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Il domani Ercole, per espressa volontà della moglie, aveva spedito quattrocento
lire alla vedova Mari, senza un rigo d’accompagnamento.
Circa tre mesi dopo, s’era rimesso d’improvviso, febbrilmente, a scrivere, a
scrivere, a pensare all’arte, come se l’estro gli si fosse a un tratto riacceso,
dopo sì lungo letargo. S’era impegnato con un’importante rivista di letteratura
e di scienza per un nuovo romanzo, che andava scrivendo affrettatamente, man
mano che si pubblicava: due o tre capitoli, un foglio di stampa della grande
rivista, ogni quindici giorni - enorme fatica, specie per lui che aveva perduto
da tanto tempo l’abitudine dello scrivere! E s’era impegnato nello stesso tempo
per altri lavori con altri giornali. Era avvenuta, insomma, quasi un’esplosione
di tutte le sue energie, come per nuovo flusso vitale.
La moglie dapprima n’era rimasta meravigliata, non sapendo come spiegarsi questo
repentino cambiamento. Lo vedeva fino a tarda notte lavorare nello scrittoio; e
poi, di giorno, imbrigato sempre, assorto, finanche a tavola... Certe notti,
venuto a letto da un’ora appena, tornava ad alzarsi.
- Che fai? - gli domandava ella. - Tu impazzisci.
- Eh sì, davvero - le rispondeva egli, tentando di sorridere. - Ma se non riesco
a pigliar sonno!...
- Scriverai domani...
- No, è inutile che me ne stia qui a menar smanie... Tu non puoi capir che cosa
sia... Sono stato tanto tempo senza concluder nulla... Adesso l’estro m’è
tornato...
L’arte! l’arte!... che ne intendeva Livia? Le cure, i pensieri che essa dava
eran così forti, dunque, da vincere e far completamente dimenticare ogni altra
cura, ogni altro pensiero, ogni altro affetto? Aveva essa dunque potere di
trasformar così, d’un subito, radicalmente un uomo? Egli ormai non esisteva
quasi più per lei! Ed ella era rimasta sola, esclusa, come abbandonata dietro
una porta misteriosa, della quale, profana e ignara come si riconosceva, non
avrebbe mai potuto varcar la soglia...
«Sarà per poco! Si stancherà presto!», pensava intanto per confortarsi.
Ma Ercole non si stancava, né accennava a stancarsi. Era, sì, divenuto molto
pallido in volto e fosco; ma resisteva.
Alla fine, il prolungato abbandono e l’aria sempre costernata e pensierosa del
marito cominciarono a pesare e ad inasprire Livia.
- Di’ un po’, si guadagna forse qualche cosa ammazzandosi a scrivere come tu
fai?
Ercole s’era turbato a questa domanda e aveva risposto quasi balbettando. Livia
ne fu colpita: s’aspettava invece una risposta sdegnosa, poiché sapeva d’aver
detto una volgarità, anzi aveva voluto dirla a posta per pungerlo.
- Scrivo per scrivere, cara. Tu non puoi comprenderlo - diss’egli.
- No, davvero non lo comprendo!
- E allora non parlarne!
Ah, impossibile illudersi ancora! No: egli non aveva più per lei la menoma
considerazione; quanto ad amarla non l’aveva forse amata mai; ma anche quel po’
d’affetto, che le aveva qualche volta dimostrato, era adesso svanito!
A poco a poco il sospetto cominciò a farsi strada nel cuore e nella mente di
Livia; e infine ella intravide la cagione a cui doveva attribuire la rinata,
quasi vertiginosa attività del marito, le preoccupazioni, le brighe, il pallore
di lui, tutto il cangiamento improvviso, insomma, della loro esistenza. Tradita!
Troppo tardi: Lietta era già nata.
Al primo impeto di Livia egli aveva tenuto fronte negando. Ma in tutta la sua
persona era impressa evidentemente la menzogna: nelle spalle curve sotto
l’accusa, negli occhi foschi, odiosi, nel volto pallidissimo, fin nelle dita
irrequiete e nelle labbra convulse.
Ella lo aveva sorpreso nello scrittojo, e aveva cominciato col domandargli
notizia dei due orfani ricoverati all’ospizio.
- E che ne so io?... Ti prego, lasciami lavorare.
- E... della madre, non ne sai neanche nulla?
- Che vuoi che ne sappia?
- Ah, no? Ne so io qualche cosa, invece... Non fingere, non fingere di scrivere,
adesso!
- Debbo consegnare in giornata queste cartelle... Non ho tempo da badare alle
tue domande...
- Eh già! Se no, come le darai da mangiare, poverina...
- Livia! Che intendi dire?
- Ti meravigli? Ma di’ che non è vero!
- Tu sei pazza! Non ti capisco!
- Pazza? Ma nega, nega se puoi. E perché tremi? Ella è venuta qui apposta, è
ritornata a te, ora che le ha fatto comodo... Negalo !
- Ti proibisco...
- Che cosa? Non mi fai paura! Sono una sciocca? Oh, ma tanto sciocca poi no!
Di’, era lei, è lei il grande estro che t’è tornato? E glie n’ho offerto io il
mezzo! io! Non so però chi sia più vile di voi due!
- Senti, ti compatisco come pazza; ma vattene! io ho da lavorare...
- Ma che pudori ha la tua coscienza? Mi rubi il cuore, e poi non osi portarmi
via il danaro in casa di colei?
- Ah perdio, Livia!
- Oseresti anche mettermi le mani addosso?
- Esci! esci! subito! via!
E l’aveva spinta fuori della stanza, chiudendovisi a chiave tutto tremante.
Livia era partita lo stesso giorno per il suo paese, con l’intenzione di
confessar tutto al padre, di finirla per sempre col marito. Ma durante il breve
viaggio era ritornata con la mente su la inconsulta risoluzione; aveva
riflettuto che così ella avrebbe reso la libertà assoluta al marito, senza
vendicarsene; avrebbe forse compromesso il padre, senza scemare di nulla la
propria infelicità. No, no! Bisognava agire altrimenti!
La sera stessa era ritornata a Roma, senza farsi vedere dal padre.
Aveva atteso invano, tutta la notte, il marito.
Il domani, una nuova scena, più violenta. Ercole aveva negato un’altra volta.
Poi più nulla, fra loro due. S’eran separati di letto.
Da una vecchia zia di Ercole, sorda ed epilettica, la quale da trent’anni,
offrendo lo spettacolo della sua miseria limosinante, andava sbandendo per le
case dei conoscenti d’esser stata spogliata dal fratello, nonostante i benefici
che spesso riceveva dal nipote (il «letterato», com’ella lo chiamava,
deridendolo con la bocca sdentata), Livia aveva appreso che dalla relazione del
marito con la Mari era nata una bambina.
Ella pianse allora in segreto le sue lacrime più amare, sentì allora più atroce
che mai lo strazio della gelosia.
E difatti, lì, adesso, in quelle tre stanzette modeste, in fondo alla via Cola
di Rienzo ai Prati, era per Ercole la vera casa; non più questa signorile di via
Venti Settembre: qui Livia piangeva di nascosto e si struggeva dentro; lì
sorrideva e scherzava Lietta; lì la colpa, irritando, rendeva più appassionato
l’antico amore; lì, infine, egli ritrovava l’imagine della sua vita, come
sarebbe stata onestamente, senza le due cagioni d’amarissimo rimpianto: il
matrimonio d’Elena col Mari, il suo con Livia Arciani. E oltre quest’imagine
confortata e sorrisa dalla sua bambina, un altro pensiero ammansava un po’ gli
scrupoli di Ercole: che egli, cioè, lavorava e si dava attorno faticosamente per
recar l’imbeccata al suo nido nascosto; che egli infine nudriva soltanto di sé
il nido suo, la sua bambina.
E quante sere, nell’ora in cui era solito di rincasare, con la mente assorta nei
suoi lavori in corso, non si era egli avviato istintivamente verso la solitaria
via dei Prati! Poi, colpito a un tratto dall’aspetto di quella via, e
risovvenendosi, era tornato sui propri passi, e rientrato nell’altra casa, come
entro a una prigione.
Elena Mari, benché ormai sui trentacinque anni, serbava ancora nel volto e nella
persona l’altera bellezza, di cui in gioventù s’era tanto invaghito il cugino.
Ma l’anima sua, in quattordici anni di basse e tristi lotte contro se stessa,
nella smaniosa, soffocante angustia dei mezzi, aveva perduto quella fiamma
ardentissima, di cui sfolgoravano prima gli occhi suoi e vibravano le sue risa.
Per far tacere la voce che era un tempo come la balda guida della sua giovinezza
fiorente e capricciosa, e che adesso le rinfacciava continuamente la vergognosa
viltà della sua posizione, ella delle miserie durate si faceva come un’arma di
difesa contro la propria coscienza, e ne traeva, ne acquisiva quasi un diritto a
un po’ di riposo, fosse pure a danno altrui. Tuttavia ella non poteva, come
Ercole, vedere e assaporar quasi l’illusione dell’onestà in quella vita che
menavano insieme di furto. Lietta, che per Ercole era la figlia, il cui sorriso
poteva sedare ogni tempesta, era invece per lei un’esistenza di più, fuori e
oltre la famiglia, consistente, a gli occhi suoi, nei due orfani chiusi
all’ospizio. E sempre, fissando lo sguardo su la testina bionda di Lietta, il
pensiero di Elena volava a quegli altri due figli, bruni e pallidi; e sempre la
loro immagine richiamava alla mente quella del padre, che ella aveva in vita
molto amareggiato, e il cui ricordo, trattenuto dai rimorsi, non riusciva forse
ancora a seppellire.
Elena provò nell’angoscia uno strano sollievo, allor che apprese dalle labbra
tremanti di Ercole, che la moglie di lui aveva scoperto la loro relazione. Le
parve d’uscire da un nascondiglio. Adesso l’aspetto e l’umor dell’amante
s’accordavano meglio con i suoi sentimenti: Ercole non rideva più come prima,
dimentico d’ogni cosa, carezzando la sua bambina.
Ogni domenica ella si recava, modestamente vestita, a visitare i due orfani
all’ospizio, e portava loro qualche regaluccio comprato, non con i denari
dell’amante, ma con quelli dell’esigua pensioncina lasciatale dal marito e messa
da lei scrupolosamente da parte.
In casa faceva tutto da sé: le sue belle mani s’eran pur troppo abituate da un
pezzo ai più aspri e ruvidi servizi. Di quando in quando veniva a visitarla, a
scroccarle qualche soldo la vecchia zia sorda ed epilettica: la spia veniva di
nascosto da Ercole; intendeva sbarcarsela un po’ con la moglie, un po’ con
l’amante, che era pur sua nipote. Da qui e da lì portava via sempre qualcosa, e
quando non poteva altro, alloccava qualche dolciume alla piccola Lietta, senza
farsi scorgere dalla madre.
- Vieni, siedi qui... - diceva a Elena. - Ti pettino. Dov’è il pettine:
Andava, cacciava il naso in tutti i cassetti della stanza, frugando con le mani
secche tremanti dall’istinto predace, si dava una guardatina allo specchio, e
ritornava col pettine.
- Siedi qui... Brava!... Oh capelli da regina!...
- Senza smorfie, zia!
- Come dici? Smorfie? Tu non te li vedi... Sono i capelli di tua madre,
buon’anima! Ah se non fossi rimasta così presto sola, chi sa che matrimonio
avresti fatto!... Guarda che fiume d’oro... guarda!... Quella lì, tre peli in
testa, uno, due e tre...
- Zitta, zitta, zia!
- Una zoticona, lasciami dire! Ha danari... dicono! dev’esser vero, altrimenti,
sì! perché se l’è presa Ercole? Ma che se ne fa di quei danari? Veste come una
poveretta... Dio, Dio! Una vesticciola... Io mi vergognerei, nella mia miseria,
di portarla addosso. ..
Ercole veniva da Elena ogni giorno, su l’imbrunire; più che per lei, ormai,
veniva per la bambina ella lo sentiva, lo vedeva, e non ne provava alcun
rammarico; comprendeva che lui era in condizione peggiore della sua: senza casa,
non potendo convivere con la figlia e con lei.
Parlavano qualche volta della moglie, velatamente. Ma il contegno fermo e
sprezzante di Livia non si prestava a lunghi discorsi. Ercole non l’aveva veduta
piangere, né anche una volta.
- Che fa? - domandava Elena.
- Nulla... io non so!... - rispondeva egli, infoscandosi in volto.
Livia si recava di tanto in tanto, per qualche giorno, dal padre. La prima volta
ch’egli la vide partire, circa sei mesi dopo la violenta spiegazione, credette
ch’ella fosse andata dal padre per aiuto; e attese tre giorni in orribile
sospensione d’animo qualche disgustosa scena col suocero. La sera del terzo
giorno ricevette invece da questo un lieto, cordialissimo invito a raggiunger la
moglie, per stare insieme qualche settimana in campagna. A piè della lettera del
suocero grossolanamente vergata, Ercole trovò un rigo di sottilissima scrittura,
senza firma:
«Il babbo non sospetta di nulla. Rispondi che non puoi venire».
Tanta alterezza, tanta prudenza, dopo l’aspettazione angosciosa d’uno scandalo,
turbarono, commossero profondamente Ercole. E d’allora in poi, il rimorso
cominciò a tarmare più assiduamente la sua passione per Elena, d’allora in poi
non trovò più quel calor di parole e di baci, con cui quasi voleva nell’amante
far rivivere l’imagine morta dell’antica fidanzata vivace e capricciosa. Elena
gli apparve allora quasi fuori dai veli del passato; quella che veramente s’era
ridotta, e come ella stessa neanche più si curava di non apparire. Sì, l’amore
era già spento; l’illusione caduta; ma dal bruco morto era pur nata la farfalla:
Lietta. In quelle tre stanzette ormai, per Ercole, non crescevan che spine; sì,
ma su queste spine aliava la farfalla, e solamente per essa Ercole avrebbe
ancora voluto che vi sorgesse pure, di tanto in tanto, qualche fiore.
- Che hai, figliuola mia? Chi t’ha fatto piangere? - domandò Ercole una domenica
a Lietta, avendola trovata con le lacrime a gli occhi.
- Mamma piange... - rispose Lietta singhiozzando e lasciandosi asciugar gli
occhi dal padre, che se l’era tolta su le ginocchia.
- Piange? Perché?
- Ho da parlarti - disse Elena, con gli occhi rossi.
Ercole rimise a terra la bambina, e seguì l’amante nell’attigua stanza.
- Ah quel che m’è toccato di subire stamane! - cominciò Elena, passandosi una
mano sugli occhi e su la fronte. - Al Collegio s’è scoperta senza dubbio la
nostra relazione...
- Come mai?
- Stamane, nel corridoio ove ci ricevono, noi madri, nessuna delle conoscenti
volle rispondere al mio saluto, anzi... una anzi, la Britti, col suo bambino, si
scostò da me e dai miei figliuoli, appena noi sedemmo al nostro solito posto...
Tu intendi?... I miei ragazzi lo notarono... notarono il mio smarrimento... il
tremore di rabbia... Ma che sarà accaduto? Poi, all’uscita, il padre rettore ha
fatto le viste di non accorgersi di me...
- Non ti sei ingannata? - domandò Ercole, tanto per confortarla col dubbio.
- No, no... anche i miei ragazzi l’hanno notato... Ora io tremo per loro,
capisci? Che m’importa di me? Soffro e dico: doveva esser così!... Ma se quei
due poveri innocenti ne dovessero pianger loro le conseguenze? Dio, ne
impazzirei! Tutt’oggi ho pensato: Che avverrà, quand’essi usciranno dal
collegio? Bisogna pure che sappiano, che vedano un giorno o l’altro... E io come
farò? Lietta sarà cresciuta anche lei, allora... e penserà... Tu non ci hai
riflettuto? No, e lo capisco: per te esiste Lietta soltanto... Che t’importa di
quei due? Ma il mio cuore è diviso... E quei due mi sembrano più disgraziati di
questa...
Ancora entrambi ignoravano il peggio; ignoravano che la mattina stessa di quel
giorno un giornaletto ricattatore aveva schizzato il suo veleno su l’Ospizio
degli orfanelli, parlandone come d’una comodità inestimabile per le giovani
vedove in cerca di consolazione, e ne aveva portato ad esempio una, i connotati
e i particolari della quale corrispondevano perfettamente alla figura e alla
vita intima di Elena, aggiungendo che sarebbe stato utilissimo costruire (sempre
per la comodità delle suddette madri vedove) un dipartimento annesso
all’Ospizio, ove ricoverare i bastardelli.
La domenica seguente, poi, Elena, terminata la visita, fu invitata a salir nel
gabinetto del vecchio padre rettore. Ne uscì dopo circa mezz’ora col volto in
fiamme dalla vergogna e dall’ira, esasperata, avvilita, vacillante.
- Io sono un vecchio e un sacerdote, - le aveva detto il rettore - mi consideri
dunque come il suo confessore, e mi permetta di darle qualche consiglio come ad
una penitente.
Le aveva mostrato il giornaletto fangoso, le aveva detto dello scandalo
suscitato, le aveva infine parlato dei figli... Quant’era durato quel supplizio?
Ella non aveva saputo risponder sillaba, un sì soltanto alla domanda insistente
del vecchio: - Me lo promette? me lo promette? - Sì; ma che aveva promesso?
La sera narrò tutto ad Ercole.
- Chi vuoi schiaffeggiare? Non capisci che mi comprometteresti di più? E ti
sporcheresti le mani! No, no, bisogna finirla piuttosto. . .
- Finir che cosa? E mia figlia? Pretendi ch’io non la veda più? Cacciano i tuoi
figli dal collegio? Ebbene, penserò io a loro! Come? Si vedrà! C’è rimedio a
tutto... So questo soltanto, che la nostra bambina non deve soffrirne! Tu sei
mia, ormai! questa è la mia casa! qui c’è mia figlia! Tutto il resto non
m’importa...
- Importa a me: son figli miei anche quelli! - esclamò Elena. - Tu devi
intendere anche questo...
- Eh sì! E infatti - rispose Ercole - t’ho detto: provvederò io, in caso, a
loro! Ne accetto in tutto e per tutto la responsabilità!
Elena attese invano quattro, cinque giorni la consueta visita serale
dell’amante. «Non viene» pensava «per prudenza: fa bene!» Al sesto giorno però
apprese dalla vecchia zia che egli era a letto, ammalato.
- Solo, se vedessi, come un cane; fa pietà!
Difatti, nei primi giorni, Livia, non credendo alla gravità della malattia, non
s’era voluta far vedere dal marito. Che pietà poteva egli ispirarle? Non s’era
forse logorato per quell’altra?
Né s’ingannava su la causa del male: Ercole s’era davvero ammalato per eccesso
di lavoro, per quasi assoluta mancanza di riposo e di giusta nutrizione; per la
cupa, costante preoccupazione in cui lo teneva la sua vita falsa e smembrata. La
proposta di Elena, l’ira contenuta contro l’autore dell’articoletto scandaloso,
avevano determinata a un tratto la caduta.
Al settimo giorno Livia, chiamata dalla cameriera sconvolta da alcuni segni di
delirio nell’infermo, era finalmente accorsa, vincendo ogni ripugnanza dell’amor
proprio. Appena entrata in quella camera, ove non metteva piede da tanto tempo,
s’arretrò quasi inorridita alla vista del marito. Dio, come s’era ridotto! Il
volto di Ercole pareva una maschera di cera: egli teneva gli occhi semichiusi e
apriva di tanto in tanto le labbra esangui, tra i baffi e la barba scomposti, a
un orribile sorriso, mostrando i denti pari, serrati, un po’ ingialliti:
accompagnava il sorriso con un gesto della mano scarna, quasi trasparente, le
cui cinque dita brancicavan nel vuoto.
Al primo terrore seguì nel cuore di Livia un impulso d’odio per la donna che le
aveva ridotto in tale stato il marito; e già in quell’odio penetrava la
compassione per lui.
Ercole schiuse gli occhi e fissò la moglie senza riconoscerla. Ella trattenne il
respiro, il moto delle palpebre, in penosissima attesa. L’infermo poco dopo
richiuse lentamente gli occhi, emettendo un gemito più di stanchezza che di
dolore. Sì, in tutti i lineamenti di quel volto disfatto, nelle braccia, nelle
mani abbandonate sul letto, più che il dolore, infatti, era impressa la
stanchezza, un’estrema stanchezza! Ella sedé in silenzio accanto al letto,
presso la testata, per non farsi scorger da lui, temendo non lo avesse a turbare
la sua vista. Vedeva la mano scarna levarsi di tratto in tratto con le cinque
dita brancicanti; indovinava il sorriso delle labbra esangui, e sentiva un
brivido di sgomento alla schiena. Che significava quel gesto? Perché sorrideva e
levava la mano? Alfine Livia credette d’aver trovato la cagione: il suo pensiero
volò, senza designazione di luogo, a un’altra casa non mai vista da lei, ma ben
nota al marito: vi cercò una bambina; ma non poté figurarsela: un’ombra odiosa,
indecisa di donna le si parava sempre dinanzi - quell’altra, la madre della
bambina! Ah sì, senza dubbio, in quel muto delirio egli credeva di carezzare la
testa della sua figlioletta, e sorrideva. Livia sentì allora come uno
struggimento non peranche provato, scevro d’odio per il marito, anzi pieno d’un
sentimento angoscioso di generosità. Ella era la tradita, la nemica per lui;
eppure, ecco, era lì, in quella camera, accanto al letto ove egli giaceva,
pronta a prestargli le più diligenti cure, pronta a rendere il bene per tutto il
male ricevuto! Gli occhi le si riempirono di lacrime.
Da quel giorno non abbandonò più la camera dell’infermo. Riempiva di pensieri,
di riflessioni le lunghe veglie penose. In certe ore della notte, vinta dalla
stanchezza, appoggiava leggermente la guancia sugli stessi cuscini ove
s’affondava la testa di lui, e la freschezza del lino e la insolita vicinanza le
cagionavano, nel silenzio, quasi nel mistero del sonno, un piacere e un
turbamento ineffabili.
No, ella non poteva più vivere senza di lui; non poteva più durarla in quello
stato; non era ammissibile per lei che egli, appena guarito, ritornasse a
quell’altra, ed ella a la stessa vita di prima. No, no! E intanto, come
impedirlo? Non aveva egli altrove la sua famiglia? Certe notti non aveva egli
mormorato, nell’incoscienza del sonno, il nome di Elena? - Ah, Elena! - Tre
volte lo aveva udito sospirar così, piano, come nel passaggio da un sonno
all’altro, con la solita espressione di stanchezza infinita. Come strapparlo a
colei? Ah, non era più possibile! Presso quella donna era la figlia! Come
strappare al padre la sua figliuola?
Da un pezzo a Livia era balenata un’idea di vendetta, che poi nell’abbattimento
e nello sconforto aveva riconosciuta disperata, inattuabile. Convinta che il
marito non sarebbe mai tornato a lei, finché la figlia fosse rimasta presso
l’amante, aveva immaginato di costringerlo a portar via da colei la bambina, e
condurla con sé nella sua casa. Ecco, sì, questo sarebbe stato l’unico mezzo per
riacquistarlo. Ma era possibile che la madre cedesse la figlia, rassegnata a non
vederla mai più? Non che sperarlo, era follia soltanto immaginarlo. Nella sua
casa, è vero, accanto al padre, la bambina avrebbe avuto ben altro avvenire:
Ercole le avrebbe potuto dare il suo nome; ella, Livia, le avrebbe dato la sua
dote; sì, sì, e le avrebbe anche voluto bene più che se fosse stata figlia sua;
tanto bene da farle dimenticare la vera madre... Sì, ma la madre poteva
lasciarsi lusingare da quell’avvenire? cedere a un’altra donna, alla moglie
dell’amante, la figliuola?
Queste amare riflessioni rivolgeva ella accanto al letto dell’infermo, quando un
giorno venne misteriosamente a visitarla la vecchia zia di Ercole. La mandava
Elena smaniosa di aver notizie.
- Come va, come va, povero Ercole?
- Sempre a un modo... Un tantino meglio, forse.
- Ah sì? Bravo! Mi dai una grande consolazione... Malattia lunga, però,
m’immagino, eh? Ma niente pericolo, Dio ne scampi, è vero?
- No no; almeno i medici lo assicurano. Ha bisogno assoluto di riposo.
La vecchia storse la bocca sdentata e dimenò la testa.
- Riposo... eh sì! È una parola! I medici prescrivono sempre giusto quel che non
si può avere: ai poverelli, brodi consumati; a tuo marito riposo! E, dico,
scommetto che non sai perché tuo marito s’è ammalato... Ha avuto una scena con
quell’altra... Sì! Lo scandalo... Non sai nulla?
- Nulla - disse Livia. - Che scandalo?
- Del giornale... Non sai? Hanno stampato un articolo sulle magagne dell’Ospizio
degli orfani, ti dico, coi fiocchi!, dove si dicevano vituperii di tutte le
madri, e di Elena poi...
- Ed Ercole? - domandò Livia tra sgomenta e ansiosa.
- E che volevi che facesse? Quella lì, inviperita, s’è sfogata con lui,
naturalmente. Ho saputo tutto dalla serva... Gli ha fatto una scenata. Ercole ha
dovuto inghiottire amaro, e zitto! Si sa, c’è di mezzo la piccina... Ma tu
confortati intanto, e senti quello che ti dice la tua vecchia zia: non è storia
che dura! Già metti che lei pretendeva, per non dar luogo ad altre ciarle, che
egli non le andasse più in casa, come dire, non vedesse più la figlia. Perché,
lei, capisci? ha quegli altri due poveri innocenti all’Ospizio... lo sai, e ha
paura dopo questo fatto non glieli caccino via, seguitando le chiacchiere.
Ercole, dal dispiacere, dalla bile, ci s’è ammalato. Quella lì adesso da un
canto ha rimorso, s’intende; dall’altro, poi, pensa che la sua condizione non è
più sostenibile che insomma bisogna provvedere... chi sa!... finirla, ecco,
probabilmente. Lui per ora si oppone; ma quella lì ha da pensare ai due
orfanelli, intendi? E questi vedrai, ti salveranno.
La vecchia ciarliera seguitò a lungo sullo stesso tono; ma Livia non la
ascoltava più. Ah dunque il suo progetto non era così fuor dal possibile
com’ella s’era costretta a credere? E se quella donna non voleva abbandonar la
figlia, poteva pretendere che invece la abbandonasse Ercole? Non avevano tutti e
due gli stessi diritti su la bambina? Ah, chi sa! forse Ercole aspettava
soltanto un cenno da lei, e sarebbe subito corso a prender la bimba, per cui
tanto soffriva! Ed eccolo liberato per sempre da quella donna!
A poco a poco intanto, mercé le rigorose cure e l’assoluto riposo, Ercole
cominciava a migliorare. La prima volta ch’egli s’accorse della presenza di
Livia nella camera, chiuse gli occhi come per fuggire la realtà. Durante la
malattia s’era sentito circondato di cure amorosissime: le doveva dunque a lei?
Lo aveva vegliato lei con tanta abnegazione, lei assistito con tanta tenerezza?
Un giorno finalmente, sull’alba, mentr’ella se ne stava seduta al capezzale,
sentì inaspettatamente la mano del marito cercare e stringer la sua. Levò
stupita il capo che teneva appoggiato al guanciale di lui, e lo guardò; egli
piangeva con gli occhi chiusi.
- Ercole, che hai?... - balbettò commossa, non riuscendo neppur lei a frenar le
lacrime.
Egli le strinse più forte la mano, senz’aprir gli occhi. Poi le disse:
- Grazie... Perdonami.
- Sì... sì... Non agitarti... Ho compreso tutto.
- Perdonami - ripeté Ercole.
- Sì, sì, t’ho già perdonato... Ora sta’ calmo... So quello che desideri.
Ercole aprì gli occhi, come per accertarsi sul volto di Livia se aveva inteso
bene.
- Tu vuoi vederla, è vero? - aggiunse ella con un fil di voce, chinandosi su
lui.
- Oh, Livia, tu... - sclamò egli, fissandola quasi impaurito.
- La vorresti qui, è vero? Ebbene, senti: io ci ho pensato... Non darti pena...
sono contenta; l’avrai qui, se vuoi, per sempre! Intendi? Qui, qui, in casa
nostra... Sì, lo comprendo: ormai non può essere altrimenti. Ma io ne sono
contenta. Tua figlia sarà anche mia figlia d’ora in poi; va bene così?...
Calmati, calmati; ne riparleremo... Ci ho pensato a lungo, qui, accanto al tuo
letto. Poi ti dirò... Adesso, zitto! riposa; io me ne vado...
La prima volta ch’egli poté reggersi in piedi fu condotto da Livia nella stanza
attigua all’antica loro camera da letto.
- Le collocheremo il lettuccio qui, ti piace? Così starà accanto a noi. Andrò a
comprarglielo io stessa; un bel lettuccio, vedrai!
- Già l’ha... - sfuggì ad Ercole.
- No, uno nuovo, uno nuovo! - disse Livia, fingendo di non accorgersi del
turbamento di lui. Poi soggiunse: - Ah, dunque dorme sola? - Sì, sola.
- Desidero tanto di vederla... forse quanto te. Quando andrai a prenderla?
- Appena potrò. Bisogna che pensi, che veda... Non è facile. Ma ci riuscirò; dev’esser
così.
Nel cuore di Ercole lottavano l’ansia di rivedere la figlia dopo circa due mesi
di lontananza, e lo sgomento della scena da sostenere con Elena.
Era già uscito due volte con Livia in vettura, ma non si sentiva ancora la
forza, il coraggio di affrontare l’amante.
- Andrai oggi? - gli domandava Livia.
- No, oggi no, andrò dimani. Figurati quanto mi preme! Ma mi sento debole...
Livia non era meno in ansia di Ercole. Non trovava requie sotto il pensiero che
egli dovesse vedere ancora una volta quella donna. Finalmente, dopo una
settimana d’esitazione, l’Orgera si decise.
Salito in vettura, chiuse gli occhi e costrinse il cervello a non pensare. «Dirò
quel che mi verrà alle labbra sul momento; inutile preparar le parole!»
Pervenne in fondo alla via Cola di Rienzo in tale stato di prostrazione, che a
stento poté smontare.
- Aspettami - disse al vetturino.
Salì penosamente la lunga scala, quasi al buio, sostando spesso per la
incalzante agitazione.
Su per gli ultimi gradini non aveva più fiato.
- Ercole! - gridò Elena appena lo vide, posandogli le mani su le spalle. - Dio!
come sei pallido! - aggiunse sbigottita.
- Aspetta, aspetta... - mormorò egli ansimante, lasciandosi cader di peso, quasi
in deliquio, su una seggiola.
- Ma come sei venuto? Mio Dio, che hai avuto? Ah, come t’ho aspettato! Sei stato
male assai?... Lo vedo, lo vedo... Il cuore mi parlava. Ah, che giornate, se
sapessi! Due mesi! Di’, nessuno ha avuto cura di te?
- Lietta! Dov’è Lietta? Chiamala.
- Sì; ma ti senti meglio? Lietta! non vieni a vedere il babbo tuo? Vieni. Sì, è
qui, è tornato!
Lietta accorse con le manine levate e si gettò fra le braccia del padre, che se
la strinse al petto lungamente, baciandola senza fine.
- T’ha aspettato, caro angelo mio, ogni giorno. Ogni giorno a domandarmi: «E
babbo?». «Domani, verrà domani.» «Non viene?» «Verrà, sì, non dubitare.» -
Figlia mia cara, mi vedi? son qui, son venuto!
Lietta guardava stupita il padre come se non lo riconoscesse più, così cangiato,
pallido, smunto.
- Vedi che il babbo tuo è stato malato? - le disse Elena. - Malato, povero
babbo! Non sai dirgli nulla? Fagli su una carezza.
Lietta alzò una manina al collo del padre e lo baciò su la guancia. Ercole se la
strinse di nuovo al petto
- Vuoi venire col babbo tuo, adesso? Ti porterò in vettura; vuoi venire? Sempre
con me, sempre!
- Parlami, raccontami - gli disse Elena. - Che hai avuto? Non mi dici nulla?
- Ora ti dirò... - le rispose Ercole, ridiventando ad un tratto pallido come
quand’era entrato, e più fosco.
- Che hai da dirmi? - domandò ella, colpita dall’accento e dall’aspetto di lui.
- Conduco di là Lietta?
- Si, è meglio.
Uscita la bambina, Elena chiuse l’uscio e, rivolgendosi all’Orgera, con le
ciglia aggrottate, gli disse:
- Sai, ho capito! Ti sei rappacificato con tua moglie?
- Sì, - rispose Ercole guardandola negli occhi.
- Ah, e sei venuto a dirmelo? Bravo! Ti ha perdonato? Lo sospettavo... Ma a che
patto? E perché sei dunque venuto? Non dovremo più vederci? Rispondi.
- No - disse Ercole cupo, e pur con un sorriso impercettibile, nervoso: - Come
vuoi che...
- E sei venuto per dirmi questo? Dopo tanta attesa? Come!... Ti sei imbecillito!
Abbandonarmi così? E Lietta? Che ne farai di Lietta?
- Lietta verrà con me.
- Che dici? Sei pazzo? Verrà con te? dove?
- Con me, in casa mia...
- In quale casa? In casa di tua moglie! Ah vi siete accordati a questo patto? su
la figlia mia? E tu, tu hai potuto...? Hai avuto il coraggio di venir da me per
strapparmi la figliuola? E hai potuto credere un momento che io te la dessi?
Vattene, vattene! Non posso più vederti qui; vattene, o ti scaccio!
- Chi scacci? - gridò rabbiosamente Ercole: - Come puoi tu...? Ma già, è inutile
risponderti... Vuoi ragionare? Non vuoi. M’insulti... Dammi Lietta e me ne vado.
- Sei pazzo? Ah tu non me la strapperai; avrò più forza di te! È figlia mia,
com’è figlia tua, capisci?
- Non con la forza, con la ragione - incalzò Ercole. - Vuoi ragionare? Lasciami
dire, ascoltami...
- Non sento ragioni! Ragioni d’un pazzo! Vieni a dirmi: «Ti tolgo la figlia» e
vuoi che ragioni con te! Ma, Dio mio, è giusto, è onesto?
- No, senti... Va bene... Piano! Ti sembro pazzo... ma lasciami dire...
rispondimi... Ti dirò io quel che è giusto e quel che è onesto. Lascia star Dio!
Di Lietta tu che ne farai? Perché parli? Pel suo bene? No! Tu parli per odio
contro una donna che noi abbiamo insieme ingannata, tradita... E ti par giusto,
ti pare onesto?
- Ma che dici? Non vuoi intendermi! Io parlo per mia figlia che mi vorreste
portar via... È giusto, è onesto?
- E che pretendi? Pretendi che non la veda più io invece?
- Ma no, ma chi te lo vieta? È qui; vieni e la vedrai. Te lo vieta tua moglie,
non io.
- Tu, tu me lo vieti ora; perché non è più possibile ch’io seguiti a venir qui.
- Ed è colpa mia? Vuoi startene con tua moglie? Ebbene, io non ti chiedo di
meglio: tu con lei, io con mia figlia!
- Sì! E che ne farai?
- Quel che Dio vorrà.
- Lascia star Dio, ti dico! - gridò Ercole. - Qui si tratta dell’avvenire di mia
figlia! Non lasciarti vincere dall’egoismo, dal tuo odio... Parliamo della
bambina; di lei dobbiamo parlare.
- Ma come puoi pensare che Lietta viva senza di me? Io l’ho messa al mondo, le
ho dato il mio latte, la mia vita, l’ho cresciuta, l’ho tenuta sempre con me! Ah
speri che mi dimentichi? Ma è possibile? Deve dimenticar sua madre? Sperate
questo tutti e due? Quell’altra deve carezzare la mia bambina, insegnarle a
scordar sua madre?...
Elena ruppe in singhiozzi strazianti, coprendosi il volto con le mani.
- No, non questo - disse Ercole cupamente. - Comprendo il tuo dolore; il
sacrifizio è enorme; ma se tu ami Lietta più di te stessa, devi compierlo. Non
pensare a me, né all’altra; pensa a Lietta soltanto, al suo avvenire. Io son
venuto qui per parlare al tuo cuore.
- Dici, per strapparmelo! - esclamò Elena singhiozzando disperatamente.
- ... al tuo cuore di madre senza egoismo... Non mi faccio forte di nessuna
ragione, di nessun diritto. Ti dico: pensa solo a lei. Tu stessa, l’ultima
volta, mi hai costretto a considerare la nostra posizione... la tua per quei due
orfani... Non è vero? Ebbene, rifletti, considera tu adesso: che vuoi fare?
Elena rispose con lamenti rotti, con parole spezzate dai singulti. Ercole, in
crescente commozione, si sforzò d’intendere quel che ella diceva piangendo; poi
ripeté:
- Che vuoi fare? Per forza la soluzione doveva esser così crudele. Tu lo avevi
preveduto prima di me. Per forza! È solo a patto d’un sacrifizio, o mio, o
tuo... Vuoi che mi sacrifichi io? Oh con tutto il cuore ti risparmierei; ma che
gioverebbe a Lietta il mio sacrifizio? Nulla. Ragiona e vedi. Sarebbe anzi tutto
a suo danno; non puoi negarlo. Pensa che tua figlia avrà un nome, uscirà
dall’ombra della nostra colpa, avrà un avvenire che tu non potresti mai darle.
Tu devi pensare agli altri due. Fallo per loro. Essi resteranno a te; io che
farei senza Lietta?
- E che farò io? - domandò Elena strozzata dall’angoscia, mostrando il volto
inondato di lacrime. - Che farò io? Non vederla più! È possibile? Ora, dopo tre
anni! Come potrò più vivere senza di lei? Che crudeltà inaudita, Dio mio! E
uccidimi piuttosto! Parlarmi del bene di mia figlia, a costo del sacrifizio mio!
Questa è la maggior crudeltà! Così scusi l’atto mostruoso che sei venuto a
compiere! Che posso dirti? Prenditi la figlia, strappamela dalle braccia per non
farmela vedere mai più? È possibile?
Ercole rimase a capo chino, in silenzio, scosso, quasi vinto, e non per tanto in
attesa, mentre Elena piangeva, piangeva. Alla fine ella soggiunse:
- Doveva finire, sì, lo so; ma finire così? Come avrei potuto immaginarmelo?
- E come, allora, Elena? - domandò egli con accento sommesso, dolce, pieno di
compassione.
Elena non rispose; si contorse le mani, scosse a lungo la testa, quasi con
rabbia di dolore, perdutamente, e scoppiò in pianto più dirotto.
Ercole si alzò sconvolto, straziato: le si appressò. Voleva dirle qualcosa, ma
non poté; si portò una mano a gli occhi per trattenere le lacrime irrompenti.
Udirono in quella picchiare all’uscio, e la voce di Lietta:
- Api, babbo! Non mi potti in vettura?
Elena balzò in piedi con un grido: aprì l’uscio e si tolse la bambina nelle
braccia.
- Figlia! Figlia mia!...
Lietta si lasciò stringere stupita, afflitta, guardando il padre che le
sorrideva piangendo anche lui.
- Vuoi andare col babbo? - le domandò Elena senza scioglierla dall’abbraccio.
- Cì - fece Lietta.
- Per sempre col babbo?
- Elena! - chiamò l’Orgera per impedire la risposta della bambina.
La madre sedette, guardò Lietta su le sue ginocchia, poi si volse a Ercole e
irruppe.
- Non te la do, non posso dartela!
Ercole chiuse gli occhi, si strinse nella persona e contrasse il volto dallo
spasimo. Quel supplizio, ormai, con la bambina lì presente, era insopportabile.
Elena vide l’atroce sofferenza su quel viso, e supplicò:
- Lasciamela almeno fino a domattina...
Egli si premette la faccia con ambo le mani.
- Fino a stasera - insisté Elena.
Lietta si recò una manina alla nuca, chinando la testina, segno che stava per
piangere.
- No, no, Lietta - le disse la madre. - Adesso la mamma ti veste... ti veste lei
con le sue mani, e tu andrai via col babbo, in carrozza... Lietta andrà via col
babbo. Sei contenta?... Oh Dio!... No, no... Pigliamo la vestina nuova che ti ha
cucito la mamma, sai? e le scarpette nuove... Bisogna però che tu ti faccia
lavar bene bene... anche qui, vedi, ai ginocchietti che sono sporchi... Poi
metteremo le calzine belle...
- Rosse - fece Lietta con una mossettina del capo e carezzando il collo della
madre che piangeva.
- Sì, quelle rosse. Alza un po’ il mento, così. Ecco fatto... Oh! Bisogna anche
cambiar la camicina; bisogna che ti cambi tutto; devi farti vedere pulita
pulita. Ora laviamoci, su, su.
Ercole s’era messo dietro la cortina della finestra, con la fronte appoggiata ai
vetri, per non assistere a tanto strazio.
Elena, lavando la bambina con la massima cura, tremava per tutto il corpo, si
mordeva le labbra per non prorompere in grida, e piangeva, piangeva
silenziosamente. Poi si mise a vestirla.
- Il vetturino vuol sapere se deve aspettare ancora - disse la serva dalla
soglia.
Ercole si volse, guardò Elena un tratto, poi disse bruscamente:
- Sì, sì.
- Ti sei fatto aspettare - osservò Elena con un ginocchio per terra, terminando
di vestir la piccina. - Eri così sicuro che te l’avrei data?
- Pensavo che...
- Sì, sì, tu hai pensato a tutto, a tutto, a Lietta, a te, a tua moglie,
finanche a’ miei poveri ragazzi; a me soltanto non hai pensato; a me che resterò
qui, sola, senza la figlia mia, qui...
Lietta si mise a piangere.
- Elena! - la interruppe Ercole appressandosi agitatissimo, quasi fuori di sé: -
Alzati. È impossibile, hai ragione; no no, vedi come piange la bambina? No,
Elena, hai ragione... è mostruoso... noi non possiamo più separarci. Sono stato
un pazzo... Alzati... Senti: io lascio tutto, non penso più a nulla. Andiamocene
insieme, dove che sia, lontano... tutti e tre... ora, subito... Alzati.
Investita da questo scoppio improvviso di disperazione, Elena guardò sgomentata
l’Orgera, senza poter levarsi da terra.
- E quegli altri due? Abbandonarli, partire! No, andate voi piuttosto via da
qui, da Roma, perché lei non mi veda più. Se rimarrete, io devo vederla per
forza, e allora lei come potrà dimenticarmi?... Oh Dio! Lietta... Lietta!...
- E allora... - gridò Ercole non resistendo più. Si chinò, sciolse rapidamente
la bimba dalle braccia della madre che la baciava piangendo inginocchiata, la
afferrò, se la tolse in braccio, e scappò via a precipizio con la figlia.
Elena diede un urlo e rimase per terra con le braccia protese, svenuta.
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