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12. Sogno di Natale (1896)
«Rassegna settimanale universale»,
27 dicembre 1896.
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Breve presentazione
da
Aetnascuola
link diretto
http://www.aetnascuola.it/categorie/45-letteratura/4301-una-rilettura-religiosa-di-pirandello
Nel Sogno di Natale prevalgono la
dimensione fantastica e l'interesse teologico: racconto onirico carico di
trasparente allegoria. Il Cristo che batte invano alle porte dei palazzi e dei
tuguri per vedere se Gesù Bambino vi sia ben accolto, trovando ovunque risposte
deludenti, palesa il pessimismo dell'autore non sulla figura del Salvatore, ma
sulla sordità degli uomini nei confronti del suo messaggio.
Sentivo da un pezzo sul capo inchinato
tra le braccia come l’impressione d’una mano lieve, in atto tra di carezza e di
protezione. Ma l’anima mia era lontana, errante pei luoghi veduti fin dalla
fanciullezza, dei quali mi spirava ancor dentro il sentimento, non tanto però
che bastasse al bisogno che provavo di rivivere, fors’anche per un minuto, la
vita come immaginavo si dovesse in quel punto svolgere in essi.
Era festa dovunque: in ogni chiesa, in ogni casa: intorno al ceppo, lassù;
innanzi a un Presepe, laggiù; noti volti tra ignoti riuniti in lieta cena; eran
canti sacri, suoni di zampogne, gridi di fanciulli esultanti, contese di
giocatori...
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E le vie delle città grandi e piccole,
dei villaggi, dei borghi alpestri o marini, eran deserte nella rigida notte. E mi pareva di andar
frettoloso per quelle vie, da questa casa a quella, per godere della raccolta
festa degli altri; mi trattenevo un poco in ognuna, poi auguravo: - Buon Natale
- e sparivo...
Ero già entrato così, inavvertitamente, nel sonno e sognavo. E nel sogno, per
quelle vie deserte, mi parve a un tratto d’incontrar Gesù errante in quella
stessa notte, in cui il mondo per uso festeggia ancora il suo natale. Egli
andava quasi furtivo, pallido, raccolto in sé, con una mano chiusa sul mento e
gli occhi profondi e chiari intenti nel vuoto: pareva pieno d’un cordoglio
intenso, in preda a una tristezza infinita.
Mi misi per la stessa via; ma a poco a poco l’imagine di lui m’attrasse così, da
assorbirmi in sé; e allora mi parve di far con lui una persona sola. A un certo
punto però ebbi sgomento della leggerezza con cui erravo per quelle vie, quasi
sorvolando, e istintivamente m’arrestai. Subito allora Gesù si sdoppiò da me, e
proseguì da solo anche più leggero di prima, quasi una piuma spinta da un
soffio; ed io, rimasto per terra come una macchia nera, divenni la sua ombra e
lo seguii.
Sparirono a un tratto le vie della città: Gesù, come un fantasma bianco
splendente d’una luce interiore, sorvolava su un’alta siepe di rovi, che
s’allungava dritta infinitamente, in mezzo a; una nera, sterminata pianura. E
dietro, su la siepe, egli si portava agevolmente me disteso per lungo quant’egli
era alto, via via tra le spine che mi trapungevano tutto, pur senza darmi uno
strappo.
Dall’irta siepe saltai alla fine per poco su la morbida sabbia d’una stretta
spiaggia: innanzi era il mare; e, su le nere acque palpitanti, una via luminosa,
che correva restringendosi fino a un punto nell’immenso arco dell’orizzonte. Si
mise Gesù per quella via tracciata dal riflesso lunare, e io dietro a lui, come
un barchetto nero tra i guizzi di luce su le acque gelide.
A un tratto, la luce interiore di Gesù si spense: traversavamo di nuovo le vie
deserte d’una grande città. Egli adesso a quando a quando sostava a origliare
alle porte delle case più umili, ove il Natale, non per sincera divozione, ma
per manco di denari non dava pretesto a gozzoviglie.
- Non dormono... - mormorava Gesù, e sorprendendo alcune rauche parole d’odio e
d’invidia pronunziate nell’interno, si stringeva in sé come per acuto spasimo, e
mentre l’impronta delle unghie restavagli sul dorso delle pure mani intrecciate,
gemeva: - Anche per costoro io son morto... t Andammo così, fermandoci di tanto
in tanto, per un lungo tratto, finché Gesù innanzi a una chiesa, rivolto a me,
ch’ero la sua ombra per terra, non mi disse:
- Alzati, e accoglimi in te. Voglio entrare in questa chiesa e vedere.
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