Novelle per un anno - 1937 - Una giornata
9. Il buon cuore
Uh poi, vendere i figliuoli: come le piglia lei
le cose! Non s'è voluto far danno a nessuno; anzi, il bene
di tutti; e se la cosa poi è andata a finir così male, creda
che la colpa è soltanto del buon cuore.
Del resto, i figliuoli, c'è anche il modo di
comperarli legalmente. Quando non si possono avere, s'adòttano.
Ma questo non era un modo per il marito e la moglie di cui
vi parlo. L'adottare un figliuolo, a loro, non sarebbe
servito a niente. Il figliuolo lo dovevano fare, fare
carnalmente, per via d'una grossa eredità lasciata a questa
condizione da una zia bisbetica: che se l'erede non fosse
venuto entro i dieci anni, l'eredità sarebbe andata ai
trovatelli d'un istituto detto degli Oblati. C'è di queste
zie bisbetiche, agre zitellone, che si sentono venir male al
pensiero di beneficare i parenti che conoscono; e assaporano
in segreto il dispetto che faranno, mettendo nei loro
testamenti le vendette distillate o le minacce e i
batticuori di certe arzigogolate disposizioni.
Il nipote s'era accortamente premunito,
scegliendosi una bella moglie prosperosa, che gli desse
garanzia di molti figliuoli. Come, la garanzia? Eh, come! Ho
capito che lei mi vorrebbe tirare a parlar sboccato. A
occhio, s'intende; stimando quanto la sposa prometteva dal
seno, dai fianchi, dai bei colori della salute e della
gioventù.
Ma neanche a farlo apposta, quando si dice la
disgrazia!
Il primo anno, ancora risero; il secondo meno;
poi al terzo cominciarono a impensierirsi; e più al quarto,
con sorde bili e segreti rancori; finché non proruppero, al
quinto, nella sguajataggine di certi raffacci: ti vorrei far
vedere per chi manca; ringrazia Dio che sono una donna
onesta e certe prove non me le sogno nemmeno di fartele.
La donna, si sa, è sempre quella che parla di
più. Cimentosa: tocca a te e non a me.
Tocca? che tocca?
Per quel che toccava a lui, sfidava a trovare
una donna che avesse il coraggio di lamentarsi.
Lei non si lamentava.
E allora? Che altro voleva da lui? Per quel che
lui ci doveva mettere, in cinque anni, non uno, ma un
reggimento di figli avrebbe potuto fargli.
Figurarsi dunque la gioja, che dico la gioja, il
tripudio quando la moglie, ammansita, una mattina, gli fece
intendere che le pareva di aver motivo di credersi incinta.
Chi sa perché, questa confidenza le donne la fanno sempre
tenendo gli occhi bassi. Lui parve impazzito; corse a
gridarlo in casa di tutti i parenti e amici e conoscenti;
per miracolo non lo gridò per le strade e non mise le
bandiere a tutte le finestre: il figlio! il figlio!
Se non che, tutt'a un tratto, quando la
gravidanza già pareva perfino esagerata, non giunta ancora
neanche al quinto mese, avvenne una cosa che potrei lasciare
intendere, ma dire precisamente, no. Una di quelle
disgrazie, o, a dir dei medici, fenomeni che, rari, ma pare
sogliano avvenire. Avete insomma veduto quei bei palloni
colorati che si comprano per i bambini nelle fiere, che a
soffiar nel cannellino si gonfiano e poi, a levare il dito,
si sgonfiano sonando? Così, ma senza suono. Insomma, il
figlio, fatto d'aria, sfumò.
Immaginatevi quel poveretto dopo tanta
allegrezza, la mortificazione di doverlo annunziare, la
prima volta. La seconda almeno se la risparmiò, perché ebbe
la prudenza di non far sapere a nessuno che la moglie
credeva d'essere di nuovo incinta. La terza... Ecco, fu per
pura combinazione, per uno di quei casi non cercati che
vengono a proposito e si dicono mandati da Dio, benché a una
che faccia professione di portare al mondo dei figliuoli
accadano di frequente.
- Io? Osi venir da me, ragazza mia, per queste
cose? E non sai che c'è la galera? Nascondi quanto vuoi, poi
si viene a sapere, e chi ci andrebbe di mezzo, sarei io. No,
no. E poi, peccato mortale. Non te lo credevi, eh, lo so;
dite tutte così; ma è pure da aspettarselo, quando si fanno
certe cose.
E ora vieni da me, perché io abbia pietà?
Era però, veramente, una di cui non si sarebbe
detto che l'avesse fatto per vizio, e nemmeno sapendo il
male che si faceva; una ragazzona di diciassett'anni,
pastosa e vermiglia come una pesca, con certi occhi
abbambolati, che ci s'era trovata senza sapere come, presa
alla sprovvista mentre, sì, un po' per ridere, faceva
all'amore, alla guerriera, e non capiva bene dove alla fine,
nel calore dello scherzo, abbandonandosi, si può arrivare.
Inizio pagina
Ora, ecco, senza far male a nessuno, anzi,
com'ho detto, facendo il bene di tutti, si combinò così:
che lei, la ragazza, non doveva far saper niente a
nessuno, nemmeno alla sua mamma; si sarebbe messa a
servizio di una certa signora, la quale al contrario
avrebbe fatto sapere a tutti che aspettava per la terza
volta un bambino, e che questa volta sperava di portarlo
a compimento, andando per consiglio del medico a
maturarlo in campagna, all'aria sana; là nessuno le
avrebbe vedute, ma con discrezione e senz'esagerare;
anzi la signora, che pareva veramente incinta, si
sarebbe, occorrendo, mostrata: in modo che la cosa
venisse naturale. Sì, sono incinta, ma che c'entra? se
c'è bisogno, eccomi qua; e anche lei, la servetta, fino
a tanto che la grossezza non avesse dato nell'occhio,
per quanto in campagna a queste cose non ci si bada;
alla fine, al momento del parto, i gridi dell'una
sarebbero parsi quelli dell'altra, e il bambino da un
letto, appena nato, sarebbe passato all'altro, senza che
lei nemmeno lo vedesse. Tanto, non lo voleva. L'avrebbe
avuto l'altra che lo desiderava invece così
ardentemente; e sarebbe stato ricco e felice, mentre con
lei, se pure fosse arrivato a nascere, chissà che
disgraziato sarebbe stato, senza padre, senza nome,
senza stato, in un ospizio di trovatelli. E poter dare
per giunta, una volta tanto, a questa professione di
portare al mondo i figliuoli in certe tane di miseria,
dove patiranno tutti gli stenti e anche la fame, la
soddisfazione di far cangiare almeno a uno lo stato:
invece di portarlo in un covo di spine, portarlo in un
letto di rose.
Ma era andata anche meglio di così, perché
il signore, non contento d'aver salvato dal disonore e
fors'anche dal delitto la ragazza, le volle assegnare
anche una dote di venticinque mila lire, che poi i
maligni, quando si riseppe ogni cosa, dissero il prezzo
del bambino, brutto spilorcio, usurajo profittatore;
venticinque mila lire per un bambino che avrebbe invece
salvato a lui una così grossa eredità; senza voler
pensare che per quella ragazza, che non voleva esser
madre, quel bambino non aveva altro prezzo che quello
del peccato e del disonore; e che quella dote era pur
bastata a richiamare il giovine che aveva rovinata la
ragazza e a fargliela sposare. Giovani, e con la prova
già fatta, se avessero voluti altri figliuoli, avrebbero
potuto farne a piacer loro, senza tener più conto di
quel primo, che davvero non era poi da compiangere,
ricco e beato in una casa di signori.
Tutto, così, era andato liscio in porto: il
matrimonio dei giovani, col pagamento della dote già
fissato in un assegno da riscuotere subito dopo il
parto; la gravidanza della signora che sembrò vera a
tutti, e quella della ragazza di cui non riuscì ad
accorgersi né a sospettar nessuno; ma che paura nera,
specie negli ultimi mesi, a sentirsi, sotto certi occhi
che le guardavano, come inghiottite dalla finzione che
facevano, l'una d'essere incinta, e l'altra di non
esserlo; lui, il signore, si faceva rivedere in città di
tanto in tanto; riportava ai parenti e agli amici i
progressi del nascituro, attecchito per davvero questa
volta. Ma sì! figurarsi che già si moveva; gliel'aveva
fatto tastar con la mano la moglie (ed era lei, invece,
la moglie, che l'aveva tastato con la mano sul ventre
della ragazza, esclamando con un tremore di gioja e di
ribrezzo insieme: - Uh, sì, davvero, già tira i
calcetti! tira i calcetti!), e poi la felice nascita del
bambino, denunciata e iscritta sotto il nome dei finti
genitori: e assicurata così in tempo la grossa eredità.
Fu il buon cuore. La colpa fu proprio
soltanto del buon cuore, all'ultimo momento, allorché la
signora, con tutto quel suo bel seno di cera, da tenere
esposto tra i merletti in vetrina, si trovò senza una
goccia di latte da dare al bambino affamato, mentre di
là la ragazza spasimava col petto gonfio, da cui il
latte sprizzava come da due fontanelle. Si perdettero
proprio per questo: per quel latte che sprizzava e per
quella boccuccia di bimbo che voleva succhiare.
Tant'è vero che avviene sempre così, che più
d'ogni ingegno vale la forza della natura. Dovevano aver
pronta una bàlia in città, e subito partire col bambino,
senza nemmeno lasciarlo vedere alla ragazza; invece la
signora si impietosì, pensò che nessun'altra, meglio
della madre vera, avrebbe potuto allattare il bambino, e
corse lei stessa ad attaccarglielo al petto. Tutto il
male venne di qui. Combinarono che, ritornati in città,
la ragazza avrebbe figurato da bàlia; tanto il marito
già l'aveva con sé. Ma appunto, già col marito accanto,
ch'era il padre vero del bambino, la madre, che per nove
mesi l'aveva portato in sé e poi con tanto dolore
partorito, ora che se lo serrava tra le braccia,
attaccato al petto suo, carne sua, sangue suo, poteva
più darlo a un'altra?
Sì, c'erano i patti, c'erano tutte le
ragioni in contrario, tutti falsi che ora si sarebbero
scoperti, l'eredità perduta, e la prigione, la prigione
per tutti. Ebbene, la prigione, ma il figlio no; il
figlio quella madre non lo poteva più dare a nessuno ora
che se l'era attaccato al seno: era suo e non lo poteva
più dare a nessuno.
Così furono tutti imprigionati, il signore,
la signora, la levatrice, il giovine, la ragazza e per
forza anche il bambino con lei. Tutti, sotto una diversa
imputazione; e sotto più imputazioni, una più grave
dell'altra, ciascuno; e alla fine, imprigionati per
nulla, perché per le furie con cui la ragazza aveva
difeso il bambino contro tutti e contro il suo stesso
marito, il latte le si guastò e in carcere il bambino
morì, e tutti rimasero come statue di sale in attesa
della condanna, a mani vuote.