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Novelle per un anno - 1937
- una giornata
14. La signora Frola e il signor Ponza, suo genero
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Ma insomma, ve lo figurate? c'è da ammattire sul
serio tutti quanti a non poter sapere chi tra i due sia il
pazzo, se questa signora Frola o questo signor Ponza, suo
genero. Cose che càpitano soltanto a Valdana, città
disgraziata, calamìta di tutti i forestieri eccentrici!
Pazza lei o pazzo lui; non c'è via di mezzo: uno
dei due dev'esser pazzo per forza. Perché si tratta niente
meno che di questo... Ma no, è meglio esporre prima con
ordine.
Sono, vi giuro, seriamente costernato
dell'angoscia in cui vivono da tre mesi gli abitanti di
Valdana, e poco m'importa della signora Frola e del signor
Ponza, suo genero. Perché, se è vero che una grave sciagura
è loro toccata, non è men vero che uno dei due, almeno, ha
avuto la fortuna d'impazzirne e l'altro l'ha ajutato,
séguita ad ajutarlo così che non si riesce, ripeto, a sapere
quale dei due veramente sia pazzo; e certo una consolazione
meglio di questa non se la potevano dare. Ma dico di tenere
così, sotto quest'incubo, un'intera cittadinanza, vi par
poco? togliendole ogni sostegno al giudizio, per modo che
non possa più distinguere tra fantasma e realtà.
Un'angoscia, un perpetuo sgomento. Ciascuno si vede davanti,
ogni giorno, quei due; li guarda in faccia; sa che uno dei
due è pazzo; li studia, li squadra, li spia e, niente! non
poter scoprire quale dei due; dove sia il fantasma, dove la
realtà. Naturalmente, nasce in ciascuno il sospetto
pernicioso che tanto vale allora la realtà quanto il
fantasma, e che ogni realtà può benissimo essere un fantasma
e viceversa. Vi par poco? Nei panni del signor prefetto, io
darei senz'altro, per la salute dell'anima degli abitanti di
Valdana, lo sfratto alla signora Frola e al signor Ponza,
suo genero.
Ma procediamo con ordine.
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Questo signor Ponza arrivò a Valdana or sono tre
mesi, segretario di prefettura. Prese alloggio nel casolare
nuovo all'uscita del paese, quello che chiamano "il Favo".
Lì. All'ultimo piano, un quartierino. Tre finestre che danno
sulla campagna, alte, tristi (ché la facciata di là,
all'aria di tramontana, su tutti quegli orti pallidi, chi sa
perché, benché nuova, s'è tanto intristita) e tre finestre
interne, di qua, sul cortile, ove gira la ringhiera del
ballatojo diviso da tramezzi a grate. Pendono da quella
ringhiera, lassù lassù, tanti panierini pronti a esser
calati col cordino a un bisogno.
Nello stesso tempo, però, con maraviglia di
tutti, il signor Ponza fissò nel centro della città, e
propriamente in Via dei Santi n. 15, un altro quartierino
mobigliato di tre camere e cucina. Disse che doveva servire
per la suocera, signora Frola. E difatti questa arrivò
cinque o sei giorni dopo; e il signor Ponza si recò ad
accoglierla, lui solo, alla stazione e la condusse e la
lasciò lì, sola.
Ora, via, si capisce che una figliuola,
maritandosi, lasci la casa della madre per andare a
convivere col marito, anche in un'altra città; ma che questa
madre poi, non reggendo a star lontana dalla figliuola,
lasci il suo paese, la sua casa, e la segua, e che nella
città dove tanto la figliuola quanto lei sono forestiere
vada ad abitare in una casa a parte, questo non si capisce
più facilmente; o si deve ammettere tra suocera e genero una
così forte incompatibilità da rendere proprio impossibile la
convivenza, anche in queste condizioni.
Naturalmente a Valdana dapprima si pensò così. E
certo chi scapitò per questo nell'opinione di tutti fu il
signor Ponza. Della signora Frola, se qualcuno ammise che
forse doveva averci anche lei un po' di colpa, o per scarso
compatimento o per qualche caparbietà o intolleranza, tutti
considerarono l'amore materno che la traeva appresso alla
figliuola, pur condannata a non poterle vivere accanto.
Gran parte ebbe in questa considerazione per la
signora Frola e nel concetto che subito del signor Ponza
s'impresse nell'animo di tutti, che fosse cioè duro, anzi
crudele, anche l'aspetto dei due, bisogna dirlo. Tozzo,
senza collo, nero come un africano, con folti capelli ispidi
su la fronte bassa, dense e aspre sopracciglia giunte,
grossi mustacchi lucidi da questurino, e negli occhi cupi,
fissi, quasi senza bianco, un'intensità violenta,
esasperata, a stento contenuta, non si sa se di doglia tetra
o di dispetto della vista altrui, il signor Ponza non è
fatto certamente per conciliarsi la simpatia o la
confidenza. Vecchina gracile, pallida, è invece la signora
Frola, dai lineamenti fini, nobilissimi, e una aria
malinconica, ma d'una malinconia senza peso, vaga e gentile,
che non esclude l'affabilità con tutti.
Ora di questa affabilità, naturalissima in lei,
la signora Frola ha dato subito prova in città, e subito per
essa nell'animo di tutti è cresciuta l'avversione per il
signor Ponza; giacché chiaramente è apparsa a ognuno
l'indole di lei, non solo mite, remissiva, tollerante, ma
anche piena d'indulgente compatimento per il male che il
genero le fa; e anche perché s'è venuto a sapere che non
basta al signor Ponza relegare in una casa a parte quella
povera madre, ma spinge la crudeltà fino a vietarle anche la
vista della figliuola.
Se non che, non crudeltà, protesta subito nelle
sue visite alle signore di Valdana la signora Frola, ponendo
le manine avanti, veramente afflitta che si possa pensare
questo di suo genero. E s'affretta a decantarne tutte le
virtù, a dirne tutto il bene possibile e immaginabile; quale
amore, quante cure, quali attenzioni egli abbia per la
figliuola, non solo, ma anche per lei, sì, sì, anche per
lei; premuroso, disinteressato... Ah, non crudele, no, per
carità! C'è solo questo: che vuole tutta, tutta per sé la
mogliettina, il signor Ponza, fino al punto che anche
l'amore, che questa deve avere (e l'ammette, come no?) per
la sua mamma, vuole che le arrivi non direttamente, ma
attraverso lui, per mezzo di lui, ecco. Sì, può parere
crudeltà, questa, ma non lo è; è un'altra cosa, un'altra
cosa ch'ella, la signora Frola, intende benissimo e si
strugge di non sapere esprimere. Natura, ecco... ma no,
forse una specie di malattia... come dire? Mio Dio, basta
guardarlo negli occhi. Fanno in prima una brutta
impressione, forse, quegli occhi; ma dicono tutto a chi,
come lei, sappia leggere in essi: la pienezza chiusa,
dicono, di tutto un mondo d'amore in lui, nel quale la
moglie deve vivere senza mai uscirne minimamente, e nel
quale nessun altro, neppure la madre, deve entrare. Gelosia?
Sì, forse; ma a voler definire volgarmente questa totalità
esclusiva d'amore.
Egoismo? Ma un egoismo che si dà tutto, come un
mondo, alla propria donna! Egoismo, in fondo, sarebbe quello
di lei a voler forzare questo mondo chiuso d'amore, a
volervisi introdurre per forza, quand'ella sa che la
figliuola è felice, così adorata... Questo a una madre può
bastare! Del resto, non è mica vero ch'ella non la veda, la
sua figliuola. Due o tre volte al giorno la vede: entra nel
cortile della casa; suona il campanello e subito la sua
figliuola s'affaccia di lassù.
- Come stai Tildina?
- Benissimo, mamma. Tu?
- Come Dio vuole, figliuola mia. Giù, giù il
panierino!
E nel panierino, sempre due parole di lettera,
con le notizie della giornata. Ecco, le basta questo. Dura
ormai da quattr'anni questa vita, e ci s'è abituata la
signora Frola. Rassegnata, sì. E quasi non ne soffre più.
Com'è facile intendere, questa rassegnazione
della signora Frola, quest'abitudine ch'ella dice d'aver
fatto al suo martirio, ridondano a carico del signor Ponza,
suo genero, tanto più, quanto più ella col suo lungo
discorso si affanna a scusarlo.
Con vera indignazione perciò, e anche dirò con
paura, le signore di Valdana che hanno ricevuto la prima
visita della signora Frola, accolgono il giorno dopo
l'annunzio di un'altra visita inattesa, del signor Ponza,
che le prega di concedergli due soli minuti d'udienza, per
una "doverosa dichiarazione", se non reca loro incomodo.
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Affocato in volto, quasi congestionato, con
gli occhi più duri e più tetri che mai, un fazzoletto in
mano che stride per la sua bianchezza, insieme coi
polsini e il colletto della camicia, sul nero della
carnagione, del pelame e del vestito, il signor Ponza,
asciugandosi di continuo il sudore che gli sgocciola
dalla fronte bassa e dalle gote raschiose e violacee,
non già per il caldo, ma per la violenza evidentissima
dello sforzo che fa su se stesso e per cui anche le
grosse mani dalle unghie lunghe gli tremano; in questo e
in quel salotto, davanti a quelle signore che lo mirano
quasi atterrite, domanda prima se la signora Frola, sua
suocera, è stata a visita da loro il giorno avanti; poi,
con pena, con sforzo, con agitazione di punto in punto
crescenti, se ella ha parlato loro della figliuola e se
ha detto che egli le vieta assolutamente di vederla e di
salire in casa sua.
Le signore, nel vederlo così agitato, com'è
facile immaginare, s'affrettano a rispondergli che la
signora Frola, sì, è vero, ha detto loro di quella
proibizione di vedere la figlia, ma anche tutto il bene
possibile e immaginabile di lui, fino a scusarlo, non
solo, ma anche a non dargli nessun'ombra di colpa per
quella proibizione stessa.
Se non che, invece di quietarsi, a questa
risposta delle signore, il signor Ponza si agita di più;
gli occhi gli diventano più duri, più fissi, più tetri;
le grosse gocce di sudore più spesse; e alla fine,
facendo uno sforzo ancor più violento su se stesso,
viene alla sua "dichiarazione doverosa".
La quale è questa, semplicemente: che la
signora Frola, poveretta, non pare, ma è pazza.
Pazza da quattro anni, sì. E la sua pazzia
consiste appunto nel credere che egli non voglia farle
vedere la figliuola. Quale figliuola? E' morta, è morta
da quattro anni la figliuola: e la signora Frola,
appunto per il dolore di questa morte, è impazzita: per
fortuna, impazzita, sì, giacché la pazzia è stata per
lei lo scampo dal suo disperato dolore. Naturalmente non
poteva scamparne, se non così, cioè credendo che non sia
vero che la sua figliuola è morta e che sia lui, invece,
suo genero, che non vuole più fargliela vedere.
Per puro dovere di carità verso un'infelice,
egli, il signor Ponza, seconda da quattro anni, a costo
di molti e gravi sacrifici, questa pietosa follia:
tiene, con dispendio superiore alle sue forze, due case:
una per sé, una per lei; e obbliga la sua seconda
moglie, che per fortuna caritatevolmente si presta
volentieri, a secondare anche lei questa follia. Ma
carità, dovere, ecco, fino a un certo punto: anche per
la sua qualità di pubblico funzionario, il signor Ponza
non può permettere che si creda di lui, in città, questa
cosa crudele e inverosimile: ch'egli cioè, per gelosia o
per altro, vieti a una povera madre di vedere la propria
figliuola.
Dichiarato questo, il signor Ponza s'inchina
innanzi allo sbalordimento delle signore, e va via. Ma
questo sbalordimento delle signore non ha neppure il
tempo di scemare un po', che rieccoti la signora Frola
con la sua aria dolce di vaga malinconia a domandare
scusa se, per causa sua, le buone signore si sono prese
qualche spavento per la visita del signor Ponza, suo
genero.
E la signora Frola, con la maggior
semplicità e naturalezza del mondo, dichiara a sua
volta, ma in gran confidenza, per carità! poiché il
signor Ponza è un pubblico funzionario, e appunto per
questo ella la prima volta s'è astenuta dal dirlo, ma
sì, perché questo potrebbe seriamente pregiudicarlo
nella carriera; il signor Ponza, poveretto - ottimo,
ottimo inappuntabile segretario alla prefettura, compìto,
preciso in tutti i suoi atti, in tutti i suoi pensieri,
pieno di tante buone qualità - il signor Ponza,
poveretto, su quest'unico punto non... non ragiona più,
ecco; il pazzo è lui, poveretto; e la sua pazzia
consiste appunto in questo: nel credere che sua moglie
sia morta da quattro anni e nell'andar dicendo che la
pazza è lei, la signora Frola che crede ancora viva la
figliuola. No, non lo fa per contestare in certo qual
modo innanzi agli altri quella sua gelosia quasi maniaca
e quella crudele proibizione a lei di vedere la
figliuola, no; crede, crede sul serio il poveretto che
sua moglie sia morta e che questa che ha con sé sia una
seconda moglie. Caso pietosissimo! Perché veramente col
suo troppo amore quest'uomo rischiò in prima di
distruggere, d'uccidere la giovane moglietta delicatina,
tanto che si dovette sottrargliela di nascosto e
chiuderla a insaputa di lui in una casa di salute.
Ebbene, il povero uomo, a cui già per quella frenesia
d'amore s'era anche gravemente alterato il cervello, ne
impazzì; credette che la moglie fosse morta davvero: e
questa idea gli si fissò talmente nel cervello, che non
ci fu più verso di levargliela, neppure quando,
ritornata dopo circa un anno florida come prima, la
moglietta gli fu ripresentata. La credette un'altra;
tanto che si dovette con l'ajuto di tutti, parenti e
amici, simulare un secondo matrimonio, che gli ha ridato
pienamente l'equilibrio delle facoltà mentali.
Ora la signora Frola crede d'aver qualche
ragione di sospettare che da un pezzo suo genero sia del
tutto rientrato in sé e ch'egli finga, finga soltanto di
credere che sua moglie sia una seconda moglie, per
tenersela così tutta per sé, senza contatto con nessuno,
perché forse tuttavia di tanto in tanto gli balena la
paura che di nuovo gli possa esser sottratta
nascostamente. Ma sì. Come spiegare, se no, tutte le
cure, le premure che ha per lei, sua suocera, se
veramente egli crede che è una seconda moglie quella che
ha con sé? Non dovrebbe sentire l'obbligo di tanti
riguardi per una che, di fatto, non sarebbe più sua
suocera, è vero? Questo, si badi, la signora Frola lo
dice, non per dimostrare ancor meglio che il pazzo è
lui; ma per provare anche a se stessa che il suo
sospetto è fondato.
- E intanto, - conclude con un sospiro che
su le labbra le s'atteggia in un dolce mestissimo
sorriso, - intanto la povera figliuola mia deve fingere
di non esser lei, ma un'altra, e anch'io sono obbligata
a fingermi pazza credendo che la mia figliuola sia
ancora viva. Mi costa poco, grazie a Dio, perché è là,
la mia figliuola, sana e piena di vita; la vedo, le
parlo; ma sono condannata a non poter convivere con lei,
e anche a vederla e a parlarle da lontano, perché egli
possa credere, o fingere di credere che la mia
figliuola, Dio liberi, è morta e che questa che ha con
sé è una seconda moglie. Ma torno a dire, che importa se
con questo siamo riusciti a ridare la pace a tutti e
due? So che la mia figliuola è adorata, contenta; la
vedo; le parlo; e mi rassegno per amore di lei e di lui
a vivere così e a passare anche per pazza, signora mia,
pazienza...
Dico, non vi sembra che a Valdana ci sia
proprio da restare a bocca aperta, a guardarci tutti
negli occhi, come insensati? A chi credere dei due? Chi
è il pazzo? Dov'è la realtà? dove il fantasma?
Lo potrebbe dire la moglie del signor Ponza.
Ma non c'è da fidarsi se, davanti a lui, costei dice
d'esser seconda moglie; come non c'è da fidarsi se,
davanti alla signora Frola, conferma d'esserne la
figliuola. Si dovrebbe prenderla a parte e farle dire a
quattr'occhi la verità. Non è possibile. Il signor Ponza
- sia o no lui il pazzo - è realmente gelosissimo e non
lascia vedere la moglie a nessuno. La tiene lassù, come
in prigione, sotto chiave; e questo fatto è senza dubbio
in favore della signora Frola; ma il signor Ponza dice
che è costretto a far così, e che sua moglie stessa anzi
glielo impone, per paura che la signora Frola non le
entri in casa all'improvviso. Può essere una scusa. Sta
anche di fatto che il signor Ponza non tiene neanche una
serva in casa. Dice che lo fa per risparmio, obbligato
com'è a pagar l'affitto di due case; e si sobbarca
intanto a farsi da sé la spesa giornaliera, e la moglie,
che a suo dire non è la figlia della signora Frola, si
sobbarca anche lei per pietà di questa, cioè d'una
povera vecchia che fu suocera di suo marito, a badare a
tutte le faccende di casa, anche alle più umili,
privandosi dell'ajuto di una serva. Sembra a tutti un
po' troppo. Ma è anche vero che questo stato di cose, se
non con la pietà, può spiegarsi con la gelosia di lui.
Intanto, il signor Prefetto di Valdana s'è
contentato della dichiarazione del signor Ponza. Ma
certo l'aspetto e in gran parte la condotta di costui
non depongono in suo favore, almeno per le signore di
Valdana più propense tutte quante a prestar fede alla
signora Frola. Questa, difatti, viene premurosa a
mostrar loro le letterine affettuose che le cala giù col
panierino la figliuola, e anche tant'altri privati
documenti, a cui però il signor Ponza toglie ogni
credito, dicendo che le sono stati rilasciati per
confortare il pietoso inganno.
Certo è questo, a ogni modo: che dimostrano
tutt'e due, l'uno per l'altra, un meraviglioso spirito
di sacrifizio, commoventissimo; e che ciascuno ha per la
presunta pazzia dell'altro la considerazione più
squisitamente pietosa. Ragionano tutt'e due a
meraviglia; tanto che a Valdana non sarebbe mai venuto
in mente a nessuno di dire che l'uno dei due era pazzo,
se non l'avessero detto loro: il signor Ponza della
signora Frola, e la signora Frola del signor Ponza.
La signora Frola va spesso a trovare il
genero alla prefettura per aver da lui qualche
consiglio, o lo aspetta all'uscita per farsi
accompagnare in qualche compera: e spessissimo, dal
canto suo, nelle ore libere e ogni sera il signor Ponza
va a trovare la signora Frola nel quartierino mobigliato;
e ogni qual volta per caso l'uno s'imbatte nell'altra
per via, subito con la massima cordialità si mettono
insieme; egli le dà la destra e, se stanca, le porge il
braccio, e vanno così, insieme, tra il dispetto
aggrondato e lo stupore e la costernazione della gente
che li studia, li squadra, li spia e, niente!, non
riesce ancora in nessun modo a comprendere quale sia il
pazzo dei due, dove sia il fantasma, dove la realtà.
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