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Anna allora lo guardava un tratto coi suoi grand’occhi verdognoli, come per
dirgli: «Fo il sacrifizio per lei!». Li chiudeva e ingollava.
- Brava! Così va bene. Vo via più contento, adesso. A questa sera, signorina.
E Anna, dal suo lettuccio, lo seguiva con gli occhi fino all’uscio; poi si
nascondeva tutta sotto le coperte, e sospirava felice, struggendosi, e baciava
il guanciale con le labbra avide.
E non era Mondino finanche arrivato ad assaggiar prima lui i medicamenti più
amari per incoraggiar l’inferma a prenderli? Qual medico suole arrivare fino a
tal punto? E quel che le diceva! E come la forzava!
Rita aveva lasciato trapelare all’amica i suoi dubbi sull’innamoramento del
dottore; e Anna, poverina, rinvangava nei ricordi... No, no! Non era inganno il
suo! Ma che! E la grasta dei garofani? Sì, una bella pianta di garofani
screziati, ch’ella teneva sul davanzale della finestra di camera sua... Il
dottor Morgani, amantissimo dei fiori, quando veniva da lei a visita, non sapeva
staccar gli occhi da quella pianta.
- Che bei garofani! Permette, signorina?
- Tutti, dottore...
Ne staccava uno, con le lunghe e secche dita, e se lo metteva all’occhiello.
Anna, ristabilita, aveva voluto per conto suo regalare al dottore quella bella
grasta di garofani. E Mondino non portava mai altri fiori all’occhiello, se non
quei garofani, quando sbocciavano.
Non era un segno anche questo?
Rita pensava tra sé: «Certo quell’imbecille ha preso a godersela!». E, in fondo,
non si sbagliava.
Solamente, in Mondino - bisogna dirlo - non era intenzione di far del male ad
Anna. Egli si stimava sinceramente, il giovinotto più irresistibile di Vignetta;
le sue maniere erano per natura cortesi e garbate, non ci metteva nulla di suo,
era così, che poteva farci? E le ragazze s’invaghivano di lui, credendosi
lusingate... Ma nemmeno per ombra, parola d’onore! Se ne invaghivano?
Padronissime! anzi, tanto piacere, ma lui... Per altro, la signorina Cesarò
(un’ottima creatura, come negarlo?) doveva pensare che egli aveva per le mani
una professione nobilissima e lucrosa, che i suoi parenti erano molto ricchi, e
che lei, poverina, non aveva un soldo di dote. Quando s’ama, è vero, non si
pensa a queste cose; ci pensano i parenti però... Non parlava della figura. Per
la figura, passi! Mondino aveva in proposito un’idea sua: «La moglie non dev’essere
bellissima. Che sia saggia e buona, deve bastare». Ma inutile parlarne! Lui, per
adesso, non aveva intenzione di sposare, ecco! E dunque...
E ogni qual volta era invitato in casa Cesarò, sbuffava come un cavallo stracco.
«Auf! Costei s’ammala certo per vedermi da vicino!»
E innanzi al lettuccio di Anna, all’incentivo tocco di quel polso esile che
tremava tra le sue dita, avviluppato dal fervido sguardo di quei grand’occhi
verdognoli, chiedenti quasi pietà, Mondino Morgani si turbava anche lui, si
sentiva impacciato, non sapeva metter più insieme due parole, due grecismi
dell’oscura terminologia medica, che pure era il suo forte.
- Ha febbre? - gli domandava la madre.
«Eh sfido, se non ne ha, le viene...» avrebbe voluto risponderle Mondino,
esasperato.
II
- Guarda, guarda... si volta! si volta!
E Anna spingeva col gomito, sulla ringhiera del terrazzo, il gomito di Rita.
- Sta’ seria, Anna! - ammonì questa, fingendo di non vedere.
Mondino Morgani passava lungo lungo, secco secco, per la spiaggia, guardando il
terrazzo di casa Prinzi, ove le due amiche erano affacciate.
Passava quasi ogni giorno, alla stessa ora; e guardava ogni volta il terrazzo, a
lungo, anche quando Anna non v’era.
Questa intanto era felice di quel lungo sguardo diretto a lei, a suo credere.
- Vedi? Vedi? ci credi ora?
- Io, no - rispose asciutta Rita, guardando il mare.
- Come no? Perché? Te l’assicuro io... - incalzò timidamente Anna.
- Son diffidente... A cosa fatta, crederò. Se fossi in te, diffiderei.
- Sai qualche cosa? Sai forse qualche cosa?
- No, nulla. Parlo per esperienza.
- Eppure... - sospirò Anna, lì lì quasi per piangere.
Rita la guardò, ed ebbe pietà di quelle labbra pallide, tremanti, di quei
grand’occhi smarriti, e rimorso d’aver così recisamente esternato quel che
pensava.
- Non ci badare! - soggiunse. - Sono di pessimo umore quest’oggi. E nessuno può
saperlo meglio di te... E se tu dici...
S’interruppe, e propose:
- Andiamo a suonare un po’? Via, via! Andiamo giù.
Mondino Morgani ripassava sotto il terrazzo.
Anna lo scorse, mentre già stava per seguir la Rita, e si trattenne con una mano
alla ringhiera a guardare, facendosi violenza.
Mondino passò diritto come un palo, senza voltarsi.
«M’ha veduta? Non m’ha veduta?», si chiese Anna trepidando. «O c’è qualcuno
affacciato in qualche finestra vicina?»
Guardò: nessuno! E quelle parole di Rita...
Discese, angosciata, la scala del terrazzo.
Rita sonava con molto slancio la Smania del Coop. Appena Anna entrò nel salotto,
ella volse il capo verso l’amica, senza smettere di suonare.
- È ripassato, è vero?
- Sì... non m’ha veduta...
- Ah! non s’è voltato! - osservò Rita con uno strano sorriso a fior di labbra.
Levò le mani dalla tastiera e prese quelle di Anna, guardandola negli occhi.
- Se intende scherzare, l’avrà da far con me... - disse Anna con gli occhi
bassi, interpretando lo sguardo dell’amica, e si morse il labbro inferiore.
- E che puoi fargli tu? - domandò Rita, alzando le spalle, ancora con lo strano
sorriso sulle labbra.
- Oh, se crede che io sia come la figlia del capitano del porto, quella
civettona continentale tutta lezi da scimmia, o come quel pesce infarinato di
Sarina Scoma che fa all’amore in pubblica piazza con gli ufficiali, o come...
- Cara mia - l’interruppe Rita - a immischiarsi con gli uomini, han sempre
ragione loro! Tu l’ami, è vero?
Anna continuò a mordersi il labbro inferiore.
- Bene, egli si mette a civettar con un’altra, poi, poniamo, la sposa, e ti
pianta. Che gli fai tu?
- Non siamo ancora a questo punto... - obbiettò Anna. - Tuttavia, io voglio
uscire da questa incertezza...
Rita sospirò. Dall’incertezza, purtroppo, ella era uscita.
Mondino Morgani si teneva sicurissimo, che tutte le ragazze di Vignetta, a un
cenno solo, si sarebbero buttate dalle finestre a terra per lui: «Prendimi!
Prendimi!». Una sola gli avrebbe resistito: Rita Prinzi! Ed era senza dubbio
(pareva almeno al dottor Mondino) la più bella, la più intelligente fra tutte:
«Educazione da gran signora, suona, ricama, parla il francese, famiglia
rispettabilissima, dote discreta...».
E passava e ripassava sotto il terrazzo.
Rita se n’era accorta.
«Mi fa il ragno sotto gli occhi», pensava, vedendolo. «Non son mosca per te,
caro mio.»
E si ritirava, perché l’imbecille non si credesse lusingato. Oh, quella povera
Anna!
Mondino, persuaso alla fine, che col passare e ripassare, sciupo di scarpe e
nessun pro’, si decise al gran passo. «Colgo la più bella rosa di Vignetta!»
Addio vita da scapolo! Addio sospiri! Addio temporanee avventure!
Un «no», tanto così!
«No! Come no? Perché?», si domandava Mondino. «Perché no?» E non se ne poteva
dar pace. «Come no?» E passeggiava inconsolabile, per lungo e per largo, con le
mani dietro la schiena, la camera da letto, in pantofole e in maniche di
camicia, senza sentir freddo. Non se l’aspettava quel «no». Come c’entrava? In
fin dei conti, rispetto all’età, una giusta proporzione: vediamo; trent’anni,
lui; ventidue, lei: otto anni di differenza. Deforme non era, neanche tanto
brutto, poi! per uomo, via così così... bella statura... una professione per le
mani nobilissima e lucrosa... famiglia accontata sotto ogni rispetto... «Io non
capisco!» E si grattava con le dita assiderate, nervose, il petto bianchissimo,
senza un pelo, sotto la camicia.
- Io non ca... Eh... eccì! eccì!
- Felicità, Mondino! - gli augurò la vecchia zia, dalla stanza attigua.
- Grazie, zia.
Si raffreddava. Indossò la giacca, e si rimise a passeggiare.
«Aspirava forse a qualche principe, la signorina Rita? "Mia figlia per adesso
non ha intenzione di sposare." Bella intenzione. A ventidue anni... E quando si
sarebbe decisa? Ma già, scuse! .. .»
E si soffiava il naso strepitosamente.
Per tre giorni non volle uscir di casa.
- Mondino, un cliente.
- Dite che son raffreddato, a letto.
- Mondino, ti desiderano in casa Cesarò.
- La signorina Anna? Crepi!
E via, dall’altra parte del letto, tirandosi sulle spalle le coperte.
- Il dottore è raffreddato.
III
Per la povera Anna fu un colpo mortale. Apprese dalle labbra stesse dell’amica
la domanda di matrimonio del Morgani, con un espediente di cui nessuna l’avrebbe
creduta capace.
Già ella aveva notato nelle parole, nell’espressione del volto di Rita, ogni
qual volta si parlava del dottore, dello sdegno mal frenato, e dell’acredine, in
luogo del compatimento di prima. Perché?
- Il dottor Morgani t’ha chiesta in isposa, lo so, - disse a Rita, come in
risposta alle frasi di lei, contro il Morgani.
- Chi te l’ha detto? - domandò Rita, accigliandosi.
- Ah, dunque è vero? - esclamò Anna col volto in fiamme.
- Come l’hai saputo? Chi te l’ha detto? - domandò un’altra volta Rita,
nell’imbarazzo.
- Nessuno: l’ho sospettato dalle tue parole.
- Che ho rifiutato?
- Sì. Perché? Per me? - domandò a sua volta Anna così eccitata e accesa, che
pareva dovesse da un momento all’altro cader per terra svenuta. - Oh, ma se
l’hai fatto per me...
- No - l’interruppe Rita, alteramente. - Prima, perché, lo sai, non l’ho potuto
mai soffrire, quel palo, ma, quand’anche, l’avrei sempre rifiutato per te...
Lottava nel cuore di Anna l’onta, l’amore, la gelosia, l’avvilimento di fronte
all’amica. Da un canto avrebbe voluto dilaniare con ogni sorta di ingiurie il
dottore, dall’altro soffriva a sentirne dir male da Rita: avrebbe voluto
impedire che l’amica avvilisse colui ch’ella aveva stimato tanti anni degno del
suo amore; ma l’amor proprio offeso non glielo consentiva.
- Sono senza dote, ecco perché!
Rita cercò di confortarla, alla meglio, distraendola con le buone maniere da
ogni ridicolo proposito di vendetta manifestato nel primo impeto del dolore.
- A immischiarsi con gli uomini, te l’ho già detto, han sempre ragione loro!
Meglio non amare...
- Sì, sì... meglio... - assentiva Anna, singhiozzando.
Finalmente, rassettatasi alquanto, volle ritornare a casa sua.
Tutto il giorno s’aggirò per le stanze come una stordita, come se il bujo
sopravvenuto anzi tempo, a causa di certi nuvoloni minacciosi, la avesse resa
incapace d’aiutar la madre nelle consuete faccende domestiche.
La notte precipitò su Vignetta con un rovescio strepitoso di pioggia. Lampi
spaventevoli squarciavano il cielo, seguiti quasi immediatamente da formidabili
tuoni.
Come legata dalla tremenda commozione della natura, Anna stavasi alla finestra,
sferzata in faccia dalla pioggia, con le vesti inzuppate, sussultando a ogni
palpito della sinistra luce tra le tenebre sul mare in tempesta. Bruciava dalla
febbre e piangeva, stimando in quel momento la propria infelicità superiore a
quella d’ogni altra creatura vivente. Un grande intenerimento per se stessa la
vinceva, e a ogni pensiero che le ribadiva sulla coscienza il concetto della
propria infelicità, le reni quasi le si aprivano e tremava convulsa, strozzata
dall’angoscia. Oh in mezzo al mare, in mezzo alla tempesta, felici, felici i
marinai sotto l’imminenza della morte! Oh morire, morire... mille volte meglio
morire! .
Il domani, la madre, entrando nella cameretta della figlia, trovò Anna a letto,
la finestra ancora aperta, il pavimento allagato dalla pioggia.
- Hai dormito così? Ma sei pazza? Anna! Anna! Ti senti male? Dio, scotta! Anna,
che ti senti? Hai la febbre?
- No... no... - si lamentava Anna col capo affondato nel guanciale, accesa in
volto. - Lasciami...
La povera madre, spaventata, mandò pel medico.
- Il dottore è raffreddato, a letto e non può venire - le annunziò la serva di
ritorno.
Venne però il giorno appresso.
Anna accolse il dottor Morgani come se non l’avesse mai conosciuto. Non rispose
(forse perché la voce non tradisse l’interno turbamento) a nessuna domanda di
lui. Mondino allora si rivolse alla madre.
- Come? come? Sotto la pioggia? Una notte con la finestra aperta? Quale
sproposito!
Anna strinse i denti, e trasse con gli occhi chiusi un lungo sospiro per le
nari. Poi tossì.
- Un tempaccio maledetto! Se io, senza fare spropositi!... vede, signora mia?
E a provare il suo raffreddore, Mondino si soffiò il gran naso. Poi scrisse una
ricetta, e via.
- Ripasserò stasera.
(Visita secca, breve.)
IV
Seguì al rifiuto della Prinzi una serie impreveduta di fiaschi per Mondino
Morgani.
A breve distanza di tempo lo rifiutarono:
1. La figlia del capitano del porto: Nannina Vèttoli, rivale a Vignetta, della
Prinzi. Ventiquattro anni (ventuno, diceva lei,) bruna, non bella, ma simpatica;
dodici mila lire di dote, orfana di madre, parlava sempre in lingua, e il
francese così così. Suonava il pianoforte.
2. Carmela Ninfa, diciotto anni, bruttina anzi che no, un po’ scema, venticinque
mila lire di dote. Zero francese, zero italiano, zero pianoforte.
3. Sarina Scoma (anche lei!), ventisette anni, di carnagione incerta sotto lo
strato di glicerina impastata con la polvere di riso; quindici mila lire di
dote. Completamente incolta, parlava l’italiano a orecchio. Diceva, per esempio,
così: - Se saprei sonare, sonerei - . Ma sapeva sonare. Diceva anche: la
battaglia di Gaspare Monte per Aspromonte, e altro.
4. La nipote dell’avvocato Merca, Giovanna Merca (suo padre era veramente
negoziante di cuoio, ma lei si presentava così: - Sono la nipote dell’avvocato
Merca - ). Niente dote, il solo corredo da sposa: ricamava a perfezione, sonava
il pianoforte, leggeva giorno e notte romanzi truci. Parlava come un uomo, ed
era brutta, ma nipote dell’avvocato Merca.
Nannina Vèttoli, s’intende, rifiutò Mondino perché la Prinzi lo aveva rifiutato;
Carmela Ninfa, perché le parve troppo alto di statura in confronto a lei
cortissima; Sarina Scoma, perché faceva (giusto allora), all’amore con
l’ufficiale di distaccamento a Vignetta; Giovanna Merca, perché in fiera
corrispondenza ancora con un ufficiale di porto traslocato un mese addietro a
Livorno.
Mondino fu quasi per impazzirne.
Adesso, a parte la persona, a parte la famiglia, era medico, sì o no? un dottore
in medicina, per se stesso, è o non è personaggio ragguardevole in un piccolo
paese come Vignetta? Ah, evidentemente le ragazze s’erano montate la testa; sì,
perché, via! a ragionarla, a parte la persona, a parte la famiglia, qual partito
più conveniente di lui? E lo argomentava dal dispiacere vivissimo con cui i
padri e lo zio avvocato avevano risposto negativamente alle sue domande. Era
proprio scritto, dunque, ch’egli dovesse rimaner celibe!
«Tanto meglio!», avrebbe forse esclamato Mondino in altre condizioni, se non
avesse dovuto cioè esercitare la professione di medico, e non fosse stato perciò
costretto a recarsi tante volte ora in casa Scoma, ora dai Merca, ora dai
Vèttoli, ora dai Ninfa. Così frattanto, per rimedio, aveva pensato di farsi di
queste sue disgrazie amorose come una specie di fatalità che gli pesasse
addosso, incomprensibile. Con ciò avrebbe potuto anche mostrare di non covar
rancore contro nessuno, già rassegnato a questa sua fatalità.
E s’era immalinconito.
Anna intanto peggiorava di giorno in giorno. I timori di Mondino fondati sulla
misera complessione di lei, s’avveravano purtroppo! Ed egli, accanto a quel
lettuccio, senza saper perché, diveniva più malinconico.
Anna, durante la malattia, s’era alquanto rasserenata, come se il torbido dei
sentimenti le si fosse man mano posato in fondo al cuore; di tanto in tanto
tuttavia un pensiero tornava ad agitarla.
Ella adesso rispondeva brevemente a qualche domanda di Mondino.
- Come si sente oggi, signorina?
- Meglio, dottore...
Diceva meglio! E intanto...
Con l’andar dei giorni, le visite di Mondino divenivano più lunghe e meno
secche. Egli conversava un po’ con la madre, e spesso induceva Anna a dire anche
lei qualche parola.
Dopo una mesta riflessione sulla vita o sull’erroneo concetto che spesso ci
facciamo degli uomini e della società, sorrideva amaramente e sospirava. Anna
pareva non udisse; l’ascoltava invece attentissimamente.
«Ingiustizie della natura umana!», pensava tra sé Mondino. «Costei muore per me.
E muore sul serio! Ormai, più nessuna speranza di salvarla! E io non seppi
amarla, l’unica che non me lo avrebbe lasciato dir due volte!»
Concepì a un tratto, per la disposizione di spirito in cui allora si trovava,
l’idea di farla, se non altro, morir contenta.
«Sarà un’opera di carità!»
Gliela doveva, per altro: egli s’era mostrato un giorno troppo affabile con la
povera ragazza.
Rita Prinzi assisteva Anna da una settimana, come una sorella. Non sapeva
scostarsi dal lettuccio dell’inferma, a cui faceva delle piane letture, che non
la stancassero, e parlava di cose liete.
Soltanto, ogni qual volta veniva il dottore, ella fuggiva per non farsi vedere.
Una mattina però non fece in tempo a scappare: Mondino, entrando, udì il rumore
d’una seggiola che Rita, scappando, aveva rovesciato per terra. Anna era rimasta
sola, a letto.
- Disturbo, signorina? - domandò dalla soglia Mondino, piegando il busto in
avanti, sulle lunghissime gambe dritte.
- No - rispose Anna, seccamente.
- Mi pareva che qualcuno fosse scappato.
- Si, Rita - rispose allo stesso modo Anna.
- Oh! - fece Mondino, sorridendo. - E perché scappa? Faccio anche paura?
Sedé accanto al letto, e prese tra le dita l’esile polso di Anna.
- Io ho avuto il torto, signorina - riprese senza lasciare il polso - di bussare
a certe porte, a cui non dovevo, e ne sono pentito. Oh se sapesse quanto!
Molto... molto... mi creda! Mi sono smarrito come un cieco, signorina! Apro gli
occhi adesso; ma spero, non troppo tardi - se lei vorrà credere al mio
pentimento, é perdonarmi...
Anna non traeva più respiro, a queste parole, e ritrasse pian piano il polso di
tra le dita del dottore.
- Queste cose non deve dirle a me... - gli rispose senza guardarlo, con voce che
voleva parer ferma.
Entrò in quella la madre, chiamata da Rita.
- Alla mamma, allora? - fece Mondino sorridendo alla signora Cesarò.
- Come dice? - domandò questa, sedendo a piè del letto della figlia.
- Dicevamo... o meglio, io dicevo alla signorina, che è necessario star presto
bene, perché abbiamo bisogno di lei... io specialmente... io più di lei,
signora. M’ero smarrito come un cieco, le dicevo; sì... e mi ritrovo adesso qui,
accanto a questo lettuccio... capisce, signora mia? qui... accanto alla
signorina Anna... Che ne dice?
La madre non aveva compreso le parole del dottore, né il tono insolito della
voce dolce e malinconico, e lo guardava, stordita; comprese alla fine a uno
sguardo che egli rivolse alla figlia appena ebbe finito di parlare, e
dall’atteggiamento del volto di Anna.
Allora si fece rossa, e rispose confusa, quasi balbettando:
- Come? ma s’immagini... io, io felicissima! s’immagini!... Però, deve dirlo
lei, con le sue labbra... È vero, Anna?
Anna, col volto che pareva una maschera di cera, teneva gli occhi semichiusi.
- A lei, dunque, signorina... - disse sorridendo Mondino, chinandosi un po’
verso il letto, e attendendo.
- Ebbene, no! - rispose Anna, aprendo gli occhi e aggrottando un poco le ciglia.
Al «no», Mondino si ritrasse istintivamente dal letto, e impallidì, col sorriso
rassegato su le labbra.
- No? Come! - esclamò - no, anche lei? Ah! Mi ricompensa male, signorina... Io
non credevo...
S’interruppe. Si passò forte una mano sulla fronte e sugli occhi; poi riprese,
con un lungo sospiro:
- Pazienza! Oh, non tema, signora Cesarò: il mio zelo non verrà certo meno per
questo! Procurerò anzi di guadagnarmi così, se non un po’ d’affetto, un po’ di
stima, almeno, della signorina. Farò il mio dovere, per quanto mi sarà
possibile.
E cangiò tosto discorso, con molto spirito, in quel momento. (Così almeno stimò
Rita, che origliava all’uscio della cameretta.)
V
Gesù - vero ritratto preso dallo smeraldo inciso per ordine di Tiberio
Imperatore di Roma, nel trentesimo anno dell’èra cristiana. Questa gemma, di cui
l’inestimabile valore non supera il merito artistico, dopo varie vicende, fu
posseduta dal tesoro turco, e da quell’Imperatore donata al Pontefice Innocenzo
VIII per la redenzione d’un fratello dell’Imperatore fatto schiavo dai
cristiani.
Rita, assorta in pensieri a piè del letto di Anna, rileggeva meccanicamente, per
la trecentesima volta almeno, questa iscrizione sotto una immagine di Gesù
appesa al capezzale.
Dopo il suo «no», Anna era molto peggiorata. Il male precipitava.
- Non stare più con me, Rita - diceva ella. - Se io fossi in te, avrei paura a
star qui.
- Ma no, Anna! Scherzi? Tu stai meglio...
- Sì... meglio...
Non aveva più forza di sollevare un braccio dal letto, e lo mostrava sorridendo
amaramente all’amica.
I genitori avevano già consigliato a Rita, veramente, di non andar più da Anna.
- Sciocchezze! - rispondeva Rita. - Quando il medico mi dirà che non sarà più
prudente andare, non andrò più. Per ora, non siamo a questo punto.
Anna, a cui la malattia aveva straordinariamente acuiti i sensi e l’indole un
po’ sospettosa, spiava dal letto l’amica con diffidenza, ritenendo per fermo in
cuor suo ch’ella avesse disapprovato il suo rifiuto aspro al dottore, il quale
ora, quasi in ricambio, si mostrava per lei (anche agli occhi di Rita) più
premuroso d’un fratello. Perché Rita ormai non scappava più dalla stanza
all’arrivo del Morgani? Ella anzi, adesso, rivolgeva delle domande o chiedeva a
lui dei consigli circa l’assistenza da prestare, e Mondino allora rispondeva a
lungo, con evidente soddisfazione, e col suo garbo abituale. E Anna, dal volto
di Rita, argomentava com’egli non le dovesse parer più, come prima, antipatico e
sciocco.
«Ah, egli è buono, è buono!», pensava Anna in cuor suo. «E come parla bene!»
Nello stesso tempo Rita si confessava internamente:
«Non è poi tanto sciocco quanto credevo! E non dev’esser cattivo di cuore.»
Mondino, dal canto suo, comprendeva e assecondava guardingo la corrente
sentimentale favorevole, in cui s’era messo. Seguitando così, l’approdo era
sicuro.
Anche Anna lo prevedeva, e, se da un canto provava un sentimento duro,
indefinibile di gelosia contro Rita, dall’altro non solamente scusava Mondino,
ma godeva a sentirlo parlare così bene all’amica, e a veder com’egli l’avesse
già vinta e piegata a lui. E avrebbe voluto quasi dire a Rita: «Vedi, vedi
com’egli è degno d’essere amato! Ah, lo stimi tu adesso, com’io prima lo
stimavo? Sta bene; e ora vattene di qui! Tu non stai accanto al mio letto per
me, ma per veder lui e parlargli due volte al giorno...
L’intendo, l’intendo forse più che voi
stessi ancora non lo intendiate! Mostrate d’aver tanta pietà di me, perché in
questa pietà è l’intesa del vostro amore... Vattene, Rita! Per me e per te,
vattene!».
Ma Rita non se n’andava; si mostrava impaziente se il dottore tardava cinque
minuti a venire, e si recava a guardar dietro i vetri della stessa finestra, a
cui Anna s’affacciava un tempo per veder passare Mondino. E sinceramente ella
stessa, nel suo interno, credeva che questa impazienza derivasse soltanto da
disinteressata premura per l’amica infelice.
Anna un giorno, per accertarsi fino a qual punto fosse arrivata l’intesa tra i
due, volle simular di dormire proprio nel momento in cui era solito di venire il
dottore.
Quel giorno la madre non avrebbe assistito alla visita: Anna stessa l’aveva
pregata di mettersi a letto per rifarsi un poco delle veglie durate.
Mondino finalmente giunse, e subito Rita gli fe’ cenno d’avanzarsi adagio, sulla
punta dei piedi.
- Dorme! - bisbigliò, quand’egli si fu accostato al letto.
Mondino contemplò un tratto la giacente, poi si volse a Rita, socchiuse gli
occhi e dimenò desolatamente la testa.
- Pare già morta! - sospirò senza voce Rita.
Mondino annuì, poi a bassa voce, un po’ impacciato, disse:
- Intanto lei, signorina... senta, non è giusto che si trattenga più qui...
Capisco, è l’amica del cuore... Intendo tutta la squisitezza del suo sentire, ma
creda che... io soffro, ecco, quando son fuori, e penso che lei è qui esposta al
pericolo. Mi intende? Dunque mi faccia il favore di andarsene... di non venir
più... Me lo promette? Non è prudente...
- Gliel’ho già detto! - gridò Anna aprendo gli occhi improvvisamente e
volgendosi ai due con le ciglia corrugate.
Rita e Mondino trasalirono.
- Dico che non è prudente - balbettò Mondino imbarazzato - non per il suo stato,
signorina Anna... ma perché... perché la signorina Rita è sofferente... per le
veglie... e perché soffre vedendo lei così...
- Ah, per questo? Se è per questo, la lasci dottore, non soffre! - l’interruppe
Anna con amarissimo sorriso. - Soffro io! io soffro, invece. Ah, per carità,
lasciatemi morire in pace! Non venite più nessuno dei due. Che gusto provate ad
amarvi qui, accanto al letto d’una moribonda?
Rita scoppiò in lacrime, coprendosi il volto con le mani, e Mondino confuso,
agitato, non trovò una parola da rispondere ad Anna, e se n’andò in fretta,
senza neanche ardire di salutar Rita piangente.
Dopo circa due settimane Anna morì.
Da sei anni ora giace nell’alto e solitario cimitero di Vignetta ricco di fiori
e di cipressi; e più non può sapere, per sua pace, che da
cinque anni Mondino Morgani e Rita
Prinzi son marito e moglie, e che già hanno due figliuoli - Cocò e Mimì - biondi
come papà.
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