Novelle per un anno - 1937 - Una giornata
12. Una sfida
La stalla è lì, dietro la porta chiusa, subito
dopo l'entrata nel cortile rustico in pendìo,
dall'acciottolato logoro e la cisterna in mezzo.
La porta è imporrita; verde un tempo, ora ha
quasi perduto il colore; come la casa, quello gialligno
dell'intonaco, per cui appare la più vecchia e misera del
sobborgo.
Questa mattina all'alba la porta è stata chiusa
da fuori col grosso catenaccio arrugginito; e il cavallo che
era nella stalla è stato messo fuori e lasciato lì davanti,
chi sa perché, senza né briglia né sella né bisaccia; senza
nemmeno la capezza.
Vi sta paziente, quasi immobile, da parecchie
ore. Sente attraverso la porta chiusa l'odore della sua
stalla lì prossima, l'odore del cortile; e pare che di tanto
in tanto, aspirandolo con le froge dilatate, sospiri.
Risponde curiosamente a ogni sospiro un fremito
nervoso del cuojo sulla schiena, dov'è il segno d'un vecchio
guidalesco.
Così libero d'ogni guarnimento, la testa e tutto
il corpo, si può vedere come gli anni l'han ridotto: la
testa, quando la rialza, ha ancora un che di nobile ma
triste; il corpo è una pietà: il dosso, tutto nodi:
sporgenti le costole; i fianchi, aguzzi; spessa però ancora
la criniera e lunga la coda, appena un po' spelata.
Un cavallo che non può servire più a nulla, per
dir la verità.
Che cosa aspetta lì davanti alla porta?
Chi, passando, lo vede, e sa che il padrone è
già partito dopo essersi portata via tutta la roba di casa
per andare ad abitare in un altro paese, pensa che qualcuno
forse verrà per incarico di lui a ritirarlo; benché,
lasciato così sguarnito di tutto, abbia piuttosto l'aria
d'un cavallo abbandonato.
Altri passanti si fermano a guardarlo, e c'è chi
dice di sapere che il padrone, prima di partire, ha cercato
in tutti i modi di disfarsene, tentando in principio di
venderlo anche a poco prezzo, poi offrendolo a tanti in
dono; anche a lui; ma nessuno l'ha voluto, nemmeno regalato;
neppur lui.
Non mangiasse, un cavallo, ma mangia. E per il
servizio che quello può ancora rendere così vecchio e
malandato, siamo giusti, vi par che valga la spesa del fieno
o anche di un po' di paglia da dargli a mangiare?
Avere un cavallo e non saper che farsene, dev'esser
pure un bell'impiccio.
Tanti, per levarselo, ricorrono al mezzo
sbrigativo d'ucciderlo. Una palla di fucile costa poco. Ma
non tutti hanno il cuore di farlo.
Resta però da vedere se non è più crudele
abbandonarlo così. Certo, a vederlo ora davanti la porta
chiusa d'una casa vuota e deserta, povera bestia, fa una
gran pena. Quasi quasi verrebbe voglia di andargli a dire in
un orecchio che non stia più lì ad aspettare inutilmente.
Gli avesse almeno lasciato una corda al collo
per portarlo via in qualche modo; ma niente. Si vede che i
guarnimenti, quelli sì, ha trovato da venderli: servono.
Forse però se li sarebbe venduti lo stesso, chiunque se lo
fosse preso, per poi lasciarlo nudo ugualmente in mezzo a
un'altra strada.
Intanto, oh! guardate le mosche. Eh, quelle non
si dirà mai che in tanta disdetta lo vogliano abbandonare. E
il povero cavallo, se fa qualche movimento, è soltanto con
la coda, per cacciarsele quando si sente pinzato più forte:
cosa che gli avviene di frequente, ora che non ha più tanto
sangue da dar loro a succhiare facilmente.
Ma già s'è stancato di star ritto su le zampe e
si piega con pena sui ginocchi per riposarsi a terra, sempre
con la testa verso la porta.
Non può proprio pensare d'esser libero.
Ma già, un cavallo, anche quando l'abbia
davvero, la libertà, gli è forse dato di farsene un'idea?
L'ha, e ne gode senza pensarci. Quando gliela levano,
dapprima per istinto si ribella; poi, addomesticato, si
rassegna e adatta.
Forse quello, nato in qualche stalla, libero non
è stato mai. Sì, da giovane in campagna probabilmente,
lasciato a pascolare sui prati. Ma libertà per modo di dire:
prati chiusi da staccionate. Se pure c'è stato, che ricordo
può più averne?
Sta lì a terra finché la fame non lo spinge a
rimettersi con maggiore stento in piedi; e poiché da quella
porta, dopo una così lunga attesa, non spera più ajuto,
volta la testa a guardar di lato, lungo la strada del
sobborgo. Nitrisce. Raspa con uno zoccolo. Più di questo non
sa fare. Ma dev'esser convinto che è inutile, perché poco
dopo sbruffa e scuote il capo; poi, incerto, muove qualche
passo.
C'è ormai più d'un curioso che sta a osservarlo.
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Pure in campagna, dove sia coltivata, non
s'ammette che un cavallo vada libero; figurarsi poi in
mezzo a un abitato dove ci son donne e bambini.
Un cavallo non è come un cane che può restar
senza padrone e, se va per via, nessun ci fa caso. Un
cavallo è un cavallo: e se non lo sa, lo sanno gli altri
che lo vedono, il corpo che ha, molto molto più grande
di quello d'un cane, ingombrante; un corpo che non
riesce mai a ispirare un'intera confidenza e da cui
tutti ci si guarda perché tutt'a un tratto, non si sa
mai, uno sfaglio imprevedibile; e poi con quegli occhi,
con quel bianco che a volte si scopre feroce e
insanguato; occhi così tutti specchianti, con un brio di
guizzi e certi baleni, che nessuno comprende, d'una vita
sempre in ansia, che può adombrarsi di nulla.
Non è per ingiustizia. Ma non sono gli occhi
d'un cane, umani, che chiedono scusa o pietà, che sanno
anche fingere, con certi sguardi a cui la nostra
ipocrisia non ha più nulla da insegnare.
Gli occhi d'un cavallo, ci vedi tutto, ma
non ci puoi legger nulla.
E' vero che questo, così mal ridotto com'è,
non pare a nessuno che possa esser pericoloso. Ma,
comunque, perché impicciarsene?
Vada pure; se qualcuno sarà molestato, ci
penserà lui a scostarlo, a cacciarlo; o ci penseranno le
guardie.
Ragazzi, non tirate sassi. Vedete che non ha
più nulla addosso? Così libero e sciolto, se piglia la
fuga, chi lo para?
Stiamo piuttosto a vedere tranquillamente
dove va.
Ecco, prima da uno là che fabbrica pasta al
tornio e la tiene stesa ad asciugare all'aperto su certi
telaj di rete posati su cavalletti traballanti.
Oh Dio, se s'accosta, li fa cadere.
Ma il pastajo accorre in tempo a pararlo e
lo spinge via. Sacr... di chi è questo cavallo?
I monelli non reggono più, gli corrono
dietro, gridando, ridendo.
- Un cavallo scappato?
- No: abbandonato.
- Come, abbandonato?
- Ma così. Lasciato dal padrone. Libero.
- Ah sì? Allora un cavallo che se ne va a
spasso per conto suo per le vie del paese?
Eh via, d'un uomo si vorrebbe sapere se non
è pazzo. Ma d'un cavallo che volete sapere? Un cavallo
sa soltanto che ha fame. Ora, più là, allunga il muso
verso un bel cesto d'insalata esposto fra tanti altri
davanti alla bottega d'un erbivendolo.
E' respinto malamente anche da lì.
Alle botte è avvezzo, e se le prenderebbe in
pace, se poi con questo lo lasciassero mangiare. Ma
proprio non vogliono che mangi. Più resiste per
dimostrare che non gl'importa delle botte, e più gli
storcono il collo per tenergli il muso lontano da quel
bel cesto di insalata. E la sua ostinazione fa ridere.
Ma ci vuol tanto a comprendere che quell'insalata è lì
esposta per esser venduta a chi voglia mangiarsela? E'
una cosa così semplice. E, perché il cavallo dimostra di
non comprenderla, tutte quelle risa sguajate.
Bestia! non ha neppure un filo di paglia da
mangiare, e vorrebbe l'insalata.
Nessuno s'immagina che una bestia, dal canto
suo, può vedere in tutt'altro modo, veramente più
semplice, la cosa. Ma nulla da fare.
E il cavallo se ne va, col seguito di tutti
quei monelli, i quali, dopo la bella dimostrazione data,
di sapersi pigliar le botte così in pace, chi li tiene
più? Gli fanno attorno una gazzarra d'inferno. Tanto che
il cavallo a un certo punto si ferma stordito, come per
cercare il modo di farla finita. Accorre un vecchio ad
ammonire i monelli che coi cavalli non si scherza.
- Ecco, vedete?
La prova giova per un momento. I monelli
riprendono a seguire il cavallo tenendosi a distanza.
Dove va?
Avanti. Senza più osare accostarsi ad altre
botteghe, attraversa tutta la strada del sobborgo in
cima al colle, e dove questa comincia a discendere,
disabitata per un lungo tratto, si riferma indeciso.
E' chiaro che non sa più dove andare.
Spira, in quel tratto di strada, un po' di
vento. E il cavallo alza la testa, come a berlo, e
socchiude gli occhi, forse perché vi sente l'odore
dell'erba lontana, dei campi.
Resta lì fermo a lungo, a lungo, così con
gli occhi socchiusi e il ciuffo che, ai soffi di quel
vento, gli si muove lieve sulla fronte dura.
Ma non commoviamoci. Non dimentichiamo la
fortuna che ha quel cavallo, come ogni altro: la fortuna
d'esser cavallo.
Se i primi monelli si sono alla fine
stancati di starlo a guardare e se ne sono andati, altri
e altri in più gran numero gli fanno allegro codazzo
quando sul tardi, venendo chi sa di dove come nuovo,
stranamente esaltato da una ebbra impazienza per la
fame, ecco, a testa alta, si presenta in mezzo al corso
principale del paese e si pianta lì grattando con uno
zoccolo il duro lastricato, come per dire: comando che
mi si porti subito da mangiare qua, qua, qua.
Fischi, applausi, risa, gridi d'ogni genere
si levano a quel gesto imperioso; la gente accorre,
lasciando i tavolini del Caffè, le botteghe; tutti
vogliono sapere di quel cavallo - scappato - non
scappato - abbandonato - finché due guardie si fanno
largo tra la ressa; l'una afferra per la criniera il
cavallo e lo trascina via, mentre l'altra impedisce ai
monelli di seguirlo, ributtandoli indietro.
Condotto fuori dell'abitato, dopo le ultime
case e le fabbriche, passato il ponte, il cavallo, che
non s'è reso conto di nulla, una sola cosa avverte:
l'odore dell'erba, questa volta vicina, là sulle prode
della strada oltre il ponte, che conduce alla campagna.
Perché tra le tante disgrazie che gli
possono occorrere, capitando sotto gli uomini, un
cavallo ha almeno sempre questa fortuna: che non pensa a
nulla. Nemmeno d'esser libero. Né dove o come andrà a
finire. Nulla. Lo cacceranno da per tutto? Lo butteranno
a sfragellarsi in un burrone?
Ora, per il momento, mangia l'erba della
proda. La sera è mite. Il cielo è stellato. Domani sarà
quel che sarà.
Non ci pensa.