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III
Sul finir dell’estate Agata s’ammalò gravemente. Già ella s’anneghittiva di far
qualunque cosa. La pena chiusa, la chiusa malinconia a poco a poco s’eran
disciolte nel tedio. Rimaneva più del solito a letto, sveglia, con la mente
vuota; aveva perduto affatto l’appetito, e non ascoltava più né gli incitamenti,
né i conforti, né le lagnanze della madre o della sorella.
Giulio Accurzi, allarmato dalle gravi notizie recategli un giorno dal suo
vecchio giardiniere, si spinse fino a interrogar per le scale il medico. La
risposta di questo lo turbò doppiamente: egli apprese soltanto allora che la
signorina Sarni era promessa sposa, e che s’attendeva fra giorni il fidanzato,
vista la cattiva piega che pigliava la malattia.
- Ah, è fidanzata!
Da quel giorno egli non ebbe più pace; voleva a ogni costo convincersi ch’era
sciocco addirittura interessarsi tanto «della salute d’una sua inquilina».
Costringeva se stesso a uscir di casa; ma metteva due ore a vestirsi, dovendo
ogni tanto affacciarsi al balcone a spiare, se qualcuno si facesse al terrazzo
sottoposto. Perché? Non lo sapeva lui stesso! Certo, non per domandar notizie di
lei: non gli sarebbe parso ben fatto. Forse per scoprire dall’atteggiamento di
qualche volto lo stato della malattia. E ogni volta, per imporre un termine a
quell’aspettativa, ch’egli pur riconosceva puerile, ricorreva a un’altra
puerilità: si metteva a contar fino a cento.
- Se nel frattempo nessuno s’affaccia, me ne vo...
E cominciava lentamente:
- Uno... due... tre...
Poi, nel contare, s’astraeva, e soltanto le labbra continuavano a mormorare i
numeri. Talvolta, col cappello in capo, già pronto per uscire, giungeva a
contare fino a trecento; alla fine si stancava, e infilava la porta. Doveva far
violenza a se stesso per non fermarsi a origliare sul pianerottolo del primo
piano. Per via, schivava gli amici, non riusciva a distrarsi. Gironzava un po’
senza direzione, annoiatissimo; e alla fine, come spinto da un subitaneo
pensiero, ritornava frettolosamente sui proprii passi.
«Forse a quest’ora sarà arrivato!»
Egli aspettava con ansia il fidanzato di Agata. Si struggeva dalla smania di
vederlo, di conoscerlo, senza saper chiaramente il perché di quella sua
curiosità.
La madre, per quanto ormai non s’interessasse più di nulla, già stanca di tutto,
finanche d’aspettare e di chiamar la morte, s’era accorta del cambiamento del
figlio; e un giorno gli disse:
- Giulio, non far pazzie!
- Che pazzie, mamma! - rispose l’ingegnere Accurzi, a cui ormai recava più
irritazione che pietà il modo di parlare della madre, il tono della voce e il
movimento della testa.
E pure, una pazzia forse l’aveva commessa. Sì: lo riconosceva egli stesso, e
n’era turbato. Aveva fermato per la scala anche la sorella d’Agata, Erminia, e
dal modo come le aveva parlato, temeva non avesse ella potuto sospettare ch’egli
fosse così insensato da accarezzar delle idee sulla sorella promessa a un altro.
«Chi sa che avrà pensato di me! Sciocco...»
Egli, in fondo, non voleva convenir con se stesso d’essere innamorato della
signorina Sarni.
«Tra me e lei non c’è stato mai nulla...»
E allora si sforzava di pensare ad Agata, come a una persona qualsiasi, per la
quale si sentisse soltanto pietà sapendola in condizioni gravi di salute.
«Povera signorina!» si diceva «Così buona!... E quell’imbecille che non torna!
Se tarda ancora, non la rivedrà...»
IV
Il viavai per la scala divenne vieppiù frequente. Giulio dal pianerottolo
superiore, curvo sulla ringhiera, spiava chi saliva e chi scendeva. Altri medici
erano accorsi al letto della malata, due suore di carità, poi un vecchio alto
dalla lunga barba bianca, don Giacomo Corvaja, venuto espressamente dalla
campagna. Giulio apprese che l’acuto della malattia era superato, ma che
tuttavia la malata, vinta dall’estrema debolezza, era in preda a furori isterici
che la rendevan quasi pazza...
- S’è tagliati, tartassati i capelli!... Non si riconosce più... - gli aveva
detto la serva. - Chiama sempre il fidanzato... Pare che egli non voglia più
tornare... Se vedesse, che spettacolo giù...
«Non vuol più tornare? Come! La lascerà morire così?», pensava Giulio,
struggendosi dentro.
La porta del primo piano s’apriva di tanto in tanto rumorosamente, e qualcuno ne
usciva lanciandosi a precipizio per la scala; Giulio si destava di balzo dalle
sue fantasticaggini, impallidiva...
«Che sarà avvenuto?... Muore?...»
Ecco altra gente sul pianerottolo, giù; donn’Amalia, Erminia dai volti
disfatti... Chi s’attende? S’è fermata una vettura dinanzi al portone. Ecco, è
lui, Mario Corvaja, il fidanzato! Gli è accanto quel vecchio alto, dalla lunga
barba bianca, il padre. Finalmente è tornato!
- Ebbene, come sta? - chiede Mario con ansia alla madre di lei, pallido, con le
ciglia aggrottate. Poi tutti rientrano, e la porta si richiude.
Dove mai Giulio aveva udito quella voce? Sì, egli conosceva di vista Mario
Corvaja. Era dunque colui il fidanzato di Agata? E che avveniva laggiù, in quel
momento, nella camera della malata? Giulio si sforzò a imaginare quella scena
d’arrivo. Dopo un’ora all’incirca egli vide uscir Mario Corvaja col padre. Lo
seguì con gli occhi, dal balcone, lungo la via piena di sole. Dove si recava?
Perché gestiva così vivacemente parlando col padre? E aveva lasciata così presto
la malata? In che condizioni era ella?
Sul far della sera Giulio vide don Giacomo Corvaja ritornare in casa Sarni senza
il figlio. Seppe dopo, che Mario era ripartito per Roma lo stesso giorno
dell’arrivo. Il suo ritorno dunque era stato come un’apparizione. Il domani
Agata con la madre e con don Giacomo Corvaja partì per la campagna.
Giulio Accurzi indovinò che il progetto di matrimonio tra Mario Corvaja e Agata
Sarni era andato a monte. Che era avvenuto? Ella s’era ammalata per lui, ed egli
l’aveva abbandonata! Perché dunque? Che pretendeva di più quello sciocco? Come
non amare una creatura, che a lui, Giulio Accurzi, pareva così degna d’amore? Ed
ella forse lo rimpiangeva...
Provò, così pensando, un’indefinibile gelosia, un sordo rammarico, quasi
rancore... Non vi poteva far nulla, lui? Quasi quasi avrebbe voluto
intromettercisi, tanta era la stizza che provava per l’agire di quello sciocco
lì... Intromettersi! E in qual modo?
«Se la son portata via nella campagna di lui! Sciocchi! E perché? Come si potrà
distrarre lassù?» pensava intanto, tra le smanie. «Sarebbe molto meglio che vi
morisse...»
V
Aveva però avuto la fortuna, dopo circa un mese, di trovarsi a scendere per la
scala quando la vettura di ritorno dalla campagna dei Corvaja, si fermò dinanzi
al portone della sua casa. Giulio Accurzi non poté trattenere un moto e
un’esclamazione di sorpresa alla vista di Agata, che già scendeva dalla vettura
sorretta dalla madre. Turbato, con le mani tremanti, accorse a prestare ajuto
alle due donne; offrì il braccio alla convalescente, e la sorresse lungo la
penosa salita, ripetendo a ogni scalino: - Piano... così... S’appoggi,
signorina! piano!...
Dinanzi alla porta ella lo ringraziò timidamente, con gli occhi bassi,
inchinando la testa. Egli arrossì, si confuse, e appena la porta fu richiusa,
mormorò: - Come s’è ridotta! E subito dopo: - Quanto lo amava!
Non pensò più che stava per uscire, e continuò a salir lentamente la scala, a
capo chino, percotendosi le gambe coi guanti che teneva in mano.
- Come s’è ridotta! - ripeté a fior di labbra fermandosi indeciso innanzi alla
porta di casa. Trasse macchinalmente di tasca la chiave, ed entrò.
Allora sentì chiamarsi dalla madre, e accorse subito, molto sorpreso di
ritrovarsi in casa sua.
- Che ti sei scordato? - gli domandò la madre con voce nasale, stanca, piegando
da un lato la testa avvolta sempre in un fazzoletto nero di lana.
- No... nulla... mi son seccato... Sai? Son ritornate le nostre inquiline del
primo piano...
- Ho capito! - sospirò stanca la madre, ripiegando la testa dall’altro lato, e
chiuse gli occhi.
Quell’esclamazione e quel movimento irritarono Giulio.
- La signorina è stata molto male, è ancora ammalata - s’affrettò egli a dire
con tono risentito.
- È giovine, non temere, guarirà! - rispose con la stessa voce l’inferma senza
aprir gli occhi.
Giulio rientrò nella sua camera, e sedé su una poltrona, senza pensar di
togliersi il cappello e di posar guanti e bastone.
«Quanto lo amava!» mormorò di nuovo a se stesso, scotendo a lungo, lentamente,
la testa, con gli occhi appuntati. «E quell’imbecille....»
Si levò da sedere, andò in su e in giù per la stanza, a capo chino...
L’aveva riveduta; le aveva offerto il braccio, aveva sentito il dolce peso di
quel corpo affranto dalla passione, e avrebbe voluto portarla su in braccio per
risparmiarle la pena di quella salita... Così pallida e stanca gli era sembrata
più bella!
Ed ella gli aveva detto grazie...
VI
Passarono per Giulio Accurzi due mesi di continue smanie. Agata non si lasciava
più vedere al terrazzo, non usciva più di casa. Alle sue costanti domande alle
persone di servizio - Come sta la signorina? - otteneva un - Meglio - per tutta
risposta, e poi in seguito un - Adesso sta bene - e null’altro. Non voleva
parere indiscreto. Intanto, non lavorava più. Veramente, aveva sempre lavorato
poco; ma prima, almeno, gli piaceva di studiare o di leggere; s’era fatta così
una varia e larga coltura; adesso, non gli riusciva più d’arrivare in fondo a
una pagina, fosse pur di romanzo. Invece si prendeva molta più cura della
persona: s’affliggeva dinanzi allo specchio dei suoi capelli biondi che si
diradavano man mano specialmente sul lato sinistro, slargandogli un po’ troppo
la fronte; diventava minuzioso per tutto ciò che si riferiva all’acconciatura:
voleva essere inappuntabile. Ma poi, dopo tanto studio e tanta cura, non usciva
di casa, sedeva o s’appoggiava sulla ringhiera di ferro del balcone, e
aspettava... Vedeva sul vespro donn’Amalia Sarni uscir sul terrazzo ad
annacquare i fiori, e allora egli seguiva attentamente la mela dell’annaffiatoio
che spandeva acqua in minuta pioggia sur ogni vaso, e sur ogni vaso egli
s’indugiava quanto l’annaffiatoio. Così faceva il giro della balaustrata. Certi
giorni poi s’avviliva di produrre inutilmente quel genere di vita. Avrebbe
volentieri intrapreso un viaggio. Ma sì! A chi affidar la madre?
Un giorno, all’improvviso, vide irromper nel terrazzo rumorosamente le due
bambine di Erminia Corvaja, come un tempo, inseguite dalla zietta. Al rumore,
prima ch’ella comparisse sul terrazzo, il cuore dell’ingegnere Accurzi si mise a
battere violentemente. Finalmente la vide! Gli parve un’altra... Ella rideva!
«E lei... è lei... è lei...», ripeté egli a se stesso, fremebondo, ritraendosi
dal balcone. Vi ritornò subito; ma ella era già andata via dal terrazzo con le
bambine.
Non poté rimaner più solo in camera: sentiva il bisogno di comunicare a qualcuno
la sua gioia. Si recò dalla madre, senza saper precisamente ciò che le avrebbe
detto. La trovò nella solita positura: con la testa piegata da un lato e gli
occhi chiusi; pareva morta! Gli scuri delle due finestre erano un po’ accostati,
e la camera rimaneva in una triste penombra.
- Mamma, dormi? - domandò egli piano, chinandosi sulla poltrona e prendendo da
un bracciuolo la mano cerea, gelida della madre.
- No, figlio - sospirò la giacente, senza aprir gli occhi.
Al suono di quella voce Giulio cangiò tosto d’umore. Gli parve di non aver mai
compreso come in quell’istante la sciagura toccata alla madre. La rivide, in un
baleno, ancor vispa, in piedi, sempre vestita di nero dopo la morte del marito,
attendere alle faccende di casa; gli passò come uno sprazzo dinanzi agli occhi,
la visione confusa di sua madre, tanto diversa che in tutti gli altri ricordi,
vestita di gala, innanzi a un grande specchio a muro... una remota sera. Un uomo
le chiudeva alla nuca il fermaglio d’una ricca collana: era il padre di Giulio
Accurzi allora bambino di pochi anni; e questa era l’unica, indecisa memoria che
egli serbava del padre. Rivide, immediatamente dopo, la madre nell’atto di
piegarsi sulla tavola, mentre tutti e due mangiavano, colpita improvvisamente
dalla paralisi. La guardò intenerito: erano ormai sei anni che ella se ne stava
così, dimenticata dalla morte, abbandonata dalla vita.
- Povera mamma! - sospirò, recandosi alle labbra la mano di lei fredda,
insensibile; e il suono della sua voce gli chiamò lacrime agli occhi.
- Che hai da dirmi? - domandò la malata, senza muovere il capo, come se
s’aspettasse dal figlio qualche confessione.
- Mamma...
- Zitto, zitto, lo so... Sposala, figliuolo mio, se è una buona ragazza.
Sposala, mi farai piacere...
E volse la testa dall’altra parte, sospirando.
- Che dici, mamma?
- Sposala, ti dico! E tempo che tu lo faccia... Mi farai piacere.
- Ma sai tu chi è, mamma?
- Sì, so tutto.
- Io l’amo... - fece Giulio, e si stupì immediatamente d’aver profferito quella
parola innanzi a se stesso.
- Siate felici! - concluse la madre.
Egli rimase perplesso. Sua madre dunque supponeva che anche Agata lo amasse? E
invece... Si sentì nuovamente pungere da quel sentimento d’indeciso rancore.
L’inferma aggiunse:
- Me la farai conoscere?...
- Certamente... - rispose Giulio impacciato; salutò la madre e uscì dalla
camera, sospirando amaramente.
D’onde gli era sopravvenuta adesso tutta quella tristezza? Non era stata sempre
così sua madre, dacché era inferma? Sì, Sì... ma adesso...
Egli non sapeva definirsi bene la causa di quella tristezza; ma nessuna cosa al
mondo avrebbe potuto consolarlo, se egli finalmente non usciva da quello stato
d’indecisione.
VII
Posto appena il piede nella propria casa, Agata sentì come inutile e grave
sarebbe stata da lì innanzi la sua vita. La madre s’era data subito a badare
alla casa lasciata per tanti giorni in abbandono.
Agata fe’ il giro delle stanze, e pareva che in nessuna trovasse posto da sedere
per il momento, e da occupare in appresso, nelle lunghe e tediose giornate che
l’avvenire le preparava. Cavò, in piedi, una nota dal pianoforte, come per
riudir la voce dello strumento, e se ne allontanò subito, quasi offesa. Oh se
avesse invece potuto seguir per le stanze la madre tutta intenta a rassettare, a
spolverar la mobilia!
Ella avrebbe voluto dare a intendere, che non pensava più a Mario Corvaja, e
sopra tutto, che non era per nulla afflitta dello scioglimento del suo
matrimonio. Ma come darsi, nel tedio che la schiacciava, la pena e la fatica di
quella simulazione?
Il ricordo, per altro, era troppo vivo e insistente, ed ella non solo aveva
molto da ricordare, ma anche molto da pentirsi di quei quattro anni d’inutile
attesa. E ancor non sapeva bene, com’egli le fosse sfuggito durante la malattia!
Conservava ancora in un cofanetto tutte le lettere di lui, e ora, chiusa nella
sua cameretta, le rileggeva ad una ad una. S’era seduta per terra con una
candela accesa, alla cui fiamma consegnava man mano le lettere dopo averle
rilette.
Eran disposte tutte per ordine di data, e annodate per anno, in quattro fasci:
più voluminoso il primo, esiguo l’ultimo. Ella rimaneva, dopo la lettura, con
gli occhi appuntati sulla fiamma tremolante e ingranditi: l’anima rifaceva il
giorno della data, mentre la mano tremante appressava il foglio alla candela;
poi sospirava, e attendeva che la carta si riducesse per intero in cenere.
Giulio Accurzi intanto, dopo una notte di riflessione, agitato da dubbi e da
sconforti, aveva presa la risoluzione di recarsi dalla sorella di lei, con la
quale già una volta aveva parlato, e forse s’era tradito.
«Nessun dubbio», pensava andando, «che i parenti accetteranno con riconoscenza
la mia domanda. Ma lei, Agata? Non si è mai curata di me; non pensa neppure che
io sia al mondo... Ella in questo momento pensa a tutt’altro".»
Egli sentiva bene, che avrebbe dovuto ragionevolmente lasciar passare ancora
qualche tempo per far la sua domanda; ma la gelosia e l’amor proprio non glielo
concedevano. Non avrebbe avuto più pace, finché il ricordo dell’altro rimaneva
nel cuore di Agata, e da un altro canto voleva fingere d’ignorare affatto
ch’ella era stata promessa sposa a Mario Corvaja. Se ella lo rifiutava, Giulio
Accurzi sentiva, che si sarebbe messo subito a odiarla, in tutte le maniere in
cui l’odio può esplicarsi. Un pensiero poi l’avviliva più d’ogni altro: «Forse
un giorno egli mi vedrà con lei, innamorato di lei, e mi guarderà con occhio di
commiserazione. "Sì, quella donna mi amava, e io non l’ho voluta... l’ho piantata. Ora ella ha trovato il gonzo, che se l’è presa. Eccolo lì..."».
Erminia Corvaja fu molto sorpresa della visita dell’ingegnere Accurzi. Egli,
pallido e nervoso, si perdette sul principio in comuni superficialità, poi tutto
ad un tratto, impulsivamente, uscì a dire:
- Senta, signora, lo scopo della mia visita... - Ma s’arrestò all’improvviso. -
Io desidererei che ella mi desse...
Stava per dire: «Delle spiegazioni». Arrossì, si confuse; e poi rimettendosi: -
Ecco, ella sa che la Sua signora madre abita giù in casa mia... Io ho avuto la
fortuna d’apprezzare le doti veramente elettissime tanto della signora quanto
della signorina Sua sorella. Adesso starà bene mi auguro... L’ho veduta jeri, mi
sembra, quand’è venuta lei, con le bambine... Sì... giusto jeri... M’è parso
che...
- Oh, sì adesso... in salute, almeno, sta bene... - concluse imbarazzata Erminia
Corvaja, tentando un sorriso, e abbassò gli occhi.
Giulio Accurzi notò quell’almeno e si agitò sulla poltrona, non trovando adesso
come riattaccare il discorso.
- Sì... ho saputo... che è stata male... Anzi, già! ho chiesto a lei una volta
notizie... si ricorda? Sì... Ma ora, per fortuna è passato... Io mi trovavo
presente quando è ritornata dalla campagna di... Suo suocero, è vero? Sì...
Povera signorina!... Era così sofferente...
- Infatti, ha molto sofferto... - affermò, tentennando il capo, Erminia Corvaja.
Giulio Accurzi s’agitò un’altra volta sulla poltrona.
- Ora è passato però... - ripeté. - E quando una malattia si può raccontare...
C’è dispiaciuto di non esser potuti scendere giù, in questa occasione... ma mia
madre, poverina... Ella saprà che...
- Oh, sì, pur troppo... so, povera signora!... - fece Erminia, con aria di
profonda commiserazione.
- Da sei anni!... - esclamò Giulio. E preso quel discorso, la conversazione andò
per un tratto più spedita. Egli non s’accorse che, parlando della madre, dello
squallore e della malinconia che regnavano nella sua casa, dacché ella s’era
ammalata, e della solitudine senza cure in cui si sciupava la sua giovinezza, si
preparava man mano quasi inconsciamente il terreno per venire allo scopo della
sua visita, e a un tratto la spiegazione gli riuscì spontanea, molto più facile
che non se l’aspettasse.
Erminia Corvaja restò un momento imbarazzata, pur sorridendo di compiacenza
all’annunzio; si strinse le mani, e si raccolse, schivando di guardarlo, come
per ponderare una risposta giudiziosa. Quell’istante di silenzio fu penosissimo
per Giulio Accurzi: già si aspettava ch’ella, per convenienza, gli avrebbe
parlato di Mario Corvaja e dello stato d’animo della sorella; ma quasi quasi,
adesso, avrebbe voluto farne parola lui per primo, pur d’uscire al più presto di
quella pena. Tanto, che avrebbe potuto dirgli? Già s’era accorto, ch’ella era
contenta della sua domanda. Il passo più difficile era pel momento superato.
Egli, è vero, avrebbe voluto simular sorpresa nell’apprendere che Agata era
stata, fino a pochi mesi a dietro, promessa sposa a un altro; ma simulò invece
indifferenza, e rispose alla sorella: - Sì... difatti, ho saputo...
- Fanciullaggini, sa - si affrettò ad aggiungere Erminia. - Era già finito da un
pezzo... Tuttavia, capirà, lasciano sempre un certo... come dire?... turbamento
nel cuore d’una ragazza.. Poi, col tempo... oh ma già, a quest’ora, ne son
sicurissima; Agata si sarà convinta, che è una sciocchezza, a cui non val
proprio la pena di pensare... Io, per me, glielo predicavo sempre... Era poi,
più che altro, non si figuri, una corrispondenza da lontano: mio cognato è stato
sempre fuori... prima a Roma, poi all’estero.
Giulio Accurzi ascoltava pallidissimo, con un sorriso gelato sulle labbra, le
parole d’Errninia.
- Non sarà... vorrei sperare... un impedimento... questa sconclusione - balbettò
alla fine - almeno per parte mia.
Erminia si tolse felicissima l’incarico d’annunziare alla madre la domanda di
matrimonio.
La madre poi ne avrebbe parlato ad Agata. Fra giorni, la risposta. Un po’ di
pazienza...
Così convennero. Ma uscito sulla via, Giulio Accurzi era inasprito da una sorda
stizza e avvilito da un profondo disdegno di se stesso.
Perché?
VIII
Agata, ancora a letto, notava la bianchezza delle sue braccia, magre tuttora
dalla recente malattia, e osservava attentamente le venicciuole azzurre,
trasparenti sotto la pelle levigata.
La luce del giorno penetrava nella camera attraverso le persiane verdi, e su una
mensoletta in un angolo moriva già il lampadino da notte, dietro una ventola
litofana.
Era uscita testé dalla camera la signora Amalia, e nella fronte di Agata si
spianava man mano la ruga lasciatale dal dialogo breve, inatteso, avuto con la
madre. Agata non aveva mai badato veramente a quel Giulio Accurzi, di cui la
madre le aveva parlato con tanta esitanza prima, con tanto interesse poi. Costui
dunque chiedeva la sua mano, sapendo tutto? E sua madre ed Erminia sarebbero
state felici, se ella avesse accondisceso a quelle nozze. Non sapevano dunque
che per lei ormai un altro amore non era più possibile? Tutto per lei era
finito!
- Fagli dir di no! - aveva risposto a prima giunta. Ma poi s’era ripresa,
temendo non sospettasse la madre, ch’ella pensava ancora a «quell’altro». E
gliel’aveva detto:
- Nemmen per sogno, sai! Anzi, guarda! per me... fa’ quel che vuoi... Se ti
piace fagli pure rispondere che accetto.
E s’era voltata dall’altra parte del letto, tirandosi sulle spalle le coperte.
La madre però l’aveva severamente rimproverata: - Così no! Non è giusto, né
onesto. Dio non vuole! Un impegno per la vita... Pensaci! E quando ci avrai ben
pensato, noi daremo la risposta. Quanto all’amore, non dubitare, verrà...
«Non verrà, non può venire!» pensava Agata, e nell’istesso tempo bilanciava col
suo sconforto i savi ammonimenti della madre e le considerazioni sul suo stato.
Giulio Accurzi era giovane, buono, ricco. Ella aveva già varcato da più anni il
limitare della prima giovinezza... E aveva inoltre da vendicare un affronto alla
sua femminilità, l’abbandono che le costava ancora tanto dolore.
- Ebbene - domandò Agata, sulla sera, alla madre. - Che avete concluso?
- Nulla, te l’ho detto... Ci hai pensato?
- Sì... Io accetto - rispose Agata.
Donn’Amalia baciò commossa la figlia. E il domani sera scese per la prima volta
in casa Sarni Giulio Accurzi.
Assistevano alla presentazione Erminia Corvaja con le bambine, una vecchia zia
d’Agata, curva, corpacciuta, gialla di carnagione e rugosa, con gli occhi
smorti, pieni sempre di lacrime, e la figlia Antonia, zitellona, che parea fatta
di legno, e che non schiudeva mai le labbra se non per terminare le frasi
lasciate in sospeso dalla madre nello stento di trovar parole. Madre e figlia
eran vestite goffamente per l’avvenimento e, benché impacciate dalle loro vesti,
non staccavan gli occhi da Agata.
Il salotto era riccamente illuminato, e cosparso di fiori freschi. Agata,
pallidissima, guardava or la madre, or la sorella, come trasognata. Queste due
ascoltavano attentamente le parole di Giulio Accurzi, che si rivolgeva a loro di
preferenza; assentivano frequentemente col capo, e sorridevano, forse senza
intender nulla di ciò che egli diceva. La vecchia zia e la figliuola esaminavano
minutamente gli altri quattro e, di tanto in tanto, si scambiavano, sospirando,
uno sguardo d’intelligenza.
Giulio Accurzi si sforzava evidentemente di non sembrare impacciato, e donn’Amalia
e la figlia maggiore gli venivano, come per intesa, in aiuto. Egli parlò in
principio di cose aliene, con sovrabbondanza di parole, intercalando qua e là
massime di largo criterio, ma senza presunzione, con l’aria un po’ stanca di chi
si sia data qualche volta la pena di pensare ai casi della vita. Quindi si mise
a parlar della madre, e si compiacque, sotto gli occhi di Agata, nel mostrar
tutto il suo affetto filiale, e il dolore per la sciagura toccata «alla sua
vecchina». - Poi la vedrà... - concluse, rivolgendosi ad Agata.
Agata abbassò gli occhi sotto lo sguardo di lui, e trattenne un istante il
respiro.
La conversazione languì. Giulio Accurzi girò gli occhi pel salotto, e li arrestò
sul pianoforte aperto.
- Ella suona spesso, è vero? - domandò ad Agata.
- Qualche volta... - rispose questa esitante, con un fil di voce.
- Via, suona un po’ qualche cosa... – s’affrettò ad aggiungere Erminia, a cui
tosto fecero eco la vecchia zia e la figliuola. Donn’Amalia guardò la figlia,
che si rifiutava un po’ duramente, accesa alquanto dalla vergogna.
- Mi faccia sentire... se non le dispiace troppo - insisté dolcemente Giulio.
- Non so proprio sonare... Sentirà... - fece ella alzandosi e guardandolo
freddamente.
Egli non smise un istante di studiarla, mentr’ella sonava; e ammirò i capelli
castanei finissimi, pettinati con tanta grazia, la nuca, le spalle, la
sottilissima vita... Ecco, e lei così bella, così adorabile, era stata rifiutata
da quell’altro! Perché dunque?... Notò ch’ella sonava un vecchio pezzo di
musica. Anche Mario Corvaja forse lo aveva udito da quelle mani... Chi sa!
poteva anche essere un suo regalo. Che vibrava in quel momento nel cuore di lei?
Quando Agata finì di sonare, Giulio Accurzi era ancora turbato dai suoi
pensieri; pure, fece dei complimenti alla sonatrice, e parlò di musica...
- Se io avessi saputo sonare, non avrei forse cercato più nulla nella vita...
Nella musica si può tutto dimenticare...
Arrossì a quest’ultime parole. Gli sovvenne improvvisamente che Agata in quegli
ultimi giorni passava gran parte della giornata sonando.
La conversazione languì di nuovo, e poco dopo egli tolse rispettosamente comiato.
IX
«M’amerà!... m’amerà!...», si ripeteva ora Giulio Accurzi, uscendo dalla casa
della sua promessa sposa.
Egli l’avrebbe vinta a poco a poco, cingendole l’anima di dolce e silenzioso
assedio, spiandole negli occhi e sulle labbra ogni desiderio, ogni accenno di
desiderio. L’avrebbe vinta colla sua sommissione, senza mai urtare i sentimenti
di lei, né tentar mai apertamente di penetrarle nel cuore; così, con l’alito
soltanto della sua passione, il cui ardore man mano avrebbe ridato, ne aveva
fiducia, il roseo colorito e la prima gajezza a quel freddo e pallido volto.
L’avrebbe vinta...
Bisognava, innanzi tutto, aver pazienza. Il tempo ajutato, nudrito dalle sue
cure amorose, doveva un po’ per volta cancellar da quel cuore l’imagine d’un
altr’uomo.
Pensava così, ormai, tenendo sempre presente a sé l’imagine di Agata dal
contegno gelido, quasi per soffocare ogni impulso violento della gelosia. Per
quanto internamente ne soffrisse, pure amava meglio ch’ella fosse così, rigida e
chiusa con lui.
Fin dalla prima sera, al cospetto di lei, s’era sentito cader dall’animo
l’avvilimento provato nel far la domanda alla sorella. Indovinò all’accoglienza
di Agata, com’ella si fosse indotta ad accettare, e la via che conveniva a lui
di seguire per vincerla al più presto. Ma quanto più i pensieri, guidati dal
compito ch’egli s’era imposto, abbondavano in amorevolezza, tanto più il suo
cuore si struggeva dentro, quasi stretto in una morsa di ferro dall’odio
impotente per Mario Corvaja. Costui non era più, forse, il signore della rigida
fortezza, cui egli ora cingeva d’assedio amoroso; ma l’aveva lasciata pur lui
così chiusa e impenetrabile! Giulio Accurzi inviava ad Agata fiori ogni mattina,
prima ch’ella si levasse di letto: ora un grand’involto di rose sciolte, in un
fazzoletto bianco, di seta; ora un canestro di gardenie; ora un gran cappello di
paglia da contadini con fiori di campo... E cominciò a presentarle i primi
regali: anelli, bracciali, spille... Ella li accettava confusa, senza
espressioni sincere né di gradimento, né d’ammirazione; li toglieva con mano
tremante dalle ricche scatole, e lasciava che la madre si profondesse in
meraviglie. Agata gli dava ancora del lei.
- Così no... non voglio esser più ringraziato... - si spinse egli a dirle
finalmente. ,`
- Ebbene, ti ringrazio - fece ella, chinando leggermente la testa e sorridendo
appena.
- Così va bene... - concluse freddamente Giulio. Quella concessione forzata non
gli era riuscita per nulla gradevole.
Intanto egli attendeva alacremente all’arredo della casa, su, al secondo piano.
Agata e donna Amalia uscivano qualche volta con lui a far compere, ed egli
sceglieva tutto ciò, su cui gli occhi di lei si fermavano un po’ ad ammirare.
Agata si recò con la madre a visitar l’inferma, e la casa che tra breve
l’avrebbe accolta sposa. Vi era gran trambusto; operai vi lavoravano; solo nella
stanza della malata regnava il solito silenzio. Giulio assisteva alla visita, e
non staccava gli occhi dalla madre, quasi temendo non accogliesse ella
freddamente la futura nuora.
In quegli ultimi giorni egli aveva notato nella madre un serio cambiamento.
Ella, per solito così rassegnata al suo male, ora si lamentava a lungo, si
lagnava del rumore che facevan gli operaj, era impaziente, curiosa di sapere
quel che avveniva nelle altre stanze. - Giulio! Giulio!... - chiamava con
insistenza; e se per caso egli tardava un po’, o mostrava lontanamente dispetto
per l’oziosità delle sue domande, si metteva a piangere, a invocar la morte «per
non esser più di peso a nessuno». Egli si chinava su lei, la carezzava, si
mostrava afflitto fino alla disperazione. . .
- Dimmi un po’... dimmi un po’... - usciva ella a dire con voce irritata. -
Bada, già me ne sono accorta... Lo vedo... Ella ti rende triste, è vero? Sì...
sì... Tu sei sempre triste per causa sua... Non mi sfugge nulla!
- No, mamma... che pensi!
- E allora, è per causa mia! Morte maledetta, perché non vieni? Che sto a far
qui?
Accolse però Agata con straordinaria tenerezza; volle ch’ella sedesse accanto a
lei, e la guardò a lungo, approvando col capo. Poi si rivolse al figlio.
- Giulio... Giulio, dagliela tu... io non posso...
Giulio tolse dall’astuccio una splendida collana di perle, quella stessa che gli
richiamava alla memoria la figura indecisa del padre, e la porse ad Agata.
- Annodagliela al collo - aggiunse l’inferma, e tornò a guardarla, approvando
col capo.
Poi, quando Agata e la madre furono andate via, e Giulio ritornò da lei:
- Vedi?... Ho fatto bene? - gli domandò come una bambina.
- Sì, mamma, certo...
- Oh, così! Purché tu sia sempre contento di me... - concluse, facendo il
greppo, e si mise a piangere silenziosamente.
X
La vigilia delle nozze Giulio Accurzi non poté chiuder occhio durante la notte.
Occupato dai preparativi della cerimonia, dall’allestimento della casa, degli
abiti, delle carte necessarie; in quegli ultimi giorni aveva vissuto molto
frettolosamente, sordo affatto alle contrarie voci della sua passione. Aveva
voluto affrettar quel giorno contro l’angustia del tempo, con l’ostinatezza d’un
ubbriaco. Ecco, e già vi era riuscito: tutto era pronto...
- Domani la catena! - gli avevan
detto, scherzando, gli amici.
Tra lui e Agata s’era stabilita come un’intesa di compatimento. Questa almeno
era l’illusione ch’egli s’era fatta durante i tre mesi del suo fidanzamento.
Certo Agata non gli dimostrava amore, né egli quasi ne pretendeva. Pareva pago
della stima affettuosa e della gratitudine, che ella in cuor suo doveva
professargli pel silenzio da lui mantenuto sul passato di lei. In quelle sere la
madre, pacifica e serena, per lasciar loro libertà di parlarsi, leggeva presso
il lume un grosso e vecchio libro sacro, La via del cielo; e loro due, seduti un
po’ in ombra, lontani dal lume, s’ingegnavano prudentemente a schivare ogni
confidenza, ogni familiarità. Una sera soltanto, nel penoso imbarazzo d’un
prolungato silenzio, egli s’era lasciato indurre a domandarle perché fosse
sempre così triste...
- No, perché triste? - aveva risposto Agata con un fil di voce, tormentando una
trina dell’abito.
Egli l’amava così; avrebbe voluto sempre amarla così.
Cominciò intanto ad albeggiare. La cerimonia religiosa doveva aver luogo alle
otto della mattina; la civile, alle nove; poi gli sposi e i parenti si sarebbero
recati nella campagna, dove Giulio era nato, a pochi chilometri dalla città;
quivi era apparecchiato il pranzo delle nozze, dopo il quale i parenti se ne
sarebbero tornati in città, lasciando soli nella ricca cascina i due sposi.
Pochissimi invitati: i parenti e i più intimi amici soltanto. Così Agata aveva
voluto.
Giulio finì d’abbigliarsi, e si recò a baciare la madre ancora a letto.
- Come sei bello! Lasciati vedere... Già vuoi andar via? Sì, sì... va’ pure. Ti
benedico, e sii felice, figliuolo mio!
E lo accompagnò con gli occhi pieni di lacrime fino all’uscio della camera.
- Mandami su i confetti... non ti scordare!...
Giù, fu ricevuto da Cesare Corvaja, il marito d’Erminia, un colosso bruno,
barbuto, dai grandi occhi neri, un po’ goffo nell’abito nuovo, insolito, da
cerimonia.
- Qua la mano, cognato! Noi non ci conosciamo... Io son Cesare Corvaja.
Giulio lo guardò stordito, stendendogli macchinalmente la mano. «Il fratello di
Mario»... stava per aggiungere, e sorrise freddamente.
- Una sorpresa, è vero? La combinazione! Già vi credevo sposati. Eh sì! Mia
moglie mi scrisse: «Sposeranno prestissimo!». Bravi, dico, che fretta! Invece...
Arrivo jersera. «Sai?» mi dice Erminia. «Domani Agata sposa!» Ed eccomi qua...
Agata, oh! non sa ancor nulla, ch’io sia venuto... Erminia è di là, che l’aiuta
a vestirsi; io me ne sono entrato mogio mogio qui... Vedrete, che sorpresa! Oh!
le mie congratulazioni, intanto... Giulio si fece di bragia.
- Grazie - rispose, tendendo di nuovo la mano alla stretta del colosso, e
consultò l’orologio, simulando gran fretta.
- Ma bisogna che si spiccino! Già le otto...
- Eh sì, le donne! Zitto! Vengono - rispose Cesare Corvaja, nascondendosi dietro
l’uscio che s’apriva.
Entrò, con Erminia, Agata, pallidissima, già acconciata per la cerimonia.
Anch’ella forse non aveva chiuso occhio durante la notte.
- Buon dì, sposa! - la salutò Giulio, con fare allegro, come per ravvivarla.
Ella gli sorrise mestamente.
- Siamo in ritardo... Già la mamma si veste...
Una risata sonora scoppiò dietro l’uscio. Agata trasalì e si vide innanzi Cesare
Corvaja.
- Tu... tu qui? Come mai? Che paura! Oh guarda! E si nascondeva! Come mai?
Gli aveva tese tutte e due le mani, accesa in volto dalla sorpresa, e lo
squadrava ridendo:
- Dio, come sei brutto, conciato così!...
- Scusa... ti prego, Agata... è già tardi - osservò Giulio con un sorriso
forzato.
- Mio marito! - esclamò Agata, con una smorfietta, come se tenesse a mostrarsi
allegra davanti a Cesare Corvaja.
Giulio non l’aveva mai veduta così.
- Giulio, ti prego, abbottonami questo guanto.
Giunti gl’invitati, si recaron tutti a piedi, ordinatamente, alla prossima
chiesa. Giulio s’inginocchiò accanto ad Agata sur un cuscino a piè dell’altare,
e all’ingiunzione del prete, prese la mano gelata, tremante di Agata. La guardò.
Gli parve ch’ella trattenesse a stento le lacrime, e le strinse forte la mano.
Il prete intanto leggeva di fretta con voce nasale in un libricciuolo, e faceva
dei gesti con la mano sul loro capo; poi pronunziò la formula di rito:
- Sì - disse Giulio con voce ferma, e attese con ansia che Agata rispondesse.
Notò in lei un sussulto subito frenato, quand’egli le mise al dito l’anello di
fede. Si alzarono. La cerimonia religiosa era finita.
- Adesso all’altra! - diss’egli piano alla sposa.
In villa, durante il pranzo, regnò cotal brio più voluto che spontaneo. Né
Agata, né Giulio, per quanto si forzassero, riuscirono a prender cibo. Si fecero
molti brindisi e molti auguri. Giulio si sentiva sfinito, disfatto dall’emozione
della giornata; avrebbe voluto da un canto che tutte quelle chiacchiere
inconcludenti e quel rumore non si protraessero più a lungo; e dall’altro, nello
spossamento dei nervi, rifuggiva dal pensare, che tra breve egli ed Agata,
sarebbero rimasti soli...
Intanto il tempo, fino allora bellissimo, cominciò a poco a poco ad annuvolarsi;
cosicché gl’invitati temendo qualche improvviso rovescio d’acqua, si decisero a
mettersi presto in via per la città. Fra il trambusto del comiato, Giulio
s’aggirava dispensando ringraziamenti e strette di mano. Scorse Agata con le
braccia al collo della madre e la faccia nascosta: ella piangeva.
- Coraggio... coraggio... - le diceva piano Erminia dietro la madre.
Giulio si volse a guardare altrove.
- Vedrete!... vedrete... è molto più facile che non si creda... - gli diceva
intanto qualcuno, scotendogli la mano a ogni parola. Egli, né ascoltava quelle
parole, né vedeva che la sua mano era in quella di Cesare Corvaja. Infastidito
dalle scosse, lo guardò, e ritrasse istintivamente la mano. Cesare Corvaja
continuò a parlare col primo vicino:
- Poi, dopo tant’anni, ci si ricorda! Adesso pare chi sa che cosa. .. Ma è così!
la vita è così...
XI
- Giulio!... Giulio!... - chiamò Agata vivacemente, schiudendo l’uscio, e
introducendo il capo dai capelli disciolti. Era in accappatoio bianco e teneva
in mano il pettine. - Vieni a vedere che bella capretta!...
Dopo la prima notte d’acqua e di vento, il tempo s’era fatto limpidissimo, quasi
primaverile, e durava così da otto giorni.
Giulio abbandonato sulla ringhiera del balcone guardava con le ciglia aggrottate
la campagna silenziosa sotto il tiepido sole. Alla voce di Agata si volse e,
come se s’aspettasse ormai da lei quella vivacità, si mosse con indolenza dal
balcone, e seguì Agata in un’altra stanza.
- Guarda... Guarda... la vedi? - disse questa dalla finestra, additando sul
viale una leggiadra capretta che stuzzicava allo scherzo un vecchio e paziente
cane di guardia sdraiato beatamente al sole. - La vedi?... Ma guarda!...
guarda!... - E Agata rideva a ogni mossa stramba di quella bestiuola lasciata
alla libertà dei campi.
- Povero Turco! - diss’egli invece in un sorriso malinconico, compiangendo il
vecchio cane disturbato.
Quand’ella finì di pettinarsi e di vestirsi, uscirono a braccio per la campagna.
- Che hai? - domandò Agata. - Non dici nulla?
- Senti che pace? - rispose egli.
Agata andò in silenzio, contemplando intensamente la campagna. Il suo volto,
alla fresca carezza dell’aria aperta, s’era vivamente colorito, e le due labbra
accese, parevano in quel volto rifiorite. Ella, andando, si stringeva sempre più
al suo compagno, fin quasi ad appoggiar la testa al braccio che la reggeva. Di
tanto in tanto costringeva Giulio a fermarsi: pareva presa in quel giorno
d’ammirazione e di meraviglia per ogni cosa della terra e della vita. -
Guarda!... guarda questi fiorellini di febbraio... come son timidi... Egli
allora si chinava per raccoglierli.
- No, che fai? Poverini! non nascono per noi... son per sé un giorno così
felici...
Giunsero al limite della campagna, segnato da un muricciuolo coronato e difeso
dal rovo.
- Guarda! Di là si può saltare... Saltiamo! - fece Agata.
- No, Agata, tu non puoi... Con la veste, non puoi... Torniamo indietro,
piuttosto...
- Non posso? Ti fo vedere... - E in così dire Agata, liberandosi dalle mani di
Giulio che tentava di trattenerla, s’inerpicò sul muricciuolo. Le sue vesti lì
sopra, nel volgersi, s’impigliarono nel rovo, e fu per cadere. Giulio accorse e
con le braccia levate la sostenne. Ella rideva di gran cuore della pessima
riuscita, e con le braccia puntellate sulle spalle di Giulio, chinandosi di più,
cercava di stropicciar la fronte sul capo di lui...
- Aspetta, Agata! Come scendi adesso?
- Mi reggerò io... tu liberami dal rovo... Poi salto... Che pazzia! ...
- Te l’avevo detto...
Ella si rimise a ridere più forte. Giulio non trovava modo di districar la
veste. Alla fine, indispettito, diè un leggiero strappo.
- Oh brutto! - fece Agata, saltando, e si guardò la veste per trovar lo strappo.
- Scusami... Che ho fatto?... Non avrei potuto altrimenti... - disse Giulio
arrossendo. - Vogliamo tornare?
Agata non rise più. Andarono in silenzio, e ritornarono così alla cascina. Alla
sera, Giulio propose di ritornare in città il domani.
- Come! vogliamo andar via così presto? E così bella la campagna... la
libertà... Ti sei già annoiato?
- No! Con te... annoiato?... Ma... capirai... la mamma, poverina. . .
- Ah, già! - sospirò Agata. - Hai ragione... Domani partiremo.
E il domani si levò all’alba, sgusciando pian piano dal letto, mentr’egli
dormiva ancora, pallido e stanco. Si vestì alla meglio, senza far rumore, e
lasciò la camera tiepida in cui ardeva ancora la lampada, ed esili fili d’umido
albore penetravano attraverso le fessure delle imposte. Gli uccelletti cantavano
di già per la campagna; ed ella, come rispondendo a un loro invito, uscì avvolta
in uno scialletto, rabbrividendo alla pura brezza dell’aurora.
Errò per la campagna bagnata di rugiada, assisté alla levata del sole e,
sacrificando a un pensiero amoroso la carità pei fiori, ne raccolse quanti più
poté; rientrò nella cascina e, spalancando l’uscio della tiepida camera,
v’irruppe fragrante, carica di fiori. Giulio si destò di soprassalto, ed ella
gli gettò in faccia, tra le mani, sul petto tutti i fiori raccolti.
- No... no... che fai?... Son tutti bagnati!...
- È la rugiada! Ti porto la primavera a letto! Destati, povero mortale!
Egli l’attirò a sé, in un impeto di tenerezza, e se la strinse forte, a lungo,
respirando sul collo e sulle vesti di lei l’aura mattinale della campagna.
- Perché non m’hai svegliato prima? Saremmo usciti insieme per tempo... Ci
porteremo questi fiori in città per memoria...
- Sì! fra mezz’ora saran morti! - esclamò lei raccogliendoli. E tacquero
entrambi, egli quasi afflitto della prossima morte di quei fiori; ella, della
prossima partenza per la città.
XII
- Vieni qui... Siedi. Così! Ora dammi le mani. Devi dirmi che hai.
- Nulla, Agata... Che vuoi che abbia?
- Non è vero! Me n’accorgo: tu non sei contento...
- Contentissimo! Se io ho cominciato ad amarti quando tu ancora non mi amavi...
- Ma io allora non ti conoscevo!
- Sì... sì... è vero. Ma, di’ la verità, non t’eri mai accorta...
- Mai, te lo giuro.
- Capisco, tu allora...
- Ti prego, Giulio, non parlarmi di quel tempo...
- Perché? Oh bella! Credi forse ch’io sia geloso... Nemmen per sogno! Se tu ora
sei mia, interamente mia...
- E perché dunque...
Uno scoppio di lagrime interruppe la domanda di Agata. Giulio s’affrettò a
rispondere:
- E la tua fantasia! Ti ostini a credere che io non sia contento, mentre... Non
si può mica ridere tutti i momenti! E tu, nel tuo stato...
Agata si spiegava l’improvvisa malinconia, in cui Giulio pareva caduto, come
effetto della gelosia pel suo passato amore. «Io mi sono mostrata a lui così
fredda dapprincipio!», pensava. «Forse egli crede, ch’io senta per lui soltanto
della stima affettuosa o della gratitudine pel suo silenzio, come prima. Ma
ora...» E si sforzava di manifestargli in tutti i modi il suo amore,
specialmente con l’allegria, per cancellare la prima impressione di freddezza
che egli aveva dovuto ricevere dal suo contegno d’una volta. Malediceva intanto
in cuor suo la memoria di quell’altro, che veniva anche ora, secondo lei, a
turbarle la pace. Ma che Giulio non credesse a quelle manifestazioni d’amore?
Talvolta le era parso finanche ch’egli s’indispettisse internamente di quella
sua allegria, come se non avesse voluto vederla così affettuosa e paga. Con
quanta freddezza aveva egli pronunciato le parole: - Se tu ora sei mia,
interamente mia... - «Ma che ha dunque mai?», si domandava smaniando la sera,
mentr’egli era fuori di casa, ed ella nella camera dell’inferma, abbandonata
sempre con gli occhi chiusi sulla poltrona, attendeva sola e triste a preparare
il corredino pel nascituro. Eran già corsi cinque mesi dal matrimonio, ed ella
era incinta da due. Giulio in verità non faceva ancor nulla che meritasse
rimprovero: ma pure Agata trovava bene in cuor suo da rimproverarlo per tutto
ciò che non faceva. Sentiva bene, ch’egli non voleva venir meno a nessuna
promessa d’amore; ma era freddo adempimento, e nient’altro. Sì... sì... Come se
egli fosse stato defraudato nell’attesa! Chi sa...
Di tanto in tanto l’inferma mandava un sospiro come un lamento, abbandonando il
capo sull’altra spalla. Agata, accanto al lume, sospendendo l’ago, la spiava un
po’ nella penombra.
- Mamma, vuol nulla?
- Nulla.
Altre volte, levando gli occhi, incontrava lo sguardo freddo della suocera fermo
su lei.
- Cuci ancora?
- Sì, mamma.
- Dev’esser tardi... Giulio non torna... - Lo lasci star fuori. Che farebbe qui
con noi? - E che io vorrei esser messa a letto... - Chiamo la serva?
- No... no... Nessuno sa prendermi come lui... Siete sempre in guerra voi due?
Adesso egli mi fa aspettar tanto, ogni sera... Prima era così puntuale...
- Io l’aspetto come lei, mamma... Noi non siamo in collera.. .
Cominciavano già i primi lievi disappunti di Giulio; seguiron le scuse e le
dispute per provare a lei di non aver mancato. E non mancava difatti
apertamente, come Agata avrebbe preferito. Così alla fine egli uccise per sempre
sulle labbra di lei gli ultimi rari sorrisi e la tenera allegria.
XIII
Quasi attirato per un momento dalla mestizia sopravvenuta ad Agata, Giulio si
richiuse come un tempo in casa, e si rimise a prodigare le antiche affettuose
premure.
- Tu già rimpiangi d’esser mia?
- No, Giulio... Io soffro per te!
E a poco a poco ella, diffidente dapprima, riscaldata dalle carezze di lui,
ridivenne allegra. Ma non durò molto. Giulio ricadde nelle smanie, poi nel
tedio.
Il giardinetto giù, a piè della casa, lasciato in abbandono, non aveva più
fiori. Anche il padrone adesso non era più quello d’una volta.
Agata, per non affligger sua madre, si recava in vettura dalla sorella, per
consiglio o per bisogno di conforto.
- Tutti gli uomini son così - le diceva Erminia. - Fuoco, prima delle nozze;
cenere, dopo.
Ma Agata non se ne persuadeva.
- No... no... Ci dev’esser sotto qualche cosa! Sarà il mio destino... Amata
quando non amo; disamata, amando. E già la seconda prova...
- Ti disajuti troppo! Passerà... Vedi me? Già mi sono abituata...
- Tu sei felice! - sospirava Agata.
- Io, felice? Non ho mai con me mio marito!
- Giusto per questo! Ah! sì, ti par dunque bello vederselo sempre in casa,
triste ed annoiato, senza saper perché? Tu non puoi capire quel che si soffra!
Tu ti sei adattata a vivere in pace aspettando il tuo per mesi interi; badi alle
tue piccine; non ti curi d’altro... Quand’egli ritorna, è una settimana di
gioia... Il vostro amore non ha mai tempo di stancarsi...
- Ma tu credi che Giulio non ti ami? - Io non so... non so... Intanto, mi
vedi... E Agata accennava con desolazione il suo stato alla sorella.
In uno di quei giorni, a fin di tavola, Giulio mentre leggeva il solito
giornale, uscì improvvisamente in una strana, fragorosa risata.
- Che t’avviene? - fece Agata.
- Guarda... guarda qui... - esclamò egli continuando a ridere e mettendo sotto
gli occhi di lei il giornale aperto.
- Che cosa?
- Qui... leggi... Guarda la firma!
Agata guardò, e divenne pallidissima. Giulio non smetteva di ridere.
Era una
poesia di Mario Corvaja intitolata: L’abbandono.
- Leggi! Non vedi? L’ha fatta stampare proprio qui, in questo giornale, perché
tu la leggessi... Il biricchino! così afflitto, poveretto! Leggi! L’arte l’ha
frustrato... l’ideale se n’è andato... e tu sei tornata al suo cuore... Egli ti
riama! Senti come dice?
Se tu potessi intendere com’ardo!
Ebbene, e tu che fai, l’intendi tu, povera Agata?
Agata s’era lasciato cader di mano il giornale, e guardava Giulio stupita. Egli
allora si chinò su lei; l’abbracciò, le strinse forte il capo contro il suo
petto, baciandola più e più volte sui capelli.
- Giulio, per carità!...
- Ah scusa... Non pensavo più... T’ho fatto male?
Le s’inginocchiò davanti, le prese le mani, e continuò a parlarle
carezzevolmente, guardandola negli occhi:
- Ci ho gusto, sai, per quello sciocco... Ora se ne pente, hai visto? Aver
lasciata te così bella... così buona...
Agata sorrise mestamente, un po’ confusa.
- Bella? Anche adesso?...
Giulio si alzò, dispiaciuto di quell’interruzione.
- Non ti ho fatto male, è vero?
XIV
L’ombra si stendeva improvvisamente sulla città, e la pioggia pareva irnminente
con la sera. Già la presentiva, nitrendo sotto i grandi alberi stormenti, il
cavallo della vettura che conduceva Agata, lungo il viale, al sobborgo marino,
ove abitava Erminia. Agata era lì lì per dire al cocchiere di tornare indietro.
Ma arrivava quella sera dall’America Cesare Corvaja, e lei e Giulio s’erano dati
appuntamento in casa d’Erminia.
Dopo la scena del giornale, un altro cambiamento era avvenuto in Giulio. Ora
egli non troncava più con un’esclarnazione di noia i rimproveri affettuosi di
lei; pareva anzi che li gradisse, e sorrideva loro in risposta, con aria di
superiorità e di compatimento.
- Sta bene, sta bene... sarai contentata... Stasera sarò in casa dieci minuti
prima del solito... Va bene così?...
Si compiaceva nel sentirsi amato da lei e nel sapere ch’ella soffriva per lui.
«Vuol pigliarsi una rivincita?» pensava Agata. «Come se io allora avessi voluto
farlo soffrire! Se non lo conoscevo!...» Teneva Giulio inoltre a dimostrarsi
paziente nel subire, nel prestare orecchio ai rimproveri; come se egli avesse
proprio diritto d’agire, come agiva; ed ella dovesse per giunta ringraziarlo di
quella sua tolleranza ostentatamente benevola. Esigeva poi da lei più cura
nell’abbigliamento. Non voleva vederla per casa così trasandata...
- Tutte ad un modo, le nostre donne! Appena pigliano marito, non si dan più cura
della loro persona. Come se non ne valesse più la pena!... Il povero marito non
deve aver più occhi, deve sottostare alla catena, bella o brutta che sia...
Ed Agata s’era messa penosamente ad abbigliarsi con più cura, per contentarlo,
avvilita dinanzi allo specchio del suo volto languido e del corpo sformato.
La vettura si fermò innanzi alla casa d’Erminia, e Agata ne discese piano,
pesantemente.
Quando pervenne in cima alla scala, non si reggeva quasi più in piedi, ansava
con gli occhi socchiusi. Tirò il laccio del campanello, e attese a lungo con la
mano cerea sulla porta e la fronte appoggiata sulla mano. Non veniva dunque
nessuno ad aprire? Finalmente la porta s’aprì.
- Chi è? - domandò una voce, che fece trasalire Agata. Mario Corvaja sporse un
po’ il capo a guardare: - Agata! - esclamò ritraendosi, come impaurito.
Ella rimase sulla soglia, con le mani sulla porta. La saletta era al buio. «Egli
qui? Come mai qui?» Dopo un momento d’indecisione Agata entrò. Nessun lume
acceso nelle stanze; in fondo, nell’ultima, i vetri del balcone ritraevan dal
mare un cinereo barlume.
Mario la seguì fino a quella stanza.
- Erminia? - domandò ella ansiosamente, tenendosi alla tavola in mezzo
apparecchiata.
- Non c’è rispose Mario, e subito, a un movimento di Agata, aggiunse: - No, no!
Tu rimani; vado io... Siedi... Erminia è allo scalo, con le bambine... Il vapore
è già in porto...
Agata si lasciò cadere su una seggiola della mensa. «E dunque non va via?»
pensava respirando affannosamente il silenzio sopravvenuto; e sentiva nel bujo
lo sguardo di lui avvilito e sorpreso d’averla ritrovata in quello stato.
Egli non sapeva decidersi né ad andare, né a parlare. S’era nascosta la faccia
con le mani. A entrambi forse si ridestava tumultuante, nella commozione del
momento, il ricordo d’altri tempi.
S’udiva il crosciar del mare vicino, e l’ombra si faceva nella stanza man mano
più densa.
Agata a un tratto s’alzò, risolutamente.
- Vado - ripeté Mario, togliendosi le mani dal volto.
E dopo una breve pausa, aggiunse, quasi balbettando:
- Perdonami, Agata... del male... che t’ho fatto...
- Nessun male... - diss’ella sordamente.
Mario si ritrovò fuori della casa, senza saper come ne fosse uscito, e si
diresse macchinalmente verso lo scalo. A mezza via incontrò il fratello con le
due bambine in braccio, Erminia da un lato e la serva dall’altro.
- Eccolo qui! - esclamò Cesare, vedendolo. - Dammi un bacio! Non posso
abbracciarti... come va? Sei dimagrato, sai?
- Vado in campagna, dal babbo, per rifarmi un po’... Parto domattina - rispose
come stordito Mario. E poi, rivolgendosi ad Erminia, aggiunse: - Agata è da
te... è venuta a trovarti...
- Agata? - domandò ansiosamente Erminia. - L’hai veduta?...
- Sì... T’aspetta!
- Povera Agata! - fece Cesare.
- Irriconoscibile! - sillabò Mario, quasi tra sé.
- Eh sfido! Porta due con sé... - riprese Cesare, e aggiunse, ridendo e scotendo
le bambine: - Io invece porto tre!
Arrivati in casa, vi trovarono Giulio Accurzi, venuto allora allora, e Agata
nella stessa positura in cui Mario l’aveva lasciata.
La stanza era ancora al buio.
- Evviva! - gridò Giulio con un fare insolito, rivolgendosi a Erminia e
accendendo un fiammifero. - Si accoglie così un marito che arriva dall’America?
Accendi tutti i lumi! Vogliamo vederci in faccia!
Cesare lo baciò, e gli presentò il fratello.
- Tanto piacere!... - esclamò Giulio con grande effusione, stringendo la mano di
Mario. - Già lo conoscevo... così, di vista... Oh sì. Viene da Roma, è vero?
Beato lei, che può starsene lassù, liberamente... L’alma Roma! e le belle
donnine, no? - aggiunse piano, strizzando un occhio. Mario lo squadrò,
pallidissimo, e scotendo il capo, rispose: - Sì! L’alma Roma... un gran
deserto... - Come mai! Che dice? Un gran deserto! - Per me...
- Ah! per lei, forse - Vorrei trovarmi io al suo posto... Senza moglie,
s’intende! La moglie è un affar serio, quando si è giovani, come noi, è vero,
Cesare?
Gli brillavano gli occhi, e la sua voce aveva delle vibrazioni, come di chi
parla nell’acuto della febbre.
Agata lo guardava, come se temesse di momento in momento qualche brutta
escandescenza.
- Tu mi guardi.. - si rivolse a lei Giulio improvvisamente, ridendo. - Ma è la
verità, cara! è la verità...
E nel guardar la moglie un pensiero soltanto, quasi inverosimile, gli turbò a un
tratto la trista gioia d’essere odiato da Mario Corvaja, quanto lui lo aveva
odiato una volta: che lo stato di lei non gli lasciava aver vittoria completa;
giacché Agata ormai non poteva forse ispirar più a colui alcun tormento
d’invidiato amore.
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