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NOVELLE PER UN ANNO
1938 - "Appendice e Testi estravaganti"
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16. La scelta (1898)
«Ariel», 10 aprile 1898.
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Tanto magro, quanto lungo; e più
lungo, Dio mio, sarebbe stato, se il busto tutt’a un tratto, quasi stanco di
tallir gracile in su, non gli si fosse sotto la nuca curvato in una buona
gobbetta, da cui il collo pareva uscisse, penosamente inarcato, come quel d’un
pollo, ma con un grosso nottolino protuberante, che gli andava su e giù ogni
qual volta deglutiva.
Me lo vedo ancora innanzi vestito squallidamente di grigio, con un vecchio
cappello stinto e tutto sbertucciato, in cui la testa secchissima sarebbe
sprofondata intera intera, se non fosse stato per le orecchie che reggevano le
tese: vi sprofondava tutta la fronte però, con le sopracciglia; così che la
piccola faccia ossuta, angolosa pareva cominciasse da quel nasetto a becco e
sfrogiato, da uccel ciuffagno, che rendeva così caratteristica la sua fisonomia.
Si sforzava di tener continuamente tra i denti le labbra, come per mordere,
castigare e nascondere un risolino tagliente, che gli era proprio; ma lo sforzo
in parte era vano, perché questo risolino non potendo per le labbra così
imprigionate, gli scappava per gli occhi, più arguto e beffardo che mai.
Era il mio ajo e si chiamava Pinzone.
Il dì dei morti è di festa pei fanciulli di Sicilia. La Befana (forse perché
nelle case delle città e dei borghi dell’isola non c’è camini, per la cui gola
ella possa introdursi) non fa regali laggiù. Li fanno invece i morti alla
vigilia della loro festa, su la mezzanotte: i parenti o gli amici defunti recano
in memoria di loro qualche monetina e dolci e giocattoli, soltanto però ai
bambini savii. Più savie, a parer mio, dovrebbero esser le madri a non accender
così, paurosamente, la fantasia dei figliuoli. Mia madre mi mandava senz’altro
con l’ajo Pinzone alla fiera dei giocattoli. |
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Ricordo che pena febbrile, vibrante di mille desiderii mi costava la scelta in
quella fiera.
Stordito dai clamori confusi, sguajati dei tanti bercioni mi voltavo di qua e di
là perplesso e di ciascuno ascoltavo un tratto l’elogio della propria merce,
mentre altre mani m’invitavano con vivacissimi gesti dalle baracche vicine e
altre voci mi gridavano di non prestar fede a quel che l’uno mi decantava; così
che avrei dovuto inferire che in nessuna parte avrei trovato il mio bene, che
viceversa poi si trovava in ciascuna baracca.
Il vecchio Pinzone mi trascinava per un braccio, sottraendomi a forza a gli
allettamenti di questo o di quel venditore:
- Non dargli retta, vieni via! Ti vuole imbrogliare... Fa’ prima il giro della
fiera; quando avrai tutto veduto, sceglierai...
Nell’accanimento della concorrenza i venditori, nel vedermi allontanare così
tirato per un braccio, scagliavano ingiurie e imprecazioni contro il povero
Pinzone. Egli però sogghignava, tentennando la testa sotto la furia delle male
parole e rispondeva soltanto a me, ripetendomi:
- Non dar retta: ti vogliono imbrogliare...
Alcuni erano più aggressivi; saltavano dal banco con un giocattolo in mano e ci
attorniavano e c’impedivano il passo, l’uno offrendomi una trombetta, per
esempio, l’altro una vaporiera di latta a cui s’agganciavano due o tre
vagoncini; un terzo, un tamburello; e tutti e tre strillavano a Pinzone:
- Vecchiaccio imbecille, lasciate comprare al ragazzo quel che desidera. Deve
forse scegliere a vostro gusto: Non vedete che vuole la trombetta:
- Ma che trombetta! Vuol la ferrovia! Guarda: cammina sola...
- Che trombetta e che ferrovia! Vuole il tamburo: brabrà, brabrà... Le bacchette
col fiocco... Tieni, prendi, bello mio! Non dar retta a codesto vecchiaccio...
Io guardavo negli occhi Pinzone.
- Lo vuoi? - mi domandava questi allora.
E io, senza staccar gli occhi, rispondevo il no ch’era negli occhi suoi e nel
tono della sua domanda.
Così facevamo il giro della fiera; poi, come quasi ogni anno, finivo per
ritornare innanzi alla baracca dove si vendevano le marionette, ch’eran la mia
passione. Ahimè, ma anche lì tra i paladini di Francia e i cavalieri Mori,
lucenti nelle loro armature di rame e d’ottone, esposti in lunghe file su
cordini di ferro, ero costretto a scegliere, mentre avrei voluto portarmeli via
tutti. Quale fra tanti?
- Prenda Orlando, signorino! - mi consigliava il venditore. - Il più forte
campione di Francia: glielo do per dieci lire e cinquanta...
Subito Pinzone, messo in guardia dalla mamma, gli saltava addosso, esplodeva:
- Bum! Dieci lire e cinquanta? Ma se non vale tre bajocchi... Figlio mio,
guarda: ha gli occhi storti! E poi, sì! Campione di Francia... era un pazzo
furioso...
- Prenda allora Rinaldo da Montalbano... - Peggio... Ladro! - esclamava Pinzone.
E Astolfo era millantatore, e Gano traditore... breve, su ogni marionetta che
quegli mi presentava Pinzone trovava da ridir qualcosa, finché il venditore
seccato non gli gridava:
- Ma insomma, signor mio! è certo che ci vuole il tristo e il buono, il paladino
fedele e Gano il traditore, se no la rappresentazione non si può fare...
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Son passati tant’anni; Pinzone è morto. Io non ho ancora, per dir vero, alcun
pelo bianco, che mi dia cagione d’affliggermi di quel che prima così
ardentemente desideravo: un pajo di baffi e una bella barba; ma confesso che da
un po’ di tempo a questa parte guardo con più pungente invidia un quadretto, nel
quale sono effigiato coi calzoncini di velluto a mezza gamba e una fida
marionetta in mano, - tanto carino, lasciatemelo dire! E incolpo Pinzone di
questo sentimento d’invidia che provo innanzi al mio ritratto da fanciullo.
Perché dovete sapere ch’io vado ancora alla fiera. Non è più quella dei
giocattoli (quantunque pur ve ne siano parecchi, né manchino le marionette): è
una fiera molto più grande; e ci vado per scegliervi gli eroi e le eroine de’
miei romanzi e delle mie novelle. Ora l’invidia mia segue da questo: che mentre
io, fanciullo, finivo a un certo punto col non prestar più ascolto alle
taglienti osservazioni del grigio mio ajo e col cedere tutto infiammato alle
lusinghe del venditore della baracca dei burattini; oggi sento che Pinzone, non
solo vive ancora dentro di me, ma su me esercita un potere veramente tirannico,
e mi guasta e mi spenge ogni gioja. Né, per quanto faccia, posso più levarmelo
dattorno.
«Vedi, figlio mio», mi va ripetendo egli continuamente all’orecchio, «vedi che
malinconia di fiera? Né credere a coloro che te la dipingono tutta d’oro: d’oro
il cielo, d’oro gli alberi, d’oro il mare... Oro falso, figlio mio! Cartapesta
indorata! E vedi che razza di eroi t’offre oggi la vita? Trionfano solo i ladri,
gl’ipocriti, i birbaccioni! Scegli un eroe onesto? Sceglierai per necessità un
impotente, un vinto, un meschino; e la tua rappresentazione sarà fastidiosa e
affliggente. Praticando con te a tua insaputa, mi son venuto man mano istruendo
un po’. Or io ti domando: Credi tu che per i posteri possa valer la scusa che
l’arte tua ha rispecchiato la vita del tuo tempo? Siamo giusti: che valore
avrebbe innanzi alla nostra estimativa estetica questa medesima scusa se, a mo’
di esempio, ce la presentasse tutto gonfio e borioso uno scrittor del Seicento?
Noi gli risponderemmo: “Tanto peggio per te, caro mio!”.
«In certi momenti, o figliuolo, la vita si fa così perfida, che gli scrittori
non possono farci nulla; e quanto più son fedeli nel ritrarla, tanto più l’opera
loro è condannata a perire. Che virtù di resistenza vuoi che abbiano contro il
tempo le creature dell’arte nate dai pensieri nostri dissociati, dalle azioni
nostre impulsive e quasi senza legge, dai sentimenti nostri disgregati e nella
discordia dei più opposti consigli; questi miseri, inani, affliggenti fantocci
che può offrirti soltanto la fiera odierna?»
Queste e altre cose sconsolantissime mi va ripetendo di continuo Pinzone. Io mi
guardo intorno, e non so rispondergli nulla. Ah, chi saprebbe, chi saprebbe
crearmi, per tappargli la bocca, un eroe, non qual’è, ma quale dovrebbe essere?
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