Novelle per un anno - 1937 - Una giornata
8. La casa dell'agonia
Il visitatore, entrando, aveva detto certamente
il suo nome; ma la vecchia negra sbilenca venuta ad aprire
la porta come una scimmia col grembiule, o non aveva inteso
o l'aveva dimenticato; sicché da tre quarti d'ora per tutta
quella casa silenziosa lui era, senza più nome, "un signore
che aspetta di là".
Di là, voleva dire nel salotto.
In casa, oltre quella negra che doveva essersi
rintanata in cucina, non c'era nessuno; e il silenzio era
tanto, che un tic-tac lento di antica pendola, forse nella
sala da pranzo, s'udiva spiccato in tutte le altre stanze,
come il battito del cuore della casa; e pareva che i mobili
di ciascuna stanza, anche delle più remote, consunti ma ben
curati, tutti un po' ridicoli perché d'una foggia ormai
passata di moda, stessero ad ascoltarlo, rassicurati che
nulla in quella casa sarebbe mai avvenuto e che essi perciò
sarebbero rimasti sempre così, inutili, ad ammirarsi o a
commiserarsi tra loro, o meglio anche a sonnecchiare.
Hanno una loro anima anche i mobili,
specialmente i vecchi, che vien loro dai ricordi della casa
dove sono stati per tanto tempo. Basta, per accorgersene,
che un mobile nuovo sia introdotto tra essi.
Un mobile nuovo è ancora senz'anima, ma già, per
il solo fatto ch'è stato scelto e comperato, con un
desiderio ansioso d'averla.
Ebbene, osservare come subito i mobili vecchi lo
guardano male: lo considerano quale un intruso pretenzioso
che ancora non sa nulla e non può dir nulla; e chi sa che
illusioni intanto si fa. Loro, i mobili vecchi, non se ne
fanno più nessuna e sono perciò così tristi: sanno che col
tempo i ricordi cominciano a svanire e che con essi anche la
loro anima a poco a poco si affievolirà; per cui restano lì,
scoloriti se di stoffa e, se di legno, incupiti, senza dir
più nulla nemmeno loro.
Se mai per disgrazia qualche ricordo persiste e
non è piacevole, corrono il rischio d'esser buttati via.
Quella vecchia poltrona, per esempio, prova un
vero struggimento a vedere la polvere che le tarme fanno
venir fuori in tanti mucchietti sul piano del tavolinetto
che le sta davanti e a cui è molto affezionata. Lei sa
d'esser troppo pesante; conosce la debolezza delle sue corte
cianche, specialmente delle due di dietro; teme d'esser
presa, non sia mai, per la spalliera e trascinata fuor di
posto; con quel tavolinetto davanti si sente più sicura,
riparata; e non vorrebbe che le tarme, facendogli fare una
così cattiva figura con tutti quei buffi mucchietti di
polvere sul piano, lo facessero anche prendere e buttare in
soffitta.
Tutte queste osservazioni e considerazioni erano
fatte dall'anonimo visitatore dimenticato nel salotto.
Quasi assorbito dal silenzio della casa, costui,
come vi aveva già perduto il nome, così pareva vi avesse
anche perduto la persona e fosse diventato anche lui uno di
quei mobili in cui s'era tanto immedesimato, intento ad
ascoltare il tic-tac lento della pendola che arrivava
spiccato fin lì nel salotto attraverso l'uscio rimasto
semichiuso.
Esiguo di corpo, spariva nella grande poltrona
cupa di velluto viola sulla quale s'era messo a sedere.
Spariva anche nell'abito che indossava. I braccini, le
gambine si doveva quasi cercarglieli nelle maniche e nei
calzoni. Era soltanto una testa calva, con due occhi aguzzi
e due baffetti da topo.
Certo il padrone di casa non aveva più pensato
all'invito che gli aveva fatto di venirlo a trovare; e già
più volte l'ometto si era domandato se aveva ancora il
diritto di star lì ad aspettarlo, trascorsa oltre ogni
termine di comporto l'ora fissata nell'invito.
Ma lui non aspettava più adesso il padrone di
casa. Se anzi questo fosse finalmente sopravvenuto, lui ne
avrebbe provato dispiacere.
Lì confuso con la poltrona su cui sedeva, con
una fissità spasimosa negli occhietti aguzzi e un'angoscia
di punto in punto crescente che gli toglieva il respiro, lui
aspettava un'altra cosa, terribile: un grido dalla strada:
un grido che gli annunziasse la morte di qualcuno; la morte
d'un viandante qualunque che al momento giusto, tra i tanti
che andavano giù per la strada, uomini, donne, giovani,
vecchi, ragazzi, di cui gli arrivava fin lassù confuso il
brusìo, si trovasse a passare sotto la finestra di quel
salotto al quinto piano.
E tutto questo, perché un grosso gatto bigio era
entrato, senza nemmeno accorgersi di lui, nel salotto per
l'uscio semichiuso, e d'un balzo era montato sul davanzale
della finestra aperta.
Inizio pagina
Tra tutti gli animali il gatto è quello che
fa meno rumore. Non poteva mancare in una casa piena di
tanto silenzio.
Sul rettangolo d'azzurro della finestra
spiccava un vaso di gerani rossi. L'azzurro, dapprima
vivo e ardente, s'era a poco a poco soffuso di viola,
come d'un fiato d'ombra appena che vi avesse soffiato da
lontano la sera che ancora tardava a venire.
Le rondini, che vi volteggiavano a stormi,
come impazzite da quell'ultima luce del giorno,
lanciavano di tratto in tratto acutissimi gridi e s'assaettavano
contro la finestra come volessero irrompere nel salotto,
ma subito, arrivate al davanzale, sguizzavano via. Non
tutte. Ora una, poi un'altra, ogni volta, si cacciavano
sotto il davanzale, non si sapeva come, né perché.
Incuriosito, prima che quel gatto fosse
entrato, lui s'era appressato alla finestra, aveva
scostato un po' il vaso di gerani e s'era sporto a
guardare per darsi una spiegazione: aveva scoperto così
che una coppia di rondini aveva fatto il nido proprio
sotto il davanzale di quella finestra.
Ora la cosa terribile era questa: che
nessuno dei tanti che continuamente passavano per via,
assorti nelle loro cure e nelle loro faccende, poteva
andare a pensare a un nido appeso sotto il davanzale
d'una finestra al quinto piano d'una delle tante case
della via, e a un vaso di gerani esposto su quel
davanzale, e a un gatto che dava la caccia alle due
rondini di quel nido. E tanto meno poteva pensare alla
gente che passava per via sotto la finestra il gatto che
ora, tutto aggruppato dietro quel vaso di cui s'era
fatto riparo, moveva appena la testa per seguire con gli
occhi vani nel cielo il volo di quegli stormi di rondini
che strillavano ebbre d'aria e di luce passando davanti
la finestra, e ogni volta, al passaggio d'ogni stormo,
agitava appena la punta della coda penzoloni, pronto a
ghermire con le zampe unghiute la prima delle due
rondini che avrebbe fatto per cacciarsi nel nido.
Lo sapeva lui, lui solo, che quel vaso di
gerani, a un urto del gatto, sarebbe precipitato giù
dalla finestra sulla testa di qualcuno; già il vaso
s'era spostato due volte per le mosse impazienti del
gatto; era ormai quasi all'orlo del davanzale; e lui non
fiatava già più dall'angoscia e aveva tutto il cranio
imperlato di grosse gocce di sudore. Gli era talmente
insopportabile lo spasimo di quell'attesa, che gli era
perfino passato per la mente il pensiero diabolico
d'andar cheto e chinato, con un dito teso, alla
finestra, a dar lui l'ultima spinta a quel vaso, senza
più stare ad aspettare che lo facesse il gatto. Tanto, a
un altro minimo urto, la cosa sarebbe certamente
accaduta.
Non ci poteva far nulla.
Com'era stato ridotto da quel silenzio in
quella casa, lui non era più nessuno. Lui era quel
silenzio stesso, misurato dal tic-tac lento della
pendola. Lui era quei mobili, testimoni muti e
impassibili quassù della sciagura che sarebbe accaduta
giù nella strada e che loro non avrebbero saputa. La
sapeva lui, soltanto per combinazione. Non avrebbe più
dovuto esser lì già da un pezzo. Poteva far conto che
nel salotto non ci fosse più nessuno, e che fosse già
vuota la poltrona su cui era come legato dal fascino di
quella fatalità che pendeva sul capo d'un ignoto, lì
sospesa sul davanzale di quella finestra.
Era inutile che a lui toccasse quella
fatalità, la naturale combinazione di quel gatto, di
quel vaso di gerani e di quel nido di rondini.
Quel vaso era lì proprio per stare esposto a
quella finestra. Se lui l'avesse levato per impedir la
disgrazia, l'avrebbe impedita oggi; domani la vecchia
serva negra avrebbe rimesso il vaso al suo posto, sul
davanzale: appunto perché il davanzale, per quel vaso,
era il suo posto. E il gatto, cacciato via oggi, sarebbe
ritornato domani a dar la caccia alle due rondini.
Era inevitabile.
Ecco, il vaso era stato spinto ancora più
là; era già quasi un dito fuori dell'orlo del davanzale.
Lui non poté più reggere; se ne fuggì.
Precipitandosi giù per le scale, ebbe in un baleno
l'idea che sarebbe arrivato giusto in tempo a ricevere
sul capo il vaso di gerani che proprio in quell'attimo
cadeva dalla finestra.