Novelle per un anno - 1937 - Una giornata
7. La prova
Vi parrà strano che io ora stia per fare entrare
un orso in chiesa. Vi prego di lasciarmi fare perché non
sono propriamente io. Per quanto stravagante e spregiudicato
mi possa riconoscere, so il rispetto che si deve portare a
una chiesa e una simile idea non mi sarebbe mai venuta in
mente. Ma è venuta a due giovani chierici del convento di
Tovel, uno nativo di Tuenno e l'altro di Flavòn, andati in
montagna a salutare i loro parenti prima di partire
missionari in Cina.
Un orso, capirete, non entra in chiesa così, per
entrarci; voglio dire, come se niente fosse. Vi entra per un
vero e proprio miracolo, come l'immaginarono questi due
giovani chierici. Certo, per crederci, bisognerebbe avere né
più né meno della loro facile fede. Ma convengo che niente è
più difficile ad avere che simili cose facili. Per cui, se
voi non l'avete, potete anche non crederci; e potete anche
ridere, volendo, di quest'orso che entra in chiesa perché
Dio gli ha dato incarico di mettere alla prova il coraggio
dei due novelli missionari prima della loro partenza per la
Cina.
Ecco intanto l'orso davanti alla chiesa che
solleva con la zampa il pesante coltrone di cuojo alla
porta. E ora, un po' sperduto, ecco che s'introduce
nell'ombra e tra le panche in doppia fila della navata di
mezzo si china a spiare, e poi domanda con grazia alla prima
beghina:
- Scusi, la sagrestia?
E' un orso che Dio ha voluto far degno di un Suo
incarico, e non vuole sbagliare. Ma anche la beghina non
vuole interrompere la sua preghiera, e, stizzita, più col
cenno della mano che con la voce indica di là, senza alzare
la testa né levar gli occhi. Così non sa d'aver risposto a
un orso. Altrimenti, chi sa che strilli.
L'orso non se n'ha a male; va di là e domanda al
sagrestano:
- Scusi, Dio?
Il sagrestano trasecola:
- Come, Dio?
E l'orso, stupito, apre le braccia:
- Non sta qui di casa?
Quello non sa ancor credere ai suoi occhi, tanto
che esclama quasi in tono di domanda:
- Ma tu sei orso!
- Orso, già, come mi vedi; non mi sto mica dando
per altro.
- Appunto, orso vuoi parlar con Dio?
Allora l'orso non può fare a meno di guardarlo
con compassione:
- Dovresti invece meravigliarti che sto parlando
con te. Dio, per tua norma, parla con le bestie meglio che
con gli uomini. Ma ora dimmi se conosci due giovani chierici
che partono domani missionari in Cina.
- Li conosco. Uno è di Tuenno e l'altro di
Flavòn.
- Appunto. Sai che sono andati in montagna a
salutare i loro parenti e che debbono rientrare in convento
prima di sera?
- Lo so.
- E chi vuoi che m'abbia dato tutte queste
informazioni se non Dio? Ora sappi che Dio vuol
sottometterli a una prova e ne ha dato incarico a me e a un
orsacchiotto amico mio (potrei dir figlio, ma non lo dico
perché noi bestie non riconosciamo più per nostri figli i
nostri nati pervenuti a una certa età). Non vorrei
sbagliare. Desidererei una descrizione più precisa dei due
chierici per non fare ad altri chierici innocenti una
immeritata paura.
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La scena è qui rappresentata con una certa
malizia che certo i due chierici, nell'immaginarla, non
ci misero; ma che Dio parli con le bestie meglio che con
gli uomini non mi pare che si possa mettere in dubbio,
se si consideri che le bestie (quando però non siano in
qualche rapporto con gli uomini) sono sempre sicure di
quello che fanno, meglio che se lo sapessero; non perché
sia bene, non perché sia male (ché queste son malinconie
soltanto degli uomini) ma perché seguono obbedienti la
loro natura, cioè il mezzo di cui Dio si serve per
parlare con loro. Gli uomini all'incontro petulanti e
presuntuosi, per voler troppo intendere pensando con la
loro testa, alla fine non intendono più nulla; di nulla
sono mai certi; e a questi diretti e precisi rapporti di
Dio con le bestie restano del tutto estranei; dico di
più, non li sospettano nemmeno.
Il fatto è che sul tramonto, tornandosene al
convento, quando lasciarono il sentiero della montagna
per prendere la via che conduce alla vallata, i due
giovani chierici si videro questa via impedita da un
orso e un orsacchiotto.
Era primavera avanzata; non più dunque il
tempo che orsi e lupi scendono affamati dai monti. I due
giovani chierici avevano camminato finora lieti in mezzo
ai lavorati già alti che promettevano un abbondante
raccolto e con la vista rallegrata dalla freschezza di
tutto quel verde nuovo che, indorato dal sole
declinante, dilagava con delizia nell'aperta vallata.
Impauriti, si fermarono. Erano, come devono
essere i chierici, disarmati. Solo quello di Tuenno
aveva un rozzo bastone raccattato per strada,
discendendo dalla montagna. Inutile affrontare con esso
le due bestie.
D'istinto, per prima cosa, si voltarono a
guardare indietro in cerca d'aiuto o di scampo. Ma
avevano lasciato poco più sù soltanto una ragazzina che
con un frusto badava a tre porcellini.
La videro che s'era anch'essa voltata a
guardare verso la vallata, ma senza il minimo segno di
spavento cantava lassù, agitando mollemente quel suo
frusto. Era chiaro che non vedeva i due orsi. I due orsi
che pure erano lì bene in vista. Come non li vedeva?
Stupiti dell'indifferenza di quella
ragazzina ebbero per un attimo il dubbio che, o quei due
orsi fossero una loro allucinazione, o che lei già li
conoscesse come orsi del luogo addomesticati e innocui;
perché non era in alcun modo ammissibile che non li
vedesse: quello più grosso, ritto là e fermo a guardia
della strada, enorme controluce e tutto nero, e l'altro
più piccolo che si veniva pian piano accostando
dondolante su le corte zampe e che ora ecco si metteva a
girare intorno al chierico di Flavòn e a mano a mano
girando l'annusava da tutte le parti.
Il povero giovane aveva alzato le braccia
come in segno di resa o per salvarsi le mani e, non
sapendo che altro fare, se lo guardava girare attorno,
con tutta l'anima sospesa. Poi, a un certo punto,
lanciando uno sguardo di sfuggita al compagno, e
vedendosi pallido in lui come in uno specchio, chi sa
perché, si fece tutto rosso e gli sorrise. Fu il
miracolo. Anche il compagno, senza saper perché, gli
sorrise. E subito i due orsi, alla vista di quello
scambio di sorrisi, come se a loro volta anch'essi si
fossero scambiati un cenno, senz'altro tranquillamente
se n'andarono verso il fondo della vallata.
La prova per essi era fatta e il loro
còmpito assolto.
Ma i due chierici non avevano ancor capito
nulla. Tanto vero che lì per lì, vedendo andar via così
tranquillamente i due orsi, restarono per un buon tratto
incerti a seguire con gli occhi quell'improvvisa e
inattesa ritirata, e poiché essa per la naturale
goffaggine delle due bestie non poteva non apparir loro
ridicola, tornando a guardarsi tra loro, non trovarono
da far di meglio che scaricare tutta la paura che
s'erano presa in una lunga fragorosa risata. Cosa che
certamente non avrebbero fatto, se avessero subito
capito che quei due orsi erano mandati da Dio per
mettere il loro coraggio alla prova e che perciò ridere
di loro così sguajatamente era lo stesso che ridersi di
Dio. Se mai una supposizione di questo genere fosse
passata per la loro testa, piuttosto che a Dio per la
paura che s'erano presa avrebbero pensato al diavolo che
all'uno e all'altro aveva voluto farla mandando quei due
orsi.
Capirono che invece era stato proprio Dio e
non il diavolo allorché videro i due orsi voltarsi alla
loro risata, fieramente irritati. Certo in quel momento
i due orsi attesero che Dio, sdegnato da tanta
incomprensione, comandasse loro di tornare indietro e
punire i due sconsigliati, mangiandoseli.
Confesso che io, se fossi stato dio, un dio
piccolo, avrei fatto così.
Ma Dio grande aveva già tutto compreso e perdonato. Quel
primo sorriso, per quanto involontario, dei due giovani
chierici, ma certo nato dalla vergogna di aver tanta
paura, loro che, dovendo fare i missionari in Cina,
s'erano imposti di non averne, quel primo sorriso era
bastato a Dio, proprio perché nato così,
inconsapevolmente, nella paura; e aveva perciò comandato
ai due orsi di ritirarsi. Quanto alla seconda risata
così sguajata era naturale che i due giovani credessero
di rivolgerla al diavolo che aveva voluto far loro
paura, e non a Lui che aveva voluto mettere il loro
coraggio alla prova. E questo, perché nessuno meglio di
Dio può sapere per continua esperienza che tante azioni,
che agli uomini per il loro corto vedere pajono cattive,
le fa proprio Lui, per i suoi alti fini segreti, e gli
uomini invece credono scioccamente che sia il diavolo.