Novelle per un anno - 1937 - Una giornata
11. Fortuna d'esser cavallo
Ma già s'è stancato di star ritto su le zampe e
si piega con pena sui ginocchi per riposarsi a terra, sempre
con la testa verso la porta.
Non può proprio pensare d'esser libero.
Ma già, un cavallo, anche quando l'abbia
davvero, la libertà, gli è forse dato di farsene un'idea?
L'ha, e ne gode senza pensarci. Quando gliela levano,
dapprima per istinto si ribella; poi, addomesticato, si
rassegna e adatta.
Forse quello, nato in qualche stalla, libero non
è stato mai. Sì, da giovane in campagna probabilmente,
lasciato a pascolare sui prati. Ma libertà per modo di dire:
prati chiusi da staccionate. Se pure c'è stato, che ricordo
può più averne?
Sta lì a terra finché la fame non lo spinge a
rimettersi con maggiore stento in piedi; e poiché da quella
porta, dopo una così lunga attesa, non spera più ajuto,
volta la testa a guardar di lato, lungo la strada del
sobborgo. Nitrisce. Raspa con uno zoccolo. Più di questo non
sa fare. Ma dev'esser convinto che è inutile, perché poco
dopo sbruffa e scuote il capo; poi, incerto, muove qualche
passo.
C'è ormai più d'un curioso che sta a osservarlo.
Pure in campagna, dove sia coltivata, non
s'ammette che un cavallo vada libero; figurarsi poi in mezzo
a un abitato dove ci son donne e bambini.
Un cavallo non è come un cane che può restar
senza padrone e, se va per via, nessun ci fa caso. Un
cavallo è un cavallo: e se non lo sa, lo sanno gli altri che
lo vedono, il corpo che ha, molto molto più grande di quello
d'un cane, ingombrante; un corpo che non riesce mai a
ispirare un'intera confidenza e da cui tutti ci si guarda
perché tutt'a un tratto, non si sa mai, uno sfaglio
imprevedibile; e poi con quegli occhi, con quel bianco che a
volte si scopre feroce e insanguato; occhi così tutti
specchianti, con un brio di guizzi e certi baleni, che
nessuno comprende, d'una vita sempre in ansia, che può
adombrarsi di nulla.
Non è per ingiustizia. Ma non sono gli occhi
d'un cane, umani, che chiedono scusa o pietà, che sanno
anche fingere, con certi sguardi a cui la nostra ipocrisia
non ha più nulla da insegnare.
Gli occhi d'un cavallo, ci vedi tutto, ma non ci
puoi legger nulla.
E' vero che questo, così mal ridotto com'è, non
pare a nessuno che possa esser pericoloso. Ma, comunque,
perché impicciarsene?
Vada pure; se qualcuno sarà molestato, ci
penserà lui a scostarlo, a cacciarlo; o ci penseranno le
guardie.
Ragazzi, non tirate sassi. Vedete che non ha più
nulla addosso? Così libero e sciolto, se piglia la fuga, chi
lo para?
Stiamo piuttosto a vedere tranquillamente dove
va.
Ecco, prima da uno là che fabbrica pasta al
tornio e la tiene stesa ad asciugare all'aperto su certi
telaj di rete posati su cavalletti traballanti.
Oh Dio, se s'accosta, li fa cadere.
Ma il pastajo accorre in tempo a pararlo e lo
spinge via. Sacr... di chi è questo cavallo?
I monelli non reggono più, gli corrono dietro,
gridando, ridendo.
- Un cavallo scappato?
- No: abbandonato.
- Come, abbandonato?
- Ma così. Lasciato dal padrone. Libero.
- Ah sì? Allora un cavallo che se ne va a spasso
per conto suo per le vie del paese?
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Eh via, d'un uomo si vorrebbe sapere se non
è pazzo. Ma d'un cavallo che volete sapere? Un cavallo
sa soltanto che ha fame. Ora, più là, allunga il muso
verso un bel cesto d'insalata esposto fra tanti altri
davanti alla bottega d'un erbivendolo.
E' respinto malamente anche da lì.
Alle botte è avvezzo, e se le prenderebbe in
pace, se poi con questo lo lasciassero mangiare. Ma
proprio non vogliono che mangi. Più resiste per
dimostrare che non gl'importa delle botte, e più gli
storcono il collo per tenergli il muso lontano da quel
bel cesto di insalata. E la sua ostinazione fa ridere.
Ma ci vuol tanto a comprendere che quell'insalata è lì
esposta per esser venduta a chi voglia mangiarsela? E'
una cosa così semplice. E, perché il cavallo dimostra di
non comprenderla, tutte quelle risa sguajate.
Bestia! non ha neppure un filo di paglia da
mangiare, e vorrebbe l'insalata.
Nessuno s'immagina che una bestia, dal canto
suo, può vedere in tutt'altro modo, veramente più
semplice, la cosa. Ma nulla da fare.
E il cavallo se ne va, col seguito di tutti
quei monelli, i quali, dopo la bella dimostrazione data,
di sapersi pigliar le botte così in pace, chi li tiene
più? Gli fanno attorno una gazzarra d'inferno. Tanto che
il cavallo a un certo punto si ferma stordito, come per
cercare il modo di farla finita. Accorre un vecchio ad
ammonire i monelli che coi cavalli non si scherza.
- Ecco, vedete?
La prova giova per un momento. I monelli
riprendono a seguire il cavallo tenendosi a distanza.
Dove va?
Avanti. Senza più osare accostarsi ad altre
botteghe, attraversa tutta la strada del sobborgo in
cima al colle, e dove questa comincia a discendere,
disabitata per un lungo tratto, si riferma indeciso.
E' chiaro che non sa più dove andare.
Spira, in quel tratto di strada, un po' di
vento. E il cavallo alza la testa, come a berlo, e
socchiude gli occhi, forse perché vi sente l'odore
dell'erba lontana, dei campi.
Resta lì fermo a lungo, a lungo, così con
gli occhi socchiusi e il ciuffo che, ai soffi di quel
vento, gli si muove lieve sulla fronte dura.
Ma non commoviamoci. Non dimentichiamo la
fortuna che ha quel cavallo, come ogni altro: la fortuna
d'esser cavallo.
Se i primi monelli si sono alla fine
stancati di starlo a guardare e se ne sono andati, altri
e altri in più gran numero gli fanno allegro codazzo
quando sul tardi, venendo chi sa di dove come nuovo,
stranamente esaltato da una ebbra impazienza per la
fame, ecco, a testa alta, si presenta in mezzo al corso
principale del paese e si pianta lì grattando con uno
zoccolo il duro lastricato, come per dire: comando che
mi si porti subito da mangiare qua, qua, qua.
Fischi, applausi, risa, gridi d'ogni genere
si levano a quel gesto imperioso; la gente accorre,
lasciando i tavolini del Caffè, le botteghe; tutti
vogliono sapere di quel cavallo - scappato - non
scappato - abbandonato - finché due guardie si fanno
largo tra la ressa; l'una afferra per la criniera il
cavallo e lo trascina via, mentre l'altra impedisce ai
monelli di seguirlo, ributtandoli indietro.
Condotto fuori dell'abitato, dopo le ultime
case e le fabbriche, passato il ponte, il cavallo, che
non s'è reso conto di nulla, una sola cosa avverte:
l'odore dell'erba, questa volta vicina, là sulle prode
della strada oltre il ponte, che conduce alla campagna.
Perché tra le tante disgrazie che gli
possono occorrere, capitando sotto gli uomini, un
cavallo ha almeno sempre questa fortuna: che non pensa a
nulla. Nemmeno d'esser libero. Né dove o come andrà a
finire. Nulla. Lo cacceranno da per tutto? Lo butteranno
a sfragellarsi in un burrone?
Ora, per il momento, mangia l'erba della
proda. La sera è mite. Il cielo è stellato. Domani sarà
quel che sarà.
Non ci pensa.