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Entrò la serva a domandar se era tempo d’andare pei bambini mandati quella
mattina dai nonni paterni. Non doveva ritornare quel giorno il padrone? Le
vetture erano già partite per la stazione.
Lillina, indecisa, rispose alla serva che attendesse ancora un poco, e che
intanto finisse d’apparecchiare di là. Rimasti novamente soli, si guardarono
smarriti; e lui ripeté:
- Sarà qui tra poco...
Ella gli strinse forte il braccio, rabbiosamente:
- Ma dimmi qualche cosa! Non hai saputo accertarti di nulla? È mai possibile che
lui, così violento, col sospetto nell’anima, abbia saputo fingere in tal modo
con te?
- Eppure... - fece egli battendo le mani. - Che la mia diffidenza m’abbia reso
insensato fino a tal segno? Più volte, vedi, attraverso le sue parole m’è parso
di legger qualcosa... Un momento dopo mi dicevo rinfrancandomi: «No, è la
paura!».
- Paura, tu?
- Io, sì! Perché egli ha ragione... - dichiarò, nella sua grossezza, il Serra
con la spontaneità del più naturale convincimento. - L’ho studiato, spiato tutti
i momenti: come mi guardava, come mi parlava... Sai ch’egli non è solito di
parlar molto... eppure, in questi tre giorni, avessi inteso! Spesso però si
chiudeva a lungo in un silenzio inquieto; ma ne usciva, ogni volta, ripigliando
il discorso sul suo affare. «Era preoccupato di questo?», allora mi domandavo,
«o di ben altro? Forse ora mi parla per dissimularmi il sospetto...» Una volta
mi parve finanche che non avesse voluto stringermi la mano... Bada, s’accorse
che gliela porgevo: si finse distratto; era un po’ strano veramente - fu il
domani della nostra partenza. Fatti due passi, mi richiamò. «S’è pentito!» notai
subito. E infatti disse: «Oh, scusa... dimenticavo di salutarti! Fa lo
stesso...». Mi parlò altre volte di te, della casa; ma senz’alcuna intenzione
apparente... Mi pareva tuttavia che evitasse di guardarmi in faccia... Spesso
ripeteva tre, quattro volte la stessa frase, senza senso comune... come se
pensasse ad altro... E mentre parlava di cose aliene, a un tratto, trovava modo
d’entrar bruscamente a riparlarmi di te o dei bambini, figgendomi gli occhi
negli occhi, e mi faceva qualche interrogazione... Ad arte? chi sa! sperava di
sorprendermi? Rideva; ma con una gaiezza brutta nello sguardo...
- E tu? - domandò ella pendendo dalle labbra di lui.
- Io? sempre sull’attenti... Lillina Fabris scosse il capo con sdegno iroso: -
Si sarà accorto della tua diffidenza... - Se sospettava di già! - fece egli,
scrollando le grosse spalle.
- Si sarà confermato nel sospetto! - rimbeccò lei. - Poi, null’altro?
- Sì... la prima notte, all’albergo... - riprese avvilito il Serra. - Ha voluto
prendere una stanza in comune, con due letti. Eravamo coricati da un pezzo...
s’accorse che non dormivo, cioè... s’accorse, no: eravamo al buio! - lo suppose.
E bada... figurati! io non mi movevo - lì di notte... nella stessa camera con
lui, e col sospetto ch’egli sapesse... - figurati! tenevo gli occhi sbarrati nel
buio, in attesa... chi sa! per difendermi, se mai... A un menomo atto, sarei
balzato dal letto... E allora... Ma, capisci? vita per vita, meglio la sua che
la mia... A un tratto, nel silenzio, sento proferire queste precise parole: «Tu
non dormi».
- E tu?
- Nulla. Non risposi. Finsi di dormire. Poco dopo egli ripeté: «Tu non dormi».
Io allora lo chiamai. «Hai parlato?» gli domandai. E lui: «Sì, volevo sapere se
dormissi». Ma non è vero, non interrogava sai, dicendo: «Tu non dormi»,
proferiva la frase con la certezza ch’io non dormivo, ch’io non potevo
dormire... capisci? O almeno, m’è parso così...
- Null’altro? - ridomandò ella.
- Null’altro... Non ho chiuso occhio due notti.
- Poi, con te, sempre lo stesso?
- Sì, lo stesso...
Ella stette un po’ a pensare, con gli occhi appuntati nel vuoto; poi disse
lentamente come a se stessa:
- Tutte queste finzioni... lui!... Se ci avesse visti...
- Eppure s’è voltato, scendendo... - obbiettò il Serra
Ella lo guardò negli occhi un tratto, come se non avesse inteso.
Sì, ma non si sarà accorto di nulla! Possibile? Nel dubbio... - fece egli.
- Anche nel dubbio! Non lo conosci... Dominarsi così lui, da non lasciare
trapelar nulla... Che sai tu? - Nulla! Ammetti pure, che ci abbia visti, mentre
tu passavi e ti chinavi verso me... Se fosse nato in lui il menomo sospetto...
che mi avessi baciata... ma sarebbe risalito... oh, sì!, pensa, pensa come
saremmo rimasti!... No, senti, no: non è possibile! Hai avuto paura,
nient’altro! Paura, tu, Antonio!... No, no, egli non ha potuto pensar male...
Non ha ragione di sospettar di noi: mi hai trattata sempre familiarmente innanzi
a lui...
Rallegrato internamente dall’improvvisa fiducia concepita dall’amante, il Serra
volle tuttavia insistere nel dubbio angoscioso per il piacere d’essere
maggiormente rassicurato da lei:
- Sì; ma il sospetto può nascere da un momento all’altro. Allora, capisci?,
mille altri fatti avvertiti appena, tenuti in nessun conto, si colorano
improvvisamente; ogni accenno indeterminato diventa una prova; poi il dubbio,
certezza: ecco il mio timore.. .
- Bisogna esser cauti... - rispose ella.
Deluso, il Serra provò un senso d’irritazione contro l’amante:
- Ora? Te l’ho sempre detto!
Ella lo guardò sdegnosa:
- Mi rinfacci adesso?
- Non rinfaccio nulla! - rispose egli vieppiù irritato. - Ma puoi negare che
tante volte t’ho detto: Bada! E tu...
- Sì... Sì... - confermò ella, come nauseata.
- Non so che gusto ci sia - continuò egli - a lasciarsi scoprire così... per
nulla... per una imprudenza da nulla... come tre sere fa... Sei stata tu...
- Sempre io, sì...
- Se non era per te!
- Sì, - fece ella alzandosi con un ghigno di scherno - la paura!
Sferzato, il Serra irruppe:
- Ma ti pare che ci sia da stare allegri, tu e io? tu, specialmente!
Si rimise a passeggiar per la stanza, fermandosi di tratto in tratto e parlando
quasi tra sé:
- La paura... Credi che non pensi anche a te? La paura... Ci fidavamo troppo,
ecco! Sì, e adesso tutte le nostre imprudenze, tutte le nostre pazzie mi saltano
agli occhi, vedi, e mi domando, com’ha fatto a non sospettar di nulla finora...
Colpita dall’accusa dell’amante, ella si portò le mani al volto e confermò:
- È vero... è vero... lo abbiamo troppo ingannato...
Stettero un lungo tratto in silenzio; poi riaprendo il volto, ella riprese:
- Mi rimproveri adesso? È naturale! Sì, ho ingannato un uomo che si fidava di
me, più che di se stesso. Sì, e la colpa è mia, infatti.
- Non ho voluto dir questo - diss’egli sordamente, continuando a passeggiare.
- Ma sì, ma sì... - riprese ella con febbre, andandogli incontro. - Lo so, e
guarda, puoi anche aggiungere che con lui ero fuggita da casa mia, sì, e che lo
spinsi io, quasi, a fuggire - io, perché lo amavo, sì - e poi l’ho tradito con
te! È giusto che ora tu mi condanni, giustissimo! Ma io, senti, io ero fuggita
con lui perché lo amavo, non per trovare qui tutta questa quiete, tutta questa
agiatezza in una nuova casa: avevo la mia; non sarei andata via con lui... Ma
egli si sa, doveva scusarsi innanzi agli altri della leggerezza a cui s’era
lasciato andare, egli uomo serio, posato... Eh già! la follia era commessa:
rimediarvi, adesso! riparare, e subito! Come? Col darsi tutto al lavoro, col
rifarmi una casa ricca, piena d’ozio... Così, ha lavorato come un facchino; non
ha pensato che a lavorare, sempre; senza desiderare mai altro da me che la lode
per la sua operosità, per la sua onestà... e la mia gratitudine, anche! Già,
perché sarei potuta capitar peggio!... Era un uomo onesto, lui; mi avrebbe
rifatta ricca, lui, come prima, più di prima... A me, questo, a me che ogni sera
lo aspettavo impaziente, felice del suo ritorno... Tornava a casa stanco,
affranto, contento della sua giornata di lavoro, preoccupato già delle fatiche
del domani... Ebbene, alla fine, mi sono stancata anch’io di dover quasi
trascinar quest’uomo ad amarmi per forza, a rispondere per forza al mio amore.
La stima, la fiducia, l’amicizia del marito pajono insulti alla natura in certi
momenti... E tu te ne sei approfittato, tu che ora mi rinfacci l’amore e il
tradimento, ora che il pericolo è venuto, e hai paura, lo vedo: hai paura! Ma tu
che perdi? Mentre io...
- Consigli a me la calma! - disse freddamente il Serra. - Ma se ho paura... è
pure per te... pe’ tuoi figli...
- I miei figli, tu, non nominarli! - gli gridò ella ferita, con gli occhi
lampeggianti d’odio. - Innocenti! - soggiunse poi, rompendo in lacrime.
Il Serra la guardò un pezzo, poi più urtato che turbato, disse:
- Adesso piangi... Me ne vado...
- Ora? ora? - singhiozzò ella. - Si sa, ora non hai più nulla da far qui...
- Sei ingiusta! - riprese egli pigiando su le parole. - T’ho amata, come tu mi
hai amato, lo sai! T’ho consigliato prudenza: ho fatto male? Più per te, che per
me: sì, perché io, nel caso, non perderei nulla - lo hai detto tu... Su, su, Lillina... rimettiti... È inutile adesso ogni recriminazione... Egli non saprà
nulla; tu lo credi, e sarà così... Anche a me ora par difficile ch’egli si sia
potuto dominare fino a tal segno... Non si sarà accorto... e così... su, su...
nulla è finito... Noi saremo...
- Ah, no! - lo interruppe ella alteramente. - No! come vuoi, ormai? No, è meglio
finirla...
- Come credi... - fece il Serra semplicemente.
- Ecco il tuo amore! - esclamò ella indignata.
Il Serra le venne incontro quasi minaccioso: - Ma vuoi farmi impazzire?
- No, è meglio veramente finirla... - riprese ella - e fin da ora; qualunque
cosa sia per accadere. Tra noi tutto è finito. Senti, e sarebbe anche meglio,
ch’egli sapesse ogni cosa... Meglio, meglio, sì! Che vita è la mia? Te la
immagini? Non ho più diritto d’amar nessuno io! Neanche i figli miei... Se mi
chino per dar loro un bacio, mi par che l’ombra della mia colpa si projetti su
le loro fronti immacolate! No... no... Mi torrebbe di mezzo? Lo farei io, se non
lo fa lui!
- Adesso non ragioni più... - disse egli placido e duro.
- Davvero! - continuò Lillina. - L’ho sempre detto! È troppo... è troppo... Non
mi resta più nulla, ormai...
Poi, facendo forza a se stessa per rimettersi, soggiunse:
- Va’, va’ adesso... ch’egli non ti trovi qui...
- Come... debbo andare? - fece il Serra perplesso. - Lasciarti? Ero venuto a
posta... Non è meglio che io...
- No, - lo interruppe ella - qui non deve trovarti. Torna però, quand’egli
verrà, da qui a poco. La maschera dobbiamo portarla ancora insieme. Torna
presto, e calmo, indifferente... non così! Parlami innanzi a lui, rivolgiti
spesso a me... intendi? Io ti seconderò...
- Sì... sì...
- presto. Ma... se mai...
- Se mai?
Ella stette soprappensiero un tratto; poi, scrollando le spalle:
- Nulla, tanto...
- Che cosa? - domandò il Serra confuso.
- Nulla... nulla... Ti dico: addio!
- Ma dunque, davvero... - si provò egli a dire.
- Va’ via! - lo interruppe subito ella sprezzante.
E il Serra andò via promettendo:
- A tra poco.
Ella restò in mezzo alla stanza, con gli occhi appuntati biecamente, come in un
pensiero truce, che assumesse forma d’immagine reale innanzi a lei. Poi scosse
il capo ed esalò l’interna ambascia in un sospiro di stanchezza desolata. Si
stropicciò forte la fronte, ma non riuscì a scacciare il pensiero dominante.
Andò un po’, inquieta, per la stanza; si fermò innanzi a uno specchio a bilico
in fondo, presso l’uscio; la propria immagine riflessa dallo specchio la
distrasse, e si allontanò. Andò a sedere innanzi al tavolinetto da lavoro, e vi
si piegò sopra, col volto nascosto tra le braccia; poco dopo rialzò il capo
mormorando:
- Non avrebbe risalito la scala? con una scusa... Mi avrebbe trovata lì...
dietro la finestra a guardare...
Scosse di nuovo la testa, atteggiando il volto a sprezzo e nausea, e aggiunse:
- Se non fu la paura... Ha tanta paura! Ah, ma ora è finita... È finita... Dio,
ti ringrazio! I miei bambini.. i miei bambini... Povero Andrea!
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