|
Ella amava così, da undici anni, il suo mite adoratore. Era un amor misto
d’orgoglio e di pietà, quasi: orgoglio di sé, pietà di lui. Certamente, neppur
l’ombra della sentimentalità, in lei, delle solite scipite storie d’amore.
Giulia Montana amava il lusso e la ricchezza, compresa della signoria che l’uno
e l’altra danno usati con arte e con gusto; amava la società delle persone del
suo ceto, pur giudicandole, la maggior parte, sciocche e banali, e subendo come
una legge le affabilità affettate, i vani orgogli mondani. Era, per esempio, un
conforto per lei il pensare che Enrico Santagnese tornando ad esser ricco come
una volta, avrebbe saputo vivere e spendere da gran signore. Molti, e fra questi
i suoi parenti, avevan di lei il concetto che fosse una creatura fredda,
impassibile; ma a torto. Certe volte, pareva veramente ch’ella si fosse imposta
una parte, e che la rappresentasse sempre, in casa e fuori; finanche a se
stessa; pareva che mai nessuna meraviglia esistesse per lei, né per gli occhi,
né per l’anima. Signora sempre di sé e dotata d’una percezione straordinaria,
penetrava tutto, tutti eran come fanciulli in faccia a lei. Impossibile dire una
cosa ch’ella quasi non prevedesse. Entrando in una sala, sapeva e mostrava di
sapere che molti pensavano a lei, che tutti l’aspettavano, che procacciava a
tutti un piacere con la sua presenza; quantunque nessuno forse trovasse amabile
il suo contegno più tosto serio, non sciolto certo, né leggiadro. Ma il fascino
traspirava dalla sua anima chiusa, come un liquido odore dai pori d’un’ampolla
suggellata.
Quel profumo d’eleganza ch’ella spargeva nelle sale della società per riceverne
in ricambio un trionfo mondano, i suoi trionfi la rallegravano però soltanto pel
fermo pensiero, ch’ella aveva di lui, d’Enrico Santagnese, e perché anche di ciò
poteva fargli sacrifizio.
****
Or da qualche tempo Felice Montana si mostrava molto più cupo del solito, e più
profonda era divenuta l’impronta, cui l’indole taciturna e meditativa gli aveva
inciso tra le ciglia. Se ne stava spesso seduto con gli occhi chiusi a
escogitare evidentemente qualche nascosto rimedio; e pareva in quei momenti che
le lunghe ciocche lievi dei bianchi capelli gli si sollevassero sul capo per la
tensione della fronte fieramente contratta. Non era certo il pensiero della
figlia, né l’ostinazione di lei, che lo tenevano così preoccupato.
E la figlia se n’era accorta, e lo spiava con gli occhi penetranti, in preda a
una vaga inquietudine.
Di casa ormai non si usciva più come prima, quasi tutti i giorni. Giulia
aspettava fino a tarda notte, leggendo nella sua stanza, di cui lasciava aperto
l’uscio a bella posta, con le tendine tirate sui bracciuoli, che il padre
uscisse dal suo studio. Lo vedeva passar curvo, nella ricca veste da camera, con
le mani dietro la schiena, e la testa china sul petto; ma non osava andargli
incontro e parlargli. Udiva richiuder l’uscio della stanza di faccia, e
sospirava e stava incerta a pensare, dimenticando il libro e l’ora tarda.
Una notte Felice Montana, invece di recarsi nella sua stanza entrò in quella
della figlia. Giulia si alzò stupita. Il padre si arrestò in mezzo alla stanza,
levò la testa e le disse: - Siedi - come se quel movimento l’avesse disturbato.
Un farfallone vellutato, nero, destato dall’improvviso alzarsi di Giulia, si
mise a svolar pazzamente urtando contro il globo opaco della lampa sul tavolo.
Anche di ciò s’infastidì evidentemente il vecchio; aspettò che il farfallone si
quietasse di nuovo, poi parlò:
- Andiamo male - disse, scuotendo il capo. - Possibile? A conti fatti,
l’esportazione dello zolfo è stata molto meno di tutti gli altri anni. Ho
verificato sui libri di cassa. Appena la terza parte. Lo zolfo ormai si dà come
pietra vile; non ha più prezzo. Nell’interno, c’è della gente che muore di fame.
Colpa un po’ di tutti, nostra specialmente; l’ho predicato sempre. Nella zolfara
grande di San Cataldo ho dovuto far sospendere i lavori d’estrazione. Che ce ne
facciamo di tutto questo materiale inutile, che ci pesa sullo stomaco? Non si
ricavan più neppure le spese! Ma questo è ancor nulla; non è di ciò che mi
preoccupo. C’è di peggio.
Parlava come a se stesso, come continuando un pensiero nato nel suo studio, e
l’esponeva così senza schiarimenti, per nulla dubitando che la figlia non
l’intendesse.
- Circolano gravi notizie intorno alla compagnia di navigazione La Trinacria. Le
credo ancora infondate. Mene, io dico, della nuova compagnia che vorrebbe
impiantarsi. Però cominciano a inquietarmi, lo confesso.
Tacque, pensando; si passò forte una mano sulla fronte, poi scrollo le spalle e
disse piano, andandosene: - Sarebbe la mia rovina.
Giulia restò perplessa, in piedi, presso il tavolo, guardando. Soprappresa così,
non aveva capito nulla, aveva colto soltanto le ultime parole mormorate dal
padre nell’andarsene: la mia rovina. Quando si riebbe da quell’insolito
stordimento, andò fino all’uscio, guardò fuori nell’andito: buio e silenzio;
l’uscio della stanza del padre, chiuso. Un’apparizione? pensò. La mia rovina!
aveva detto così. Com’era venuto da lei, perché? che aveva voluto significarle,
con quelle parole?
- Soffre molto! - esclamò forte, e subito si stupì della sua voce, come fosse
uscita d’un’altra persona nella stanza. - Deve soffrir molto - ripeté piano, con
gli occhi fermi in un punto. Quelle ultime parole le tornavano insistenti dalla
memoria alle labbra, come per esser riflesse col suono sulla coscienza ancora
ottusa: la mia rovina!... la mia rovina!...
Sedette, appoggiando i gomiti sul tavolo e la testa tra le mani; lesse così,
macchinalmente, alquanti righi sul libro che le stava aperto sotto gli occhi,
quasi costretta e legata dal candor della pagina rischiarata dal lume; poi si
scosse e con una mano scostò stizzita il libro. Quell’atto la distrasse
momentaneamente, ed ella vago col pensiero, come in sogno.
Era un giorno grigio, autunnale. Andava con la vecchia governante per via del
Borgo Nuovo. Presso Santa Lucia, la chiesetta sul mare, si sentì chiamare
dall’alto, da una finestra. Una voce esile nel vento. Si volse. Non avrebbe
voluto salire, a nessun patto; ma come dir di no? Avrebbero potuto credere che
lei, ricca, disprezzasse ora l’amicizia e la casa dei poveri. Del resto, a
quell’ora lui non era in casa certamente.
«Ah, se il babbo venisse a saperlo!», si diceva turbata salendo la scala dei
Santagnese.
E sentiva ancora, nella visione, il turbamento e il disagio nel salir quegli
scalini dal bigio intonaco, dall’alzata troppo alta, polverosi. E le ritornava
anche in mente, come una puntura, il rimprovero, che allora faceva a se stessa:
«Se il babbo venisse a saperlo!».
Rivedeva oppressa lo squallore di quelle pareti nude, la povera suppellettile
smarrita quasi sul pavimento rifatto di fresco con mattoni di terracotta ancora
imbrattati di calce qua e là; la malinconia delle pretenziose tendine di juta
agli usci e a quei balconi, pei quali pareva entrasse nella stanza tutto il mare
dinanzi, e tutto il cielo grigio e palpitante; e l’imbarazzo, l’imbarazzo di
quelle povere fanciulle, le sorelle d’Enrico, e della vecchia madre, che
sbucavano ad una ad una, sorridenti e impacciate, da una stanza contigua, dove
certamente eran corse a mettersi in fretta chi un grembiale pulito, chi uno
scialletto di lana trapunto, chi un fazzoletto a fiorami, per accogliere
decentemente l’ospite ricca, l’antica compagna.
Poi, tutt’a un tratto, sopraggiungeva Enrico. Ed ella rivedeva lo stupore in
quel volto pallido, in quegli occhi dolenti, e il sorriso timoroso,
impercettibile, quasi una contrazione di meraviglia. Adesso, adesso capiva le
parole ch’egli le aveva dette allora, e ch’ella nel turbamento, nell’ansia
d’andar via, di scappar da quella casa, aveva appena udite. Si, Enrico le parlò
della compagnia di navigazione La Trinacria; ella rammentava bene. Capiva adesso
anche il turbamento del padre, l’apparizione di lui nella sua stanza, tutto,
tutto.
Per quella notte non poté chiuder occhio.
Dopo qualche settimana Felice Montana ricevette una lettera di Enrico Santagnese,
in cui questi, chiedendo ripetutamente venia dell’ardire che si prendeva ecc.
ecc., lo scongiurava di disfarsi al più presto possibile, anche con perdita del
settanta per cento, di tutte le azioni sulla Compagnia La Trinacria. Ma lo
stesso giorno in cui gli pervenne questa lettera, il Montana fermo nel
convincimento, che una Compagnia di quell’importanza non potesse rovinar così,
da un giorno all’altro, senza gravi cause apparenti; incoraggiato e tradito da
persone di sua fiducia addette alla Compagnia, aveva dato all’amministrazione
quattrocento mila lire, sperando di rialzarne il prestigio.
Dopo tre giorni la Compagnia dichiarava il fallimento, e il Montana rovinava con
essa. Al povero vecchio restava appena da viver ritirato con la famiglia. Fu
quasi per ammattirne; si volle sbarazzar di tutto al più presto, della casa
sontuosa, della rimessa: licenziò servi, come se in preda a una febbre smaniosa
vedesse negl’improvvisi risparmi la sua salvezza.
- Sai? disse alla figlia. Il tuo Santagnese mi aveva messo in guardia con una
lettera. Ora puoi sposarlo, se vuoi. Così lo ringrazieremo.. .
E rise orribilmente.
****
Le carrozze se l’eran portate via, una
dietro l’altra, chiuse e coperte come carri funebri, sotto il piovoso mattino
invernale. Oh quell’ultimo romor cupo di ruote sul lastrico, nel trarle dalle
rimesse nel cortile!
Giulia assisteva a tutto, guardando dietro i vetri della finestra.
Anche gli otto cavalli «i più belli della città s’eran portati via, mossi per
due, lungo il viale ancor bagnato dalla notte. I superbi animali se n’erano
andati battendo la coda, quasi ballando sulle lucide anche, erte le orecchie e
impettiti nella coperta di biondo albagio. Carrozze e cavalli passavan coi
cocchieri e coi mozzi nelle stalle e nelle rimesse di altri signori.
Quanti viandanti si fermavano ad ammirar quei cavalli, a guardar poi la casa dei
Montana! Alcuni scuotevan la testa; altri poi passavan dritti, per gli affari
loro, ignari o non curanti.
E Giulia vi si guardava intorno con occhi, che parevan gonfii ancora d’un sogno
lacrimoso.
- Piano! Piano! - udiva dalla stanza vicina. - Bada allo specchio! Così...
Scosta quella poltrona! Ora giù... Piano! Ah, come si sta comodi qui!
Qualcuno si sedeva sulla poltrona, sbuffando, ed esercitandone le molle,
villanamente. Smantellavan di là la gran sala , portavano via tutto!
Giulia vi si recava ogni tanto, come in sogno, per salvar qualche oggetto caro
dalla rovina; ma ogni volta rientrava nella sua camera più smarrita, senza
l’oggetto. Si affacciava all’uscio della sala, e s’arrestava. Tutta la mobilia
smossa, in mezzo alla stanza; gli usci, le finestre, senza tende; le seggiole
appajate, una sull’altra, e della paglia stesa sul tappeto, e trucioli di paglia
dappertutto, sulle poltrone, sul sofà - Le sue carte da musica? Ah quelle no!
quelle no! Il pianoforte non c’era più. E i grandi piatti dipinti da lei? e i
due tamburelli? Anche quelli? - Le venivan le vampe al viso; chiamava la vecchia
governante: era andata via anche lei?
Si chiudeva a chiave in camera sua. Ma neanche qui si sentiva più padrona.
Andava in su e in giù, con la testa bassa; s’arrestava a un tratto colpita dalla
sua persona, dalla sua veste bianca riflessa crudamente da uno specchio in
ombra, che scendeva giù fino a terra; si guardava attorno, e altri due lunghi
specchi la riflettevano nello stesso atteggiamento smarrito. Allora andava a
sedere sulla poltrona accanto al letto dal gran parato a padiglione; chiudeva
gli occhi ed aveva la sensazione del vuoto, come se la casa le crollasse sotto i
piedi. S’afferrava ai bracciuoli della poltrona, restringendosi indietro, contro
la spalliera, e guardava innanzi a sé, con gli occhi ingranditi, stranamente
appuntati.
- Nulla! più nulla! - mormorò, e due lacrime calde le sgorgarono dagli occhi
sempre fissi in un punto, e le scesero lentamente, lentamente per le guance. Il
suono della sua voce l’aveva intenerita.
Non la casa soltanto crollava, crollava anche il suo sogno, l’amore. Ella aveva
sognato di dare, di regalare il suo corpo magnifico e la sua ricchezza al mite
adoratore. Or rovinavano tutti i progetti, cui la sua ricchezza aveva
generosamente fabbricati, cui gli ostacoli avevano afforzati. Con la dote andava
via anche l’amore. Rivide per un istante la povera casa dei Santagnese, al Borgo
Nuovo, come in quel giorno grigio, autunnale.
- Entrare in quella casa? No, no, giammai. Entrarvi così, senza portarvi nulla,
grata al marito della fede mantenuta, della costanza provata, e viver là, come
le sorelle Santagnese, tra quelle pareti nude, col mare grigio in casa e la
polvere della strada - ah, impossibile! impossibile!
Avrebbero avuto gli occhi d’Enrico Santagnese come nei giorni contrastati, lungo
il viale del Giardino Inglese, mentr’ella passava superba nella ricca vettura,
accanto al padre, la domanda ansiosa e sommessa: «Ancora?».
Oh, sì! certo! ma a che scopo, ormai? Giovine, no, ricca, neppure; e allora
perché?
****
Due mesi dopo la completa liquidazione della casa Montana, Enrico Santagnese
domandò formalmente la mano di Giulia. Il vecchio s’affrettò a comunicare alla
figlia la domanda, che credeva attesa con impazienza.
Giulia Montana rispose: - no.
Inizio
pagina
 |