata. Più d’un po’. Egli però non vuole
riconoscerlo e sostiene che non è vero.
Marco Leccio vuole avere il merito di camminare libero e spedito, sigaro in
bocca, occhio ilare e bastone levato, con quel tormento che non lo lascia mai.
Un dolore sordo, contundente. Un dolore pazzo che ora gli dà freddo ora caldo
alla gamba. E certi pruriti, e certi formicolii... Niente. Vuole esser più forte
del suo dolore, a ogni costo.
A nove anni, nel 1857, per imparare a soffrire per la patria, obbligava i
compagni di giuoco a strappargli i capelli dal capo a uno a uno. Presentava la
testa e, strizzando gli occhi e stringendosi le braccia incrociate sul petto,
ordinava: - Strappate! - . Ora, vecchio, con quel malanno addosso, serra i
denti, e là, si costringe, le notti di tortura, anche al decubito su la coscia
affetta, quando però l’accesso non è di quelli famosi, perché allora i suoi
spasimi sono così atroci, che non tollera neppur la vista d’una mano che accenni
a sorvolargli su la gamba. Urla, come se gliela toccassero. Talvolta, anche solo
traendo il respiro, il respiro gli si cangia in un grido: - ahi! - E quando si
riscalda contro qualcuno o per qualche cosa (il che, per dire la verità, gli
avviene spesso), quantunque egli protesti sempre di voler ragionare, in mezzo ai
ragionamenti, ecco che scatta in un’improvvisa bestemmia o in una feroce
imprecazione, che lascia tutti sbalorditi, a bocca aperta, perché pare che non
c’entri, quell’imprecazione, e difatti non c’entra: è rivolta al nervo sciatico,
che non vuole di quei riscaldamenti.
Non vuole niente, non vuole, quel maledettissimo nervo! Perciò Marco Leccio,
quand’è più infuriato, si dà sempre attorno con le mani a metter ordine nella
stanza, a rassettare i piccoli oggetti su i mobili. Pare strano: una curiosa
incongruenza: ma non è. istintivamente, mentre il suo animo è acceso e in
subbuglio, fa quei gesti per placare, per non smuovere la sua sciatica, che vuol
calma, ordine, riposo: procura di darglieli fuori, tutt’intorno, non potendo
dentro di sé. Ma è tignosa, quella porca! D’improvviso, a tradimento, gli dà una
fitta, lo pizzica; e allora, bum! Marco Leccio scaraventa a terra l’oggettino
che stava per rimettere a posto con tanto garbo in mezzo alle furie.
- La volontà - soggiungeva quella mattina del 21 luglio don Agostino Lanzetti
alle due donne nella quieta saletta da pranzo - dico la loro volontà, gli uomini
la vogliono salvare a ogni costo; e quand’essa non sappia stare nei limiti del
possibile, per salvarla, la chiamano velleità. Se una donna vuole esser uomo, se
un vecchio vuole esser giovane... velleità! Cose ridicole e pietosissime.
Vedrete che Marco ha un bel volere: non potrà; e se non lo vuole intender lui,
gliene daranno intenzione gli altri. State tranquille.
C’era poi anche Giacomino, che non sapeva risolversi ad andar per la vettura,
non perché a lui come lui non paresse mill’anni di presentarsi in caserma ad
arruolarsi anche lui volontario; ma perché doveva presentarsi col padre.
È spesso un gran dolore e una grande mortificazione per i figliuoli il notare
che al proprio padre gli altri non danno e non possono dare quella stessa realtà
ch’essi gli danno. Per essi il padre è quale lo amano e lo rispettano, in casa,
in famiglia, per tutta quella parte della loro vita, che resta legata e
sottomessa all’affetto paterno, all’autorità paterna. Ma fuori, nelle relazioni
con gli altri, è ben triste l’impressione dei figli nel vedere il padre
staccarsi dalla loro realtà per entrare in quella che gli altri gli daranno.
Avvertono subito qual’è, quest’altra realtà, e ne soffrono. Il padre non se
n’accorge e guarda gli occhi del figlio e nota che questi l’ha come lasciato
solo, abbandonato; che gli sta accanto in atteggiamento penoso e sospeso.
Perché? Che avviene? Non si sente più sicuro di sé, sente che gli manca un
appoggio, l’appoggio solito della propria realtà nel suo figliuolo. - Ma come?
Che è?
- Niente, papà... - sorride afflitto il figliuolo. E se lo vorrebbe portar via
subito, per non tenerlo così esposto alla ridicola realtà, che ha assunto per
gli altri, il suo papà che è vecchio e non sa che oggi non si pensa più così,
non si va più a spasso vestiti così, con quel cappello di quella foggia, per
esempio, e più così non si parla e più così non si ride, e via di seguito. Ma
come si fa a dire al padre di queste cose?
Giacomino fremeva, quella mattina, si sentiva torcer le viscere, solo pensando
all’aria, all’impostatura con cui il padre si sarebbe presentato in caserma alla
commissione d’arruolamento, parato a quel modo; alle parole che avrebbe rivolto
alla commissione, senza intendere che oggi l’offerta di sé doveva esser fatta
con modestia e serietà.
Non che Giacomino, badiamo, credesse che nell’intenzione del padre non fosse
seria l’offerta della sua vita. Sapeva bene chi era suo padre e in che conto la
teneva, la vita e le cose sue più care, non già di fronte a un debito d’onore,
ma anche per un puntiglio da nulla, come tante volte aveva dimostrato. Ma il
modo! la maniera! Tutto quello che il padre diceva, da undici mesi, della guerra
europea là nello studio col reduce Tiralli, curvo ora su questa ora su quella
carta geografica, irta di bandierine, dei varii fronti della guerra, stese su
tante tavole sorrette dai cavalletti, Dio liberi se si fosse messo a ripeterlo
lì davanti alla commissione!
Sudava freddo, Giacomino, solo a pensarci. Don Agostino Lanzetti lo spinse ad
andare per la vettura.
- Va’, va’, figliuolo; non lo fare aspettar troppo. Sai bene com’è... Per ora,
di là con Tiralli si distrae parlando della guerra, ma se poi s’accorge che s’è
fatto tardi, son guai!
Giacomino andò e, purtroppo, di lì a poco, tutto quello che aveva immaginato di
dover soffrire, lo soffrì davvero nella caserma dell’82° fanteria.
V.
La commissione era composta da un tenente colonnello, da un maggiore relatore,
da un capitano medico e da un capitano contabile, nella sala della sanità.
Marco Leccio si presentò fieramente accigliato, a denti stretti, le mascelle
convulse e le nari divaricate, da cui l’ansito cacciava come due cannonate di
fumo. Ma non per l’emozione patriottica, né per darsi un’aria, come credette
Giacomino. Per ben altro! Smontando dalla vettura innanzi al portone della
caserma, Marco Leccio aveva avvertito la fitta ben nota alla piegatura della
natica, e ora faceva sforzi erculei perché non paresse nulla, andando innanzi
alla Commissione.
Furono tre i supplizii di Giacomino. Primo, quando il tenente colonnello
credette di porgere un bel saluto al veterano garibaldino che veniva a offrirsi
volontario; e il padre, commosso, con una mano sul petto, prese a dire:
- Questa guerra, signor colonnello, avremmo dovuto combatterla soltanto noi!
Noi. Perché è la guerra nostra. Quella che ci costrinsero a troncare nel bel
meglio, il 1866! L’onta, il ribrezzo di più che trent’anni per un’alleanza
odiosa col nemico nostro, fomentati dallo sdegno, dall’orrore delle atrocità
commesse dai nostri alleati di ieri, signor colonnello, hanno dovuto rodere il
freno d’una disumana pazienza. E ora che questo freno finalmente s’è rotto, ora
che il ribrezzo, l’odio soffocati per trenta e più anni prorompono e
s’avventano, ecco, ecco come ci ritroviamo noi, signor colonnello: noi, quanti
siamo di questa sciagurata generazione nostra, a cui, dopo Bezzecca, è toccata
l’onta della pazienza e l’ignominia di una alleanza col nemico irreconciliabile.
Vecchi ci troviamo, quasi finiti, e dobbiamo mandare avanti i nostri figli, nei
quali forse il ribrezzo non freme e l’odio non ribolle come in noi! Ma noi, no,
signor colonnello! noi, così vecchi come siamo, dobbiamo esser messi avanti a
tutti! come avanti a me, a Bezzecca, fu messo mio padre! I figli ci debbono
veder cadere, noi vecchi, perché così l’odio, il furore della vendetta divampi
in loro uguale al nostro e uguagli quelle forze che a noi vecchi mancano! Ho già
tre figli al campo e vengo a portare quest’ultimo. Vogliamo essere soldati
semplici, signor colonnello, tanto io che mio figlio. Ho anche due nipoti lassù
alla frontiera: un sacerdote, caporale di sanità, figlio del mio figliuolo
maggiore; e il figlio di mia figlia, ufficiale di complemento. Mi piacerebbe,
signor colonnello, d’andare fantaccino sotto il comando di questo mio nipote!
Fortuna che il tenente colonnello e gli altri della commissione, dapprima un po’
storditi, accolsero approvando con un sorriso simpatico quella mezza concione.
Il secondo supplizio di Giacomino fu all’esame delle carte, quando il maggiore
relatore nella fedina del padre trovò segnate le tre condanne politiche.
- Cancellate! son già cancellate, signor Maggiore! - esclamò con fiera dignità
Marco Leccio. - Le cancello io col solo fatto che mi presento qui, ora,
volontario. Mi furono inflitte, perché non ho saputo mai acquietarmi a
quell’onta di cui le ho parlato poc’anzi, e tre volte mi sono ribellato coi miei
compagni di fede repubblicana. Ora che in Italia non c’è più partiti, ora che
l’Italia fa il suo dovere, queste condanne cadono da per sé, son cancellate. Ce
ne sarebbe anzi una quarta, recente, signor Maggiore, che lì non è segnata,
perché condizionale.
- Ah sì? Una quarta? Perché? - domandò il maggiore.
- Perché ho detto porco a Truppel, signor maggiore.
- Truppel, l’ammiraglio tedesco?
- Nossignore, Truppel fratello di mio genero. Un porco svizzero tedesco. Mia
figlia si chiama Bezzecca, signor maggiore, e non ho saputo tollerare che a
questo nome restasse attaccata quella porcheria di cognome tedesco. Mio genero,
che è un bravo uomo, era pronto a cambiarselo. Il fratello non ha voluto
saperne, e allora... sciocchezze, una querela per ingiurie... 43 lire di
multa... condanna condizionale...
L’ultimo supplizio più grave di tutti, fu alla visita medica.
Quanto a lui, Giacomino, bel figliolone roseo con tanto di spalle, non c’era da
discutere: subito accettato, bersagliere ciclista volontario. Ma quando si venne
alla visita del padre...
Si vedevano, santo Dio, le vestigia della cauterizzazione lì su la coscia, i
segni delle suppurazioni dei tanti vescicanti che vi aveva applicati con la
pomata epispastica, e i segni delle ventose e delle mignatte. Nossignori!
Assicurare e sostenere che non era niente; che poteva marciare, anche a
giornate; che soltanto qualche volta, in principio, provava una tal quale
difficoltà a muoversi, ma che poi, subito, i movimenti gli si scioglievano, gli
si facevano liberi, agili come se nulla fosse. - Che, la gamba? raccorciata? ma
che raccorciata! no! dove? normalissima!
Se non che, a un certo punto, come il capitano medico accennò appena appena di
toccargliela, istintivamente ebbe come un imbevimento e fece per ritirarsi,
sussultando. Soffriva da mezz’ora, lì, in piedi, spasimi d’inferno!
Il tenente colonnello, bravissimo uomo, ammirato, commosso e pur sorridente
dell’ingenuità di quella generosa dissimulazione, non ostante che così chiari lì
su la coscia apparissero i segni del male, si provò a fargli intendere che la
commissione era dispostissima ad accoglierlo, perché in genere, senza stare a
sofisticare, si largheggiava nell’accoglimento dei veterani per il prestigio del
loro aspetto e del loro passato. Gli avrebbe fatto dunque indossare, senza
dubbio, la divisa. Ma inviarlo al fronte, in coscienza, non poteva. Poteva
renderlo utile, utilissimo, facendogli prestar servizio nella maggiorità, ecc.
Più di questo non poteva.
Marco Leccio non ebbe scatti, non proruppe, propriamente; anzi non s’offese
neppure; non poté tuttavia nascondere un certo sdegno alla proposta: non tanto
per la proposta in sé, quanto in relazione a ciò che egli invece si proponeva di
fare.
- Vestire per comparsa, no, signor colonnello! Maggiorità vuol dire... scrivano?
star qui a scrivere su la carta? Carta per carta, signor colonnello, ce le ho
tutte a casa, le carte della guerra. La farò a casa la guerra su la carta.
Così, Giacomino rimase, e lui se ne tornò solo in vettura, aggrondato,
sconfitto, con tale cupezza di misantropia scolpita nel volto, che non poteva
dipendere dalla sola disperazione di quel disinganno.
Difatti, non dipendeva da questo soltanto. In fondo, egli non si era ingannato;
lo aveva previsto. Gli sarebbe certo piaciuto andare a morir bene lassù; ma non
per questo soltanto aveva fatto quel tentativo di arruolamento quasi disperato.
La coscienza delle sue condizioni fisiche gliel’avrebbe forse sconsigliato.
Un’altra ragione lo aveva spinto, che non voleva dare a vedere nemmeno a se
stesso: Giacomino.
Dirgli di no, opporsi al proposito che questo suo ultimo prediletto figliuolo
gli aveva manifestato, di andarsi ad arruolare volontario per seguire i tre
fratelli, non poteva, non doveva; per tutto il suo passato, per l’educazione che
gli aveva data, non poteva, non doveva. Ma staccarsi dal figlio, da questo suo
ultimo figlio che, solo, gli aveva fatto sentire quello che forse gli altri
tutti insieme non gli avevano fatto ancora sentire, la tenerezza paterna, fino
al punto di credersi capace di qualunque viltà solo al pensiero di un rischio
ch’egli potesse correre; staccarsi da questo figlio non sapeva neppure. E perciò
solo aveva tentato.
Ora, non soffriva per altro. A chi non lo sapeva (e non lo sapeva nessuno)
poteva parer ridicola tutta quella disperazione per non esser stato arruolato
volontario a 67 anni.
VI.
Solo un’anima grossolana non è capace d’avvertire il disgusto che deve provare
un magnifico divano di panciuta gravità, una soffice poltrona con la frangia
lunga fino ai piedi, se sul tavolinetto lì davanti un cameriere venga a posare
sbadatamente o per accorrer presto alla chiamata del padrone, una cuccuma
affumicata di cucina, o se la cameriera si scordi su la testata di quel divano o
sul bracciuolo di quella poltrona lo spolveraccio sporco o il piumino
spennacchiato.
Hanno i mobili anch’essi una sensibilità che vuol essere rispettata.
Lo studio di Marco Leccio, per questo riguardo, non è stato offeso affatto dalla
sua trasformazione, fin dal principio della grande guerra europea, in più campi
di battaglia. Vi era già da un pezzo predisposto e anzi per un buon tratto
avviato.
Di studio, propriamente, non aveva mai avuto che una modesta scansia di libri,
tutti per altro d’argomento storico e guerresco, sul risorgimento italiano e su
le congiure delle società segrete. C’era poi una scrivania impiallicciata,
all’antica, di quelle col palchetto a casellario davanti, per la corrispondenza.
Accanto a questa scrivania, uno scaffaletto coi vecchi registri
d’amministrazione della tenuta dell’Agro romano, di cui, come s’è visto, il
guadagno più cospicuo per Marco Leccio è stata la sciatica. Poi, le quattro
pareti attorno erano coperte di stampe anch’esse guerresche: la battaglia di
Calatafimi, la spedizione di Sapri, San Fermo, Aspromonte, la partenza da
Quarto, la morte d’Anita; e di ritratti: quello di Mazzini e di Garibaldi, non
c’è bisogno di dirlo, di Nino Bixio e di Stefano Canzio e di Menotti, di Felice
Orsini e di Guglielmo Oberdan. Per giunta, nella parete di fronte, a mo’ di
panoplia o di trofeo, ricordo della campagna del Trentino, Marco Leccio aveva
appeso il suo vecchio schioppettone d’ordinanza incrociato con lo sciabolone
d’ufficiale di Defendente Leccio suo padre. Sopra il motto di Garibaldi in
grosse lettere: Fate le aquile; in mezzo, il suo berretto di garibaldino
e una fascetta di velluto - rosso s’intende - ov’erano affisse le medaglie. Più
sotto, in cornice, una lettera scritta da lui il 19 luglio 1866 dal forte d’Ampola
a un amico di Roma, con un ritaglio della bandiera austriaca presa in quel
forte.
Non potevano dunque restare offesi tutti quei libri di storia del risorgimento e
quei ritratti e quelle stampe guerresche e quelle sciabole e quello
schioppettone da una prima grande carta geografica, teatro della guerra sul
fronte occidentale, fissata su una tavola da ingegnere sorretta da cavalletti;
poi da una seconda carta non meno grande, teatro della guerra sul fronte
orientale, su un’altra tavola sorretta anch’essa da cavalletti; poi, da una
terza, più piccola, della Balcania fino all’Asia Minore; e ora infine dalle due
ultime, della guerra nostra: la carta del Trentino e l’altra della Venezia
Giulia.
Su ciascuna di queste carte pende dal soffitto, filo e padellina, una lampada
elettrica. Cinque lampade elettriche, di sera tutte accese, che fanno un bel
vedere.
Marco Leccio, discutendo i varii disegni strategici dei Tedeschi o degli
Alleati, i progressi, le ritirate, gli assedii alle fortezze, le resistenze dei
campi trincerati, o col suo aiutante di campo il reduce Tiralli o anche con don
Agostino Lanzetti, passa fulmineamente da un teatro di guerra all’altro e vuole
che le sue indicazioni, le sue tracce, le sue mosse si vedano e seguano
chiaramente.
Di queste lampadine, quattro sono bianche, una azzurra. L’azzurra pende sul
teatro di guerra del Trentino, che non è propriamente una carta delle solite, ma
una plastica in rilievo di cartapesta colorata, coi suoi laghi e i fiumi, i
monti e le vallate, i ghiacciai, le fortezze, i valichi, borghi, città e insomma
ogni cosa, che pare di poterci vivere in mezzo e andare e sentire il freddo di
quei ghiacciai, l’ombra e la frescura di quelle vallate, uno che già ci sia
stato e conosca i luoghi come Marco Leccio: Salò sul Garda, i valichi della Val
Sabbia, il lago d’Idro, Storo alle Mudicarie, Val Trompia e Val Camonica, Rocca
d’Anfo, le valli del Chiese e del Ledro con Ampola, e valle Conzei...
Spegne Marco Leccio le altre quattro lampadine e lascia accesa qua quest’ultima
azzurra, che vi spanda dall’alto un lume di sera, un blando lume di luna che
conservi e accresca l’illusione della realtà a quel rilievo colorato. E non è
già che quel lago di Garda e quelle valli e quei monti siano così piccoli perché
finti, di cartapesta colorata: no; così piccoli sono perché egli li guarda da
lontano lontano. Li ha lì davanti, sotto gli occhi? Sì, è vero. Ma lontano, nel
ricordo, è il giorno da cui li guarda. E questa lontananza, che è di tempo, ha
pur l’effetto, ecco, di fargli veder piccoli quei noti luoghi veri.
Vi passa su nottate intere, con occhi sognanti, sapendo che li, su le più alte
cime, nei passi più difficili, in mezzo alla neve, sui ghiacciai, tra le rocce,
si combatte anche di notte, a respingere gli assalti insidiosi del nemico, a
guadagnare altri passi, altre cime; e che su una di queste cime più contese c’è
suo figlio, capitano d’artiglieria, quello che porta il nome di suo padre. Che
farà a quest’ora? Serbare in petto l’ardore della fede nel gelo delle alte
montagne, gelo che morde e avvilisce, e in mezzo al nevischio pungente, nella
nebbia ch’esilia nell’angoscia di una tetraggine attonita e spaventevole, in
mezzo alle bufere di neve, in quelle solitudini della natura così enormi, che la
compagnia di pochi uomini non basta a confortare, è ben duro! Si vendicano i
monti dei piccoli uomini che osano violare lassù la loro pace eterna. E son
essi, i monti, i più formidabili nemici. Forse a quest’ora suo figlio, dalla
ridotta scavata dietro a una profonda trincea, è impegnato in un duello notturno
d’artiglierie. Da un momento all’altro, chi sa! i suoi pezzi possono essere
individuati, e allora... una granata...
Si tira indietro, Marco Leccio, e para le mani e contrae il volto per lo
spasimo, come se arrivasse a lui in quel punto la granata. Poi serra gli occhi e
si sforza di distrarre l’animo dall’immagine del suo figliuolo in pericolo,
richiamando gli antichi ricordi della campagna garibaldina lassù. E tutti i
ricordi a poco a poco gli si rifanno vita, gli ridanno le ansie, i fremiti, gli
affanni, le gioie, i dolori, le rabbie d’allora. Ansa, sbuffa, sbarra gli occhi
o li aggrotta, arriccia il naso, s’ilara in volto tutt’a un tratto con la bocca
schiusa a un sorriso beato, e una lagrima gli sgocciola lenta da un occhio.
Perché? Ma per niente! È entrato, di sera, in una casa di campagna in val di
Ledro. Il focolare monumentale è in mezzo alla stanza rustica, sotto la cappa,
che è come una tramoggia enorme capovolta, tutta affumicata dentro. Il vento
geme continuo dalla gola nera del camino, dalla quale pende una catena, al cui
gancio è sospeso un calderotto fumante. Attorno, nelle nicchie sotto la cappa,
stan seduti i contadini della casa, che parlano gravi in quella voce continua
del vento tenebroso... Ebbene, piange per questo? No: è quell’angoscia di
rimpianto che, a chi passa precario per un luogo, dà la stabile vita degli altri
in quel luogo, una vita intraveduta e assaporata per un momento, così
intensamente, che tutta l’anima per sempre se ne impregna e nel ricordo può
tornare a viverla, a riassaporarla, a chiudersi in essa, come se fuori più non
ci fossero le tante vicende di prima e di poi, le incertezze e le difficoltà del
cammino, i desiderii, i pensieri che non hanno requie!
Non capisce nulla di tutto questo il reduce Tiralli; e Marco E Leccio se ne
sdegna e lo bistratta spesso, perché da lui, almeno, vorrebbe essere compreso e
ajutato nell’illusione che in un certo modo, lì nello studio, su tutte quelle
carte, stiano combattendo sul serio anche loro.
VII.
Il povero Tiralli, per dire la verità, è troppo impensierito della sua miseria.
Miseria assoluta e tuttavia non semplice, perché complicata dalla sua qualità di
reduce delle patrie battaglie, la quale gl’impone una certa dignità che, quanto
più la considera tanto più lo intontisce.
Non mangia tutti i giorni il reduce Tiralli, ma tutti i giorni si pettina bene i
molti capelli lanosi, che per grazia di Dio gli sono rimasti; tutti i giorni
s’industria a lungo a far la barba con un mozzicone di candela al suo colletto
inamidato, ai suoi polsini ingialliti e sfilacciati. Se porta sempre al petto le
medaglie, non è per vanagloria, ma per distrarre l’attenzione dei passanti dalle
sue scarpe e dal suo vestito, e poi perché non passa giorno che non faccia
servizio d’accompagnamento funebre.
Li ha accompagnati tutti a uno a uno i suoi commilitoni più vecchi e anche più
giovani di luì. Si può essere sicuri che in ogni portone di casa ove un reduce è
morto, accanto al tavolino su cui si raccolgono le firme dei visitatori, c’è
lui, Tiralli, con le medaglie al petto, che piange molto dignitosamente.
Finito l’accompagnamento, resta con certi occhi, cammina con certi passi, parla
con certa voce, come se fosse sempre dietro a un carro mortuario.
Marco Leccio lo soccorre come può e spesso lo trattiene a tavola con lui, e
cerca in tutti i modi di scuoterlo da quel funebre intontimento. Ma lo scuote
troppo, e lo imbalordisce di più. Urli, strilli... E poi pretende da lui, là sui
campi di battaglia dello studio, certi servizii di spostamenti di bandierine,
che al povero reduce Tiralli riescono quasi sempre male, debole com’è di vista e
con le mani troppo tremolanti.
- Ma come? ma che hai fatto? Ma questa è La Haute Chervauchée! E che c’entra La
Haute Chervauchée? Mi ci pianti la bandiera francese? Ma dove? ma quando? Non
vuoi capirlo che i francesi non si muovono? Presa? quando? che presa! ci avranno
mandato sì e no qualche cannonata!
Ha sudato più camicie, di questi giorni, con un gran tremore in corpo per paura
di sbagliare, il povero Tiralli, correndo con le bandierine tedesche e
austriache appresso alla ritirata russa, prima dai Carpazi, poi dalla Galizia,
ora dalla Polonia!
Fosse una ritirata a precipizio, a rotta di collo, tale da non dover tenere più
conto di nulla! Ma che! Una ritirata, che bisogna stare con tanto d’occhi aperti
a seguirla; una ritirata di cui Marco Leccio decanta la miracolosa sapienza così
fervorosamente, che guai se tra le sue dita tremicchianti una bandierina tedesca
o austriaca corre troppo e s’appunta su un luogo difeso ancora strenuamente
dalle retroguardie russe. Due giorni prima della caduta, ha appuntato per
isbaglio su Kowno una bandierina tedesca. Per miracolo Marco Leccio non se l’è
mangiato.
- Ah mi prendi già Kowno, pezzo d’animale? Togli via subito codesta bandierina!
Kowno resiste e resisterà ancora per un pezzo, te lo dico io!
Ora che Kowno è caduta, Tiralli potrebbe fargli osservare che infine il suo
sbaglio è stato di poco. Non ha detto nulla. Ha riappuntato la bandierina. Marco
Leccio, vedendola, ha muggito:
- Non ti pareva l’ora, di’ la verità! Ma ce l’abbiamo ancora da vedere, sai? con
codesto tuo signor Hindenburg, grande stratega delle tenaglie dei miei stivali!
La strategia, non soltanto tedesca veramente, ma in genere tutta quanta la
strategia scientifica moderna ha provocato e seguita a provocare in Marco Leccio
uno sdegno che non potrebbe essere maggiore.
È che qualcuno ha avuto la cattiva ispirazione di toccare un tasto, che non
avrebbe dovuto esser toccato, conversando con lui. Gli hanno detto che a petto
di questa guerra tutte le altre combattute finora dall’umanità, non parliamo
delle battaglie garibaldine, ma anche le più famose battaglie napoleoniche,
diventano cose da ridere. Ma sì, via, solo a considerare, per esempio, che tutti
quanti i combattimenti degli eserciti regolari e dei volontarii nel periodo del
nostro risorgimento, sommati insieme, non diedero di morti e feriti quanto in
questa guerra ne danno certe scaramucce giornaliere, di cui i bollettini degli
stati maggiori neppure tengono conto.
Questo hanno avuto il coraggio di dire a lui, Marco Leccio, in principio della
guerra. Non riesce ancora a calmarsi, a scordarselo, e se la piglia col povero
Tiralli, come se gliel’avesse detto lui, come se veramente il povero Tiralli
fosse un accanito difensore della strategia moderna.
- Ah sì? ah sì? - sghigna di tratto in tratto. - Pochi morti, eh? pochi feriti?
Poi lo investe:
- E i tanti morti d’oggi, i tanti feriti d’oggi, a milioni, chi li ha fatti,
donde provengono e che concludono? Bestie che non riflettete nulla! Non vedi che
sono l’effetto di questa macchina stupida e mostruosa della tua strategia
moderna, che mangia vite, strazia carni, e non conclude nulla? Sai dirmi che
conclude, che ha concluso finora?
Tiralli, muto, impalato, con un sopracciglio su, l’altro giù, lo guarda
nell’atteggiamento d’un cane fedele, rimproverato a torto dal padrone.
- Quello che conclude sempre, - seguita Marco Leccio, - anche oggi, sempre, non
vedi che è invece l’arma antica, l’arma gloriosa, l’arma nostra garibaldina, la
baionetta? Te ne danno la prova, ogni giorno, su l’Isonzo, sul Carso, i
bersaglieri nostri! E questi tuoi macchinosi tedeschi, carogne che si fanno
forti dei ripari preparati e costruiti dalla tua famosa scienza strategica,
appena la vedono, la baionetta, l’arma vera, che ha bisogno di coraggio e non di
scienza, tremano, perdio, alzano le braccia e invocano pietà!
Così dicendo, gli va incontro, proteso, con occhi feroci, le braccia contratte,
i pugni alzati, serrati, come armati di baionetta, per farlo tremare davvero; ma
poiché Tiralli non trema e resta muto e approva gravemente col capo, egli
s’allontana esclamando con scherno:
- La strategia, imbecilli! L’arte di far durare un secolo una battaglia, che
prima con l’impeto dei soldati e il genio dei capitani si risolveva in quattro e
quattr’otto, in una giornata al più! Gli studii tecnici, il materiale bellico,
si dice così? bellico già! obici, «bi-bo», v’empite la bocca, mortaj da 305 e
420, fucili a tiro rapido, mitragliatrici, dirigibili, aeroplani, granate a
mano, «shrapnells», gas asfissianti, bombe incendiarie, trattori meccanici,
tanks, trincee scavate a macchina, blindate, mine terrestri, fogate, reticolati,
fili di ferro, cavalli di frisia, bocche di lupo, proiettori, razzi e bombe
illuminanti, «bom-pim-pam», pare la girandola, e la guerra dov’è? nessuno la
vede! Prima gli uomini combattevano in piedi, come Dio li aveva messi!
Nossignori, adesso, non basta in ginocchio, pancia a terra, come le serpi e
rintanati, chi sappia resistervi; noi, no, i nostri no, per la Madonna! balzano
in piedi, irrompono, si avventano a petto, bajonetta in canna, «Savoja!». Questo
ci vuole! Altro che i tuoi meccanici e i tuoi farmacisti! La strategia... la
chimica... Vorrei sapere in che consiste, se non in un mostruoso e vigliacco
ingombro, per far perdere invano tempo e vite umane! Metter su macchine,
impedimenti, ripari per trovare poi il modo di buttarli giù; e non valeva tanto,
allora, non metterli su, se alla fine quello che veramente decide è il petto
dell’uomo che balza su dalle macerie di quegli ingombri vigliacchi e corre
all’assalto? Te lo dico io perché serve tutta questa scienza: serve per non
farla, la guerra! serve per minacciare in tempo di pace, per incutere spavento a
chi vuol farla; ma quando poi la guerra è dichiarata, ecco qua, a che serve, lo
vedi? a non farla finir mai...
Interviene a questo punto, zitto, zitto, come un’ombra, don Agostino Lanzetti,
dalla sala da pranzo. Sta ad ascoltare le ultime parole e approva più volte in
silenzio col capo; poi dice:
- Sì, caro, proprio a non farla finir mai. E sta’ pur certo Marco, che questa
non è guerra che si risolve militarmente.
- Ah no? - urla Marco Leccio.
- No, - dice fermo don Agostino. - E soggiunge: - Sai che si racconta degli
antichi Goti?
Marco Leccio lo guarda in cagnesco.
- Potresti finirla con codeste tue eterne storielle... Non ho tempo
d’ascoltarle!
- Sono i padri antichi dei tedeschi d’oggi, - risponde placido e col suo solito
risolino arguto il Lanzetti. - È una storiella che ti può giovare. Si dice,
dunque, che gli antichi Goti avevano il saggio costume di discutere due volte
ogni impresa da tentare: una prima volta, ubriachi, e la seconda volta a
digiuno. Ubriachi, perché ai loro consigli non mancasse ardimento; a digiuno,
perché non mancasse prudenza. Ora è chiaro che i tedeschi moderni hanno perduto
questo saggio costume dei loro padri. Discussero e deliberarono la loro impresa,
soltanto da ubriachi. Speriamo che possano presto, a digiuno, ritornare su la
loro prima deliberazione. Ma ci vorrà ancora, purtroppo, assai tempo, non
t’illudere! Assai tempo...
- Già! - rugge Marco Leccio - assai tempo! Ma sai perché?
S’interrompe; accenna di mordersi le mani; grida tra i denti, storcendo innanzi
al volto le dita:
- Non posso parlare! non posso parlare! Ma altro che il digiuno dei tedeschi ci
vorrebbe a finire questa guerra! Ci vorrebbe, perdio, che tutti facessero come
noi! Ecco che mi è scappata! Guarda che ci vorrebbe...
Salta a quel trofeo della parete; cava dallo schioppettone d’ordinanza la
bajonetta lunga come uno spiedo di girarrosto e fa l’atto di cacciarla nella
pancia a Tiralli.
- Va’ a dirlo a Joffre, va’ a dirlo a French, va’ a dirlo a Cadorna! questa ci
vorrebbe!
VIII.
Che la strategia moderna abbia ridotto l’ufficio del duce supremo d’una guerra
non molto dissimile da quello a cui Marco Leccio attende con tenace costanza da
circa tredici mesi: studio indefesso lì sulle carte dei punti, delle linee,
delle posizioni, è per Marco Leccio in fondo una assai magra consolazione.
Fa il duce supremo, lo stratega, lì nello studio, davanti a Tiralli che lo segue
e l’aiuta con funebre obbedienza; ma grazie! perché non può far altro...
Certo, se una mossa prevista da lui in questo o in quel teatro della guerra,
dati quei punti strategici e quelle linee e quelle posizioni, s’effettua proprio
come lui l’ha prevista, se ne compiace; guarda con occhi lustri ridenti e tutto
il volto abbagliato di soddisfazione Tiralli, appena ne arriva la notizia nei
bollettini degli stati maggiori, non badando più nemmeno se la mossa indovinata
sia in favore dei tedeschi e a danno degli alleati, poiché veramente l’arte, di
qualunque genere sia, è il regno del sentimento disinteressato, ragion per cui
spesso diventa la funzione più crudele che si possa immaginare, come può darne
esempio un medico che si compiaccia della giustezza di una sua prognosi letale
anche se questa prognosi l’abbia fatta su se stesso e voglia dire:
«Benone, caro: tu sei morto.»
Ma non è questo! non vorrebbe far questo Marco Leccio! Gl’importa assai che i
duci supremi oggi combattano le guerre, come lui, su la carta! Che duce supremo
del corno! Soldato, soldato raso, come il suo Giacomino partito jeri per il
fronte, ecco quello che avrebbe voluto esser lui. E non ha potuto!
Ieri, alla stazione, poco prima che il treno partisse, mentre il suo figliuolo
dal finestrino della vettura lo guardava, lo guardava come se avesse voluto
lasciargli impressi, confitti nell’anima quegli occhi lucidi e intensi di
commozione contenuta, ebbe la tentazione di saltare su quel treno, confondersi,
nascondersi tra i soldati, e partire anche lui.
Lo morse la vergogna d’esser poi sorpreso e tirato giù per un orecchio dal
treno, come un ragazzino.
Più forte, più rabbiosamente lo morse poi il cordoglio, quando allo sportello
d’una vettura più là vide un altro volontario in divisa di fantaccino, vecchio,
più vecchio di lui, con la barba bianca e le antiche medaglie sul petto, che
agitava le braccia e rispondeva esultante ai saluti, agli augurii, agli
applausi.
Non poté reggere a questo spettacolo; dovette andar via, via prima che il treno
partisse col suo Giacomino che lo salutava, chi sa, forse per l’ultima volta!
- Me lo sai dire - domanda ora, col volto atteggiato più di nausea che di
sdegno, a Tiralli che gli sta davanti, nello studio, quasi su l’attenti, come se
stesse ad ascoltare uno dei tanti elogi funebri, che sono per lui quel che la
messa quotidiana è pei divoti, - me lo sai dire come pensi di morire tu?
Tiralli, con gli occhi bassi, un sopracciglio più su, l’altro più giù, non
risponde.
- Rispondi! - gli grida Marco Leccio.
E Tiralli si stringe nelle spalle, sporge un po’ le labbra, fa un gesto appena
appena con la mano.
- Morire? Mah... Come Dio vorrà...
Veramente lui, Tiralli, non ci ha ancora pensato.
Marco Leccio riprende:
- Quanti giorni ci restano ancora da vivere, a me e a te?
Tiralli ripete quel vago gesto della mano; ma aggrotta pure un po’ le ciglia,
come per il dubbio che il suo generale pretenda da lui sul serio, su un
argomento come questo, una risposta categorica e precisa.
- Altri quattro giorni! - gli grida sul naso Marco Leccio.
E Tiralli allora s’affretta a dir di sì, di sì, più volte, col capo.
- Quattro giorni, già...
- Ma la chiami vita, questa? - incalza Marco Leccio. - Non ti vergogni? Che stai
a far lì, ancora in piedi?
Tiralli, stordito, si guarda attorno in cerca di una sedia per mettersi a
sedere.
- No! - gli urla Marco Leccio. - Io dico, ancora in vita! Da quant’anni te la
vivi codesta tua agonia? Ti ci sei indurito, incadaverito; e non ti vergogni
leggendo ogni sera sui giornali quanti giovani muojono a vent’anni, lassù, e
quanti vecchi a sessanta, a settanta, fino a settantasei anni partono volontarii,
dalla Sicilia, dalle Calabrie, dagli Abruzzi, dalla Romagna, dalla Lombardia, e
vanno a combattere al fronte, semplici soldati? La faccia, qua, qua, non te la
senti mangiare dalla vergogna? Hai visto ieri quel vecchio sul treno? Doveva
averne settanta, per lo meno, e partiva! Pensa, pensa come va a morire quel
vecchio, e pensa come morrai tu! Sporcheremo il letto, io e tu; e quello invece
morrà in piedi! Io e tu, sul letto, tu col rantolo e io con la tosse; e quello
con un grido in gola: «Viva l’Italia, figliuoli! Avanti sempre!».
Capisci? Come Lavezzari! La morte del leone! Sull’alba, l’assalto: tutta la
linea, un balzo e s’avventa alla baionetta: Savoja! Innanzi a tutti, lui,
Lavezzari, che ha giurato di morire lassù! Corre, giunge fino all’ultima trincea
nemica! ritto in piedi lassù, si sbottona la giubba e mostra la sua camicia
rossa per morire così, da garibaldino! Tu capisci? «A settantasei anni», avrà
pensato, «quest’assalto, questa carica alla baionetta ho potuto ancora farla; ma
un’altra, domani? chi sa se le forze m’assisteranno più! E dunque, ora, qua,
basta: ecco il petto, ecco la mia divisa vera, qua, tirate qua su la mia camicia
rossa: voglio morire così!» Ed è morto. Tu sporcherai il letto, io sporcherò il
letto, e intanto stiamo qua a giocare come due ragazzini scimuniti con le carte
e le bandierine! Puah!
IX.
Non ha finito di commemorare così la morte del vecchio leone Lavezzari, che un
grido, seguito dal pianto di tre donne, gli giunge dall’attigua saletta da
pranzo, e subito dopo l’uscio dello studio è aperto e su la soglia si mostrano
pallidi e costernati don Agostino Lanzetti e il bravo signor Truppel.
- Defendente? - grida allora Marco Leccio, con gli occhi sbarrati e levando le
mani quasi a parare una sventura. - Nino? Canzio?
Dicono di no, tre volte, col capo e con le mani, subito, don Agostino e il
Truppel. Don Agostino poi soggiunge piano, socchiudendo dolorosamente gli occhi:
- Marchetto...
- Marchetto? Come! - esclama Marco Leccio, aggrottando fieramente le ciglia. -
Mio nipote? Era della sanità! Ma come! Hanno sparato sulla Croce rossa? Quando?
Morto?
- Mentre raccoglieva i feriti... - mormora don Agostino.
- Morto?
- Ha avuto appena il tempo di scrivere al padre e alla madre. Come un santo, è
morto...
E dicendo così, don Agostino piange e s’invetrano anche di lagrime i ridenti
occhi azzurri del bravo signor Truppel.
- Canaglie! Assassini! Briganti! - rugge Marco Leccio, levando le pugna serrate
su la faccia di Tiralli rimasto impalato a quell’annunzio di morte. – Capisci?
Sparano sui feriti e su chi li raccoglie! sparano sugli ospedali! si fanno
riparo dei morti! Assassini! briganti!
Poi, rivolto al Lanzetti:
- Quando è arrivata la notizia?
- Oggi, questa mattina, - risponde don Agostino. - Ma ci ha messo sei giorni la
letterina ad arrivare, ed era unita alla comunicazione del comando e a un’altra
lettera di condoglianza del capitano medico dell’ospedaletto da campo, in cui il
povero Marchetto prestava servizio. E bisogna sentire che ne dice questo
capitano! La dolcezza, una divina serenità nel coraggio, l’abnegazione; e com’ha
parlato prima di rendere l’anima a Dio! Anche di te ha parlato... ci sono nella
letterina anche i suoi ultimi saluti per te. «Ditelo al nonno,» ha scritto, «che
sono morto bene...»
Marco Leccio, per quanti sforzi faccia a trattenersi, rompe in due singhiozzi
quasi rabbiosi.
- Aspetta, - soggiunge subito don Agostino. - Dice così: «L’abito che indossavo,
egli non volle credere che fosse anch’esso milizia, ed ebbe a sdegno che con
quest’abito io portassi il suo nome. Sono sicuro che ora non lo crederà più...».
Sono entrate nello studio, piangenti, la madre con le due figliuole, la signora
Bezzecca Truppel e Teresita, pronte tutte e tre per recarsi alla casa di quel
figlio, che Marco Leccio ha rinnegato da tanti anni. Credono tutti che si debba
penar molto e molta arte di persuasione adoperare per indurre il padre alla
riconciliazione col figliuolo maggiore, in una congiuntura come questa. Marco
Leccio, con gli occhi chiusi per trattenere le lagrime e la commozione, scosta
tutti, invece, e dice senz’altro:
- Sì, sì... andiamo, andiamo... povero Marchetto, figliuolo mio... Andiamo...
Col cappello in capo, innanzi alla porta, appoggiato al braccio di Tiralli, leva
però il bastone e soggiunge con tono minaccioso:
- Lo fece partire senza mandarlo qui a salutarmi! Quando lo vestì prete, sì, me
lo mandò, per farmelo strapazzare, povero figliuolo mio! Vestito da soldato,
prima di partire per il campo, quando io lo avrei baciato e benedetto, no, non
volle più farmelo vedere! Ma non fa nulla, non fa nulla: vado lo stesso...
Andiamo.
Ancora prima d’arrivare al portoncino della casa in via Cestari, si sentono i
pianti e gli strilli delle donne, cioè della madre e delle tre sorelle
dell’ucciso. Parecchi curiosi sono raccolti innanzi al portoncino e dicono che
il padre è come impazzito, e maledice tutti e grida contro il re, contro
l’Italia, contro la guerra vituperii.
Don Agostino Lanzetti si fa avanti a tutti. Prima di cominciare a salire la
scala, si volta a Marco Leccio e con gli occhi e con le mani gli raccomanda di
tenersi calmo e di compatire, per pietà; egli entrerà per primo e cercherà di
placarlo. Con l’ajuto delle donne lo predisporrà ad accogliere la visita del
padre. Stieno tutti indietro, ad aspettare un po’, qua sul pianerottolo della
scala, sotto l’ultima rampa.
- Sì, sì... - gli dicono, e con la mano gli fanno cenno d’andare.
Don Agostino sale gli ultimi gradini; bussa; entra. Ma poco dopo, i pianti, gli
strilli, si fanno più violenti, fra un gran tramestio, come per una
colluttazione. Improvvisamente, la porta si spalanca, e, spettorato, strappato,
trattenuto da tante braccia, furibondo, fa per scagliarsi contro i parenti, lui,
Giuseppe Leccio, urlando:
- Assassini! Assassini! Via! Via di qua o vi ammazzo! Assassini di mio figlio!
Via di qua!
La madre, le due sorelle, sbigottite, lo chiamano per nome, con gesti
supplicanti; si provano a salire qualche scalino, incoraggiate, spinte dal
signor Truppel. Su, don Agostino riesce a strappare indietro, a scostare dalla
porta l’arrabbiato; lo fa sedere su la panca della saletta, gl’indica il grande
crocefisso a una parete, che dà a quella saletta l’aria di una sagrestia; e, a
furia d’esortazioni e di buone parole, riesce alla fine ad ammansirlo, a farlo
piangere.
Le donne sono entrate col signor Truppel; Marco Leccio è rimasto con Tiralli sul
pianerottolo. Poco dopo, la nuora si sporge dalla porta e lo invita a salire; ma
il figlio, appena lo vede, balza in piedi, scontraffatto di nuovo dal furore; lo
mira con gli occhi sbarrati, atroci, e si mette ad arrangolare orribilmente,
levando le mani artigliate.
Marco Leccio si ferma a guardarlo austeramente e gli dice:
- Pensa che sono padre anch’io. Quattro tuoi fratelli sono lassù. L’ultimo è
partito ieri!
- Al macello! Al macello! - grida il figlio, lasciandosi piegare dalle braccia
che lo trattengono, a sedere di nuovo, e si copre il volto con le mani.
Marco Leccio riprende:
- Può toccare a me, domani, di ricevere la stessa notizia che oggi hai ricevuta
tu; e poi un’altra! e poi un’altra! e poi un’altra!
Per tutta risposta, il figlio scopre la faccia e gli grida:
- Io la maledico, la patria!
Marco Leccio fa un violento sforzo su se stesso per contenersi, poi dice:
- Ero venuto qua per piangere con te; ma non così come piangi tu! Sono lagrime
d’odio, di rabbia, le tue. Pensa che codeste lagrime neanche a tuo figlio
possono essere accette! Tu lo chiudi nel tuo dolore soltanto e in codesto tuo
odio per la patria; ma pensa che per la patria è morto tuo figlio, e che tu lo
escludi, piangendolo così, dal pianto degli altri, dal mio, che egli stesso ha
voluto. Se tu non vuoi, addio!
Lascia lì le tre donne col genero e col Lanzetti, e se ne torna a casa,
commosso, a braccio del fido Tiralli.
Strascinando la gamba malata, che per l’improvviso riscaldamento s’è rimessa a
dolergli, pensa, per via, che questa è veramente una santa guerra, se possono
morirvi così, benedicendola, un leone come il vecchio romagnolo Lavezzari e un
povero agnellino come quel suo piccolo nipote Marchetto.
X.
Da una settimana, tra i parecchi campi di battaglia che ingombrano lo studio,
Marco Leccio è solo.
Il povero Tiralli s’è ammalato, non propriamente perché Marco Leccio gli ha
gridato in faccia la vergogna di seguitare a vivere la sua agonia mentre tanti
dei loro vecchi commilitoni vanno a trovar la morte su le stesse tracce per cui
da giovani la cercarono lassù, contro lo stesso nemico e per lo stesso scopo
d’allora; ma perché - vecchi - un filo d’aria, un subitaneo abbassarsi della
temperatura, e ci s’ammala.
È piovuto tanto in questo primo anno della grande guerra!
I fisici han sentenziato che l’aria - non pare - ma è un corpo, un corpo
sensibile anch’essa, e che i troppi spari, la furia delle troppe cannonate han
potuto commuoverla. Le donnette del popolo, più poetiche nella loro ignoranza,
han creduto invece a un gran pianto del cielo per la sciagurata follia degli
uomini.
Il fatto è che, per le troppe piogge, sbalzi di temperatura se n’è avuti assai,
e il povero Tiralli, non solo s’è bagnato più volte da capo a piedi, ma non ha
potuto dar la solita provvista di sole alle sue ossa, impalandosi - cariatide
del dignitoso monumento della sua miseria - per ore e ore in qualche canto di
via.
Marco Leccio è molto seccato. Ce l’ha specialmente con una mosca maledetta che
viene ostinatamente a posarsi su la carta plastica del Trentino, mentre lui, Dio
sa con quanta pena, rimandando l’anima indietro indietro nel tempo, si crea
l’illusione della lontananza, di cui ha bisogno per veder innanzi a sé quella
carta come una realtà viva. Eccola là, maledetta! viene all’improvviso a
rompergli quella illusione, mettendosi come niente a passeggiare su per le vette
di quelle montagne, su per quei laghi e per quelle vallate, qua e là lasciando
certi puntini neri, che possono scambiarsi per fortezze o borgate.
Centomila volte l’ha cacciata, e centomila volte quella porca mosca tignosa,
tedesca, tirolese, eccola lì daccapo!
Ma non è la mosca soltanto. O meglio, sì, è la mosca, ma non quella soltanto che
nei declinanti soli di settembre s’appiccica e si diverte a non dar più requie
alle mani, alla fronte degli uomini, ma anche quell’altra, quell’eterna mosca
che in ogni tempo si diverte a rompere dentro l’anima degli uomini ogni
illusione.
Da mesi e mesi, ormai, ogni sera, leggendo i giornali, Marco Leccio si fa
l’illusione che finalmente, presto, gli alleati torneranno con impeto alla
riscossa. I Russi, che già avevano sbaragliato gli Austriaci e occupato la
Galizia fin quasi a Cracovia (santo Dio, fin quasi a Cracovia!) e poi, superando
i Carpazi, già scendevano sui campi ricchi di messi dell’Ungheria; i Russi, che
su avevano invaso anche la Prussia orientale, costretti ora a ritirarsi da per
tutto, a cedere Varsavia, tutta la Polonia con la linea delle fortezze, la
Curlandia fin quasi a Riga; i Russi arresteranno finalmente domani questa
colossale invasione dei tre gruppi d’eserciti austrotedeschi. E i Francesi, i
Francesi che dopo la levata leonina della battaglia della Marna, da undici mesi
se ne stanno fermi come a casa loro nelle trincee, quasi che abbiano giurato di
volerci fare i vermi lì, finalmente domani ripiglieranno l’offensiva, romperanno
il fronte tedesco ad Arras obbligheranno il Kaiser a richiamare in gran furia
gli eserciti dei fronte orientale. E gl’Inglesi, coi loro ottocentomila uomini
ammassati presso Calais, irromperanno finalmente domani nel Belgio per
cominciarne la liberazione; e intanto, laggiù a Gallipoli, coi nuovi sbarchi
nella baja di Suvla, col concorso della spedizione italiana, che a quest’ora
sarà senza dubbio salpata da Taranto, forzeranno alla fine i Dardanelli e
prenderanno Costantinopoli.
Ogni sera, tutte queste illusioni. La sera appresso, sissignori, per ognuna, una
mosca. In ogni bollettino degli stati maggiori, per ogni illusione, una mosca.
La ritirata russa continua, e «sciò» una prima volta; i Francesi non si muovono,
e «sciò» una seconda volta; gl’Inglesi non si muovono, e «sciò» una terza; a
Gallipoli il nuovo tentativo di aggiramento è ancora una volta fallito, e «sciò,
sciò, sciò...». Ma lo Zar ha assunto il comando supremo de’ suoi eserciti: eh,
questo fatto qualche cosa vorrà dire! E il generale Joffre è venuto sul fronte
italiano per abboccarsi con Cadorna; anche quest’altro fatto vorrà dire qualche
cosa. Ed è certo che i Turchi non hanno più carbone e sono a corto di
munizioni...
Così le illusioni rinascono per le nuove mosche di domani sera.
Ma intanto Marco Leccio si ritrova solo ogni notte a far impeto per tutti gli
Alleati, nei suoi sogni violenti. Sogna violenze terribili e inaudite ogni
notte: dei Russi che contrattaccano a Grodno e spezzano gli eserciti di
Hindenburg, ammazzando settantamila uomini, facendone prigionieri altri
settantamila con lo stesso Hindenburg a cui un cosacco gigantesco dà più volte
in faccia il suo scudiscio dentato; o degli Inglesi che alla fine si avventano
sull’Yser e spazzano a raffica in un batter d’occhio tutti i Tedeschi dal
Belgio; mentre i Francesi sfondano anch’essi il fronte avversario, e, superato
il Reno, via a Berlino! gl’Italiani, per Malborghetto, via a Vienna! E le due
capitali, rase al suolo!
Ansa, geme, ruglia, arrangola nel sogno, con un braccio proteso a pugno chiuso
su le terga della povera signora Marianna, che a un tratto, sentendosi quasi
respinta dal pacifico letto coniugale, si sveglia spaventata, e udendolo gemere
e ansare a quel modo, grida:
- Marco! Marco! Dio, ti risenti male? La gamba?
- Il corno! - borbotta Marco Leccio, nell’ansito che lo soffoca, balzando a
sedere sul letto. - Stavo a finir la guerra così bene! ...
E ora, a ripigliare il sonno ti voglio!
Dacché Giacomino è partito, l’ansia per i figliuoli sparsi sui tre fronti della
guerra gli è cresciuta e non gli lascia più un momento di requie.
Accende la lampadina elettrica; trae dal cassetto del comodino l’ultima lettera
nella quale Giacomino, sette giorni fa, gli annunziava che la mattina appresso
sarebbe partito per la linea di fuoco; si stropiccia gli occhi, poiché gli occhi
dei vecchi diventa no acquosi la notte e allevano cispe, e si mette a rileggere,
a rileggere, aggrondato, quella lettera.
Come scrive bene Giacomino! Quanta poesia in questa lettera scritta dal campo
alla vigilia della partenza per gli avamposti!
Tutto l’accampamento tace. È notte alta. Sto nella mia tenda seduto sulla
branda, il calamaio sulla coperta, e scrivo sulla gamba sinistra. La fucileria
crepita lontano tra le cannonate. Ho acceso una sigaretta alla candela
appoggiata all’alzo del mio fucile. La candela è ancora abbastanza lunga e io la
farò consumare scrivendoti. Tanto, è l’ultima notte che mi serve. Domattina alle
tre e mezzo noi nuovi arrivati andremo su un’altura che domina tutte le
posizioni; un capitano di stato maggiore ce le indicherà a una a una e ci
spiegherà le azioni che vi si sono svolte, quelle che vi si svolgono, quelle che
vi svolgeremo noi.
Svolgere... un tema, una volta...
Posata sul fucile vicino alla candela è un’elegantissima farfalla bianca, con le
ali spiegate e le antenne ritte. È immobile da tanto tempo.
Sento il lamento dei grossi projettili che ci passano sulla testa per portare la
morte lontano. È uno strano angoscioso sibilo. Chi sa voi che fate ora... Dev’essere
da poco passata la mezzanotte. L’orologetto da polso, che il buon Livo m’ha
regalato, non cammina più da alcuni giorni. L’aria di questi luoghi gli avrà
fatto male.
La sigaretta è finita e ho cambiato posizione: scrivo sul ginocchio destro e
bevo un sorso di caffè.
La farfalletta bianca è sempre lì ferma che si scalda le ali. O forse è morta?
Io non la tocco.
Le posizioni che andremo a occupare sono difficili. Andremo dalla parte del
piano, a far guerra di notte.
Io sono puro e forte e vibro nel silenzio della notte col ritmo calmo del mio
cuore buono, ben provato. Non dormirò, forse. Vedo un mio compagno che nella
tenda accanto si rilegge a una a una tutte le lettere ricevute.
Fra quattro ore sarà chiuso un quadro di questa scena. Arrivederci, miei cari;
dormite. Ho un ’altra sigaretta in bocca. Buona notte, dormite. Nella vigilia di
una marcia verso l’oscuro, io mi sento tranquillo se porto il pensiero fra voi.
La farfallina bianca si è destata; spengo la candela per la sua vita, buona
notte di nuovo, e tutti i miei baci.
In sette giorni l’avrà riletta settanta volte, questa lettera, Marco Leccio.
Ogni volta s’è sentito stringere la gola da un’angoscia cupa e urgere le lagrime
agli occhi, pensando all’anima di questo suo adorato figliuolo, alta come la
notte che gli stava sul capo nello scrivere queste parole, e pura come quella
farfallina bianca posata sul suo fucile.
Da sette giorni, più nessuna nuova! Eppure è certo che in questi sette giorni
Giacomino avrà scritto, perché prima di partire glielo promise, che avrebbe
mandato ogni giorno notizie di sé. Tranne... Ma no! Maledizione! gli torna
sempre in mente, sempre, questo tristo pensiero... Rivede Giacomino come dal
treno lo guardava, lo guardava quasi volesse lasciargli impressi confitti
nell’anima, quegli occhi lucidi e intensi di commozione contenuta: e stringe le
pugna e sbuffa e smania.
- La colpa sarà della Posta... - gli mormora accanto la moglie, che indovina il
perché di quegli sbuffi e di quelle smanie.
Ella prega di nascosto, in silenzio. Non fa altro, da tre mesi Tre rosarii al
giorno, di quindici poste; e un quarto, ora, da che Giacomino è partito. Pare
sia sempre stordita e non capisca ciò che le si dice; ma non è vero: è che
prega, prega, ed è tanto assorta nella preghiera, che spesso non sente cio che
le si dice. Per Giacomino prega, ma più forse per gli altri tre figliuoli che le
sembrano un po’ trascurati dal padre.
- Già, sì... forse... - borbotta Marco Leccio. - È il lamento di tutti, questo
maledetto disservizio postale! Lettere che non arrivano o che mettono sei e
sette giorni ad arrivare; e prima ne arriva una scritta dopo, e il giorno
appresso quella scritta avanti... ed è inutile muovere lagnanze e rimproveri.
Non c’è bestia più dispettosa dell’impiegato postale. Più lo rimproveri e peggio
fa. Lo sappiamo tutti per esperienza innanzi agli sportelli degli uffici
postali. Guai se mostri un po’ di fretta: te lo fanno apposta; cominciano a
gingillarsi col bollo che non prende, con la gomma che non scorre, col
francobollo che non attacca... E bisogna vedere come ti saltano su insolenti
alla minima osservazione.
La mattina appresso se la prende col bravo signor Truppel che viene, per conto
della moglie, a dar notizie del figliuolo e a chiederne dei cognati.
- Bell’orologetto gli hai regalato a Giacomino! Ha scritto che non gli cammina
più.
Il bravo signor Truppel, con gli occhi ridenti di zaffiro, si prova a
dimostrargli che un orologio in guerra, attaccato al polso di un soldato, deve
per forza, indicibilmente soffrire; organismo sensibilissimo e delicatissimo, un
orologino...
- Già, già... - mastica Marco Leccio. - E nel tuo paese, adesso, non se ne
fabbrica più, è vero? Bel paese, va’ là, il tuo! Tutte le fabbriche di orologi
mutate in fabbriche di proiettili... Affarone, la guerra! Anche per gli Stati
Uniti di America, sì! Affaroni, affaroni... Sfido io! con questa guerra che non
si vede! Diecimila colpi per cogliere un uomo... Ce n’è stati, di morti, non si
nega; ma se n’è pure fatto, di fumo, va’ là! E non si parla dei cannoni!
Migliaja di lire per ogni cannonata, che spesso fa ridere i soldati... Un bel
congegno, per tutti i fornitori, questa strategia moderna... L’hanno inventata i
tedeschi, e tanto basta. E intanto la Svizzera sciala. Dovresti metterti anche
tu, con tuo fratello, a fabbricar proiettili. Ma tuo fratello, forse, li
manderebbe di contrabbando all’Austria... Tu no, perché sei un buon figliuolo...
Il signor Truppel lo lascia dire. Legge la lettera di Giacomino, che la signora
Marianna è andata a prendergli dalla stanza da letto:
- Oh, la farfallina bianca... - sorride a un certo punto il signor Truppel.
E quest’esclamazione, all’improvviso, su le labbra sorridenti del buon Livo
Truppel fa un tristo effetto a Marco Leccio, chi sa perché! Pensa per la prima
volta che poteva esser la morte, quella farfallina bianca andata a posarsi di
notte sul fucile del suo Giacomino. Si rabbuia tutto a questo pensiero, e guata
quasi con odio il genero, biondo biondo e tondo tondo, che seguita a leggere
sorridente. «Che truppa e truppa! Anche a cambiargli il nome, quello lì
resterebbe svizzero per tutta l’eternità! Si commovesse un po’ leggendo quella
bella lettera! Niente: eccolo là, sorride ancora per quella farfallina bianca,
che forse gli sembra una bizzarria superflua nella lettera di Giacomino.»
Quasi quasi, Marco Leccio gliela strapperebbe di mano, tanto quel sorriso lo
irrita.
E poiché gli occhi gli cadono su la carta dei Balcani, per dar comunque uno
sfogo a quell’irritazione, si lancia, nel persistente malumore, in una carica a
fondo contro gli Alleati che s’ostinano a sollecitare l’accordo e l’ajuto di
quegli Stati, che egli chiama un pugno di briganti. L’accordo, l’ajuto, senza
capire che quanto più si dà loro importanza, quanto più si dà loro a intendere
che l’esito della guerra quasi quasi debba dipendere da loro, tanto più essi
pigliano ansa e si tirano indietro.
Sopravviene in questo momento come un’ombra, come una larva, che un soffio
d’aria potrebbe portar via, il povero Tiralli ancor convalescente, con un
sopracciglio in su e l’altro in giù.
La signora Marianna, il signor Truppel e Teresita lo accolgono con festa e,
tanto per confortarlo, si congratulano con lui della recuperata salute. Marco
Leccio, interrotto nella sua sfuriata, non dice nulla, lo guarda anzi come un
nemico. Poi borbotta:
- Sei venuto? Resta. Ma potevi anche fare a meno di venire. Non si muove
nessuno, sai? Nessuno. Guarda... guarda qua!
Lo piglia per un braccio e lo conduce davanti alla carta plastica del Trentino.
Il povero Tiralli guarda. S’accostano a guardare anche gli altri. Nessuno
capisce che cosa ci sia di nuovo da vedere
E allora Marco Leccio grida:
- Ma non vedete che ci passeggia la mosca?
XI.
L’estate è finita, quest’anno, a termine di calendario.
Siamo ai primi d’ottobre, e fa freddo, la mattina per tempo e la sera. Gli
alberi dei giardini, gli alberi dei viali, al sole umido, tendono con timore le
foglie, che ormai sui rami ci stanno e non ci stanno. E han finanche fastidio
degli uccellini, e paura anche, se - prendendo un po’ di calore - s’illudano e,
saltando vivaci da un ramo all’altro, diano l’ultimo crollo a quelle povere
foglie secche, che tengono appena.
- Quest’autunno le foglie non cadono per noi - dice con aggrondata gravità Marco
Leccio a Tiralli.
Molto patito ma pettinatissimo, con la grossa fascia di lana girata una volta
sola per ora attorno al collo, Tiralli, per tutta risposta, pompa col naso una
sorsatina.
- Quest’autunno, - ripete Marco Leccio, - le foglie non cadono per noi.
Tiralli, un’altra sorsatina.
- E soffiati il naso, perdio! - gli grida, seccato, Marco Leccio.
Quel rumor di naso raffreddato gli dà il fastidio d’una realtà troppo vicina e
affliggente, lì nel silenzio dello studio, tra le carte stese su le tavole, irte
di bandierine. Un fastidio che impedisce al pensiero d’astrarsi e concentrarsi.
Tiralli sa che è inutile; ma subito, per ubbidire, si soffia il naso. E per la
terza volta Marco Leccio ripete: - Quest’autunno le foglie non cadono per noi...
Se non che, ora che Tiralli non sorsa più, il seguito del discorso non viene.
Marco Leccio, aggrondato, resta a meditare. E Tiralli, silenzio impalato, lo
punta come un cane.
C’è? non c’è? Marco Leccio ha l’impressione che ora non ci sia più. E a un certo
punto scatta:
- Ma di’ ! ma smuoviti! Lo senti almeno quello che ti sto dicendo?
- Eh, - fa Tiralli, - come no? le foglie... quest’autunno, dicevi...
- Non cadono per noi! - sbuffa Marco Leccio, balzando in piedi; ma grida subito:
- Ahi!
E s’afferra una gamba a metà levata, con tutto il volto contratto dallo spasimo.
- Maledetti loro! maledetti! maledetti!
Tiralli, sentendolo imprecar così, trae un gran sospiro di sollievo. S’aspettava
per lui l’imprecazione, a quella fitta improvvisa della sciatica; ora comprende
per chi cadranno le foglie quest’autunno. E tutto contento gli domanda:
- Dicevi per i Tedeschi, eh?
- Mi pare! - sghigna Marco Leccio, risedendo con la gamba ancora tra le mani. -
Ci voleva tanto, è vero? Di farmi gridar così... Se lo Zar, caro mio, che ti
dicevo?
- Lo Zar...
- Sì, va bene; ma che ha fatto lo Zar?
Tiralli resta perplesso, domanda:
- Quello delle Russie?
- No, quello della Luna! - gli grida Marco Leccio. - Qual altro Zar c’è? Vuoi
che parli di quel nasone austriaco della Bulgaria? Che stiamo parlando,
d’operette? Dico Nicola II, lo Zar, che ha fatto?
- Ha assunto il comando supremo dei suoi eserciti...
- Benissimo! E perché?
Tiralli, così interpellato, comincia a entrar nel dubbio, che lo Zar abbia
assunto il comando supremo dei suoi eserciti per fare avere una strapazzata a
lui che, appena convalescente d’una malattia per cui è stato a letto più giorni,
non crede in coscienza di meritarsela. Risponde:
- Mah... Forse perché non è stato più contento delle manovre del generalissimo
Granduca...
- Baje! - grida Marco Leccio. - Il Granduca ha manovrato come un dio! E io ti
dico che se la manovra della ritirata doveva seguitare, il Granduca non sarebbe
stato dispensato dal comando supremo degli eserciti russi.
- E allora? - domanda Tiralli.
- Allora, - risponde Marco Leccio, - io sono una bestia.
Tiralli lo guarda trasecolato. Tutte le illazioni poteva immaginare dalla
premessa delle foglie che quest’autunno non cadono per noi, tranne questa.
- Sì, - riprende Marco Leccio. - Una bestia. Sono stato una bestia tutti i
giorni che tu sei stato ammalato. Quante mosche qua, caro mio! Qua, e dentro
l’anima mia! Bestia, bestia perché non ho capito subito che se lo Zar assumeva
il comando supremo de’ suoi eserciti, questo era segno che - di ritirate -
basta, non se ne doveva più parlare; e segno anche che tutti i tradimenti erano
stati scoperti e sventati; i tradimenti che sono stati finora la...
E qui improvvisamente finisce la CRONACA di Marco Leccio e insieme la
sua guerra sulla carta. Su l’Europa la guerra seguitò a imperversare per circa
altri tre anni; ma gli Alleati commisero tali e tanti errori, uno dopo l’altro,
che Marco Leccio alla fine sdegnato, diede un calcio a tutte quelle carte nel
suo studio, e non volle più saperne.
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