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Adele rimase un po’ sconcertata dal tono serio della stringente risposta. Si
provò tuttavia a sfuggire ancora, per preparar meglio l’assalto.
- Non volete credere, dunque, che voglio farvi la corte?
- Sì? Badi, signora Adele, la prendo in parola! E comincio col chiederle...
- Eterno amore?
- No! Dio ne scampi! Sarebbe un’offesa alla natura...
- E allora, scusate, perché... Entro in confidenza, vedete? Tanto, siamo in
flirtation, n’est ce pas?... Ma non crediate che sia gelosa anch’io. Dicevo,
perché... Non so dirvelo... Ecco: perché mostrate così duro e ostinato
risentimento, per non dir peggio, contro una persona di nostra conoscenza, se
considerate davvero come offesa alla natura l’eternità di un amore?
- Non capisco...
- Eh via! Anche duro di mente? Non mi costringete a farne il nome. Sapete bene
che è la più intima delle mie amiche, posso dire una sorella per me...
- Ah, sì? Ancora? - fece il Rossani, affettando con evidente malizia ingenua
sorpresa.
- Come, ancora? - domandò stizzita Adele. - Ah, noi donne, fra noi, mio caro,
non siamo poi mica incostanti, come forse.. .
- Non credo! Non credo! - insorse Tito, vivacissimamente. - Non continui... non
credo! Del resto, se è così, me ne duole per lei. Io, per me, non sono solito,
le assicuro, di covar rancore contro alcuno; tanto meno poi...
- No, via, Rossani, siate sincero! - interruppe a sua volta la Montagnani. -
Vedete, io vi parlo col cuore in mano; voi invece, con in mano un’arma per
difendervi da me. Siate sincero! E perché dunque...
- Che cosa? Mi permetto di farle notare, ch’io mi stimo fortunatissimo, cara
amica, d’essermi sciolto d’una catena che da parecchio tempo Dio sa quanto mi
pesava. Rancore, dunque, perché? Tutt’al più, se mai, contro me stesso, se fosse
possibile... Sono stato inverosimilmente sciocco... Vuol ridere? Sa perché ho
trascinato così a lungo la catena? Perché ho avuto paura per la salute e
anche... sì, e anche per la vita della sua intima amica! Pare impossibile, è
vero? Ma sappia per mia scusa... già lo sa: quella signora mi affliggeva senza
tregua con scene di gelosia addirittura feroci, inverosimili...
- Ne aveva ragione, mi sembra!
- Ah, non me ne pento davvero!
- Ecco, ecco come siete voi uomini! - scattò su, vittoriosa, Adele Montagnani. -
Ah, mio divino Bourget! Aspettate, Rossani, aspettate!
Balzò in piedi, si recò nell’attiguo studiolo, agitando i gomiti come se volesse
volare; tolse da un elegante scaffalino inglese la Physiologie de l’Amour
moderne, e rientrò di corsa nel salotto, sfogliando in fretta il libro.
- Dov’è? dov’è? dov’è? Ah, eccolo! È segnato. Par amour propre simple. Ecco,
leggete; basta il solo aforisma: questo in corsivo.
Tito Rossani s’era alzato per guardarsi e sorridersi allo specchio tentatore su
la mensola; tolse in mano il libro e lesse soltanto con gli occhi; poi scosse
leggermente il capo, e disse adagio:
- Non è il caso mio.
- Come no? Ce que certains hommes pardonnent le moins à une femme, c’est qu’elle
se console d’avoir étée trahie par eux.
- Non è il caso mio, - ripeté, sedendo di nuovo, il Rossani. - Se veramente c’è
qualcuno, a cui io non possa perdonare, eccolo: son io, signora Adele. E se la
sua intima amica s’è così presto consolata de’ miei tradimenti, tanto meglio o
tanto peggio per lei. Ah, dunque sa anche lei che la sua amica s’è consolata? In
tal caso più che mai debbo ammirare il suo spirito veramente raro.
- Suo, di chi?
- Dico il suo, signora Adele.
- Grazie, ma non comprendo. Io dico, scusate, e perché non volete allora
restituire le lettere che ella vi ha scritte?
- Ah! - esclamò il Rossani. - Sa anche lei di queste lettere? Perbacco! bisogna
proprio convenire che la sua intima amica è andata sbandendo da per tutto il
regalo fattomi di questa dozzina di profumati, elegantissimi cartoncini! Che
voglia farne un’edizioncina preziosa, fuori commercio, per il pubblico galante:
Breve saggio di corrispondenza amorosa d’una signora della buona società? In
questo caso me ne farei editore io, a costo di defraudare la collezioncina
privata dei manoscritti, che vo raccogliendo per passatempo della mia vecchiaja.
- Ah Rossani! siete un mostro! Parlar così... Chi altri ha potuto farvi cenno
delle lettere di Giulia?
- Lei non l’indovina certo, signora Adele - disse il Rossani componendo il volto
a serietà e impallidendo, ma pur con le labbra tremanti d’un risolino nervoso. -
Lei non può sospettarlo. Altrimenti, non mi avrebbe tenuto questo discorso. Ha
indovinato?
Adele si cangiò in volto e corrugò le ciglia, come se la vista le si fosse d’un
tratto intorbidata. Bisbigliò un nome:
- Tullio Vidoni?
Il Rossani chinò il capo in risposta, mostrando negli occhi quasi il sogghigno
delle labbra non mosse.
Egli solo, il Vidoni, infatti, poteva essere a conoscenza di quelle lettere: il
Vidoni, a cui Adele ne aveva parlato senza neanche raccomandargliene il segreto,
tanto in lui allora si affidava e rimetteva tutta quanta... Ah, intendeva ora
perché a Giulia era riuscito così facile ottener da colui la restituzione delle
sue lettere! Egli dunque si era affrettato a rimettere alla nuova amante le
lettere dell’antica: e chi sa, chi sa quanto avevano riso insieme di quelle sue
espressioni d’amore e di dolore!
Adele si torse in grembo le mani, fin quasi a spezzarsi le dita; sorridendo
tuttavia, pallidissima, coi denti stretti, al Rossani.
- Una scena comicissima, - riprese questi, un po’ esitante. - Se vuole, gliela
racconto in due parole...
- Sì, sì, ditemi, ditemi, - s’affrettò a istigarlo Adele dimostrando, con la
voce e con l’ansia, l’interna agitazione e il fremito d’odio e di sdegno.
- Ieri, sul pomeriggio, ero per il Corso, col Vidoni... Non sospettavo ch’egli
fosse già mio... diciamo così, successore. Tutti e due vediamo, ma facciamo le
viste di non accorgerci della signora in discorso, la quale passava in vettura,
innanzi a noi. Notai, è vero, un certo impaccio nel mio amico e come un
improvviso impallidire; ma non sospettavo, ripeto, di doverlo compiangere,
sapendo come egli fosse a cognizione non solo della mia breve favola d’amore già
compita, ma di ben altre favole (chiamiamole così) della signora, in Milano,
prima che il marito di lei venisse a Roma, senatore, poveretto... Basta. «Ah, è
tornata!» feci io, quasi tra me, sperando, dico la verità, che il Vidoni me ne
desse qualche notizia. Sapevo che tornava anche lui da Milano, dove certamente
aveva dovuto vederla.
- Avanti, avanti... Dunque? - interruppe Adele, a cui la manierata lungaggine
del Rossani riusciva ormai insoffribile.
- Ah, lei forse, scusi, aveva notato prima di me qualche accenno di passione in
questo signore per la Garzìa?
- Io? No... cioè, voi conoscete quanto me Tullio Vidoni... l’uomo più ridicolo
che passeggi su la faccia della terra... Sapete che è affetto di dongiovannite
acuta, e che fa il galante con tutte le signore... Chi può prenderlo sul serio?
- Nessuno, lo so! Ma lui sì, eh perbacco! lui sì l’ha presa sul serio, la
cotta... almeno a giudicare da quel che m’ha fatto.
- Dite che v’ha parlato delle lettere?
- Stia a sentire. Dopo le mie parole: «Ah è tornata!», egli mi dice che la
Garzìa era in Roma da tre giorni, e che aveva fatto il viaggio in compagnia di
lui. Poi mi spinge a parlarne. Io, senza sospetto per lui, ma con più d’un
sospetto per altri, confesso d’aver avuto la debolezza di parlare, e non troppo
benevolmente, com’ella può immaginare; ma non in virtù di quell’aforisma del suo
divino Bourget. Parlando, comincio però a notare che il volto dell’amico man
mano s’infosca... «Ma tu soffri, mio caro!», gli dico allora, per ischerzo. A
questo punto egli scatta, e in termini abbastanza vivaci, osa rimproverarmi di
ciò che ho detto e del modo con cui ho parlato. Io resto goffo, a guardarlo: non
credevo ancora ch’egli dicesse sul serio. Allora lui mi ripete il rimprovero in
termini più vivaci; io, seccato, rispondo, e trascendiamo così a un diverbio
violentissimo, quantunque a bassa voce. Basta: gli ho detto sul muso il fatto
mio e l’ho piantato lì, in mezzo alla strada...
Adele, agitatissima, si nascose il volto tra le mani, gemendo: - Dio! Dio! - Poi
guardò il Rossani, stravolta e con gli occhi lampeggianti d’odio; gli domandò:
- E ora? Ditemi la verità, Rossani: siete esposto a un pericolo? Sapete che
Tullio Vidoni...
- Nessun pericolo, signora Adele! Del resto, non ho mai fatto dipendere la
convenienza d’accordare o no una riparazione per le armi dal modo con cui il mio
avversario tira in una sala o in una accademia di scherma.
- Oh Dio, no, Rossani! Egli tira benissimo, e vedete: il vigliacco se ne
approfitta! - gridò Adele. - No, no! Sentite: se voi... se voi poteste dargli
una lezione, ebbene, con tutto il cuore vi direi: dategliela, e sia buona!
- Speriamo! - esclamò il Rossani.
- Ma no! vedete, - riprese Adele, - io temo per voi... E allora figuratevi la
sua boria, di ritorno, incolume e vincitore, alla sua bella! No... no...
- Ma ormai... - fece il Rossani, stringendosi ne le spalle.
- Che dite? Dunque è stabilito? Vi batterete? Ah Rossani, no! Per una indegna?
Sì, sì, lasciatemelo dire... È venuta qui, da me, l’altro jeri... qui, e ha
potuto baciarmi, capite? con quel sorriso stereotipato su le labbra dipinte...
Serpe! Oh Dio... M’ha potuto chiedere, capite, che io m’intromettessi per
ottener da voi la restituzione delle sue lettere, mentre lei... È mostruoso,
Rossani, non vi sembra? Mostruoso! E voi dovreste pagarne la pena? No, no, per
carità! Sentite... sentite... fatelo per me...
Adele circondò quasi con un braccio il collo del Rossani e quasi gli piegò sul
petto la faccia, supplicando.
Tito, non sapendo come schermirsi, cercò d’arrestare almeno il flusso delle
supplici parole:
- Se mi batto, mi batto per me, esclusivamente per me, creda, signora! E ne ho
qui in tasca la prova più lampante: nelle lettere di lei!
- Ah, - gridò Adele. - Le avete ora voi? Datemele!
E allungò subito, con irrefrenabile impulso d’odiosa gioja, una mano verso la
tasca interna della giacca di lui.
Tito Rossani sorse in piedi, severamente.
- Ah no, signora Adele! Se non m’importa più nulla di colei, è sempre interesse
mio, e ora più che mai, d’agire da gentiluomo. Non a lei, non a lei, scusi:
restituirò le lettere per altro mezzo. .
A queste parole Adele, tutta vibrante, scoppiò in una fragorosa risata, che
prolungò con evidente sforzo, abbandonandosi su la spalliera della poltrona.
Tito stette a guardarla, sconcertato. - Bravissimo! Bravissimo! - esclamò ella
ancor tra le risa; e levandosi da sedere: - Qua la mano, qua la mano, Rossani!
Non avete capito? Ma io volevo proprio questo! Adesso, badate: ho la vostra
parola d’onore: voi restituirete le lettere... Bravo, Rossani: grazie. Siete un
vero e compito gentiluomo.
Tito Rossani andò via goffo, interdetto, quasi stordito da una sorda stizza. Ah
sciocco! sciocco! La Montagnani si era fatto giuoco di lui, dunque? Lo aveva
beffato, rappresentando la commedia della gelosia?
«Che commediante!»
Ah, ma egli, allora, si sarebbe vendicato! non avrebbe più restituito le
lettere, a nessun patto!
Ben povera soddisfazione, questa, per Adele, che avrebbe voluto aver tra le mani
lei, quelle lettere, e poi...
- Che imbecille! fece piano, con vivacissimo gesto di dispetto per il Rossani,
che già voltava le spalle al salotto.
Piegò il volto su la poltrona e ruppe in singhiozzi, addentando il bracciuolo
per non farsi sentire.
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