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II. L’accordo («Il Marzocco», 13 giugno 1897)
(Il Gran Me, sdrajato su la greppina, guarda assorto il soffitto a tela, che
ha uno strambello pendente, di cui l’estate suol fare un grappolo di mosche. Il
piccolo me è come su un arnese di tortura, e mena smanie e sbuffa a quando a
quando. Lo scrittojo è tenuto in penombra, mercé la stuoja alla finestra. Ha
però la stuoja due o tre steli di biodo rotti, per cui un fil di sole penetra
acuto nella stanza e si spunta a piè della greppina, sul tappetino tessuto a
opera, del quale incendia in un punto la variopinta calugine. Il Gran Me si
volge a osservare intentamente l’aureo pulviscolo che s ’aggira lento, senza
posa, in questo fil di sole, e da cui di tanto in tanto sparte come un atomo di
luce, che subito s’estingue nell’ombra.)
- Così ogni mio pensiero!
- Bravo! E non stimi sciocco tu l’atomo che si stacca dal raggio, in cui gli era
dato di cullarsi beatamente per dare un tuffo e naufragare nell’ombra?
- No. Sciocco tu, invece. Che prezzo può aver la luce per un cieco?
- Bravo! Ma questo, quante volte io non avessi l’illusione che i nostri occhi mi
servano benissimo, come gli altri sensi, del resto, i quali rni servirebbero
meglio senza dubbio, se m’accordassi maggior libertà d’usarne. Son io forse
cagione, se tu non riesci a veder nulla?
- E tu che vedi?
- Io? Quel che c’è da vedere. È vero che, di questi tempi, si vedono quasi
solamente miserie e brutture; ma tu che potresti esser mago e far l’incanto per
te e per me (se non per gli altri su queste miserie e su queste brutture, perché
invece, scusa, par che ti studii di farmele vedere le une più tristi, le altre
più basse, tanto che, più che noja, possiamo dire di provar schifo di vivere?
- Ah, mi parli ora d’incanto, tu che di continuo mi richiami ai comuni usi, tu
schiavo dei comuni bisogni, tu che ti lasci portare dalla corrente dei casi
giornalieri, accettando, senza pensare, la vita com’essa man mano ne’ suoi
effetti ti si rivela?
- Come, come! Non t’intendo. Che accetto io? che rifiuto? Io che vivo, o meglio,
vorrei vivere come io e tu nelle condizioni nostre potremmo, se non ti volessi
pigliar tanto fastidio di quel che in fondo poco importa, almeno a giudizio mio.
- Ma che giudizio vuoi aver tu?
- Oh bella! Il giudizio di dormir la notte, per esempio, se tu non m’inaridissi
negli occhi il sonno, insinuandomi nel silenzio col tuo fantasticare lo sgomento
della morte infallibile e quasi imminente; il giudizio di procurarmi un po’
d’appetito, mercé qualche ameno e salutar diporto, a tempo debito; il giudizio
di non aver giudizio, qualche volta; e quello infine (perché no?) di lavorare,
ma con utilità nostra e altrui, in un modo qualsiasi. - E poi? - Poi nulla.
- Poi te lo dico io: poi rassegnarti ad andare innanzi così, un giorno dopo
l’altro, fino alla vecchiezza, lasciando me sempre interdetto, in esasperata
infinita sospensione, ovviando con futili pretesti l’assidua costernazione mia,
e non osando di spingere un menomo atto, una parola oltre ai limiti del
consueto, temendo il pruno, che in difesa di questi limiti piantaron le leggi,
non ti strappi un po’ l’abito tagliato rigorosamente alla moda o non ti sgraffii
le oneste mani. Così, così tu vorresti seguitare a trascinarmi teco ciecamente
verso l’estrema rovina, giù, giù con gli altri a branco, spinto, cacciato dal
tempo, come tra un armento in fuga pascolante la poca erba che gli avvenga tra i
piedi frettolosi, sotto il bastone e i sassi dell’antico pastore. Ma io non son
dell’armento, mio caro! Io non dico come te: Eccomi qua, tosatemi; datemi quella
forma che meglio vi aggrada! - Io voglio la signoria di me medesimo, e la tua
schiavitù.
- La mia schiavitù? E come! Non mi tieni forse schiavo abbastanza? Oh di’ che mi
vuoi morto piuttosto! Io, poveretto... e che altro mi permetto di fare, se non
consigliarti timido e sommesso di prender qualche cibo quando mi ti vedo
languire, o un po’ di riposo in qualche distrazioncella o in un sonnellino? Ah,
fo dunque male quando innanzi allo specchio ti faccio notare che la nostra
fronte, per esempio, accenna a diventar troppo ampia; che tra breve insomma la
gioventù nostra sarà sfiorita? E pretendi che non me ne lagni, caspita! che non
mi disperi di non averne potuto trar pro quanto avrei desiderato? Ma sì!
purtroppo nulla nasce se la volontà non si marita col desiderio. E per te il
desiderio ha sempre avuto il torto d’esser mio, mentre poi ha dovuto sempre
esser tua la volontà, infeconda per me d’ogni bene. Beati, beati gli anni
dell’infanzia. Perché voglio sperare che tu non fossi grande anche allora,
quando tutti e due eravamo piccoli. A proposito, di’: o come mai t’è venuto in
mente di diventar così grande? Che infelicità, mio caro! Se pur non è stata una
pazzia...asta. Perdona alla mia piccolezza, io dico: il senso, lo scopo della
vita, come potrai trovarlo, se non lo cerchi nella vita stessa?
- Cercarlo... Bravo! E come? L’altra sera, in vettura, ricordi? mentre si andava
al passo su per l’erta via che conduce alla stazione: tu pensavi a colei che
andavi ad accogliere e che non è venuta; io guardavo le terga e i fianchi
rilassati del vecchio vetturino per tanti anni lì su la cassetta cigolante.
«Nascer cavallo è brutto, su per queste vie...» «E io, guidarlo?», si voltò a
dirmi il vetturino. «Buona Pasqua, signorino! Da’ qualche cosa a una povera
vedova con quattro bambini...» «Fiammiferi in tasca ne ho» tu mi hai detto, e io
non ho dato il soldo alla vedova Sul marciapiedi a destra scendeva tossendo un
vecchio poveramente vestito col cappello a stajo spelato e stinto: «L’ultima
Pasqua, vecchio! Bada dove metti i piedi: un altro passo, e la fossa... L’hai tu
trovato quel ch’io cerco?». «Lì!», mi avrebbe forse risposto il vecchio, se mi
avesse inteso, additandomi una coppia di sposi che scendeva dietro a lui. «Lì,
ma per poco tempo, come in tant’altre cose: ora provo a cercarlo in chiesa; ma
non l’ho trovato. Seme di lino, caro, quand’hai la tosse: un buon cataplasma sul
petto, e un pizzico di senape: tira l’umidità...»
- Grazie! Ma il vecchio ha cercato, ha vissuto. Mentre tu guardi vivere, e non
vivi. E così, si sa, io sarò un asino, ma tu non intenderai mai come gli altri
possano relativamente trovare il senso e lo scopo oggi in una cosa, domani in
un’altra fra le tante e tante che formano e compongono appunto la vita. Abbi
compassione di me: lo vedi, mi fai diventar pure filosofo, che sarebbe per me la
peggiore delle sciagure. E allora, mio caro, pigliamo per ricetta di buttarci da
una finestra o d’impiccarci a un albero, che sarà meglio. No no, via: mettiamoci
piuttosto d’accordo una buona volta, giacché per forza dobbiamo vivere insieme.
Credi pure che quanta brama hai tu d’uccider me, tanta n’avrei io d’uccider
te... T’odio, ti detesto, ti bastonerei ogni giorno, se poi non dovessi gridar
ahi insieme con te. Patti chiari, dunque, e dividiamoci le ore.
- Dividiamocele.
- Ognuno di noi, delle proprie, assoluto padrone.
- Assoluto padrone.
- Cominciamo: quante ore di sonno credi che mi spettino? Io ne reclamo sette.
- Troppe!
- Ti pajon troppe? Ma se io ho sempre sonno, praticando con te! Tu non te ne
accorgi, ma bada che sei molto nojoso, e che, se me ne dai meno, finirò certo
con l’addormentarmi, non appena ti metti ad almanaccare... Andiamo innanzi. Oh,
ma... aspetta, prima: sette ore, dico, di sonno - intendiamoci! Non vorrei, come
hai fatto fin qui, che appena a letto... - pensieri, fantasie, elucubrazioni,
smanie, libri, storie: tutto ha da rimanere nello scrittojo. A pigliar subito
sonno, poi, ci penso io. E non avvenga più del pari che tu debba avvelenarmi il
pasto con le tue eterne riflessioni. L’ora del pasto ha da esser mia. Convenuto?
- Chi te l’ha mai negata?
- Non me la neghi, ma me la guasti. Non sei spesso venuto a tavola con un libro
aperto tra le mani? Un boccone per me, e un quarto d’ora di lettura per te. E io
mangio freddo e digerisco male.
- Basta, basta! M’affoghi in un pantano!
- Basta... Articolo amore, che intendi fare?
- Lo lascio a te; ma bada, non voglio mica perderci molto tempo, io.
- Ah, non intendi di pigliar sul serio né anche l’amore, tu? E che resta dunque
per te nella vita? che vorrai fartene allora del tuo tempo?
- Questo sarà affar mio, e tu non devi entrarci.
- E sta bene. . . cioè, sta male. Ma levami un dubbio. Dici sempre che ti senti
tutto il mondo nel cervello. Dev’esser vero, perché io ho sempre mal di capo. Ma
se la terra ti sembra veramente, in codesto tuo mondo, così piccola e misera
cosa, non stimi tu che io abbia più diritto di viverci che tu? Ah, in certi
momenti, credi, mio caro, la tua grandezza mi fa proprio pietà; e, in certi
altri, mi domando se io, nel mio piccolo, non sia poi più grande di te.
III. La vigilia («Ariel», Roma, anno 1, n. 2, 25 dicembre 1897)
(ll piccolo me, che vorrebbe parer felicissimo, verso la mezzanotte, si
trascina a casa il Gran Me sbuffante dalla noja. Quegli è stato, in quest’ultimo
mese, tutto intento a metter su la casa maritale; questi come un cane bastonato
ha dovuto seguirlo. E non pochi diverbii si sono accesi tra i due, come
agevolmente potrà immaginare chi voglia considerar di quanto impedimento e di
quante dimenticanze abbiano potuto esser cagione all’ansia e alle cure dell’uno
il contraggenio e l’inettitudine dell’altro. Ma ormai la nuova casa è tutta in
ordine: il piccolo me, lasciando la sposa dopo gli accordi pe ’l dì di domani,
si è voluto recare a passarla in esame: e n’è rimasto contento. Ora il Gran Me,
mettendo piede per l’ultima sera nel quartierino da scapolo, soffia per le nari
un lunghissimo sospiro ed esclama:)
- Finalmente!
- Eh no, caro. Pazienza ancora per un tantino... Poco poco. Ora siamo soltanto
alla vigilia...
- Sì, datti una stropicciatina alle mani, così, contentone! mentre io... Ma,
insomma, si può sapere quando ha da finir codesto poco poco, che mi vai
ripetendo da più mesi? , - Già siamo alla vigilia, ti ho detto. Il nido, hai
visto? è pronto. Domani, le nozze... Domani, finalmente. Ah! ... Poi, è già
inteso, in villa, e poi... poi basta.
- Basta, sì: eccetto se io non giudicherò che mi sia più espediente crepare, che
aver pazienza fino allora.
- Ma che ti scappa... Ridi con me, via! sii felice con me! Scusami, neanche il
mese della così detta luna di miele vorresti accordarmi? Ti sei mangiato
l’asino, come suol dirsi, e ti confondi per la coda?
- L’asino non me lo sono mangiato: l’ho fatto, con te, tre mesi.
- Quando sei buono meco, ti stimi sempre asino: segno che te ne penti e perciò
non te ne resto grato.
- Ma ti pare che mi sia divertito tre mesi a reggerti il moccolo, ascoltando le
vostre amorose scempiaggini, assistendo ai vostri lezii e alle vostre
sdolcinature da scimmiotti innamorati?
- Come se tu non ci avessi anche intinto il tuo panino! È come se le sciocchezze
che si bisbigliano tra loro gl’innamorati non siano le cose più rispettabili di
questo mondo! Va’ là, va’ là... Vuoi farmi dispiacere proprio questa sera della
vigilia? Pure una volta, se non mi sbaglio, t’ho inteso dire che nulla ci è al
mondo di maggior soddisfazione, che fare gli altri contenti...
- Sì, ma ho anche detto, se non m’inganno, che nulla ci fa gli altri più cari
quanto l’esser questi o il mostrarsi contenti di noi. E tu non ti contenti mai.
- Non è vero. Forse non lo mostro, perché tu non pretenda poi soverchio
compenso. Ma ti ripeto, in questi tre mesi, pieni per me di gioja, son rimasto
proprio contento di te. E anche lei, anche lei, contentissima, come certamente
ti sarai accorto. Anzi, sai? i parenti, nel vederti così buono e ragionevole,
quasi quasi mi han lasciato intendere, che a mente loro il leggiero debba esser
io, perché opinano che, volendo, dice... potrei agevolmente persuaderti di
pensare un po’ più al sodo, ora che si prende moglie, lasciando, dice... per
esempio, codest’arte, che non è da guadagnare... Si sbagliano, eh pur troppo, di
grosso... tu lo sai; tuttavia io, per non metterti in cattiva luce, zitto: non
mi sono difeso. Ho soltanto promesso... che mi sarei provato.
- Non t’arrischierai, spero, di proferir mai sillaba su questo proposito.
- Lo so! sarebbe inutile. Fortuna intanto, dico, che non siamo costretti a far
pane del nostro tempo. Quantunque, d’altro canto, chi sa che non saremmo stati
meno infelici, se la sorte ti avesse costretto a far del tuo tavolino da studio,
piuttosto che un bancone d’alchimista su cui giornalmente ti torturi a lambiccar
lagrime d’angosce misteriose, una madia per il pane quotidiano. Lasciamo questo
discorso. Hai visto che bella scrivania, a proposito, e che bei scaffali abbiamo
comperati per te? Ella, con gentilissimo pensiero, ha voluto metterti su uno
scrittojo come quello che hai descritto nel tuo ultimo libro. Io, per
ingraziarmi i parenti, ho finto d’oppormi, facendole osservare che la bella
mobilia, chi la descrive, ci vuole un po’ di gusto, di carta e d’inchiostro; chi
poi deve comperarla, ci vogliono i quattrini. Ma, infine, ho lasciato fare per
ingraziarti lei, invece. E di’ la verità, non ne sei anche tu contento, ora?
- Sì, poverina, è buona o, almeno adesso, pare. Ma io penso che domani noi due
saremo tre, o meglio, tu sarai due, e vedi, non so non affliggermene, sentendomi
più che mai nato e fatto per la solitudine. Benché conosca che in gran parte sia
cagione io se tu spesso sembri a gli altri leggiero, pure questa volta peggio
che una leggerezza stai per commettere da te solo; e se tale gli altri la
stimeranno qual’è per me, tu stesso voglio mi sii testimonio ch’io non c’entro
affatto. E per ciò non voglio rimorsi né per te, che, secondo la mia previsione,
sarai d’ora in poi più infelice che fin qui, diviso tra i doveri imprescindibili
che hai verso me e i nuovi che domani ti assumerai verso la tua compagna; e
neppur ne voglio per questa, che forse tra breve non avrà più a lodarsi della
nostra compagnia.
- Ho bell’e capito! Tu questa notte vuoi divertirti a stringermi il cuore. Sarà
meglio andare a letto a dormire.
- Questa vorrebbe essere tua antica abitudine: starti senz’altro affare, che
dormire e mangiare.
- Meglio che ascoltar te, si capisce.
- Ma a difesa degli ammonimenti che spiacciono e pungono, caro mio, non giova
farsi murar gli orecchi dal sonno; la voce non vien di fuori: parla dentro di
noi.
- Io, tranne quella che mi parla dell’imminente gioja, e codesta tua che
vorrebbe offuscarmela, non sento altre voci.
- Se prestassi un po’ più d’ascolto alla tua coscienza, ne udresti un’altra che
ti dice: «Hai pensato a qual catena stai per legar la tua prole?».
- Oh Dio mio, la prole, adesso! E lascia prima che venga; se ne verrà! Se tutti
ci pensassero avanti...
- È pur tanto facile ammettere che debba venirne.
- Ebbene, e allora farò come tutti gli altri.
- Sta’ a vedere. Che tu, da parte tua, ti proponga d’esser ottimo padre di
famiglia, non dubito. Ma siamo alle solite: hai tenuto conto di me?
- E che ti proponi tu di essere?
- Lasciami dire. Hai sognato e sogni una vita, che consista d’amore, di pace
lieta e sincera.
- Sperabilmente.
- Passi per l’amore, finché durerà; ma la pace? In casa tua dovrò abitar pure
io...
- Eh, lo so!
- Non potrò mica relegarmi tutto il giorno nello scrittojo soltanto...
- Lo so!
- Verrò a tavola con te, verrò a letto con te...
- Lo so, purtroppo, lo so! È la mia condanna, e vuoi che non lo sappia?
- Bene, io dico, e la pace allora?
- Scusa, non ti potresti acconciare a goder zitto zitto della nostra letizia
raccolta? Sarebbe pure un dolce spettacolo...
- Non dico di no. Ma potrai far tu che una grave ombra non cada su la tua casa
dalla naturale mia infelicità, a intristire i tuoi bambini, a turbar tua moglie,
ogni qualvolta una delle tante mie sollecitudini mi disvierà dagli altri, che né
anche possono intenderle?
- Stiamo per prendere, o se più ti piace, sto per prendere moglie appunto per
questo, mi pare! Per usar cioè rimedio, a mio modo, a codesta che tu chiami tua
naturale infelicità.
- E proverai una gran delusione! Non è in tua mano il portarci rimedio; e se tu
invece avessi avuto maggior considerazione e più amore per me, avresti inteso
che il men peggio per noi due sarebbe stato il restar soli, e che era tuo dovere
non attendere ad altro, né ad altri pensare, fuor che a me.
- Mio dovere, insomma, sacrificarmi?
- Non ti sarebbe parso sacrifizio, se avessi avuto maggior fiducia in me. Ma di
questa mancanza non ti fo torto. Io mi sento, mi sento veramente un estraneo su
questa terra e così solo, che intendo come in te sia dovuto nascere, più che il
desiderio, il bisogno di un’amorosa compagnia.
- Manco male!
- Se non ti scuso, vedi bene che né anche ti accuso...
- E allora perché?...
- Sì, sì, tu ai ragione, infatti: questa terra è veramente per te, per voi
altri... Tu sai trarne il sostentamento; tu vi edifichi le case, e vai trovando
di giorno in giorno, con diligenza, più sicuro riparo contro le avversità della
natura, e comodi maggiori. Io dovrei essere il raggio di sole, l’aria
ristoratrice che entra per le finestre aperte e reca il profumo dei fiori; ma
spesso non so esserlo, ho spesso la crudeltà del fanciullo, che con un sasso
tappa la buca del formicajo. Spesso la grandezza mia consiste nel sentirmi
infinitamente piccolo: ma piccola anche per me la terra, e oltre i monti, oltre
i mari cerco per me qualche cosa che per forza ha da esserci, altrimenti non mi
spiegherei quest’ansia arcana che mi tiene, e che mi fa sospirar le stelle...
Alla mia solitudine di gelo,
al mio sgomento, al mio lento morire
parla ne le stellate notti il cielo
d’altre arcane vicende da subire,
sempre dentro al mistero e in questo anelo.
«E fino a quando?» l’anima sospira.
Infinito silenzio in alto accoglie
la sua dimanda. Pur tremarne mira
le stelle in ciel, quasi animate foglie
d’una selva, ove arcano alito spira.
- Debbo mettere in carta codesti
versi? Perdio, non direi che siano sbocciati per la fausta occasione... Ohé,
discendi dal cielo, te ne prego... To me ne sto qui alla finestra, e abbrezzo.
Non vorrei prendere un raffreddore giusto questa sera...
- Risponderesti domani con uno sternuto invece del sì sacramentale.
Senza scherzi, senza scherzi... Chiudiamo. E prima che il fuoco si spenga nel
caminetto, occupiamo, se non ti dispiace, questo restante della notte a
distruggere le carte e le reliquie compromettenti della prima nostra giovinezza
che si chiude con questa sera.
IV. In società («Il Ventesimo», Genova, 4 febbraio 1906)
(Salotto in casa X. Salotto «intellettuale». La marchesa X è scrittrice, con
questo però di singolare: che è una bella donna.
Quarantamila lire di rendita.
Stampa novelle e variazioni sentimentali - le chiama così, lei - su le
principali riviste. Non è raro, ogni sabato, trovare tra i commensali della
marchesa i direttori di queste riviste.
Il marito, l’on. marchese X, calvo, miope, barbuto, ha quattro legislature,
siede a Destra, ma è - s’intende - liberale e democratico anche lui.
Collezionista appassionato, possiede come S.M. un prezioso medagliere. Non ne è
però molto geloso. Prova ne sia, che ha regalato più d ’una bella medaglia a
scrittori ben noti, ammiratori della moglie.
Frequentano il salotto molte donne dell’aristocrazia e signore patronesse della
Società per la coltura della donna, senatori, deputati, letterati e giornalisti
scelti.
A onor del vero, il mio piccolo me non ha punto brigato per entrare nel novero
di questi eletti: ma sarebbe ipocrisia il negare che l’invito non gli abbia
recato un vivo piacere e una grande soddisfazione, di cui il Gran Me s’è
stizzito.
Ora la marchesa X, bionda e carnuta, raggiante e palpitante nella sua
arditissima eppur non indecente scollatura, prende a braccio il piccolo me, lo
conduce in giro per presentarlo alle dame, alle signore, facendo di volo qualche
accenno al Gran Me, che ne arrossisce, mentre il piccolo me - pronto sorriso e
gesto vivo - si inchina.
Terminata la presentazione, il Gran Me domanda al piccolo me:)
GRAN ME: Dove prenderai posto, adesso?
PICCOLO ME: Aspetta: lasciami guardare. Ma fatti animo! Mi sembri ancora
sbigottito dalla gravità del cameriere che ci ha tolto in sala il soprabito.
Bada che se vuoi darti un contegno, sarà peggio.
GRAN ME: Ma io soffoco, mio caro, altro che contegno! Mi hai impiccato in un
solino più alto di te, mi hai parato come un fantoccio...
PICCOLO ME: Su, su, pazienza! Composto, su! Si accorgeranno, perdio, che non
siamo soliti di portar la marsina...
GRAN ME: E che vuoi che me n’importi? Lo sapevi bene, imbecille, che sarei stato
a disagio qua, fra questa gente, in questo abbigliamento ridicolo. Mi farai fare
una pessima figura!
PICCOLO ME: Ma se sono venuto apposta per te, per farti conoscere, vedere...
GRAN ME: Come un orso alla fiera?
PICCOLO ME: Bisogna che tu impari, santo Dio! Senti, senti che si dice là in
quel gruppo di deputati e giornalisti. Parlano della rivoluzione russa,
compiangono Witte... Peccato! L’uomo che in pochi giorni, a tavolino, era
riuscito a render vane tante strepitose vittorie giapponesi, ora... «Ma no,
signori!», dice il brillante giornalista Kappa. «Vi prego di credere che a
Portsmouth non ha mica vinto il signor Witte!» «Oh oh! E chi ha vinto dunque?»
«Ma la sua marsina, signori, la sua marsina! L’ometto giallo, in coda di
rondine, voi lo sapete, è compassionevolmente ridicolo...»
GRAN ME: (Kappa ha guardato noi...)
PICCOLO ME: (Sta’ zitto! Ascoltiamo.) - «Signori miei, i Giapponesi, astuti come
sono, avrebbero dovuto capirlo. Non si spoglia impunemente l’abito consueto...»
GRAN ME: (Senti? Senti?)
PICCOLO ME: (Sta’ zitto!) - «Non si spoglia impunemente il costume nazionale,
signori, il vestito conforme alle fattezze naturali, al color della pelle e che
so io. Se il signor Witte e gli altri invitati russi si fossero trovati innanzi
a una scelta di figurine giapponesi, di quelle che siamo soliti di vedere nei
ventagli, nei vasi e nei paraventi, pensando come da quelle figurine là, che
pajon fatte per ischerzo, fosse venuta alla santa Russia una così furiosa
tempesta, vi assicuro io che sarebbero rimasti assai sconcertati e non avrebbero
vinto così facilmente. Si sono trovati invece davanti il signor Komura in
marsina e lo hanno trattato come i camerieri d’un gran signore trattano putacaso
un sindaco di villaggio invitato a un pranzo di gala nel palazzo.»
GRAN ME: Bravo! Ti servirà, spero, questa bella lezione!
PICCOLO ME: Ma dovrebbe servire a te, mi pare! Ha trionfato la marsina, in fin
dei conti. E credi pure che al giorno d’oggi... Zitto! Ci s’avvicina un
signore...
GRAN ME: Scansalo! Guarda altrove!
PICCOLO ME: Sta’ fermo! Eccolo qua... Dice che ti conosce di nome... che ha
letto. Oh, troppo buono... troppo buono... Fammi sentire, perdio, quel che mi
dice! Ah, ci domanda se stiamo a Roma da molto tempo. Che ce ne sembra? Su,
presto: suggeriscimi una bella frase su Roma...
GRAN ME: Digli che quasi quasi va diventando Parigi.
PICCOLO ME: Bravo! Senti? Il signore approva... Su, a modo! Non sorridere
così... Ecco: il signore mi domanda perché sorridiamo. Egli dice che Parigi
però...
GRAN ME: Ma si sa, che diamine! consolalo: Parigi è un’altra cosa! Parigi è
Parigi: non ve ne ha che una - diglielo in francese! Mentre Roma... già siamo
alla terza, e prima che diventi Parigi...
PICCOLO ME: Adesso sorride il signore! L’hai fatto allontanare... Ed eccoti un
nemico di più! Auff! Sei incorreggibile davvero! Ma che gusto provi a farti il
vuoto intorno? E poi ti lagni che nessuno badi a te! Se non parli, se non ti
muovi, se non attiri in nessun modo l’attenzione della gente! Hai da seccar
l’anima, dentro, soltanto a me? Parla! O come vuoi che la gente impari a
conoscerti?
GRAN ME: Venendo qua, portando a spasso i tuoi abiti e la tua sciocchezza, vuoi
che impari a conoscermi la gente?
PICCOLO ME: Ma io vorrei che prima tu, invece, tu imparassi a conoscere la
gente, com’essa è in realtà, non come tu te la fingi. Mentr’io parlo, e, per non
seccare, dico magari sciocchezze, pigliati la pena di osservare, senza troppa
insistenza, ciò che ti sta intorno, e, credi a me, troverai da studiare qui con
più profitto, che non su i tanti tuoi libri... Senti come si sfrottola, come si
salta di palo in frasca, senza pedanterie, senza intolleranze? Idee profonde,
no, e nessuna passione, è vero! Ma che gusti vivi, che tratto vivo, che
correttezza squisita di modi e di parole... Guarda quelle damine là:
intellettuali, non si nega; ma che spalle, intanto, che seni! Eppure, come
guardano tranquillamente, quasi non avessero il più lontano sospetto d’esser
nude così... E i poveri mariti! Chi sa quanti pensano in questo momento: «Si
tornasse almeno alla foglia di fico! Perché - quanto alla nudità Dio buono, dopo
che abbiamo speso un occhio del capo a vestir le nostre mogli, eccole qua: la
mostrano lo stesso...». Su, su, non affondar troppo lo sguardo! Bisogna godere
di questa vista fugacemente, come d’una illusione che passa, d’una fantasmagoria
splendida che svapora... Uh! Guardati a quello specchio là... Sei rosso come un
papavero!... Questo profumo... Tu ti turbi troppo, eh?, grand’uomo... Via! via!
Un po’ d’aria alla finestra..
GRAN ME: Non sarebbe meglio andar via?
PICCOLO ME: No, vieni qua, vieni qua alla finestra!
GRAN ME: Si respira. . .
PICCOLO ME: Che contrasto, eh? Che oscurità! E come tutto appar lugubre...
Guarda quei lampioncini la, e quegli alberetti nella piazza... il riverbero
vacillante del gas sul lastricato... e quei due lanternini di vettura che
s’avanzano lentamente... Che funebre squallore! - Oh, su: ci chiamano...
vieni... La marchesa ci domanda se ci annojamo...
GRAN ME: Ma se mi diverto un mondo!
PICCOLO ME: Oh, attento, qua! Stiamo fra le signore. Parlano del Duchino
d’Orléans... Dicono che comincia a trovar la via per rientrare in Francia, re.
Ha fatto un viaggio al Polo Nord. Ti domandano che ne pensi...
GRAN ME: Mah! Dev’essere una bella soddisfazione il poter dire: «Eccomi qua: ho
raggiunto il polo! Nessuno lo sa; ma io mi reggo adesso, con la punta d’un piede
solo, nientemeno che su l’estremità dell’irnmaginario asse terrestre. Non c’è
scritto nulla; ma star qua non precisamente come stare un passettino più in là.
Qua è il punto vero. Ghiaccio. sì, qua e là; e un freddo indiavolato; e non ci
si vede anima viva; ma io sto qui alto, in questo momento, più di qualunque re
sul trono!». Forse il Duchino d’Orléans, raggiunto il polo, si sarebbe
contentato di stare un tantino più basso, sul trono di Francia, stabilmente. Ma
non ci hanno detto i giornali che, invece del polo, egli scoprì un’isola e che
la battezzò Terra di Francia? Io non capisco! Terra di Francia, e se ne tornò
indietro... Poteva, intanto - per cominciare - proclamarsi re di quella Francia
là...
PICCOLO ME: Forse ci faceva troppo freddo. C’è un altro imperatore che non può
dimorare nel suo impero, perché ci fa troppo caldo, invece. Là, i ghiacci del
polo; qua le sabbie del deserto.
GRAN ME: Ma Lebaudy, lui, almeno, s’è proclamato imperatore...
PICCOLO ME: Bravo! Vedi? Hai fatto ridere queste belle signore... Se tu
volessi... Piano! Che avviene: Si alzano...
GRAN ME: Si balla? Se si balla, andiamo subito via! Bada: non sento ragione...
Andiamo via!
PICCOLO ME: Orso, non si balla! Non senti? La signorina B. sonerà: adesso si fa
pregare. Ha le mani diacce, poverina, non può! Guarda, guarda: un giovanotto le
propone di riscaldargliele, battendogliele forte forte... Oh Dio, e lei ci
crede: nasconde le mani, mostra i bei dentini, si storce tutta.. . Ah, ecco: le
amiche la trascinano al pianoforte...
GRAN ME: Musica moderna?
PICCOLO ME: Nessuna musica! Volteggio di mani su la tastiera. Sta’ a sentire.
Poi applaudiremo.
GRAN ME: Imbuisci a vista d’occhio, caro mio: mi fai spavento!
PICCOLO ME: Coraggio, via! C’è peggio di me. . . Guarda come sono tutti intenti,
ora, e assorti... Che silenzio! Ma guarda lì, che ciglia aggrottate, quel
deputato dalla faccia rossa come una palla meditabonda di formaggio d’Olanda...
in pericolo la patria? No: contempla le spalle, la nuca della Marchesa, che è
veramente splendida stasera, come una dea di Rubens... Ma di’ un po’, sul serio,
non ti diverte questo spettacolo?
GRAN ME: Molto! Senti: mettimi una mano innanzi alla bocca.
PICCOLO ME: Perché? Che fai?
GRAN ME: Mettimi subito una mano innanzi alla bocca.. .
PICCOLO ME: Sbadigli?
GRAN ME: Sbadiglio.
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