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II
- Uno... due... tre... quattro... cinque... sei... sette...
Il signor Carlo Antelmi, su una seggiola presso l’uscio del salotto arredato con
certa pretensione d’eleganza, che tradiva peggio l’angustia dei mezzi, faceva
girar con un dito le aste d’un grande e vecchio orologio a pendolo appeso alla
parete su uno stipetto a muro. Dopo il primo giro sul quadrante aspettò che la
soneria sbagliata ricontasse le ore. Sette un’altra volta, maledetto!
- Chi è?
Entrava qualcuno; e il signor Carlo, lungo e secco nella veste da camera un po’
gualcita, con un berrettino da viaggio in capo e un grosso fazzoletto di lana al
collo, dalla seggiola si volse, chinandosi verso l’uscio per veder chi fosse.
- Sono io, signor Carlo... Disturbo? - fece Tullo Marzani, entrando
impacciatissimo.
Il signor Carlo s’affrettò a scendere dalla seggiola.
- L’avvocato! Ma che! Avanti, signor avvocato! S’immagini... Come va? Scusi lei
piuttosto, che mi trova così...
- Veramente è un po’ troppo presto per una visita; ma, ecco, io avevo questa
carta di musica, che la signorina Giulia vuol vedere; e così, passando, son
salito. Non per altro, ecco! So che la signorina suona di mattina, e così...
- Troppo buono... troppo buono... - ripeteva il signor Carlo, inchinandosi e
sorridendo per compiacenza all’avocado.
Ma questi sentiva il bisogno di dar maggiori spiegazioni. La serva aveva voluto
farlo entrare per forza; lui invece avrebbe voluto lasciar la musica e andar via
subito, senza disturbar nessuno. ..
Tullo Marzani faceva spesso, or con una scusa or con un’altra, di quelle
comparse improvvise in casa Antelmi, frutto senza dubbio delle meditazioni e dei
consigli di qualche notte agitata, durante la quale egli, stanco finalmente d’un
lungo periodo di continue indecisioni, sentiva il bisogno di risolversi a far
qualche cosa. Doveva o no prender moglie? Chi gli consigliava di sì, e chi di
no. Gli conveniva o no la signorina Antelmi? Quanto all’aspetto, sì, certamente:
la stimavan tutti una bella ragazza; ma un po’ bizzarra, un po’ troppo sciolta;
taluni... Non era massaia; amava piuttosto la lettura dei romanzi... «Male...
male...», gli diceva una voce interna; ma subito un’altra, di rimando: «Non
vorrai già relegar tua moglie in cucina!». - Oibò! - La signorina Antelmi non
aveva dote - «Tanto meglio! ti sarà più obbligata...», gli suggeriva qualcuno
nella coscienza. «Eh no!», l’ammoniva un altro, «tu, col tuo censo, puoi
aspirare a qualche altra, più in alto...»
Ma ecco, al povero Marzani, destituito a tal segno di criterio e d’estimativa,
in fondo la signorina Giulia piaceva moltissimo. E così, tutt’a un tratto,
pigliava finalmente la decisione di chiederla in isposa:
«Me la piglio, e non se ne parli più!».
Si levava di letto, divenuto per lui arnese di tortura, e con gli occhi
ammaccati dall’insonnia, senza il suo bel color rubicondo, concertava un
progetto, cercava una scusa verisimile, e s’avviava verso casa Antelmi.
Qui pareva che tutti l’aspettassero sempre a braccia aperte, il signor Carlo, la
signora Erminia, finanche la serva; se bene adesso un po’ stanchi, a dir vero,
della lunghissima attesa, specialmente la signora Erminia, la quale tuttavia si
guardava bene dal mostrargli impazienza.
Il peggio era, ch’egli, senza accorgersene, s’era lasciato sfuggire il momento,
in cui la signorina Giulia, delusa dalla partenza dell’Arnoldi per Milano,
stretta dal disagio in casa sua, considerandosi non compresa dai suoi, avrebbe
forse accolto la domanda dì matrimonio.
Ora ella, per stare in pace con la madre, doveva forzarsi a nasconder
l’antipatia che il Marzani le ispirava; e intanto s’era rivolta e appigliata al
Mabelli, come a uno scoglio cui pur sentiva non ben sicuro, nel naufragio delle
sue speranze. Sapeva che il Mabelli non era in condizioni da prender moglie; ma
fidava sull’ingegno di lui e sulla sua civetteria.
Lucio, dal giorno in cui s’era lasciato prendere quasi in agguato dal proprio
cuore, contro le dolorose imposizioni della ragione e della necessità, non aveva
più saputo opporsi con franchezza alle supposizioni di Giulia, divenute man mano
per lei certezza, a cagione del suo silenzio e della sua remissione. Egli
pensava: «Posso io forse dirle: Sa, signorina? quel giorno io scherzavo; non
creda che io sia sul serio innamorato di lei... Certamente non posso dirle così.
Lo capirà da se stessa, dal mio contegno...».
Questi, intanto, rimanevan proponimenti. In realtà, poi, Giulia Antelmi lo
aggirava tra le spire della sua arguta malizia, lo avvolgeva alla sprovvista nel
momentaneo turbamento d’una furtiva espansione d’affetto; e così egli, ogni
volta, usciva dalla casa di lei interdetto, scontento di sé, con un senso
smanioso di disagio e la coscienza sempre più precisa della falsa posizione, in
cui s’era messo.
Perché non parlava? Non sentiva forse in cuor suo, che la lealtà, l’onestà, il
dovere verso l’amico di cui possedeva il segreto, e ch’egli tradiva,
gl’imponevano di parlare? Era leale, era onesto lusingar così col suo silenzio
una signorina, a cui già l’età non consentiva altri indugi in leggieri
amoreggiamenti senza scopo? Ella aveva già venticinque anni. Lucio lo sapeva. Ne
mostrava, è vero, venti o ventuno appena; sì, ed era pur bella, e così ricca di
spirito! Che disgrazia non aver dote! Lucio avrebbe fatto la sciocchezza di
venir meno a tutti i suoi proponimenti contro alle tentazioni del matrimonio. Lo
confessava a se stesso, forse per acchetar la coscienza rivoltata dal suo modo
d’agire. Non s’era forse spinto fino a ricever da lei dei baci? E non aveva
udito più volte Giulia mettergli in berlina il Marzani? Ed egli aveva anche
sorriso della dicacità di lei, un po’ impacciato, è vero, ma pur senza saper
dire una parola in difesa dell’amico, ch’egli tradiva, così, senza quasi
volerlo...
Egli non parlava, egli che doveva, e intanto se la prendeva, per giunta, col
Marzani, che non sapeva decidersi una buona volta a domandar la mano di Giulia,
e a trarre così lui d’impiccio. Se avesse potuto indurre il Marzani a far ciò,
egli, nel frattempo, si prometteva di spiegarsi francamente con la signorina
Giulia. Sarebbe stato difficile e penoso, non s’illudeva; ma era pur
necessario...
Così, una mattina, si recò a trovare il Marzani.
- O Lucio! Come va? - disse questi, ricevendolo nel suo studio sempre in ordine,
e levandosi dallo scrittoio.
- Hai da fare?
- Un mondo!... Un mondo!... Non ne posso più, lo dichiaro francamente.
Va bene, usciamo. Fa bel tempo, e non si lavora. Usciamo.
- Hai da parlarmi?
- No. Ci faremo una passeggiata. Discorreremo...
- Sì, ma... queste carte?
- Le lasci stare. Le vedrai più tardi. Su, lesto, ora andiamo!
Tullo Marzani aveva sempre un mondo da fare, o almeno egli amava credere così, e
lo diceva a tutti. Veramente, di tanto in tanto, qualche amico gli rovesciava
addosso delle seccature giudiziarie, ch’egli soleva sbrigare con la massima
diligenza, rimettendovi però spesso le spese. Non c’era altro!
- Di’ un po’, ti sei sognato? - cominciò Lucio Mabelli, appena in istrada. - Che
diamine m’hai raccontato della signorina Antelmi... di te?...
- Ah, le hai parlato? - esclamò il Marzani sgranando gli occhi, quasi smarrito.
- No, no, che! Ma bada, sai; c’è un equivoco...
- Tu hai parlato di me alla signorina Giulia! Di’ la verità...
- Ti dico di no. Sei curioso!... Fu lei, invece, che mi parlò...
- Di me?
- Nient’affatto.
- E allora?
Tullo guardò Lucio, impallidendo. Quell’aria d’indifferenza con cui il Mabelli
era venuto a invitarlo a uscire, la leggerezza affettata con cui gli parlava
d’una cosa tanto grave per lui, gli fecero a un tratto supporre, che l’amico
volesse prima nascondergli e poi man mano prepararlo a una spiacevole notizia.
- Non capisco... - aggiunse. - Di chi t’ha parlato la signorina?
Lucio cominciò a sentirsi a disagio sotto lo sguardo smarrito del Marzani; ma
rivolse subito contro l’amico l’acredine del rimorso, che ora lo pungeva più che
mai. Così avveniva sempre in lui: il suo rimorso si cangiava in stizza, e allora
egli incolpava della sua colpa chi o per un verso o per l’altro lo aveva spinto
a commetterla.
- Non cominciare adesso... - rispose. - Non è avvenuto nulla! Sta’ tranquillo.
La colpa del resto è tua, mio caro...
- Come? Ma io...
- Lasciami dire! Tu... tu non hai diritto di lagnarti di nessuno. Sì, perché sei
l’indecisione in persona, capisci? Ti proponi questo, ti proponi quest’altro,
parli, fai veder tutto bell’e fatto, e, sissignore! poi non fai nulla. Confessa
che sei così.
- Scusa, ma io...
- Tu, che cosa? Hai parlato a me, è vero, di Giulia Antelmi? M’hai detto, è
vero, che ti piaceva; che intendevi sposarla; che anche lei, ti pareva, pensasse
a te in segreto? Oh! E da che m’hai confidato tutto ciò, saran passati, per dir
poco, cinque mesi. Eh, lo so! Non interrompermi... Cinque mesi! Parevi allora
deciso a far questo passo. Che hai fatto finora? Che hai concluso? Nulla! Poi ti
lamenti...
- Ma che importa a te? Che è avvenuto? Insomma, si può sapere?...
- Che? Nulla, finora; ma se indugi ancora... Che importa a me? Io, guarda, non
ti capisco! Se fossi al tuo posto... Solo, ricco, senza grattacapi, tranne
quelli che vai procurandoti col lanternino; mi vuoi dire che vorresti di più?
Ah, l’amore? E lo vorresti così, senza scomodarti, senza dir nulla? Che aspetti
ancora? Aspetti che le donne ti saltino al collo al primo vederti?
- Questo non l’ho mai preteso... - disse Tullo mortificato. - Ma ancora non
capisco perché sei venuto a farmi questo discorso, oggi... Guarda, io un
sospetto ce l’ho... Non vorrei dirtelo; ma...
Lucio si volse un po’ sconcertato a guardar l’amico.
- Vuoi che lo dica francamente? - aggiunse il Marzani impacciato, e volle prima
sorridere, come per attenuar le parole. - E chiaro, che non te ne faccio una
colpa... Senti, io... sì, io metterei le mani sul fuoco, che la signorina Giulia
crede... o almeno m’è parso, bada! sì, crede... che tu insomma le faccia la
corte... un po’ ecco...
- Sei matto? - esclamò Lucio. - Io? la corte?
- Tu no, tu non c’entri, lo so! Dico, che lei forse lo crede...
- Oh, ma lei... può credere... ciò che vuole... Io... - rispose Lucio, a cui già
le parole tiravano il fiato; e nascose l’agitazione in una risata. - Io far la
corte! Non ci mancherebbe altro. E poi, sì, t’assicuro, che ho tutto con me per
essere il beniamino delle donne... Va’ là, va’ là, non dir sciocchezze, e non
farmene dire!... Quando penso, in certi momenti, che ho gli anni che ho, e che
mi tocca vivere come vivo, dopo tanti... Basta! meglio non parlarne. Ti lagni
tu, tu hai il coraggio di lagnarti!... Basta; senti... Volevo dirti
dell’equivoco, mi pare... Ebbene, dimmi un po’: conosci l’Arnoldi? Antonio
Arnoldi...
- Sì, perché? Lo conosco di vista... Aspetta. L’ho veduto giusto jersera.
- Qui? In Roma? Ah, non è possibile! - fece Lucio, cangiandosi improvvisamente
dalla sorpresa.
- M’è parso d’averlo visto...
- Va’ là, ti sarai ingannato... Non è possibile!
- E io ti dico che era proprio lui. Anzi, sai, acconciato come uno zerbino... e
poi, rifatto... sì, con quella solita aria...
- E tornato da Milano?
- Pare...
- E per far che?
- Uhm! - fece Tullo. - Chi lo sa? Probabilmente per rimettersi a fare quello che
faceva...
Lucio non udì le parole del Marzani. «Per far che?», ripeté a se stesso, come se
a ogni costo volesse trovare un nesso tra quel ritorno inatteso e ciò che lui
stava per dire al Marzani.
S’immerse, sconvolto, in un mare di supposizioni.
Tullo, intanto, continuava con disinvoltura a sparlar dell’Arnoldi.
- Forse - diceva - non avrà potuto più vivere neppure a Milano; così, è tornato
agli antichi amori...
Lucio se ne infastidì.
- T’inganni - disse, per farlo tacere. - L’Arnoldi, mio caro, ha trovato a
Milano un ottimo collocamento, nella Banca Ritter. Ha molto ingegno, tu non lo
sai, e volontà di ferro... E un po’ traviato, era almeno.
- Se lo era! - esclamò il Marzani ridendo.
- Ebbene, tu ridi, e io ti dico... Guarda, combinazione! Sei innamorato della
signorina Giulia, è vero? Or bene, sappi, ch’ella fece parecchio tempo all’amore
con Antonio Arnoldi...
- Con lui? - gridò Tullo, restando.
- Nulla di male, oh sai! - s’affrettò a soggiunger Lucio per correggere la
cattiva impressione che le sue parole buttate giù nella stizza avevano prodotto
nell’amico. - Nulla di male... Un amoretto sciocco da ragazza, proprio da
ragazza... Andavano a scuola insieme, figurati! E già tutto finito da un pezzo.
. .
- Era questo l’equivoco? - domandò Tullo ancora stordito.
- Questo; non c’è da impensierirsene, ti ripeto...
E gli narrò in succinto tutto ciò che di questa avventura fanciullesca gli aveva
detto la signorina Giulia, e ciò che lui le aveva risposto e detto dell’Arnoldi.
Poi, quando gli parve di veder l’amico completamente rassicurato, s’accomiatò al
suo solito in fretta in furia.
- Va’, va’; ne riparleremo un’altra volta. Ora lasciami scappare...
- T’accompagno.
- No; debbo andar dal conte Rivoli pel signor Carlo Antelmi. Pover’uomo! Vediamo
se sarà possibile ottenergli questo posto di segretario presso il Conte. Ho
buone speranze...
- Bene eveniat! - fece Tullo, alzando le spalle, con la mente ancor piena dell’Arnoldi.
- Io torno allora alle mie carte...
- E alle tue indecisioni! - aggiunse Lucio, allontanandosi.
E pensò tra sé: «Ora più che mai! Ho fatto male ad annunziargli, così d’un
colpo, il vecchio segreto. Avevo cominciato a prepararlo tanto bene. Ma quella
notizia... Che sarà venuto a far l’Arnoldi in Roma?».
III
Il signor Carlo Antelmi attendeva impaziente la risposta del conte Rivoli, e
aggirandosi per la casa; lodava tra se il Mabelli, che pareva si fosse messo
proprio d’impegno a ottenergli quel posto di segretario.
Tanto lui, quanto la signora Erminia avevano cieca fiducia in Lucio: non
sospettavan neppur lontanamente, che questi potesse per secondo fine prestarsi
così in ogni occasione a giovar loro del suo meglio. Lucio dal canto suo sapeva
rendere i suoi favori con tale superiorità, e dietro il cangiante spolvero del
suo far vivace sapeva così ben nascondersi, che davvero non dava appiglio ad
alcun sospetto.
In quanto alla signorina Giulia, ella era stata sempre pei suoi genitori come un
libro chiuso, ben legato, con sul dorso un titolo indecifrabile. Stavasene quasi
sempre appartata a leggere o a ricamare. Sentiva, e spesso non riusciva a
nascondere un disgusto opprimente per i modi un po’ volgari e sciatti della
madre e per la grettezza del padre, specialmente ogni qual volta tutti e due
venivano a lite, e come spesso accadeva, per un nonnulla.
Il signor Carlo diè ordine alla serva di far subito passare in camera sua il
Mabelli, e vi si ritirò per non assistere al trambusto (alla rivoluzione, diceva
lui) che facevan le due donne ogni mattina «per rassettar la casa», uscendo
dalle loro camere.
Però quel giorno la signora Erminia ne uscì col cappellino in capo e un
ventaglio in mano. Il Marzani aveva regalato per la sera un palco all’Argentina,
ed ella si recava a far delle compere necessarie per sé e per la figlia. La
serva venne per parte di questa a rammentarle un ventaglio e non so che nastro
grigioperla.
- Sta bene, sta bene... E che fa lei, la signorina? Ancora a letto?
- S’è già levata, si pettina.
- Alle undici!
La signora Erminia sospirò, e uscì.
- E andata via la mamma? - domandò Giulia sporgendo il capo dall’uscio della sua
cameretta.
- Or ora, signorina. Ma non dubiti, gliel’ho detto: il ventaglio e il nastro.
- Se si rammenterà! - sospirò Giulia, entrando nel salotto. - Vorrei sapere
perché è voluta uscire così per tempo...
- Son già le undici, signorina!
- Grazie, lo so. Poteva bene uscire con me oggi dopopranzo. L’ha detto lei, è
vero, che sono le undici?
Si stese su una seggiola a dondolo, e cominciò a spingersi innanzi e indietro,
colle mani sui bracciuoli, il capo chino e gli angoli della bocca in giù, in una
contrazione di sdegno.
- Eh già! - riprese poco dopo. - Infatti abbiamo tanto da fare, in questa casa!
Auff! Per piacere, Olga: va’ a prendermi il libro che sta sul comodino a canto
al letto.
Ristette dal dondolarsi; reclinò indietro la testa, tese in avanti il busto e
alzando le braccia e incrociando le dita si posò le mani sulla fronte, per
stirarsi. Poi si levò, aprì il pianoforte, ma non seppe decidersi a sonare.
La serva rientrò col libro.
- Posalo sul tavolino, lì... Non ho più voglia di leggere.
Rimasta sola, appoggiò un gomito sul pianoforte, facendone stridere alcuni
tasti, e si nascose gli occhi con la mano.
Sotto la pressione del gomito i tasti tennero lungamente il suono.
Da parecchi giorni Giulia Antelmi si rendeva conto dello stato d’animo di Lucio
Mabelli rispetto a lei. Quei ritegni, quegli sguardi schivi, certe parole
fredde, cascanti dalle labbra, quelle mani che temevan sempre d’incontrare le
sue, le dimostravano chiararnente com’egli cercasse già d’allontanarsi da lei a
poco a poco, pur rimanendole vicino, da buon amico, dopo averle fatto intender
la ragione, senza prediche e senza scene.
Questo modo d’agire intanto la stizziva. Già uno strano puntiglio cominciava a
inasprire il suo amore. Ella provava dispetto dell’impotenza sua di vincere
quell’uomo: avrebbe voluto costringerlo a non pensar tanto, a non dar tanta
retta alle dure necessità della sua condizione. E intanto si turbava a ogni
accenno di ricordo subito cancellato dal sangue che le affluiva al cervello,
vergognosa della sua ostinazione, che forse l’aveva spinta a concedere a lui,
per legarselo maggiormente e rendergli più difficile l’uscita, qualche carezza
non del tutto inappuntabile. Lucio non sapeva resisterle, come avrebbe dovuto,
dato il suo intendimento; e questa era in gran parte la cagione del rossore di
lei; giacché ella concedeva più per puntiglio di vincere che per amore, e quegli
trascendeva più impacciato che accecato, quasi rimettendosi a lei, per non
offenderla con un savio richiamo.
Lucio Mabelli, entrando nel salotto, la sorprese ancora innanzi al pianoforte,
col gomito sui tasti e la mano sugli occhi.
- Oh, Lucio!
- Il signor Carlo? - domandò Lucio esitante, evidentemente contrariato.
- Di là... Aspetta! Vai subito?
- Devo annunziargli con premura...
- Con tanta premura?
- Ha ottenuto quello che desiderava - rispose egli, mostrando tutto il suo zelo,
come per iscusarsi. - Son sicuro che m’aspetta, l’ha lasciato detto alla
serva... Se ora mi si vedesse qui. . .
- Prima di tutto, nulla di male! Poi, Olga non entra se non è chiamata. La mamma
non è in casa.
- Può uscir tuo padre da un momento all’altro...
- E allora gli dirai quello che devi dirgli... - Farei questa bella figura! -
concluse Lucio.
Ella gli volse le spalle.
- Sta bene... e tu va’ allora... – E sedè con un sospiro, che parve uno
sbadiglio, sulla seggiola a dondolo.
Lucio non ebbe la forza d’andarsene così. Le si avvicinò, combattuto.
- Sei ingiusta...
- Ingiusta? - domandò ella, sorridendo. E prese il libro dal tavolino come per
mettersi a leggere.
- Ingiusta, ingiusta... Non te n’accorgi...
- Può darsi! - sospirò lei.
Lucio si chinò sulla seggiola, a guardarla.
- Ti lascio col broncio?
Giulia levò gli occhi da leggere, e sotto lo sguardo di lui le nacque un sorriso
quasi involontario.
- No, è vero? Allora vado! - s’affrettò a dir Lucio.
Ma ella lo trattenne per un braccio.
- No. Perché fuggi tutte le occasioni in cui si può restar soli un tantino a
parlare?
- Io?
- Tu, tu; questa, per esempio...
- Ma così... Se ci vedessero!
- Non mi vuoi bene? - fece Giulia, abbassando gli occhi sul libro.
Lucio sentì che quello era proprio il momento di spiegarsi con lei. Ma come
incominciare?
Ella esitò un poco, quindi si volse a guardarlo.
- Che potrei dirti? - fece lui, impacciato, evadendo alla domanda.
- Nulla?
- Una sola cosa. T’’affliggerebbe troppo, però. Come affligge me...
- Mi vuoi bene? - ridomandò lei, e questa volta senza esitare, guardandolo negli
occhi.
- Sì, Giulia...
- Me lo dici così...?
Allora Lucio, incalzato dallo stupore di lei, dall’interno disagio, riavendosi
man mano nella crescente agitazione, prese a dirle con foga, con calore, or
dando alla voce inflessioni di tristezza appassionata, ora esagerando con arte,
in quel momento involontaria e incosciente, tutto ciò che da parecchio tempo
rimuginava. Si rivolgeva ora al cuore di lei, ora alla ragione, non accusando
che la durezza della sorte, la tristezza del caso... Le faceva notare la falsa
posizione in cui egli si trovava in quella casa, e quanto soffriva nel vedersi
circondato dalla cieca fiducia dei genitori di lei.
- E io li inganno, li inganno...
- Perché mi ami? disse Giulia, tentando di resistere a quell’onda di parole con
l’opporre di tanto in tanto, in fretta, come a riparo qualche osservazione o
qualche domanda.
- Perché ti amo? No! - ripigliò Lucio col viso in fiamme. - Sii ragionevole!
Perché non posso confessare a chi dovrei, e in ciò sta il male, questo nostro
amore. Tu devi pensare a te...
- Non lo puoi? Perché? - oppose un’altra volta Giulia.
- Oh, ma tu lo sai perché! Sai qual è la mia posizione... Io non posso, e mi
pare onesto dirtelo, da parte mia...
- Me lo dici ora... - osservò Giulia, e in quell’ora era tutto il suo dispetto.
- Ora... - balbettò Lucio. - Ma sii giusta! Tu lo sapevi...
- M’hai detto d’amarmi - ella riprese, e la sua voce s’era fatta dura, quasi
astiosa. - Ti sei preso il mio amore... e quanto! M’hai detto d’amarmi!
Allora Lucio, quasi piangente per l’accusa, le ricordò quel giorno della gita a
S. Paolo, e come s’eran trovati ad amarsi l’un !’altra, senza neppure
sospettarlo, parlando d’un altro amore di lei. Si ricordava? E le rappresentò il
suo stato d’animo in quel giorno. Chi pensava più? Lui, almeno! Certo egli non
le avrebbe detto mai nulla. Lo aveva vinto la debolezza di lei. Sì, sì. Egli non
sapeva più ciò che le aveva detto in quel giorno.
L’amava, e s’era lasciato trascinare dal suo amore, spinto da lei... Era giovane
anche lui! Non aveva anche lui diritto ad amare, a goder della vita? Ma no, no,
che! La giovinezza reclama i suoi diritti? La sorte glieli nega. Si lamenta?
Ride. Amare? Lavora! E il suo lavoro restava senza compenso. E la sorte, per
maggior crudeltà, ogni tanto gli si mostrava men severa, e lo coglieva a un
nuovo laccio! Ah, era un bel giuoco, un bel giuoco! . ..
E le parlò, seguitando, di tutti i suoi sogni andati a vuoto, dei disinganni,
della lotta assidua contro tanti bisogni, che l’avvilivano, lo strappavano ai
suoi ideali; e degli stenti e delle fatiche durate per mantenersi fedele a
quell’ombra di sogno, ch’era pur l’unica realtà della sua vita, lo scopo e la
ragione - l’Arte!
Nello sforzo di parlar sommessamente per non farsi udire dalle altre stanze, la
sua voce era divenuta aspra, quasi raschiosa, intanto le parole gli abondavano,
ed egli vi esalava tutta la sua vera, intensa ambascia, quasi piangendo...
Giulia s’era intenerita: l’astio era man mano divenuto in lei angoscia. Gli
prese una mano e l’interruppe:
- Non parlarmi così!
- È vero! - disse Lucio sordamente, rimettendosi. – Non ne ho mai parlato ad
alcuno. Mi vi hai costretto tu. Ella si era alzata. - Ed ora? - disse.
- Tu devi pensare a te - riprese Lucio. - Dammi ascolto. Di me non t’importi
nulla. Te ne prego: dimentica. E necessario che tu dimentichi.
Ella rimase un tratto con la testa bassa e gli occhi appuntati, e si lasciò
cader dalle labbra queste parole, scuotendo lievemente il capo, senza muover gli
occhi.
- No... no... è troppo tardi, ormai.
- Prova...
- Inutile!
Si scosse, ebbe come un brivido, si strinse nelle spalle e si coprì il volto con
le mani.
- Che hai? - le chiese Lucio dolcemente.
- Non so... non so...
Lucio le si avvicinò, le prese le mani (ella gliele abbandonò senza esitazione)
e se le pose sul petto, guardandola.
Giulia si mise a piangere in silenzio.
- Son disgraziata...
Si portò agli occhi il fazzoletto, e appoggiò la testa sul petto di lui, che
cominciò a carezzarle i capelli leggermente con la mano.
- Amami così... - disse lei con voce interrotta da singulti brevi. - Non ti
chiedo nulla...
E levando la testa, con gli occhi ancor gonfi di pianto, e abbozzando un sorriso
malinconico, su cui scendevan le lacrime, gli domandò con insistenza da bambina:
- Sì?... Sì?...
IV
- Dobbiamo parlar di lei... - disse piano a Lucio il signor Carlo, accennando
all’uscio per cui era uscita testé sua figlia.
- Della... signorina?
- Vorrei da lei un consiglio, se è in grado di darmelo.
- Un consiglio?
- E una faccenda un po’... - continuò il signor Carlo, parlando a bassa voce,
senza trovar l’aggettivo. - Ma con lei, io almeno, non posso aver segreti...
Ecco, le spiegherò. Conosce un tale... Arnoldi?
- Antonio Arnoldi? - disse subito Lucio, pallido, rizzandosi sul busto, come
colto da un brivido alla schiena.
- Precisamente. Lo conosce?
- Perché... me lo domanda?
- Per aver da lei un consiglio...
- Lo conosco... così... di nome soltanto... Scusi, perché vuol saperlo?
- Le dirò... - fece il signor Carlo. - Ho ricevuto ieri una lettera.
- Da Milano?
- No, da Roma.
- Ah, è a Roma? - domandò Lucio.
Perché mentiva così? Egli stesso non sapeva rendersene conto. Quelle parole gli
erano venute alle labbra spontaneamente, non cercate, non volute.
- Venuto, pare, espressamente - disse il signor Carlo con un sorrisetto
espressivo.
- Ah, eh già! s’intende... - fece Lucio; e subito si stupì di quest’altre parole
involontarie e del suo sorriso in contrasto aperto, stridente con l’aria ingenua
assunta sul principio.
Ma il signor Carlo non notava nulla di tutto ciò; sorrise per compiacenza al
sorriso di Lucio, e proseguì:
- Nella lettera mi si dà abilità di domandare a Milano tutte quelle
informazioni, che possono farmi all’uopo.
- Una domanda di matrimonio, allora... - disse Lucio con l’aria ingenua di
prima.
- Mi pareva che l’avesse compreso.
- E sì, difatti...
Si smarriva; sentì lui stesso, che si smarriva. Volle correggersi; fu peggio.
- E lui... che domanda?... Lui! strano... cioè!... dico, manca da Roma... da
parecchio tempo, mi pare! E poi, con qual titolo? Che fa a Milano?
Questa volta il signor Carlo notò l’imbarazzo del suo giovane amico, ma credé
che gliel’avesse cagionato lui, con l’interessarlo in una faccenda tanto
delicata. Cavò di tasca la lettera e gliela porse.
- Ecco la lettera... Legga.
Si misero allora a parlare della Banca Ritter di Milano, banca tedesca,
solidissima. Il signor Carlo ne aveva già domandato notizie a un suo amico
milanese. Anche Lucio sapeva da un amico impiegato in quella banca, ch’essa era
solidissima. Non sapeva però spiegarsi come l’Arnoldi avesse potuto trovarvi
così buon collocamento - «non per altro; ma perché i tedeschi, si sa, son così
difficili... Segretario, accidenti! un buon posto!»
- Che ne dice? - domandò il signor Carlo, che già rideva dalla gioia.
Lucio si mostrò nuovamente impacciato a rispondere. Gli pareva mill’anni d’andar
via.
- Ma... io non so... veda... Non potrei dirle...
- Però - insisté il signor Carlo - non credo, è vero, che sia un partito da
rifiutare così, a occhi chiusi...
Lucio aprì le braccia in risposta. Poi disse:
- Se ella lo desidera, posso anche domandar per conto suo informazioni al mio
amico.
Il signor Carlo accettò, profondendosi al suo solito in ringraziamenti.
Lucio uscì da casa Antelmi in preda a una straordinaria eccitazione, brancicando
in tasca una lettera, la lettera dell’Arnoldi al signor Carlo. Era rimasta a
lui, per dimenticanza! Egli se n’accorse per via, e quasi se ne sentì scottar le
mani...
Era già quasi sera, e il Corso coi lampioni non per anche accesi, tutto in
ombra, era affollato pel ritorno dal passeggio pomeridiano a Villa Borghese.
Tutta quella folla agitata nell’ombra, pigiata nell’angustia dei marciapiedi
sempre in guardia dalle vetture susseguentisi con frastuono, diede a Lucio il
capogiro. Gli pareva di veder l’Arnoldi in ogni persona; sentiva che l’avrebbe
senza dubbio veduto, lì a un tratto, senza dubbio.
E infatti lo vide. Era con alcuni amici sulla soglia del caffè Anglo-Americano
di fronte alla piazzetta Sciarra, e s’era tirato indietro sgarbatamente, alzando
le braccia, per rider forte, mostrando i denti bianchissimi sotto i baffi
ricciuti, neri come l’ebano - un riso che pareva nitrito: chi sa perché! forse
per qualche piacevolezza detta da uno de’ suoi amici. Gli era quasi cascata dal
naso la lente legata in oro. Lucio sentì strapparsi i nervi da quel riso
fragoroso. - Non aveva riso per lui, quell’imbecille? Si fermò d’un colpo. Si
voltò, e stette tra la folla a guardare un tratto in direzione del caffè.
Avrebbe voluto tornare indietro, e schiaffeggiare quella faccia bruna,
insolente... Si rimise ad andare in giù. Verso casa sua, in via Laurina? No,
che! Dal Marzani, allora, in via dei Pontefici? E per far che dal Marzani? Oh,
egli sentiva bisogno di parlar con qualcuno, di sfogarsi con qualcuno; e sentiva
che andava lì, proprio dal Marzani, benché non ne vedesse chiaramente la
ragione. Egli doveva pur fare qualche cosa! Ma che cosa, e perché? Di che si
lagnava? Che pretendeva? Che diritto aveva egli d’impedire quel matrimonio?
Impedirlo? Non doveva anzi considerarlo come una fortuna, come una liberazione?
Non aveva egli forse provato stizza, dispetto, rabbia dopo la scena fattagli
dalla signorina Giulia piangente sul suo petto? Non s’era detto mille volte
sciocco, e non aveva accusato anche lei, Giulia, bassamente, sostenendo ch’ella
voleva usargli violenza, non già per amore, ma per puntiglio o per brama di
marito? Dunque? Eccolo lì, il marito, l’Arnoldi! Di che si lagnava oltre? «Ah
no! l’Arnoldi no» pensava andando. «Caschi il mondo, no!»
Si trovò in via dei Pontefici, presso la porta del Marzani. Il dubbio di non
trovarlo in casa lo arrestò innanzi allo scalino d’invito; ma pur non
rendendosene conto, l’arrestarono anche l’indecisione ond’era agitato e il
bisogno di precisar qualcosa prima di salire. Non gli fu possibile precisar
nulla; si premé forte gli occhi con una mano, e poi, facendo un gesto vago, come
per scacciar tutte le cure, si mise a salire la lunga scala. Sentì scuotersi,
sollevare, salendo, da un impeto folle di riso, e spiegazzò in tasca la lettera
dell’Arnoldi.
Ah era ben comica, ben comica la sua posizione! «Eccomi qui! Devo dar marito
alla fanciulla del mio cuore, e voglio darle un buon giovane. Favoriscano di
dirmi com’è codesto loro signor Arnoldi! - Il Marzani? - Poveretto... io non
dico... potrebbe anche essere un ottimo marito...» Queste ultime eran parole di
Giulia Antelmi. Lucio se le ripeteva mentalmente, salendo la scala, ancora
invaso da quell’onda amara di riso.
Tirò il laccio del campanello, e attese. Il Marzani era in casa. - Ringraziami!
lodami, mio caro! - gridò Lucio, ridendo come un pazzo al cospetto dell’amico,
pigliandolo per le braccia e scuotendolo, spingendolo in dietro. - Lodami,
ringraziami anche tu, come il signor Carlo! Lodatemi tutti! Io son l’uomo più
lodevole del mondo!
- Che hai? Lasciami... Sei matto? Che t’è avvenuto?... - fece Tullo, guardando
stupito Lucio, e cercando di svincolarsi dalla stretta.
- Nulla! Che ho? Son contento di me, non vedi? Non debbo viver soltanto di lodi,
io? facendo una buona azione al giorno? Poca fatica, non è vero? Oggi poi, ne ho
fatte due, sì, e una migliore dell’altra! Così, doppia razione di lodi. Oh, se
la passa bene il mio amor proprio! Metterà pancia, vedrai!
- Che hai fatto? - domandò il Marzani intontito.
- Che ho fatto? Sentirai, mio caro! Cose che non facevan neppure i santi padri
tentati nel deserto dalle demonia! Prima di tutto, ho tolto dei grilli dal capo
d’una fanciulla di mia conoscenza. La poverina s’era fatte delle illusioni su
me, figurati!... Però non m’ha ringraziato: aspetto d’esser ringraziato in
appresso! Credeva la poverina, ch’io mi fossi un uomo come tutti gli altri, un
uomo che si possa permettere il lusso di far delle sciocchezze... Basta! L’altra
buona azione, la sai. Ho fatto ottenere il posto a quel caro signor Antelmi.
L’ho reso felice, tanto felice, che m’ha commissionato subito un’altra buona
azione. Ma io prima, guarda, ne voglio rendere una a te...
- A me? Grazie! - fece Tullo, il quale non sapeva più se ridere o affliggersi
dell’amico.
- No, mi ringrazierai poi - seguito Lucio, divenendo a un tratto serio. - Senti,
non dico per ischerzo... Vieni qui... siedi... Leggi questa lettera...
E porse al Marzani la lettera dell’Arnoldi.
Se ne pentì subito. A un tratto, come se tutte quelle parole dette con
straordinaria vivacità, nella crescente eccitazione, si fossero insieme riflesse
sulla sua coscienza improvvisamente ridesta, sentì invadersi da profondo
disprezzo di se stesso. Sentì che il suo modo d’agire era indegno; ma non ne
vedeva ancora chiaramente lo scopo, quasi che in lui fosse un’altra persona, la
quale agisse senza palesarsi, per fini ancora a lui nascosti. Gli pareva, ora,
ch’egli fosse venuto dal Marzani quasi trascinato da quest’altra persona, e non
sapeva perché. Non era anche inutile, oltre che indegno? La signorina Giulia non
avrebbe mai accettato la mano del Marzani, egli lo sapeva. E pure, chi sa? Tullo
era ricco, non era brutto, non aveva mai commesso brutte azioni come quell’Arnoldi.
In un momento Lucio stabilì un confronto spassionato tra l’uno e l’altro, li
bilanciò fisicamente e moralmente Avrebbe intanto voluto strappar di mano a
Tullo la lettera; ma si sentì trattenuto, come se qualcuno internamente gli
avesse detto: «E aspetta! Tanto, ormai, ci sei... Proviamo!».
Tullo lesse la lettera, prima arrossendo, poi man mano impallidendo,
impallidendo, finché guardò Lucio, smarrito, e gli cascaron le braccia.
- Dunque è finita?
- Niente finita! - disse forte Lucio, alzandosi. - La signorina Antelmi non sa
ancora nulla di questa lettera.
- Sì; ma tu m’hai detto... - balbettò Tullo.
- T’ho detto, se ti ricordi, che dell’Arnoldi nel suo cuore non c’è più traccia.
Amoretto da ragazza, t’ho detto! Santo Dio, come ti perdi in un bicchier
d’acqua!... Ora ella sa bene che persona è l’Arnoldi, e ciò che ha fatto... Non
è possibile che lo accetti - Poi, del resto, ti ripeto ch’ella non sa ancor
nulla della domanda di matrimonio. Capisci, che il signor Carlo ha dato a me,
me... l’incarico di domandar notizie dell’Arnoldi a Milano? Proprio così!
Ebbene, che vuoi farci, pover’uomo! Fiducia! - Ora passeranno cinque, sei giorni
prima che venga la risposta. Dunque, tu hai tutto il tempo di far la tua domanda
al signor Carlo.
- E come posso, ora... - osservò imbarazzato il Marzani.
- Come? Oh Dio! Fingi d’ignorar tutto! Perché, spero, non andrai mica a dire al
signor Carlo, che io son venuto a comunicarti la gran novità! Del resto, non ci
sarebbe nulla di male... Sa che tu ami sua figlia... dunque... Ma non c’è
bisogno di dirglielo... Tu va’ da lui... deciditi una volta! e fa’ la tua
domanda in tutte le forme. Senti, tra te e quel signore la scelta non può cader
dubbia. Figurati! T’accoglieranno a braccia aperte!...
Il Marzani sorrise, ancora smarrito. Egli godeva di vedere attraverso le parole
di Lucio, facilissimo il suo compito.
V
Come Lucio aveva preveduto, il signor Carlo accolse il Marzani a braccia aperte.
Davvero, il pover’uomo, non s’aspettava più tanta fortuna. S’era già adattato
alla necessità di dar la figlia a un intruso, che gliel’avrebbe portata anche
lontano, fuori di Roma. Né di ciò, buono com’era, sapeva dar torto al Marzani.
«È troppo ricco per noi», pensava. «E mia figlia non ha dote.»
La signora Erminia però non la pensava allo stesso modo. Per lei, il Marzani era
ormai non solo uno sciocco, ma anche un mancator di parola. Ella sentiva stizza
delle illusioni, delle speranze concepite su lui e andate a vuoto, e
naturalmente ne dava a questo la colpa, anzi che al suo troppo imaginare.
- Sarebbe stato tanto onore per lui sposar nostra figlia! - diceva al marito.
E il signor Carlo, per non aizzar la moglie ad altre invettive, apriva le
braccia e si rimetteva alla volontà del Signore.
Tanto che la moglie adesso, a veder realizzato, quando men se l’aspettavano, un
desiderio già svanito come speranza; s’eran talmente rallegrati, che per un
momento non pensaron più né alla precedente domanda, né all’esistenza dell’Arnoldi...
Oh, ma del resto, per costui, una scappatoia si sarebbe presto trovata Frattanto
era certo, che la figliuola, sposa del Marzani, sarebbe rimasta a Roma, sotto
gli occhi loro. Di fronte al Marzani, l’Arnoldi era completamente scomparso
dalla loro mente. Già non lo conoscevan neppure di vista, non sapevan chi
fosse... Così, nemmeno era passato loro per la mente, che per giustizia, di
fronte a due richieste di matrimonio, non avrebbero potuto non tener conto del
diritto di scelta della figliuola. Il signor Carlo, nella gioia inattesa, aveva
dato al Marzani quasi per fatto il matrimonio; e il domani la signora Erminia ne
parlò alla figliuola.
Da un bel mazzo di fiori inviato dal Marzani la sera precedente, così, senza
ragione, in dono misterioso, e dal sorriso con cui il padre e la madre glielo
avevano presentato, Giulia aveva sospettato l’intesa, e però la mattina accolse
freddamente la madre. Alle prime parole della figlia, la signora Erminia sentì
cadersi dalle labbra tutte le espressioni di giubilo che le eran saltate dal
cuore.
Giulia fu irremovibile dal rifiuto. Sdraiata sulla seggiola a dondolo con un
libro in mano, fingeva di leggere, spingendosi indolentemente innanzi e
indietro.
- Almeno una ragione! Di’ almeno una ragione!
- T’ho detto: non-mi-va.
La signora Erminia finì per uscir dai gangheri:
- Che intenzione hai? Che ti sei fitto in mente?
- Nulla, proprio nulla. Lasciami stare, ti prego. Ci penserò io....
- Ci penserai, sì, quando? Quando ti capiterà una nuova occasione, è vero?
- Non ne aspetto più...
Sì, e allora bell’avvenire senza dubbio quello che le si apparecchiava!...
Sarebbe andata a finire suora di carità, è vero? O monaca in qualche ritiro!
Solita storia... Pensava così perché aveva ancora il padre e la madre, e una
casa... Ma non li avrebbe avuti sempre però, e allora?... oh allora!...
- E inutile, mamma! - disse Giulia per tagliar corto a quelle riprensioni. - Or
mai, l’ho fisso qui: non mi mariterò! E sai, che quando ho detto una cosa...
La signora Erminia ebbe un bel metterle innanzi agli occhi tutti i mali a cui
vanno incontro le ragazze che restan senza marito: la schiavitù delle malignità
altrui, la solitudine, i disagi, le noie... E a che pro tutto questo? Già sola,
appartata, non sarebbe potuta rimanere: gliene mancavano i mezzi. Ma,
quand’anche? Una donna, sola, non è mai libera.
Ella a questo quadro s’era rivoltata subito, con tal vivacità e tanta efficacia,
che, per un momento, alla signora Erminia parve di soggiacere al fascino della
parola di Lucio Mabelli, proprio come se questi parlasse per bocca della figlia.
Giulia, infatti, ripeteva ogni tanto inconsciamente qualche frase di Lucio, e
s’era quasi assimilata quella speciale attitudine del parlare di lui.
- Allora, è vero? dovrei sposare il primo che mi capita, per non andare incontro
a tutto ciò che m’hai detto? Se poi non amo costui, se mi ripugna, non importa,
è vero? L’amore? Ma che! C’entra forse l’amore? E il cuore? Una molestia! Ecco
il vostro ragionamento! Ecco le vostre massime! Brava gente sennata! E quando
io, inesperta, vi avrò dato ascolto? Ah, tu devi mettermi innanzi anche
quest’altro quadro! Allora, che sarà di me? Rispondi! Che sarà di me? Come potrò
vivere insieme a una persona che non ha saputo ispirarmi né amore, né simpatia,
che a me, moglie, non ha potuto realizzare il mio sogno di ragazza?... Perché, è
così, non è colpa mia: da ragazze sogniamo tutte! La mia casa mi parrà una
prigione, il mio sposo un nemico; cadrò nella noia o cercherò di svagarmi. Oh, e
allora tutte le persone sennate, tutte quelle che dettan massime di prudenza
come te, mi salteranno addosso, mi accuseranno Dio sa di che cosa, e via fino in
fondo! Ma che moglie v’aspettate da una ragazza che avete costretto a sposar
così, senz’amore? Che volete ch’ella vi dia? Che pretendete da lei? Ah, vedi,
vedi che ne so forse più di te. I miei libri, è vero? Ma sono i fatti! Così a
quattr’occhi posso parlarne; vale per tutte le volte che debbo far le viste di
non capir nulla... Va’, va’... E ora lasciami leggere in pace, se è possibile...
Accesa in volto, ancor vibrante, si ravviò i capelli dalla fronte, e si rimise a
leggere, questa volta per non rispondere veramente più nulla alla madre, che la
guardava ancora stupita.
Quando Lucio Mabelli tornò in casa Antelmi con la risposta da Milano, vi trovò
quasi il lutto, e una guerra aperta. Il signor Carlo, per non veder la figlia,
tornando dal conte Rivoli, si tappava nella sua camera, e non voleva uscirne
neppur per desinare in compagnia. Avrebbe voluto scomparire dalla faccia del
mondo per non incontrarsi più col Marzani. Anche Giulia s’era ritirata nella sua
cameretta per non veder la faccia arcigna e non sentire i rimbrotti della madre,
la quale così era rimasta sola padrona della casa. Chi ne aveva la peggio era
Olga, la serva, su cui la signora Erminia sfogava l’ire e il mal’umore.
La risposta da Milano era pervenuta a Lucio a rigor di posta, un giorno dopo il
rifiuto opposto da Giulia alla domanda del Marzani. In quella risposta si davan
sull’Arnoldi le più ampie assicurazioni.
- E per che farne, ormai? - disse a Lucio la signora Erminia. - Vuol farsi
monaca mia figlia, non lo sa? M’ha dichiarato, non intende maritarsi né ora, né
mai...
- Le ha parlato anche... dell’Arnoldi? - domandò Lucio esitante.
- No, del Marzani, lo saprà! Ma crede ella, che se le avessi parlato dell’Arnoldi...
Lucio alzò le spalle senza profferir sillaba, temendo che la voce tradisse
l’interna agitazione. Ogni parola della signora Erminia gli pareva uno schiaffo.
Il tono irritante, sguaiato, volgarissimo di quella voce gli strappava con
violenza i nervi. Sentiva ribadirsi una catena trascinata già parecchi mesi con
tanta tristezza e tanti affanni; e pur non sapeva ancora decidersi a parlare, a
respingerla. Temeva da un canto di tradirsi, e dall’altro non avrebbe voluto
piegarsi, darla vinta a quell’Arnoldi.
- Crede che mia figlia lo conosca? - insisté la signora Erminia.
- Ma... io veramente... non so, se debba intromettermi... - balbettò Lucio.
- Parli, prego... Noi la consideriamo come un parente, proprio come un parente.
- Troppo buoni... Ma ecco, a me pare... che così... senza una ragione
determinante, l’Arnoldi... sì... non avrebbe mai fatto...
- Ma già! - gridò la signora Erminia, interrompendolo, sgranando gli occhi e
battendosi forte una mano sulla gamba.
- Per lo meno - continuò Lucio più spedito - lui, l’Arnoldi, deve aver
conosciuto bene la signorina, io credo, altrimenti... Loro non sanno nulla? -
Nulla, proprio nulla...
- Provino, allora...
E appena profferite queste parole, come una concessione dolorosa e forzata,
Lucio si sentì alleggerito da un gran peso.
- Provare? - fece la signora Erminia. - Oggi dopo la scena di ieri? Oh no
davvero! Sarebbe capace di dirmi un’altra volta di no. Lei non conosce mia
figlia...
- Ma una risposta all’Arnoldi bisogna pur darla...
- Quel povero signor Marzani! - sospirò la signora Erminia.
Entrò in quella Giulia, che dalla sua cameretta aveva udito la voce di Lucio.
- Mi permetta un momento! - fece subito la signora Erminia, vedendo la figlia, e
soggiunse piano nell’orecchio di Lucio: - Vado ad avvertirne mio marito...
Giulia sorrise mestamente, seguendo con gli occhi la madre. Lucio si levò anche
lui da sedere, impacciatissimo da quello sgarbo in sua presenza. Avrebbe voluto
andarsene per non rimetter piede mai più in quella casa. Aveva fatto uno sforzo
enorme a venirci, dopo la scena di quella sera col Marzani; e nel salir le scale
aveva sentito che gli sarebbe riuscito intollerabile un dialogo con Giulia.
Accennò d’andar via. Ella non lo trattenne; sedé sul canapè al posto della
madre, e lo guardò fiso, con occhi dolenti, senza dir nulla.
- Vado... - fece Lucio, indeciso.
- Rimani, l’ha voluto! - disse ella, invitandolo con la mano a sedere un po’
discosto da lei, e distolse lo sguardo.
Lucio sedé al posto indicatogli, e stettero entrambi un pezzo, senza guardarsi,
in penoso silenzio. Nessuno dei due sapeva decidersi ad aprir bocca. Egli si
stizziva internamente del mesto atteggiamento e del silenzio di lei: ella
s’aspettava da lui lamenti e rimproveri dopo le tristi dichiarazioni fattele una
volta; e s’era disposta ad accoglierli senza opporre scuse, rimettendosi a lui,
inerte e rassegnata, pur di non cedere.
- Lo vedi? - diss’egli finalmente.
Ella finse di non capire.
- Che cosa?
Tacquero di nuovo, un buon tratto. Giulia lo guardava con la coda dell’occhio, e
vedeva che egli tentennava leggermente la testa, con gli occhi appuntati, come
se volesse dire: «Non ha voluto darmi ascolto, ed ecco che è avvenuto...».
Allora disse:
- Perché non voglio la mia infelicità, è vero?
Lucio si volse a lei con prontezza quasi irosa:
- Ma chi vorrebbe dartela, l’infelicità?
- Mi lascino in pace dunque - rispose ella sordamente, cangiandosi in volto, e
corrugando le ciglia. - Sto bene, come sto! Vi disturbate tutti per me... E una
scena! Mentre io vorrei che non si pensasse neppure alla mia esistenza in questa
casa...
Dopo un breve silenzio Lucio, freddamente, le fece osservare, ch’ella non poteva
pretendere che i suoi parenti non pensassero a lei.
- Son di peso? - fece Giulia, e subito si pentì di aver così trasceso.
- Non è pel presente, è del tuo avvenire che si preoccupano - aggiunse
freddamente Lucio.
Ella s’indispettì di questa freddezza un po’ ironica e dell’aria d’indifferenza
con cui egli adesso le parlava. S’animò a un tratto, divenne anche lei pungente,
superficiale.
Oh, va bene, il suo avvenire! E c’era tempo! E poi, via, le pareva, che questo
suo avvenire non doveva contentare soltanto gli altri; ma un tantino anche lei,
no? un tantino... Le sue idee? Ah, già! Bravissimo! Anche la madre, le aveva
detto così... Curioso! Bisognava proprio convenire, ch’ella era fatta, adunque,
diversamente da tutti gli altri... Le sembravan così naturali, a lei, «le sue
idee», com’egli diceva, facendo la copia a sua madre... E s’era messa a ridere.
Lucio restò goffo.
- Vuoi saperne qualcuna «delle mie idee»? - continuò Giulia. - Senti freddo
d’inverno?
- A seconda... - rispose egli indifferente, quasi prestandosi a un capriccio da
bambina.
- Quando ne senti, pensi d’aggravarti un po’?
- Certo...
- Oh, vedi? E questo lo penso anch’io! D’estate, t’alleggerisci?
- Se la pigli così in ischerzo...
- Parliamo seriamente! - riprese Giulia, gonfiando la voce. - Sposerebbe ella,
signor Mabelli, per considerazioni che non han nulla che vedere con l’amore, una
persona, per cui tutt’al più, tutt’al più, non sentisse che della buona
amicizia?
- Anche volendo, sai bene che non lo potrei...
Di fronte a quella gajezza, che anche nei frizzi vivaci tradiva l’affetto, Lucio
aveva completamente perduto lo spirito.
- Questo non c’entra! Oh Dio! Parlavo accademicamente... - fece la signorina
Giulia, come nauseata. - Veniamo al caso concreto, giacché lo vuoi. Sai la gran
novità? Marzani te l’avrà detta.
- Me l’ha detta tua madre...
- Che ho rifiutato?
Lucio accennò di sì col capo. Le fece quindi notare il dispiacere ch’ella aveva
cagionato al padre. Poi si mise a parlare anche del Marzani, e a fargliene le
lodi. Evidentemente diventava sciocco: lo sentì egli stesso, e ne arrossì; ma
messosi per quella china non seppe trattenersi più. «Il Marzani frequentava da
un pezzo la casa; era un buon giovane; aveva una posizione indipendente; non
meritava dunque quel rifiuto...»
La signorina Giulia lo guardava con tanto d’occhi, stupita.
- Perché mi dici queste cose, ora?
- Perché non dovrei dirtele?
- Tu? E buffo!
Oh sì, era buffo, buffo veramente, doveva convenirne, che lui, proprio lui
venisse a parlarle in favore del Marzani, in un’occasione come quella!... La
signorina Giulia non sapeva capacitarsene. Gliene avevano forse dato incarico i
suoi parenti?
Lucio sentì colpirsi con violenza da quell’atroce derisione, e sorrise
amaramente.
- O potrebbe... - disse - non è! ma potrebbe anche darsi...
- Povero Lucio! - esclamò ella, commiserandolo con leggiera ironia.
Egli soffriva orribilmente. Si sentiva, come se l’avessero frustato in faccia, e
gli pareva che, per quanto dicesse e facesse, non sarebbe più uscito da
quell’imbroglio.
- Che meraviglia, per altro, se ti consiglio di pensare a te?
- Tirandoti indietro, è vero?
- Ma per forza!
- Mettendomi tu stesso innanzi un altro, al tuo posto: l’amico del cuore...
E Giulia s’era messa a rider forte. Ah davvero la storia non registrava una
prova più stupefacente d’amicizia! Oreste e Pilade! Era proprio buffo...
Lucio si levò da sedere, risoluto; le si avvicinò, e chinandosi su lei, le disse
piano, ma con voce vibrata:
- Io non voglio, capisci, io non voglio, che per causa mia...
Ella non lo lasciò finire:
- Ma tu non c’entri, mio caro; levatelo dal capo! O ti farebbe forse piacere
crederti più prezioso, che non sii veramente? Tu non c’entri per nulla! Sono io,
capisci? io, che voglio così. Ti basta?... Non ti basta? Aspetta un po’...
Si alzò sorridendo della bizzarria che le era saltata in mente; si recò innanzi
allo scrittoio e, tratta dal cassetto della carta da lettere, si mise a scrivere
per chiasso una dichiarazione in tutte le forme: Io qui sottoscritto dichiaro...
- Ragazza! - fece Lucio, guardandola mentre scriveva.
- Imprudente, non è vero? - rispose ella, seguitando a scrivere con certe
mossettine del capo.
Piegò la carta, e stava per affidargliela, quando le saltò in mente un’altra
idea. Riaprì il cassetto, ne cavò un paio di forbici, e recandosi innanzi a uno
specchio, si prese da un lato un ciuffetto di capelli.
- Che fai? - le gridò Lucio.
- Fatto! - diss’ella, tagliando. Tolse da un cofanetto un nastrino rosso, ne fe’
un nodo ai capelli, che chiuse nella dichiarazione, e ficcando tutto nella tasca
interna della giacca di Lucio:
- Tieni! - gli disse. - Così ammanserai gli scrupoli della tua coscienza...
E aggiunse, con una smorfietta:
- Marzani non mi va, ecco tutto!
- E l’Arnoldi nemmeno? - scappò detto a Lucio impensatamente, senza volerlo,
nella confusione. E sorrise smarrito, agghiacciando.
- Come c’entra l’Arnoldi adesso? - fece Giulia sorpresa dall’aria assunta
improvvisamente da Lucio. - Saresti per caso geloso?
- Non te ne hanno parlato, ma c’entra anche lui - rispose egli con lo stesso
sorriso nervoso sulle labbra, ma con voce cangiata, come se non parlasse più
lui. E la guardava fissamente.
- Il mio scolaretto? - interrogò nuovamente Giulia stupita più del modo com’egli
le parlava, che di quello che le diceva. - Come c’entra? Se era andato via da
Roma?
- T’interessa? Ti ridò la dichiarazione...
- Noioso! Dimmi come c’entra l’Arnoldi!
Lucio alzò le spalle; come se avesse voluto farla stizzire, stuzzicandone la
curiosità.
- Non so, se debba dirtelo io... Ha scritto da Milano a tuo padre. Anzi no da
Milano, da Roma. Perché egli è qui, a Roma, venuto espressamente per te... Ho
scritto io a Milano... per domandare informazioni sul suo conto...
- Tu? - fece Giulia sbalordita, quasi non prestando fede ai suoi orecchi. - Tu?
- Io, io... - rispose Lucio, accompagnando le parole con un gesto del capo. -
Per incarico di tuo padre...
- E perché non me n’ha detto nulla mio padre?
Lucio si smarrì.
- Quasi contemporaneamente Marzani ha chiesto la tua mano.
- Prima o dopo? - fece Giulia, colta improvvisamente da un sospetto, che le
alterò e quasi le scompose la fisonomia. Non diede campo a Lucio, che la
guardava confuso, di risponderle. Dopo, certamente... Sì! Marzani ha dovuto
sapere, senza dubbio, della richiesta dell’Arnoldi... Oh sì! non si sarebbe
deciso altrimenti, povero imbecille! ... Gliel’hai detto tu? Di’ la verità?
Gliel’hai detto tu? Tanto, è inutile nascondermi ancora... Tu? Oh...
Si coprì la faccia con le mani, indignata, vibrante di vergogna.
- Hai fatto questo? Hai fatto questo?
Lucio tentò un istante di scusarsi, avvilito:
- Tu lo sai... l’Arnoldi... m’è antipatico all’estremo... Però, bada, a tuo
padre ho detto che non lo conoscevo!
- Avanti... avanti... ti ringrazio...
- Il Marzani m’ha sempre afflitto parlandomi di te... E allora, sì, preso lì,
fra due pretendenti, uno in iscritto l’altro in persona, mi è parsa tanto comica
la mia posizione, che non ho saputo resistere alla voglia matta di dirgli
tutto... dovendoti perdere, meglio...
- Basta! Basta! - gridò Giulia, interrompendolo, quasi quelle parole l’avessero
soffocata, e si coprì nuovamente la faccia con le mani. - Vile! Vile! - esclamò.
Lucio non trovò più una parola da dire. Gli parve in un baleno, che i pensieri
odiosi, trasparenti attraverso alle parole di lei, fossero stati veramente suoi
pensieri, pensieri però, cui egli non aveva mai confessato a se stesso, e che
sentiva ora per la prima volta nell’imbarazzo della coscienza. Non seppe
ribellarsi, gli parve giusto avvilirsi, rassegnarsi ad ogni ingiuria. «Purché
finisca! Purché finisca!» si diceva internamente.
Giulia si levò le mani dal volto in fiamme, e senza guardarlo:
- La mia carta! i miei capelli! - gli disse.
- Che vuoi farne?...
Ella gli lanciò uno sguardo pieno d’odio e di sprezzo; lacerò la carta in mille
pezzetti, disfece il nodicino dei capelli e buttò tutto nel camino,
accompagnando l’atto con un’esclamazione di sdegno
Lucio si mosse per uscire. Aspetti - disse Giulia. - Chiamo la mamma. E fattasi
all’uscio, invitò il padre e la madre a entrare in salotto.
- È vero, che il signor Arnoldi ha chiesto la mia mano? - domandò loro, appena
entrati.
E senza attender risposta: - Potete rispondergli che accetto - aggiunse.
Il signor Carlo e la signora Erminia guardarono sorpresi la figlia, poi il
Mabelli.
- Grazie, signor Lucio! - esclamò la signora Erminia, stendendogli raggiante la
mano.
Giulia ruppe in uno scoppio di risa, e corse verso la sua cameretta.
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