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NOVELLE PER UN ANNO
1938 - "Appendice e Testi estravaganti"
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20. La Messa di quest'anno (1905)
«Il Ventesimo», Genova, 5 marzo
1905.
(vedi anche la novella "Gioventù"
della raccolta «Il viaggio»; vedi anche il saggio «L’umorismo», Parte II, capitolo V)
(da Roma a Cargiore: Il paese di Cargiore, in Piemonte, è presente anche nel
romanzo «Giustino Roncella nato Boggiolo», paese natale di Giustino
Boggiolo, marito della scrittrice Silvia Roncella nativa di Taranto, nel quale
avviene la tragedia finale della morte del bambino dei coniugi Boggiolo-Roncella.)
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Debbo compiangere veramente la mia
povera vecchia zia Velia di Cargiore per un gran cordoglio che le è toccato
quest’anno e di cui si mostra inconsolabile, perché prevede che non le passerà
più e le amareggerà orribilmente il pensiero, prima così dolce, della prossima
morte, se il vescovo... se Monsignore non ci porta rimedio.
Monsignore, sì: perché il cordoglio di zia Velia, condiviso da tutti i fedeli di
Cargiore, è cagionato dal nuovo curato venuto quest’anno .
Un uomo d’altri tempi, per compiangere una sua vecchia zia dall’anima candida,
primitiva, afflitta da un dolore di questo genere, avrebbe trovato certamente
parole semplici, espressioni tenere, qualche ragione alla buona, spontanea, a
lei comprensibile. Ma io, uomo di oggi, a lei come a lei non ho saputo dir
nulla, e ora per compiangerla m’immergo in certe riflessioni... Auff! Che tempo!
Che afa!
Dicono che le grandi macchine moderne hanno nei loro lucidi, possenti,
complicatissimi congegni una loro particolare bellezza. E sarà così. Dal canto
mio, confesso che l’ammirazione per questi bellissimi mostri usciti con sì
strane forme dal cervello dell’uomo è rattenuta in me da una specie d’angoscioso
ribrezzo; e il rispetto che l’uomo m’ispira per queste sue solide magnifiche
invenzioni è commisto a una certa diffidenza, non lieve, ed a profonda
costernazione.
L’anima dell’inventore è là, nella macchina. Altrimenti essa non si moverebbe.
Ci fu un momento, dunque, che l’inventore si sentì dentro, nel cervello, tutta
questa deliziosa complicazione di ruote dentate e di stantuffi e di leve e di
corregge, questo bel mostro d’acciajo, sbuffante, dal complesso movimento
saldamente imprigionato in sé. Non c’è da costernarsi? Da diffidare? |
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Avere, per esempio quella ruota là,
nel cervello, che farebbe chi sa quanti chilometri all’ora, a lasciarla andare,
e non impazzire; aver quello stantuffo là, che dà senza posa quei cupi tonfi
strani, e non sentirsi scoppiare il cuore... Si celia?
La tortura a cui l’uomo sottopose il cervello nell’inventare, nel
concepire quella macchina ora è là, visibile, perpetuata in essa. E non c’è da
soffrire, ammirandola? Forse i miei nervi son malati; ma io provo angoscia e
ribrezzo.
Me ne incute però infinitamente di più un’altra macchinetta invisibile, che
l’uomo da secoli e secoli porta in sé, non inventata propriamente da lui, ma
dalla natura che ci vuol tanto bene. Essa comincia ad agire in noi, quando
abbiamo raggiunto una certa età. Avremmo tutti dovuto, per la salute nostra,
lasciarla irruginire, non muoverla, non toccarla mai; ma sì! certuni si son
mostrati così orgogliosi, stimati Così felici di possederla, che si son mossi a
perfezionarla con ogni cura, con zelo accanito, sicché ora essa è divenuta il
nostro supplizio maggiore. Ma se Aristotile ci scrisse sopra perfino un libro,
un grazioso trattato che si adotta ancora nelle scuole, perché i fanciulli
imparino presto e bene a baloccarcisi...
È una specie di pompa a filtro, che mette in comunicazione il cervello col
cuore; e la chiamano Logica. Il cervello pompa con essa i sentimenti del cuore,
e ne cava idee. Attraverso il filtro, il sentimento lascia quanto ha in sé di
caldo, di torbido; si refrigera, si purifica, si idealizza. Un povero
sentimento, destato da un caso particolare da una contingenza qualsiasi, spesso
dolorosa, pompato e filtrato dal cervello per mezzo di quella macchinetta,
diventa idea astratta, generale, e che ne segue? Ne segue che l’uomo non deve
soltanto soffrire di quel caso particolare, di quella contingenza passeggera; ma
deve anche attossicarsi la vita con l’estratto concentrato, col sublimato
corrosivo della deduzione logica.
E molti disgraziati credono tuttavia di guarire così di tutti i malanni che ci
procura la vita, e pompano e filtrano, pompano e filtrano finché il loro cuore
non resti arido come un pezzo di sughero e il loro cervello non sia come uno
stipetto pieno di quei barattolini che portano su l’etichetta nera un teschio e
due stinchi in croce, con la leggenda: Veleno.
*****
Ho avuto la buona ventura d’imbattermi
in uno di questi tali, durante il viaggio da Roma a Cargiore.
Era un uomo su i sessant’anni, smilzo, altissimo di statura, ma tutto gambe.
Sedeva su la schiena con quelle gambe sperticate, magre a cavalcioni e
attorcigliate l’una sull’altra, la testa piccolissima affondata nel petto cavo.
Gli spiccavano stranamente nel volto squallido, giallognolo, malaticcio, gli
occhi neri, acuti, d’una vivacità straordinaria.
Costui, non avendo più nulla da pompare e da filtrare in sé pompava e filtrava
dal cuore altrui, vorace come un vampiro, con quella sua macchinetta micidiale.
Mi vide afflitto durante il viaggio e suppose ch’io fossi così perché mi toccava
a passare in treno la notte di Natale. Schiuse le labbra a un dolcissimo sorriso
e disse:
- Domani, Natale, eh?... Sciocchezze! Già è provato scientificamente che noi ci
ostiniamo in un grossolano anacronismo. Ho letto nei giornali i calcoli di
quell’astronomo... come si chiama? non ricordo più il nome... sì, i calcoli sul
ritorno periodico della cometa che videro i famosi Magi? Gesù di Nazareth,
insomma, non nacque certamente in questo giorno, né 1904 anni fa. Questo è
positivo. E poi, via! a questi lumi, dopo tanti secoli...
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E seguitò per un pezzo, indugiandosi nella consolantissima dimostrazione che il
giorno di Natale è alla fin fine un giorno come tutti gli altri, né più né meno.
Ebbi l’ingenuità di fargli osservare che la precisione della data importava poco
veramente, non trattandosi di una dissertazione storica, ma di una festa, ormai
più familiare, in fondo, che religiosa. Il venticinque di dicembre non era
dunque un giorno come tutti gli altri, se per tanta gente rappresentava il caro
e mesto ricordo d’una gioia lontana o la promessa d’una gioia ventura.
- Che passerà! - s’affrettò a pompar colui, storcigliando le gambe e
attorcigliandosele di nuovo, inversamente. - Ricordi di gioia? Promesse di
gioia? Ah, signor mio! L’afflizione del ieri e la delusione di domani! Ma
perché? Ma meglio niente!
Eh sì, difatti era felice, lui, con quella faccia là, con quel niente nel cuore
e con tutti quei barattolini di veleno nella cassetta del cranio.
Per fortuna, mi lasciò presto in pace. Ma non mi aspettavo di trovare il lutto a
Cargiore, a causa del nuovo curato, che - a quanto ho potuto arguire - dev’essere
un messer tale da fare il pajo con questo mio compagno di viaggio. Un uomo
terribilmente logico.
Per me, debbo dirlo, è una gran pena ritornare a Cargiore, dove di tutta la mia
famiglia non trovo ormai che la zia Velia. Ci vado per lei, povera vecchina! Ma
ella non basta, ahimè, a riempire il vuoto ch’io sento in quella mia casa
antica. E lei lo sa, poveretta, e ogni anno, per Natale, si fa in quattro per
accogliermi con la massima festa, mi prepara i cibi tradizionali della nostra
famiglia, mi vessa, quasi, di cure, nei tre giorni che passo con lei.
Quest’anno, trattenuto dagli affari, non son potuto partire all’antivigilia per
assistere colla mia cara vecchietta alla messa di mezzanotte e far quindi il
cenone con lei e la famiglia Prever, da tanti anni amica di casa nostra.
Sono arrivato la mattina del venticinque, e ho trovato la povera zia Velia in
lagrime e desolata.
Credetti dapprima che fossi io la cagione di quelle lagrime e volli scusarmi del
ritardo con cui arrivavo; ma zia Velia m’interruppe subito, angosciata:
- No, sai? No! Anzi hai fatto bene a non venire... È finita la festa! Non se ne
fa più... È finito tutto! Come se Nostro Signore non fosse nato tant’anni come
oggi... Nessuno deve far festa... Di là, dice, di là! Niente capponi, niente pan
giallo... niente di niente... Non t’ho preparato nulla, sai? figliuolo mio.
Dopo, dice... alla nostra morte... di là!
- Chi lo dice? - esclamai io, stordito e costernato, temendo che la mia povera
vecchina fosse già andata un po’ via col cervello.
- Lui, don Grotti.. - mi rispose, tra due singulti.
- Il nuovo curato?
- Sì. Ah, Signore Iddio!
E scoppiò in un più dirotto pianto, affondando il volto nel fazzoletto.
Quando si fu sfogata così alquanto, prese a narrarmi le belle prodezze di questo
don Grotti, niente capponi, niente pan giallo... niente di niente.
Appena giunto a Cargiore, sei mesi or sono, don Venanzio Grotti, savoiardo,
cominciò a spogliar la cura di tutte le «delicatezze» che le fedeli parrocchiane
avevano offerto in dono al vecchio curato defunto - sant’anima. Via tende, via
cortine trapunte, via dal letto parato a padiglione, via tappetini di lana, via
candelabri, via tutto!
È rimasto, dice zia Velia, con un letticciuolo, un tavolino, una cassapanca e
tre seggiole impagliate. E fece seccare e poi strappare tutte le piante del
giardinetto della cura, allevate e custodite con tanto amore dal vecchio don
Anselmo Lais. E quindi, non contento ancora, si mise a spogliar la chiesa.
E il denaro?
- In limosine...
Sì, ma spogliar la Madonna degli ori antichi, preziosi, toglier le candele a gli
altari, le frange ai paramenti sacri, il merletto ai mensali, le brusche d’oro
alle pianete e ai manipoli... Una stalla, una stalla: ha ridotto la chiesa una
stalla!
- Perché in una stalla nacque nostro Signore Gesù Cristo, hai capito? E in una
stalla davvero l’ha fatto nascere, iersera! S’è messa la pianeta più brutta;
pareva uno straccione innanzi a quel povero altare senza luminaria, con quella
tonaca inverdita che gli lascia scoperti, con licenza parlando, i fusoli delle
gambe e con quelle scarpacce da contadini su la predella nuda, senza uno
straccio di tappeto... Oh santo nome di Dio! E non è una profanazione codesta?
Trattar così il Bambino Gesù? il nostro Redentore? E se sentissi, che prediche!
Dice che Lui, Gesù vuole così; che volle nascere Lui, apposta, in una stalla...
E magari sarà vero! Ma dobbiamo per questo farlo nascere anche noi in una
stalla? Ti par giusto, Martino mio, ti par giusto? E ci ha proibito di fare il
cenone, «di far carnevale», come lui dice; ci ha ingiunto di far penitenza anche
oggi, perché siamo tutti ridivenuti pagani. Penitenza! penitenza! Questa, dice,
sarà la più bella festa per Gesù Bambino! - E tu hai obbedito? - le domandai,
indignato.
- Per forza! - esclamò zia Velia, giungendo le mani. - Se è il nostro pastore!
Mi nacque una vivissima curiosità di conoscere questo terribile prete, che
cruciava così crudelmente i suoi fedeli.
Ma, per quanto, ivi a poco, girassi dall’uno all’altro ceppo di case tra i prati
e le acque scorrenti del mio villaggetto lassù tra le prealpi, non mi venne
fatto d’incontrarlo. Mi parve però di veder l’anima sua in tutto quello
squallore, in tutta quella desolazione invernale. Tra i borri e per le zane mi
parve che l’acqua si lagnasse di lui. E non un suono di festa in tutte quelle
misere case!
La cupa logica del prete aveva fatto il silenzio, aveva assiderato il villaggio.
Ah, chi sa quante povere vecchie, intanto, in quelle case, piangevano come zia
Velia e pensavano che la casa del Signore, almeno quella, se la loro è così
squallida e nuda, la casa del Signore dev’essere bella e ricca e luminosa; che
la Madonna, almeno lei, se gli abiti loro son così logori e rozzi, la Madonna
deve avere un magnifico manto di seta sopraffina a stelle d’oro e ai polsi e al
collo e agli orecchi gemme preziose; che se di ferro sono i loro dolori, di
ferro gli attrezzi delle loro aspre fatiche, d’argento schietto dev’essere
almeno lo spadino che passa il cuore dell’Addolorata, d’argento la corona di
spine, d’argento i chiodi del divino Crocifisso; pensavano che se anche la fede
doveva così cruciarle e opprimerle, se anche in essa non dovevano più trovar
conforto, una parola di pace e d’amore, la loro esistenza, già per sé così
triste e così amara, sarebbe divenuta davvero insopportabile.
Ma io son sicuro che il vescovo ci porterà rimedio e presto. Coraggio, zia
Velia! Coraggio, mio villaggetto natale! Questo prete don Grotti è troppo logico
e non può aver fortuna, segue troppo alla lettera l’insegnamento di Cristo.
Pompa e filtra troppo. Niente capponi, niente pan giallo... niente di niente. Ma
non intende che se Cristo fu logico, quando, per togliere a Dio la
responsabilità del male, spostò la finalità suprema dalla terra al cielo, più
logico di Cristo fu poi il Cattolicesimo, il quale si avvide bene che gli uomini
non potevano per un premio non ben sicuro di là, oltre la vita, durare a lungo
nell’amara e dura rassegnazione e nel disprezzo dei beni di quaggiù e volle la
pompa, volle le feste... e tant’altre cose volle e permise.
Via, non vorrà essere Monsignore buon cattolico?
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