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III
Spicciati, suvvia, mamma! Son già le dieci - disse Pia, che già dava l’ultimo
colpo di pettine ai capelli, esaminando l’acconciatura nella specchiera a tre
lastre sul cassettone.
- Piano piano, figlia - rispose placidamente la signora Giovanna. - Le botteghe
non scappano mica dal Corso! A che ora verrà a prenderci il Baldìa?
- Tra breve. Ha detto circa alle dieci. Cioè, gliel’abbiamo detto noi.
- Eh, ma se tu soffri tanto...
No, è passato. Gli occhi, piuttosto guarda: son molto rossi?
- Un po’ rossi. Son anche gonfi.
- Mi riduce ogni volta così, questo mal di capo! Ecco, suonano alla porta. Sarà
lui!
Era invece la signora Anna Venzi con gl’immancabili due bambini e la serva.
Quelle due creaturine pallide e trascurate eran cagione a Pia di costante
afflizione. Ella non aveva ancora potuto indurre la madre ad acconciar quei
bimbi con maggior gajezza e disinvoltura, e n’era quasi disperata. Quelle
brachette lunghe, quei capelli lisciati, stirati, quelle gambette troppo calzate
la facevan davvero soffrire. Anna, che pur seguiva servilissimamente ogni
consiglio di Pia, era rimasta nell’esercizio della maternità zotica e ostinata.
Invano Pia s’era rivolta al marito di lei: Filippo chiudeva gli occhi o
scrollava malinconicamente le spalle:
- Sì, lo vedo; ma se sua madre... Io ho da pensare ad altro, signorina!
Anna veniva per assistere alle compere del Baldìa, spinta da curiosità non
scevra forse d’invidia. Alla curiosità e all’invidia s’univa fors’anche una
punta di gelosia non ancor ben definita, presentendo ella quasi, che Pia avrebbe
avuto in avvenire più comunione d’intendimenti con la nuova sposa, anziché con
lei.
Da tant’anni a Roma, ella non aveva saputo contrarre alcuna amicizia, eccetto
questa coi Tolosani, ai quali era stata presentata dal marito pochi giorni dopo
il suo arrivo alla Capitale. Anna era allora molto sciocca, senza veruna pratica
della vita, né modi, ne garbo. Incomprensibile veramente come Filippo Venzi,
giovine colto e intelligente, avvocato dei più cospicui del foro romano, avesse
potuto sceglierla e torla in moglie. Non era neppur bella, santo Dio! Gli amici
s’eran confidata la loro delusione; ma nessuno mai intuì, tranne forse Filippo
stesso, quel che aveva provato in vederla Pia Tolosani. «Come! Per quella lì?»
Le aveva fatto tuttavia la più festosa accoglienza, e con l’andar del tempo
aveva assunto quasi un’aria di protezione per lei di fronte al marito. Perché il
Venzi, poco dopo il matrimonio, s’era profondamente immalinconito, e in verità,
nessuno degli amici stimava gliene mancasse il di che. Pia Tolosani cominciò
anche a far da maestra ad Anna, e in breve la sua compagnia divenne per questa
addirittura indispensabile. Ella le sceglieva la stoffa degli abiti, ella le
indicava la sarta e la modista, ella le aveva insegnato a pettinarsi in men
goffa maniera, ella a curar la casa e ad arricchirla man mano di tutte quelle
minuterie leggiadre che sanno trovar le donne per comporsi il nido. Metteva in
tutto ciò il più vivo impegno. Ed era andata anche più in là.
Anna scioccamente le narrava, volta per volta, tutto ciò che le avveniva col
marito, i più lievi dissapori, i malintesi. E allora Pia s’era anche prestata a
comporre con molto tatto le prime liti, così, senza mai comparire, spuntando a
parte la stizza d’entrambi dando ad Anna savi consigli e ammonimenti di
prudenza, di pazienza...
- Tu non sai prendere pel suo verso tuo marito! Dovresti far così e così... - le
diceva. - Non lo conosci ancora a bastanza. Eh sì, mia cara! Vedi? Egli, a mio
avviso, avrebbe bisogno di questo e di quest’altro...
A lui poi faceva scherzosamente la voce grossa, impediva ch’egli si lamentasse o
si scusasse:
- Zitto lì! Venzi, ha torto, confessi che ha torto! Povera Anna! tanto buona...
Si sa, un po’ inesperta ancora... E lei, bel tomo, se n’approfitta! Sì, sì; ma
già, tutti così voi brutti uomini!
Adesso Anna, dopo tant’anni di quella scuola e di residenza a Roma, era, anche
per confessione dei disillusi amici, molto migliorata, è vero; ma lasciava
tuttavia non poco a desiderare, specialmente al marito.
- Non ancora vestita? - diss’ella entrando a Pia.
- Ah, sei tu? Brava! Siedi. Hai con te i piccini? Dio mio! E come faremo a
condurli con noi?
- No, rimarranno qui - rispose Anna. - La Tittì strillava; ho dovuto portarmela
per forza. Non sei ancora vestita?
- Vedi che la mamma non si decide? Oggi la mamma fa i capricci. Io ho poi un mal
di capo...
- Rimandiamo l’uscita a domani... - propose la signora Giovanna.
- Oh Dio, Anna! - riprese Pia per cangiar subito discorso. - Tirati un po’ su
quei capelli! Su, su! Come ti sei pettinata oggi?
- La Tittì strillava... - ripeté Anna. - Aggiustameli tu, ti prego. Quando la
Tittì fa così, io non la posso soffrire, io.
La signora Giovanna uscì dalla camera, e Anna e Pia rimasero a conversar tra
loro.
- Dunque il Baldìa s’ammoglia, così, all’improvviso...- cominciò Anna, seguendo
con gli occhi Pia che si vestiva.
- Già! È curioso: di tratto in tratto, qualcuno sparisce, e poi torna con la
moglie.
- Debbo dirtelo? - riprese Anna. - Io quasi avrei giurato che Baldìa pensava a
te; sì, così almeno mi era parso...
- Ma nemmen per idea! - esclamò forte Pia, arrossendo fin nel bianco degli
occhi.
- Te lo giuro - continuò Anna con lo stesso tono di voce. - Io così credevo. E
anzi dicevo tra me: Quando si decide? A te non importa nulla, lo so... Ma io...
Entrò la serva ad annunziare che il signor Baldìa attendeva nel salotto.
- Va’ tu - disse Pia ad Anna. - Noi siamo già quasi pronte.
IV
Paolo Baldìa attendeva nel salotto, con viva ansia, Pia. Già si rimproverava
d’esser venuto forse un po’ troppo presto. Egli voleva spiare più attentamente
nelle parole, nell’atteggiamento di lei, se era arte oppur no l’indifferenza
ostentata la sera precedente. Ma forse tra breve, alla vista di Pia, gli sarebbe
mancata la lucidezza di spirito necessaria a quell’esame.
Provava fra quelle pareti, ov’egli, fino a poco tempo addietro, aveva per un
momento custodito un proposito di innamoramento, ov’egli s’era forse lasciata
sfuggire qualche parola lontanamente allusiva, qualche sguardo un po’
espressivo; un senso smanioso di disagio. Frattanto in piedi guardava davvicino
i ben noti oggetti appesi e disposti con bell’arte qua e là. L’imagine della
promessa sposa, tanto dissimile in tutto da Pia, era in quel momento
lontanissima dalla sua mente. Nondimeno egli s’era fermamente proposto d’amarla
con sincerità, d’aver per lei le premure più esperte, d’esserle a un tempo
maestro e marito: ella, insomma, sarebbe stata, nel gran vuoto fino allora
sentito, lo scopo, l’occupazione unica della sua vita. Ma, pel momento, era
molto lontana.
Lo richiamò a lei Anna Venzi, entrando.
- Verrò anch’io, Baldìa. Anch’io voglio fare qualche cosa per la sua... guarda!
non ci ha detto ancora come si chiama...
- Si chiama Elena - rispose il Baldìa.
- Sarà carina... certo...
- Così... - fece Paolo, alzando le spalle.
- Anche a me la farà conoscere, non è vero?
- Certo, signora; con piacere...
Comparve finalmente Pia, acconciata (parve a Paolo) con maggior cura del solito.
- Scusi, Baldìa! L’abbiamo fatto aspettare un po’... Possiamo andare! La mamma è
pronta... Cioè, no; aspetti! ha con lei la nota?
- Eccola qui, signorina.
- Benissimo! Possiamo andare. Non ha comprato ancora nulla, è vero?
- Nulla, proprio nulla.
- E allora non sarà possibile comprar tutto in un sol giorno. Basta, vedremo.
Non abbia fretta, e lasci fare a noi.
Per via cominciò l’interrogatorio sulla sposina. Paolo, per darsi un contegno,
rispondeva superficialmente, affettando indifferenza per l’atto che stava per
compiere.
- Ma sa che lei è un bel tipo! - esclamò a un certo punto Pia, come
indispettita.
- Perché, signorina? - rispose Paolo, sorridendo. - È la pura verità: io ancora
non-la-co-no-sco. Ride? L’avrò veduta laggiù, sì e no, dodici volte. Ma via!
avremo tempo per conoscerci... So che è una buona ragazza: mi basta, per ora.
Lei vuol saperne i gusti; io non li so...
- E se poi non rimane contenta di noi? Non dubiti! Faccia lei; rimarrà contenta.
- Di’ la verità - riprese Pia, rivolgendosi ad Anna. - Tu sei rimasta contenta?
- Io, lo sai, contentissima, io - rispose Anna.
- Ma tuo marito, almeno, non era così antipatico come il Baldìa; scusi, sa! Che
vuol dir quest’aria di noncuranza? Si vergogni! Sa che tra breve sarà marito?
- Non son funebre a bastanza? - fece comicamente Paolo.
- Avesse visto Venzi al suo posto! Poveretto, faceva pietà! Sempre sotto
l’incubo d’essersi dimenticato di qualche cosa... E poi, corri di qua, scappa di
là; e noi, io e la mamma, dietro: dalla casa, a questo, a quel negozio... Ah,
v’assicuro, non se ne poteva più! Ma si rideva... Abbiamo lavorato.
Entrarono in un gran magazzino di stoffe sul Corso Vittorio Emanuele. Due
addetti alla vendita si misero subito garbatissimamente a loro disposizione.
Anna Venzi guardava con grande stupore delle brutte imitazioni d’arazzi antichi
pendenti dalla ringhiera del palco che correva in giro, in alto, l’ampia sala
ripiena di stoffe. La signora Giovanna osservava davvicino e tastava delle
mostre disposte qua e là sapientemente. Ella non voleva affatto immischiarsi
nelle compere del Baldìa.
- Che qualità? Bisogna che me lo dica... - fece a questo Pia.
- Ma io non so... che vuole che ne sappia? - rispose Paolo, stringendosi nelle
spalle.
- Mi dica almeno, su per giù, quanto vorrebbe spendere...
- Quanto vuol lei... Mi rimetto a lei completamente. Faccia come... - Si
trattenne a tempo; stava per aggiungere: «Come se fosse cosa sua».
- Mamma, Anna! - chiamò Pia per non tradirsi, avendo compreso l’interruzione. -
Col Baldìa è inutile parlare. Venite. Per la camera da letto un bizantino, è
vero? stoffa alta... qualità fina... Forse un po’ troppo cara, no?
- Non badi al prezzo! - disse Paolo.
- Risparmierebbe sulla quantità: il bizantino è molto alto.
Il negozio durò a lungo: si disputò sul colore (- Io adoro il giallo! -
protestava Anna Venzi), sulla qualità, sulla quantità, sul prezzo... Il giovine
di negozio, perspicacissimo, aveva già capito! eh sì! si rivolgeva a Pia
solamente: - No, guardi, signorina; scusi! Faccia vedere al signore...
Paolo, tolto da più d’un mese ai suoi libri, costretto a dare importanza a tante
cose, alle quali gli pareva non avrebbe potuto mai darne; s’era già stancato, e
guardava sulla via, pensando. - A un certo punto, nel volgersi, vide nella sala
le tre donne rider tra loro nascostamente alle spalle del giovine di negozio,
che s’era allontanato per riporre nello scaffale una stoffa. Anna specialmente
aveva gli occhi pieni di lacrime, e a un tratto la risata le esplose sotto il
fazzoletto. Paolo s’appressò, e Anna stava per dirgli la cagione del loro riso,
quando Pia la trattenne per un braccio.
- No, Anna! te lo proibisco!
- Ebbene, che male c’è? - fece Anna.
- Nulla, lo so! - rispose Pia; e rivolgendosi a Paolo: - Vuol ridere? Stia qui.
Quello sciocco m’ha preso per la sposa!
V
Paolo Baldìa si riposava un po’ nella sua nuova casa, ormai in relativo assetto,
sdrajato sul seggiolone a divano nel suo studio, ov’egli si prometteva d’iniziar
tra breve una nuova vita di pensiero e di studi. Attendeva i Tolosani, Filippo
Venzi e la moglie, che sarebbero venuti tra poco a visitar la casa. Pensò a un
tratto di riesaminarla attentamente, una stanza dopo l’altra, per indovinar
l’effetto che avrebbe fatto ai visitatori. Ancora otto o dieci giorni, e il nido
sarebbe stato pronto ad accoglierlo con la sposa.
Guardando le tende, i tappeti, la mobilia, godeva nel sentir destarsi in lui il
premuroso senso della proprietà. Ma pure, durante quell’esame per la casa, una
figura si sovrapponeva costantemente a quella della promessa sposa: Pia Tolosani.
Egli vedeva quasi in ogni oggetto il consiglio, il gusto, la previdenza di lei.
Ella aveva consigliato quella disposizione alla mobilia del salotto; ella aveva
suggerito la compera di questo e di quell’oggetto, utilissimi ed eleganti. S’era
messa al posto della sposa lontana e aveva reclamato per lei tutti quei comodi,
a cui un uomo, per quanto innamorato, non avrebbe potuto pensare. «Se non avessi
avuto lei!...», si diceva Paolo. Ed egli stesso aveva comperato degli oggetti
per avere la lode di Pia, prima che quella della sposa; sapendo anzi, in
precedenza, che tanti e tanti di quegli oggetti non sarebbero stati compresi e
forse mai usati da Elena, ignara e abituata a vivere molto semplicemente. Li
aveva dunque comprati per Pia, come se per lei avesse messo casa...
I visitatori finalmente arrivarono. Filippo Venzi non aveva ancora veduto nulla,
né della casa né delle compere; Pia e la moglie se lo tolsero subito in mezzo
per fargli le opportune spiegazioni. Paolo condusse la signora Giovanna un po’
stanca nel salotto, la fece sedere e spalancò le imposte del largo balcone con
la ringhiera di marmo prospiciente sulla via Venti Settembre.
- Ah, è delizioso! - esclamò la Tolosani. - Ella vada pure, Baldìa. Io mi riposo
un po’, e poi girerò col mio comodo.
- Grandi progressi! - fece Pia, vedendolo. - Già quasi tutto in ordine! Guardi,
Venzi, guardi quelle due mensolette, lì, come sono carine! Ci vogliono due bei
vasi d’erba spiovente! Ama i fiori, Baldìa, la sua sposa?
- Credo di sì...
- E allora, subito due vasi da fiori!
- Li comprerò, non dubiti. Ebbene, Venzi che te ne pare della casa?
- Mi piace moltissimo! - rispose Filippo. - Moltissimo! - ripeté volgendosi a
Pia.
Anna guardò il marito, poi il Baldìa, e si dispensò dal ripetere le stesse
parole.
Dalla stanza da pranzo passarono alla camera da letto.
- Lo volevo dire io! - esclamò Pia. - Se li è dimenticati! Dov’è la piletta per
l’acqua santa, l’inginocchiatoio?
- Anche l’inginocchiatoio? - osservò il Venzi sorridendo.
- Certo! La sposa del Baldìa è molto divota, è vero, Baldìa? Credete che sieno
tutti scomunicati come voi?
- Ed ella prega la sera prima d’andare a letto? - le domandò il Venzi
argutamente.
- Se avessi l’inginocchiatoio, pregherei.
Paolo e il Venzi si misero a ridere. Paolo non aveva mai veduto Pia Tolosani
così vivace, civettuola quasi.
Decisamente, o ella non s’era affatto accorta di quel primo, tenuissimo
tentativo d’innamoramento, o non le era importato proprio nulla ch’egli ne
avesse smesso il pensiero. Nell’un caso o nell’altro, quella gaiezza quasi
scoppiettante lo stizziva sordamente e quasi lo tentava. E mentre al cospetto di
lei il ricordo della promessa sposa impallidiva, svaniva, ella, invece, pareva
non si curasse che di questa, non parlava che di questa, come se avesse voluto
proteggerla e difendere dall’oblio; e attribuiva a lei lontana i suoi pensieri
più squisiti, i suoi più delicati sentimenti; cosicché la sua superiorità di
fronte all’altra saltava continuamente agli occhi di Paolo.
In aperto contrasto con la gaiezza di Pia era l’umor cupo di Filippo, al quale
ella senza tregua lanciava frizzi e rimproveri scherzevoli. La sua vocetta
pareva armata di spilli, pareva desse tra i risolini pinzi sottili. Il Venzi
sorrideva amaramente o rispondeva con brevi frasi pungenti.
Già da un pezzo Paolo s’era abituato a non veder più in Filippo lo spensierato
amico d’una volta; tuttavia quel giorno, nella nuova casa, contento del lavoro
finito, la cupezza dell’amico l’oppresse maggiormente.
- Che hai? - gli domandò.
- Nulla, pensieri! - rispose Filippo, al solito.
- Venzi vuol rifabbricare il mondo! - esclamò Pia canzonandolo.
- Sì, rifabbricarlo senza donne.
- Non ci riesce! Diglielo, Anna! Che fareste voi uomini senza noi donne? Lo dica
lei, Baldìa!
- Nulla! Verissimo, per me. Ne sia prova questa casa.
Filippo scosse il capo, e s’allontanò per riesaminare la casa da solo. Ecco,
ecco, come Pia Tolosani gli avrebbe messo la sua, s’egli tant’anni addietro
avesse potuto aprire ai gusti di lei una borsa come quella del Baldìa! Com’ella
doveva esser contenta d’aver potuto dare quel saggio del suo buon gusto, della
sua saviezza, della sua previdenza!...
Nella sala da pranzo s’incontrò con la signora Giovanna, che osservava pian
piano, minutamente, ogni cosa.
- Ben messa... non c’è che dire... Tutto di gusto! - E internamente, pensando
alla figlia, si diceva con rammarico: «Come sa far tutto!...».
Fra lei, il Venzi e il Baldìa, in quella casa, Anna pareva che stesse come un
piedistallo, su cui Pia Tolosani sorgeva elettissima.
- Qui, ormai, non ci manca che la sposa! - disse Pia. - Sedete! Proviamo il
pianoforte.
E sonò con molto sentimento una squisita composizione del Grieg.
VI
Circa tre mesi dopo le nozze, Paolo Baldìa tornò da un lungo viaggio, a Roma,
con la novella sposa. Durante il viaggio Elena s’era un po’ ammalata e, appena
giunta a Roma, dové per parecchi giorni guardare il letto.
Pia Tolosani si moriva dalla curiosità di conoscerla, e, sott’altro punto di
vista, anche Anna Venzi, la quale già pregustava l’intimo piacere di mostrare
alla novellina la sua grande esperienza e le maniere cittadine (apprese da Pia).
Nessuno degli amici aveva ancora veduto Elena; soltanto Filippo Venzi s’era
incontrato di sfuggita col Baldìa.
- Ah, l’ha veduto? - gli domandò Pia con ansia mal repressa. - Ebbene, ebbene,
ci dica...
Il Venzi la guardò a lungo, fissamente, senza rispondere; poi sentenziò:
- Eh, la curiosità va punita...
- Noioso! - esclamò Pia, voltandogli le spalle.
- Come dicevo, l’ho veduto - riprese il Venzi. - Signorina Pia, stava bene,
stava benone!
- Me ne congratulo! - fece Pia stizzita.
- Era un po’ afflitto, veramente.
- S’intende, poveretto! - esclamò Pia, rivolgendosi al Dàula. - E dica, Venzi, è
ancora a letto la moglie?
- No, s’è levata.
- Ah, la vedremo presto, allora!
L’attesa però fu lunga. Il Baldìa avrebbe voluto presentar la moglie ben
preparata ad affrontare e ad appagare la curiosità degli amici, specialmente di
Pia Tolosani. Ma Elena, d’indole chiusa e un po’ caparbia, asciutta nelle
risposte, non si lasciò smuovere affatto dal suo modo di vedere e di pensare, né
volle conceder nulla ai desideri del marito, quantunque espressi col massimo
garbo e col massimo tatto. Non poté neanche ottenere ch’ella indossasse la veste
da lui preferita, e che si levasse dal collo un certo nastro che, a suo
giudizio, non le stava bene.
- Altrimenti, non vado - aveva tagliato corto Elena.
Paolo chiuse gli occhi e sospirò per le nari. Pazienza! S’era imbattuto
purtroppo in un caratterino difficile, che voleva esser preso pel suo verso, con
fermezza e delicatamente nello stesso tempo; se no, guerra intestina! Ma Paolo
si teneva savio abbastanza. La sposina gli dava da fare? Tanto meglio! Ecco
finalmente una buona occupazione! E a poco a poco, ne aveva fiducia, le avrebbe
dato quella forma, ch’egli vagheggiava. Per adesso, pazienza!
Animato da questo sentimento, egli presentò Elena a Pia Tolosani, quasi
domandandole velatamente, scherzosamente, senz’offendere per nulla la
suscettibilità della moglie, cooperazione di senno e di tatto.
Pia intuì subito, vedendo Elena, con chi aveva da fare. Esteriormente, in verità
non le piacque gran fatto; non così però il contegno rigido e chiuso, la
subitanea accensione del volto quando Elena si faceva a esprimere qualche
pensiero contraddittorio, le negazioni recise date al marito che la guardava
timorosamente.
- No, no! impossibile, impossibile! Lui faccia quello che vuole. - Così negava
Elena. «Lui» era il marito, qualcosa, per Elena, di molto diverso da lei.
Pia guardava il Baldìa e sorrideva benignamente. Paolo guardava la moglie, e
sorrideva un po’ imbarazzato.
- Mi piace; quel tipino, mi piace! - dichiarò il giovedì sera agli amici Pia
Tolosani.
Anna Venzi guardava Pia con occhi sbalestrati, e s’agitava sulla seggiola
smaniosamente.
- Ah, è venuta finalmente! E di’, com’è? com’è? Ti piace, hai detto? Ti piace?
A quattr’occhi Pia confidò ad Anna che in quanto alla figura, no; Elena non le
era piaciuta...
- Veste maluccio... Non sa pettinarsi... Sgarbatuccia, poi! specialmente col
marito... Ma quasi quasi, guarda! ci ho gusto, che sia così! È un po’
presuntuoso il Baldìa, non ti pare?
- Presuntuoso, io l’ho sempre detto! - dichiarò Anna.
In quel convegno Filippo Venzi si mostrò molto più cupo del solito.
VII
La simpatia di Pia Tolosani per Elena Baldìa crebbe in poco tempo, con dispetto
e dolore d’Anna Venzi. Elena invece, chiusa sempre in se stessa, non si curava
molto di Pia; accettava da lei qualche consiglio, le faceva di tanto in tanto
qualche lieve sacrifizio della sua ostinata volontà, ma solo quando il consiglio
di Pia le pareva non s’accordasse apertamente con qualche desiderio
manifestatole prima dal marito. Che se poi questi si mostrava troppo soddisfatto
della concessione ottenuta, la ritirava subito, e Pia se ne dispiaceva
vivamente.
- Vede? - diceva ella al Baldìa. - Lei mi guasta tutto...
- Pazienza! - esclamava ancora una volta Paolo chiudendo gli occhi e sospirando
per le nari. E usciva di casa per timore di perderla, finalmente. Com’era buona
frattanto quella Pia Tolosani! Se Elena almeno avesse potuto sentir per lei
amicizia! Ella le avrebbe aperto il cuore e la mente! Tra loro donne si
sarebbero certo intese molto meglio! E poi la signorina Pia era così prudente,
così giudiziosa! aveva così belle maniere!... «A poco a poco, chi sa!» si diceva
Paolo.
Dove si recava? Abituato a non uscir mai di casa in certe ore del giorno, si
sentiva quasi smarrito per le vie di Roma. Andava un po’ a zonzo; poi, per
sottrarsi alla noia, finiva col recarsi allo studio di Filippo Venzi. Lì, se non
altro, trovava da leggere, mentre Filippo lavorava.
- Ah, sei tu? Bravo! Prenditi un libro e lasciami lavorare - gli diceva questi.
E Paolo obbediva. Di tratto in tratto levava gli occhi dal libro e osservava a
lungo l’amico intento a scrivere con la fronte contratta e il capo chino. Come
gli s’eran diradati e brizzolati in poco tempo i capelli! Che aria di stanchezza
in quel faccione bronzeo e negli occhi profondamente cerchiati! Filippo,
scrivendo, piegava or da un lato or dall’altro la grossa testa sulle spalle
erculee. «Irriconoscibile!», si diceva mentalmente Paolo. In quegli ultimi
giorni poi il Venzi era diventato mordacissimo, aggressivo finanche, e in fondo
ai suoi ghigni, alle sue parole era un’inesplicabile amarezza, quasi biliosa.
Possibile, che l’avvilimento per la scempiaggine e la volgarità della moglie
l’avesse ridotto in quello stato? No, no; ci doveva esser sotto qualche altra
cagione! Quale? Certe volte a Paolo era parso finanche, che Filippo l’avesse con
lui... «Perché con me? Che gli ho fatto io?» Eppure, eppure...
Un giorno il Venzi si mise a parlargli dei Tolosani, del padre, della madre e
specialmente di Pia, dapprima con tal sottile ironia, poi con aria così
apertamente e stranamente beffarda, che Paolo rimase stordito a guardarlo. Come!
Lui, il più intimo amico, ne parlava così? Paolo si sentì quasi in obbligo di
rispondere, di difendere la famiglia amica, ed encomiò Pia, rivoltandosi alle
beffe.
- Sì, sì... aspetta, caro! aspetta! - gli disse, infoscandosi e pur seguitando a
ridere, Filippo. - Aspetta, e te ne accorgerai!
Balenò a Paolo un sospetto; ma lo scacciò subito, accusandosi di permalosità.
Tuttavia questo sospetto aveva gittato un’improvvisa luce sullo strano
cambiamento di Filippo in quegli ultimi tempi, e sotto questa luce odiosa,
perdurante, il pensiero del Baldìa frugò e vide man mano il sospetto concretarsi
in mostruosa realtà. Filippo stesso, di giorno in giorno gliene dava prove
vieppiù irrefragabili. L’ultima fu la più dolorosa per Paolo: il Venzi
s’allontanò da lui; giunse finanche a fingere di non accorgersi di lui, per non
salutarlo. Non mancava oramai a Paolo che un’aperta confessione, e volle
procacciarsela, volle a ogni costo venir con lui a una franca spiegazione.
Gliene nacque l’idea vedendo in un pomeriggio, mentr’egli si ritirava a casa, il
Venzi passare in fretta per via Venti Settembre. Gli andò incontro risolutamente
e lo scosse per le braccia:
- Insomma, posso sapere che hai con me? che t’ho fatto?
- Ti preme molto di saperlo? - gli rispose Filippo, impallidendo.
- Mi preme, si sa! - incalzò Paolo - per ispiegarmi questo tuo modo d’agire. Mi
preme per la nostra antica amicizia!
- Dolcissima parola!... - sghignò Filippo. - Dunque non te ne sei accorto? Vuol
dire che il serpe non si è ancor bene scaldato. ..
- Di che serpe parli?
- Ma sai, di quel famoso della favola raccolto un giorno di neve dal pietoso
contadino...
Paolo trascinò a viva forza Filippo in casa sua. Lì, nello studiolo chiuso a
chiave, quasi al buio, s’ebbe la confessione. Dapprima il Venzi si rifiutò,
trincerandosi dietro la consueta dicacità quasi brutale.
- Son geloso di te! - scattò su finalmente a dirgli. - Vuoi intenderla?
- Di me?
- Sì, sì. Non ti sei ancora innamorato?
- Di chi? Sei pazzo?
- Di Pia Tolosani!
- Sei pazzo? - ripeté Paolo sbalordito.
- Pazzo, sì pazzo! Ma intendimi, compatiscimi, Paolo! - riprese Filippo in un
altro tono di voce, quasi piangente. E gli parlò a lungo del suo primo amore per
Pia Tolosani, rimasto ignorato, poi del suo matrimonio e delle delusioni
seguite, del vuoto intorno a lui, della tremenda noia agitata da mille continue
smanie, le quali man mano s’erano definite, concretate nel nuovo disperato amore
per Pia Tolosani.
- Ogni giorno che passa, la moglie va giù, sempre più giù... Ed ella invece in
alto, sempre più in alto! Ella è l’intatta e l’intangibile! Rimane, capisci,
agli occhi nostri come l’ideale, che tu, sciocco, ed io, ci siamo lasciato
sfuggire! E ciò appunto ella vuol dimostrarci, prendendosi tanta cura delle
nostre mogli! È questa è la sua vendetta! Liberati da lei, da’ ascolto a me!
Liberati da lei! O da qui a un anno, anche tu te ne innamorerai, senza fallo...
già lo vedo... come me, guarda! come me...
Paolo compianse internamente l’amico, senza trovare una parola da dirgli.
S’udirono in quella pel corridoio le voci di Elena e Pia Tolosani, che
rientravano insieme da una passeggiata.
Filippo scattò in piedi.
- Lasciami andare! Che non la veda... che non la veda.
Paolo l’accompagnò fino alla porta, e quando si richiuse molto turbato nel suo
studiolo, udì nettamente attraverso la parete, la voce di Pia, che nella stanza
attigua diceva alla moglie:
- No, no, mia cara! Spesso il torto è tutto tuo, tu già ne convieni... Sei un
po’ troppo dura con lui! E non bisogna esser così...
Inizio
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