Novelle per un anno - 1937 - Una giornata
10. La tartaruga
Parrà strano, ma anche in America c'è chi crede
che le tartarughe portino fortuna. Da che sia nata una tale
credenza, non si sa. E' certo però che loro, le tartarughe,
non mostrano d'averne il minimo sospetto.
Mister Myshkow ha un amico che ne è
convintissimo. Giuoca in borsa e ogni mattina, prima
d'andare a giocare, mette la sua tartaruga davanti a uno
scalino: se la tartaruga accenna di voler salire, è sicuro
che i titoli che lui vuol giocare, saliranno; se ritira la
testa e le zampe, resteranno fermi; se si volta e fa per
andarsene, lui giuoca senz'altro al ribasso. E non ha mai
sbagliato.
Detto questo, entra in un negozio dove si
vendono tartarughe; ne compra una e la mette in mano a
Mister Myshkow:
- Approfittàtene.
Mister Myshkow è molto sensibile: portandosi in
casa la tartaruga (ih! ah!) freme in tutta l'elastica
personcina pienotta e sanguigna per brividi, che son forse
di piacere, ma anche di ribrezzo un po'. Non si cura se gli
altri per via si voltino a guardarlo con quella tartaruga in
mano; lui freme al pensiero che quella che pare una pietra
inerte e fredda, non è una pietra no, è abitata dentro da
una misteriosa bestiola che da un momento all'altro può
cacciar fuori, sulla sua mano, quattro zampini biechi
rasposi e una testina di vecchia monaca rugosa. Speriamo che
non lo faccia. Forse Mister Myshkow la getterebbe a terra,
raccapricciando da capo a piedi.
In casa, non si può dire che i suoi due figli,
Helen e John, facciano una gran festa alla tartaruga, appena
lui la posa come un ciottolo sul tappeto del salotto.
Non è credibile quanto vecchi appajano gli occhi
dei due figli di Mister Myshkow a confronto con quelli
bambinissimi del padre.
I due ragazzi, su quella tartaruga posata come
un ciottolo sul tappeto, fanno cadere il peso insopportabile
dei loro quattro occhi di piombo. Poi guardano il padre con
una così ferma convinzione che non potrà dar loro una
spiegazione plausibile della cosa inaudita che ha osato
fare, posare una tartaruga sul tappeto del salotto, che il
povero Mister Myshkow si sente subito appassire; apre le
mani; apre le labbra a un sorriso vano e dice che, dopo
tutto, quella non è altro che un'innocua tartaruga con cui,
volendo, si può anche giocare.
Da quel brav'uomo ch'è sempre stato, un po'
ragazzone, vuol darne la prova: si butta carponi sul tappeto
e cautamente, con garbo, si prova a spinger di dietro la
tartaruga per persuaderla così a cacciar fuori gli zampini e
la testa e farla muovere. Ma sì, Dio mio, non foss'altro,
per rendersi conto della bella gaja casa tutta vetri e
specchi, dove lui l'ha portata. Non s'aspetta che suo figlio
John trovi d'improvviso e senza tante cerimonie un più
spiccio espediente per fare uscir la tartaruga da quello
stato di pietra in cui s'ostina a restare. Con la punta del
piede John la rovescia sulla scaglia, e subito allora si
vede la bestiolina armeggiar con gli zampini e spinger col
capo penosamente per tentar di rimettersi nella sua
posizione naturale.
Helen, a quella vista, senza punto alterare i
suoi occhi da vecchia, sghignazza come una carrucola di
pozzo arrugginita per la caduta precipitosa d'un secchio
impazzito.
Non c'è, come si vede, da parte dei ragazzi
alcun rispetto della fortuna che le tartarughe sogliono
portare. C'è al contrario la più lampante dimostrazione che
tutti e due la sopporteranno solo a patto ch'essa si presti
a esser considerata da loro come uno stupidissimo giocattolo
da trattare così, con la punta del piede. Il che a Mister
Myshkow dispiace moltissimo. Guarda la tartaruga, rimessa
subito a posto da lui e ritornata al suo stato di pietra;
guarda gli occhi dei suoi ragazzi, e avverte di colpo una
misteriosa relazione che lo turba profondamente tra la
vecchiaja di quegli occhi e la secolare inerzia di pietra di
quella bestia sul tappeto. E' preso di sgomento per la sua
inguaribile giovanilità, in un mondo che accusa con
relazioni così lontane e inopinate la propria decrepitezza:
lo sgomenta che lui, senza saperlo, sia forse rimasto ad
aspettare qualcosa che non arriverà mai più, dato che ormai
sulla terra i bambini nascono centenari come le tartarughe.
Torna ad aprire le labbra al suo vano sorriso,
più smorto che mai, e non ha il coraggio di confessare per
qual ragione il suo amico gli ha regalato quella tartaruga.
Ha una rara ignoranza di vita Mister Myshkow. La
vita per lui non è mai nulla di preciso, né ha alcun peso di
cose sapute. Gli può accadere benissimo qualche mattina,
vedendosi nudo con una gamba alzata per entrare nella vasca
da bagno, di restare stranamente impressionato del suo
stesso corpo, come se, in quarantadue anni che lo ha, non
l'abbia mai veduto e se lo scopra adesso per la prima volta.
Un corpo, Dio mio, non presentabile, così nudo, senza una
grande vergogna, neppure ai suoi propri occhi. Preferisce
ignorarselo. Ma fa un gran caso tuttavia del fatto che non
ha mai pensato che con questo corpo, così com'è in tante
parti che nessuno di solito vede, nascoste sotto gli abiti e
la calzatura, per quarantadue anni lui s'è aggirato nella
vita. Non gli par credibile che tutta la sua vita lui
l'abbia vissuta in quel suo corpo. No, no. Chi sa dove, chi
sa dove, senz'accorgersene. Forse ha sempre sorvolato, di
cosa in cosa, tra le tante che gli sono occorse fin
dall'infanzia, quando certamente il suo corpo non era
questo, e chi sa come era. E' davvero una pena e uno
sgomento non riuscire a spiegarsi perché il proprio corpo
debba essere necessariamente quello che è, e non un altro
diverso. Meglio non pensarci. E nel bagno, torna a sorridere
del suo vano sorriso, ignorando di trovarsi già da un pezzo
nella vasca. Ah, quelle luminose tendine di mussola
insaldate ai vetri della grande finestra, e di su quelle
bacchette d'ottone quel lieve grazioso dondolìo nell'aria
primaverile delle cime degli alti alberi del parco. Ora lui
si sta asciugando quel corpo veramente brutto; ma deve, pur
non di meno, convenire che la vita è bella, e tutta da
godere anche in quel suo corpaccio che intanto, chi sa come,
è potuto entrare nella più segreta intimità con una donna
talmente impenetrabile qual è Mistress Myshkow, sua moglie.
Da nove anni ch'è ammogliato, lui è come avvolto
e sospeso nel mistero di quella sua unione inverosimile con
Mistress Myshkow.
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Non ha mai osato farsi avanti, senza restare
incerto, dopo ogni passo, se potesse darne un altro; e
così alla fine ha provato sempre come un formicolìo
d'apprensione in tutto il corpo e di sbigottimento
nell'anima nel trovarsi arrivato già parecchio lontano
per tutti quei passi sospesi che gli han lasciato fare.
Doveva sì o no inferire che dunque doveva farli? Così,
un bel giorno, quasi senz'esserne certo, s'era trovato
marito di Mistress Myshkow.
Lei è ancora, dopo nove anni, così
distaccata e isolata da tutto, dalla propria bellezza di
statuetta di porcellana e così chiusa e smaltata in un
modo d'essere così impenetrabilmente suo, che proprio
pare impossibile che abbia trovato il modo d'unirsi in
matrimonio con un uomo così di carne e sanguigno come
lui. Si capisce invece benissimo come dalla loro unione
siano potuti nascere quei due figli imbozzacchiti.
Forse, se Mister Myshkow avesse potuto portarli in
grembo lui, invece della moglie, non sarebbero nati
così; ma dovette portarli in grembo lei, per nove mesi
ciascuno, e allora, concepiti probabilmente interi fin
dal principio e costretti a rimanere chiusi per tanto
tempo in un ventre di majolica, come confetti in una
scatola, ecco, s'erano così tremendamente invecchiati
prima ancora che nascessero.
Per tutti i nove anni di matrimonio lui
naturalmente è vissuto in apprensione continua che
Mistress Myshkow trovasse in qualche sua parola
impensata o gesto inopinato il pretesto di domandare il
divorzio. Il primo giorno di matrimonio era stato per
lui il più terribile perché, come si può facilmente
immaginare, c'era arrivato non ben sicuro che Mistress
Myshkow sapesse che cosa lui dovesse fare per potersi
dire effettivamente suo marito. Ma poi non gli aveva
lasciato intendere in alcun modo che si ricordasse della
confidenza che lui s'era presa. Proprio come se nulla ci
avesse mai messo di suo, perché lui se la potesse
prendere, e lei poi ricordare. Eppure una prima
figliuola, Helen, era nata; e poi era nato un secondo
figliuolo, John. Mai niente. Senza dar segno di nulla,
se n'era andata tutt'e due le volte alla clinica e, dopo
un mese e mezzo, era rientrata in casa, la prima volta
con una bambina e la seconda con un bambino, l'uno più
vecchio dell'altra. Cosa da far cadere le braccia.
Divieto assoluto, tutt'e due le volte, d'andarle a far
visita alla clinica. Cosicché lui, non essendosi potuto
accorgere né la prima né la seconda volta che lei fosse
incinta e non sapendo poi nulla né delle doglie del
parto né della nascita, s'era trovati in casa quei due
figli come due cagnolini comperati in viaggio, senza
nessuna vera certezza che fossero nati da lei e che
fossero suoi.
Ma non ne ha il minimo dubbio Mister Myshkow,
tanto che crede d'avere ormai in quei due figli una
prova antichissima e per ben due volte collaudata che
Mistress Myshkow trova nella convivenza con lui un
compenso adeguato ai dolori che il mettere al mondo due
figliuoli deve costare.
Non riesce perciò a rinvenire dallo stupore
allorché sua moglie, rientrando in casa quel giorno da
una visita alla madre scesa in albergo e prossima a
ripartire per l'Inghilterra, e trovandolo ancora in
ginocchio sul tappeto del salotto davanti a quella
tartaruga, tra la derisione sguajatamente fredda di quei
due figli, non gli dice nulla, o meglio gli dice tutto
voltando senz'altro le spalle e ritornando
immediatamente da sua madre all'albergo, da cui dopo
circa un'ora gli manda un biglietto, nel quale
perentoriamente è scritto che, o via da casa quella
tartaruga, o via lei: se ne partirà, fra tre giorni con
la madre per l'Inghilterra.
Appena può rimettersi a pensare, Mister
Myshkow comprende subito che quella tartaruga non può
esser altro che un pretesto. Così poco serio, via. Così
facile a levar di mezzo! Eppure, proprio per questo,
forse più inovviabile che se la moglie gli abbia posto
per condizione di cangiar di corpo, e almeno di levarsi
dalla faccia il naso per sostituirlo con un altro di suo
maggiore gradimento.
Ma non vuole che manchi per lui. Risponde
alla moglie che ritorni pure a casa: lui andrà a metter
fuori in qualche posto la tartaruga. Non ci tiene
affatto ad averla in casa. L'ha presa perché gli hanno
detto che porta fortuna; ma, agiato com'è, e con una
moglie come lei, e con due figli come i loro, che
bisogno ne ha lui? che altra fortuna avrebbe da
desiderare?
Va fuori, di nuovo con la tartaruga in mano,
per lasciarla in qualche posto che alla povera bestiola
scontrosa possa convenire più che la sua casa. S'è fatto
sera e lui se ne avvede soltanto ora e se ne meraviglia.
Pur abituato com'è alla vista fantasmagorica di quella
sua enorme città, ha sempre occhi nuovi per lasciarsene
stupire e anche immalinconire un po', se pensa che a
tutte quelle prodigiose costruzioni è negato di imporsi
come durevoli monumenti e stan lì come colossali e
provvisorie apparenze di un'immensa fiera, con
quegl'immobili sprazzi di variopinte luminarie che danno
a lungo andare una tristezza infinita, e tant'altre cose
ugualmente precarie e mutevoli.
Camminando, si dimentica d'avere in mano la
tartaruga, ma poi se ne sovviene e riflette che avrebbe
fatto meglio a lasciarla nel parco vicino alla sua casa;
invece s'è diretto verso il negozio dov'essa è stata
comperata, alla 49ma Strada.
Seguita ad andare, pur essendo certo che a
quell'ora troverà chiuso il negozio. Ma si direbbe che
tanto la sua tristezza quanto la sua stanchezza hanno
proprio bisogno di andare a sbatter la faccia contro una
porta chiusa.
Arrivato, sta un po' a guardare la porta del
negozio chiusa effettivamente, e poi si guarda in mano
la tartaruga. Che farne? Lasciarla lì davanti? Sente
passare un tassì e lo prende. Ne scenderà a un certo
punto, lasciandovi dentro la tartaruga.
Peccato che la bestiola, così ancora
rintanata nel suo guscio, non dia a vedere d'avere molta
fantasia. Sarebbe piacevole immaginare una tartaruga in
viaggio di notte per le strade di New York.
No no. Mister Myshkow se ne pente, come
d'una crudeltà. Scende dal tassì. E' ormai vicina la
Park Avenue, con l'interminabile fila delle ajuole nel
mezzo, dalle ringhierine a canestro. Pensa di lasciare
la tartaruga in una di quelle ajuole; ma appena ve la
posa, ecco che gli salta addosso un poliziotto che è di
guardia al traffico nel crocicchio della 50ma Strada,
sotto una delle gigantesche torri del Wardolf Astoria.
Quel poliziotto vuol sapere che cosa ha posato in quell'ajuola.
Una bomba? Non proprio una bomba, no. E Mister Myshkow
gli sorride per dargli a vedere che non ne sarebbe
capace. Semplicemente una tartaruga. Quello allora
gl'impone di ritirarla subito. Proibito introdurre
bestie nelle ajuole. Ma quella? Quella è piuttosto una
pietra che una bestia, vuol fargli osservare Mister
Myshkow; non crede che possa disturbare; e poi lui, per
gravi motivi di famiglia, ha bisogno assolutamente di
disfarsene. Il poliziotto crede che voglia prenderlo in
giro e si fa brutto. Subito allora Mister Myshkow ritira
dall'ajuola la tartaruga che non s'è mossa.
- M'hanno detto che porta fortuna, -
soggiunge sorridente. - Non vorreste prenderla voi? Ve
la offro.
Quello si scrolla furiosamente e con impero
gli accenna di levarglisi dai piedi.
Ed ecco ora di nuovo Mister Myshkow con
quella tartaruga in mano, in grande imbarazzo. Oh Dio,
potrebbe lasciarla dovunque, anche in mezzo alla strada,
appena fuori della vista di quel poliziotto che l'ha
guardato così male, evidentemente perché non ha creduto
ai gravi motivi di famiglia. Tutt'a un tratto, si ferma
al baleno di un'idea. Sì, è senza dubbio un pretesto,
per la moglie, quella tartaruga, e levato di mezzo
questo, lei ne troverà subito un altro; ma difficilmente
potrà trovarne uno più ridicolo di questo e che più di
questo possa darle torto davanti al giudice e a tutti
quanti. Sarebbe sciocco, dunque, non valersene. Lì per
lì decide di rientrare in casa con la tartaruga.
Trova la moglie nel salotto. Senza dirle
nulla si china e le posa davanti sul tappeto la
tartaruga, là, come un ciottolo.
La moglie balza in piedi, corre in camera,
gli si ripresenta col cappellino in capo.
- Dirò al giudice che alla compagnia di
vostra moglie preferite quella della vostra tartaruga.
E se ne va.
Come se la bestiola dal tappeto l'abbia
intesa, sfodera di scatto i quattro zampini, la coda e
la testa e dondolando, quasi ballando, si muove per il
salotto.
Mister Myshkow non può fare a meno di
rallegrarsene, ma timidamente; batte le mani piano
piano, e gli pare, guardandola, di dover riconoscere, ma
senza esserne proprio convinto:
- La fortuna! La fortuna!