Novelle per un anno - 1937 - Una giornata
15. Una giornata
Strappato dal sonno, forse per sbaglio, e
buttato fuori dal treno in una stazione di passaggio. Di
notte; senza nulla con me.
Non riesco a riavermi dallo sbalordimento. Ma
ciò che più mi impressiona è che non mi trovo addosso alcun
segno della violenza patita; non solo, ma che non ne ho
neppure un'immagine, neppur l'ombra confusa d'un ricordo.
Mi trovo a terra, solo, nella tenebra d'una
stazione deserta; e non so a chi rivolgermi per sapere che
m'è accaduto, dove sono.
Ho solo intravisto un lanternino cieco, accorso
per richiudere lo sportello del treno da cui sono stato
espulso. Il treno è subito ripartito. E' subito scomparso
nell'interno della stazione quel lanternino, col riverbero
vagellante del suo lume vano. Nello stordimento, non m'è
nemmeno passato per il capo di corrergli dietro per
domandare spiegazioni e far reclamo.
Ma reclamo di che?
Con infinito sgomento m'accorgo di non aver più
idea d'essermi messo in viaggio su un treno. Non ricordo più
affatto di dove sia partito, dove diretto; e se veramente,
partendo, avessi con me qualche cosa. Mi pare nulla.
Nel vuoto di questa orribile incertezza,
subitamente mi prende il terrore di quello spettrale
lanternino cieco che s'è subito ritirato, senza fare alcun
caso della mia espulsione dal treno. E' dunque forse la cosa
più normale che a questa stazione si scenda così?
Nel bujo, non riesco a discernerne il nome. La
città mi è però certamente ignota. Sotto i primi squallidi
barlumi dell'alba, sembra deserta. Nella vasta piazza livida
davanti alla stazione c'è un fanale ancora acceso. Mi ci
appresso; mi fermo e, non osando alzar gli occhi, atterrito
come sono dall'eco che hanno fatto i miei passi nel
silenzio, mi guardo le mani, me le osservo per un verso e
per l'altro, le chiudo, le riapro, mi tasto con esse, mi
cerco addosso, anche per sentire come son fatto, perché non
posso più esser certo nemmeno di questo: ch'io realmente
esista e che tutto questo sia vero.
Poco dopo, inoltrandomi fin nel centro della
città, vedo che a ogni passo mi farebbero restare dallo
stupore, se uno stupore più forte non mi vincesse nel vedere
che tutti gli altri, pur simili a me, ci si muovono in mezzo
senza punto badarci, come se per loro siano le cose più
naturali e più solite. Mi sento come trascinare, ma anche
qui senz'avvertire che mi si faccia violenza. Solo che io,
dentro di me, ignaro di tutto, sono quasi da ogni parte
ritenuto. Ma considero che, se non so neppur come, né di
dove, né perché ci sia venuto, debbo aver torto io
certamente e ragione tutti gli altri che, non solo pare lo
sappiano, ma sappiano anche tutto quello che fanno sicuri di
non sbagliare, senza la minima incertezza, così naturalmente
persuasi a fare come fanno, che m'attirerei certo la
maraviglia, la riprensione, fors'anche l'indignazione se, o
per il loro aspetto o per qualche loro atto o espressione,
mi mettessi a ridere o mi mostrassi stupito. Nel desiderio
acutissimo di scoprire qualche cosa, senza farmene
accorgere, debbo di continuo cancellarmi dagli occhi quella
certa permalosità che di sfuggita tante volte nei loro occhi
hanno i cani. Il torto è mio, il torto è mio, se non capisco
nulla, se non riesco ancora a raccapezzarmi. Bisogna che mi
sforzi a far le viste d'esserne anch'io persuaso e che
m'ingegni di far come gli altri, per quanto mi manchi ogni
criterio e ogni pratica nozione, anche di quelle cose che
pajono più comuni e più facili.
Non so da che parte rifarmi, che via prendere,
che cosa mettermi a fare.
Possibile però ch'io sia già tanto cresciuto,
rimanendo sempre come un bambino e senz'aver fatto mai
nulla? Avrò forse lavorato in sogno, non so come. Ma
lavorato ho certo; lavorato sempre, e molto, molto. Pare che
tutti lo sappiano, del resto, perché tanti si voltano a
guardarmi e più d'uno anche mi saluta, senza ch'io lo
conosca. Resto dapprima perplesso, se veramente il saluto
sia rivolto a me; mi guardo accanto; mi guardo dietro. Mi
avranno salutato per sbaglio? Ma no, salutano proprio me.
Combatto, imbarazzato, con una certa vanità che vorrebbe e
pur non riesce a illudersi, e vado innanzi come sospeso,
senza potermi liberare da uno strano impaccio per una cosa -
lo riconosco - veramente meschina: non sono sicuro
dell'abito che ho addosso; mi sembra strano che sia mio; e
ora mi nasce il dubbio che salutino quest'abito e non me. E
io intanto con me, oltre a questo, non ho più altro!
Torno a cercarmi addosso. Una sorpresa. Nascosta
nella tasca in petto della giacca tasto come una bustina di
cuojo. La cavo fuori, quasi certo che non appartenga a me ma
a quest'abito non mio. E' davvero una vecchia bustina di
cuojo, gialla scolorita slavata, quasi caduta nell'acqua di
un ruscello o d'un pozzo e ripescata. La apro, o, piuttosto,
ne stacco la parte appiccicata, e vi guardo dentro. Tra
poche carte ripiegate, illeggibili per le macchie che
l'acqua v'ha fatte diluendo l'inchiostro, trovo una piccola
immagine sacra, ingiallita, di quelle che nelle chiese si
regalano ai bambini e, attaccata ad essa quasi dello stesso
formato e anch'essa sbiadita, una fotografia. La spiccico,
la osservo. Oh! E' la fotografia di una bellissima giovine,
in costume da bagno, quasi nuda, con tanto vento nei capelli
e le braccia levate vivacemente nell'atto di salutare.
Ammirandola, pur con una certa pena, non so, quasi lontana,
sento che mi viene da essa l'impressione, se non proprio la
certezza, che il saluto di queste braccia, così vivacemente
levate nel vento, sia rivolto a me. Ma per quanto mi sforzi,
non arrivo a riconoscerla. E' mai possibile che una donna
così bella mi sia potuta sparire dalla memoria, portata via
da tutto quel vento che le scompiglia la testa? Certo, in
questa bustina di cuojo caduta un tempo nell'acqua,
quest'immagine, accanto all'immagine sacra, ha il posto che
si dà a una fidanzata.
Inizio pagina
Torno a cercare nella bustina e, più
sconcertato che con piacere, nel dubbio che non
m'appartenga, trovo in un ripostiglio segreto un grosso
biglietto di banca, chi sa da quanto tempo lì riposto e
dimenticato, ripiegato in quattro, tutto logoro e qua e
là bucherellato sul dorso delle ripiegature già lise.
Sprovvisto come sono di tutto, potrò darmi
ajuto con esso? Non so con qual forza di convinzione,
l'immagine ritratta in quella piccola fotografia
m'assicura che il biglietto è mio. Ma c'è da fidarsi
d'una testolina così scompigliata dal vento? Mezzogiorno
è già passato; casco dal languore: bisogna che prenda
qualcosa, ed entro in una trattoria.
Con maraviglia, anche qui mi vedo accolto
come un ospite di riguardo, molto gradito. Mi si indica
una tavola apparecchiata e si scosta una seggiola per
invitarmi a prender posto. Ma io son trattenuto da uno
scrupolo. Fo cenno al padrone e, tirandolo con me in
disparte, gli mostro il grosso biglietto logorato.
Stupito, lui lo mira; pietosamente per lo stato in cui è
ridotto, lo esamina; poi mi dice che senza dubbio è di
gran valore ma ormai da molto tempo fuori di corso. Però
non tema: presentato alla banca da uno come me, sarà
certo accettato e cambiato in altra più spicciola moneta
corrente.
Così dicendo il padrone della trattoria esce
con me fuori dell'uscio di strada e m'indica l'edificio
della banca lì presso.
Ci vado, e tutti anche in quella banca si
mostrano lieti di farmi questo favore. Quel mio
biglietto - mi dicono - è uno dei pochissimi non
rientrati ancora alla banca, la quale da qualche tempo a
questa parte non dà più corso se non a biglietti di
piccolissimo taglio. Me ne danno tanti e poi tanti, che
ne resto imbarazzato e quasi oppresso. Ho con me solo
quella naufraga bustina di cuojo.
Ma mi esortano a non confondermi. C'è
rimedio a tutto. Posso lasciare quel mio danaro in
deposito alla banca, in conto corrente. Fingo d'aver
compreso; mi metto in tasca qualcuno di quei biglietti e
un libretto che mi dànno in sostituzione di tutti gli
altri che lascio, e ritorno alla trattoria. Non vi trovo
cibi per il mio gusto; temo di non poterli digerire. Ma
già si dev'esser sparsa la voce ch'io, se non proprio
ricco, non sono certo più povero; e infatti, uscendo
dalla trattoria, trovo una automobile che m'aspetta e un
autista che si leva con una mano il berretto e apre con
l'altra lo sportello per farmi entrare. Io non so dove
mi porti. Ma com'ho un'automobile, si vede che, senza
saperlo, avrò anche una casa. Ma sì, una bellissima
casa, antica, dove certo tanti prima di me hanno abitato
e tanti dopo di me abiteranno. Sono proprio miei tutti
questi mobili? Mi ci sento estraneo, come un intruso.
Come questa mattina all'alba la città, ora anche questa
casa mi sembra deserta; ho di nuovo paura dell'eco che i
miei passi faranno, movendomi in tanto silenzio.
D'inverno, fa sera prestissimo; ho freddo e mi sento
stanco. Mi faccio coraggio; mi muovo; apro a caso uno
degli usci; resto stupito di trovar la camera
illuminata, la camera da letto, e, sul letto, lei,
quella giovine del ritratto, viva, ancora con le due
braccia nude vivacemente levate, ma questa volta per
invitarmi ad accorrere a lei e per accogliermi tra esse,
festante.
E' un sogno?
Certo, come in un sogno, lei su quel letto,
dopo la notte, la mattina all'alba, non c'è più. Nessuna
traccia di lei. E il letto, che fu così caldo nella
notte, è ora, a toccarlo, gelato, come una tomba. E c'è
in tutta la casa quell'odore che cova nei luoghi che
hanno preso la polvere, dove la vita è appassita da
tempo, e quel senso d'uggiosa stanchezza che per
sostenersi ha bisogno di ben regolate e utili abitudini.
Io ne ho avuto sempre orrore. Voglio fuggire. Non è
possibile che questa sia la mia casa. Questo è un
incubo. Certo ho sognato uno dei sogni più assurdi.
Quasi per averne la prova, vado a guardarmi a uno
specchio appeso alla parete dirimpetto, e subito ho
l'impressione d'annegare, atterrito, in uno smarrimento
senza fine. Da quale remota lontananza i miei occhi,
quelli che mi par d'avere avuti da bambino, guardano
ora, sbarrati dal terrore, senza potersene persuadere,
questo viso di vecchio? Io, già vecchio? Così subito? E
com'è possibile?
Sento picchiare all'uscio. Ho un sussulto.
M'annunziano che sono arrivati i miei figli.
I miei figli?
Mi pare spaventoso che da me siano potuti
nascere figli. Ma quando? Li avrò avuti jeri. Jeri ero
ancora giovane. E' giusto che ora, da vecchio, li
conosca.
Entrano, reggendo per mano bambini, nati da
loro. Subito accorrono a sorreggermi; amorosamente mi
rimproverano d'essermi levato di letto; premurosamente
mi mettono a sedere, perché l'affanno mi cessi. Io,
l'affanno? Ma sì, loro lo sanno bene che non posso più
stare in piedi e che sto molto molto male.
Seduto, li guardo, li ascolto; e mi sembra
che mi stiano facendo in sogno uno scherzo.
Già finita la mia vita?
E mentre sto a osservarli, così tutti curvi
attorno a me, maliziosamente, quasi non dovessi
accorgermene, vedo spuntare nelle loro teste, proprio
sotto i miei occhi, e crescere, crescere non pochi, non
pochi capelli bianchi.
- Vedete, se non è uno scherzo? Già anche
voi, i capelli bianchi.
E guardate, guardate quelli che or ora sono
entrati da quell'uscio bambini: ecco, è bastato che si
siano appressati alla mia poltrona: si son fatti grandi;
e una, quella, è già una giovinetta che si vuol far
largo per essere ammirata. Se il padre non la trattiene,
mi si butta a sedere sulle ginocchia e mi cinge il collo
con un braccio, posandomi sul petto la testina.
Mi vien l'impeto di balzare in piedi. Ma debbo
riconoscere che veramente non posso più farlo. E con gli
stessi occhi che avevano poc'anzi quei bambini, ora già
così cresciuti, rimango a guardare finché posso, con
tanta tanta compassione, ormai dietro a questi nuovi, i
miei vecchi figliuoli.