Novelle per un anno - 1937 - Una giornata
6. Padron Dio
Tanti anni fa, a un pittore non si sa donde
venuto, egli che viveva da selvaggio sù per le spalle dei
monti, guardiano di mandrie, si era prestato a far da
modello per una pala d'altare, di cui quegli preparava i
cartoni e altri studii preliminari.
Che parte fosse destinato a rappresentare in
quel quadro sacro, non si era neppur curato di sapere: si
era lasciato vestire di strana foggia e atteggiar d'un gesto
violento, con una verga in mano. Ma, poco dopo, consacrata
la chiesa nuova, e accorso egli con tutto il popolo alla
prima funzione, vedendosi nella pala effigiato in uno dei
giudici che colpivan Gesù legato alla colonna, s'era messo a
gridar furibondo e a piangere e a strapparsi i capelli,
pestando i piedi per terra:
- Levatemi di lì! Son cristiano!
Tratto fuori fra la confusione generale (risa di
quelli che lo avevano ravvisato nella pala e domande e
supposizioni disparate degli altri che non se n'erano
accorti), non si era calmato e non aveva smesso la minaccia
di uccidere quel pittore insolente, finché dal vecchio
mansionario della nuova chiesa non aveva ottenuto la
promessa d'un ritocco alla immagine di quel giudeo per modo
che ogni somiglianza con lui fosse cancellata. Non pertanto,
il nomignolo di GIUDE' gli era rimasto; e ora, dopo
tant'anni, chiamavasi Giudè lui stesso. Ma così il volto
come la persona avevan perduto quell'espressione di dura
fierezza per cui il pittore lo aveva scelto a rappresentar
nella pala quella parte odiosa. Era vecchio ormai il Giudè e
non più buono neppur da condurre al pascolo le mandrie:
viveva di elemosina, senza mai chiederla, o meglio,
chiedendola in un modo suo particolare. Spinto dalla fame,
dopo aver vagato come un cane randagio per le pianure
deserte, si appressava a una villa e al primo contadino in
cui s'imbattesse diceva:
- Di' al tuo padrone che c'è l'esattore.
Tutti adesso intendevano e sorridevano, ma la
prima volta che il Giudè usò questa frase per la sua questua
dovè spiegarla. E la spiegò così: che noi tutti sulla terra
siamo inquilini del Signore, il quale sarebbe per ciascuno
allo stesso modo buon padrone di casa, se molti uomini non
si fossero fatta della terra casa propria, senza volere
intendere né riconoscere che essa dovrebbe invece esser casa
comune. Debbono però questi tali ricordarsi che il Signore è
pur padrone di un'altra casa, di là (e il Giudè aveva
additato il cielo), della quale vuol che ciascuno paghi
anticipata qui la pigione. I poveri la pagano coi patimenti
quotidiani del freddo e della fame; basta ai ricchi, per
pagarla, che facciano ogni tanto un po' di bene. Ecco dunque
perché egli era pei ricchi l'esattore.
Ottenuta l'elemosina in natura, si allontanava;
e, andando, riconosceva qua e là per la campagna gli alberi
che avrebbero dovuto esser suoi: suoi, perché quell'ulivo,
quel ciliegio, quel nespolo, quel melograno eran nati per
lui che tant'anni addietro, passando, aveva scavato e
buttato il seme alla terra; e la terra, ecco, gli aveva dato
l'albero; lo aveva dato a lui... Perché la terra sa forse a
chi appartenga?
Ed egli per quegli alberi aveva affetto paterno:
gli parevano i più belli e i più rigogliosi di tutta la
campagna; e si fermava ad ammirarli a lungo e scoteva il
capo folto di capelli grigi, ricci, quasi ferruginei. I rami
sovraccarichi lo invitavano a cogliere almeno un frutto,
poiché tutti eran suoi (ah, essi lo sapevano bene!) - ecco,
e glieli offrivano... Ma lui, no: non cedeva alla
tentazione; sospirando abbassava la mano che già s'era
levata.
Così, per le campagne altrui, viveva senza
tetto.
Dormiva in un casale smantellato e abbandonato;
si destava all'alba e si metteva a errar senza meta, per le
solitudini immense e pur piene di tanta vita, in quel
silenzio palpitante di foglie e d'ali, a ora a ora tentato
dal trillo d'un uccello che s'allontanava.
Sdrajato per terra, s'immergeva in quel silenzio
e guardava i fili d'erba che si movevano appena, di tanto in
tanto, a un alito d'aura; guardava qualche lucertola che si
beava del sole sopra una pietra, e le farfalle bianche che
volitavan sicure in tanta pace.
O perché mai nascevano certe erbe? Non per gli
uomini, certo, né per le bestie, che non ne mangiavano...
Nascevano perché Dio le voleva e la terra le faceva, senza
curarsi del dispiacere che recava agli uomini prepotenti, i
quali credono d'aver dominio su lei; tanto è vero che,
strappate, tornava a farle; e lì che nessuno le toccava,
esse crescevano senza fine - come la terra le voleva...
- Dio ha voluto anche me, - il Giudè pensava - e
intanto non ho un palmo di terra in cui mi possa stare,
dicendo: è mio. Son come quest'erbacce, che nessuno vuole
nel proprio campo. Solo dov'esse crescono indisturbate posso
stare anch'io. Vuol dire che il padrone non c'è o non se ne
cura.
Parecchie volte era stato colpito da questa
idea. Conosceva certe terre abbandonate, per cui non passava
mai anima viva, e nelle quali egli, dacché era vivo, cioè
per tant'anni che non si ricordava il numero, aveva sempre
veduto quell'erbacce; né mai alcuna traccia, anche lontana,
di coltivazione; né mai alcun segno, anche antico, del
dominio di qualcuno. Quelle terre adunque, da tempo almeno
per lui immemorabile, appartenevano a se stesse, libere di
produrre, non quel che gli uomini vogliono, ma quel che a
loro piaceva.
- E se io - pensava il Giudè - da un lembo qui
nel mezzo, che nessuno se n'accorga, strappo le male erbe, e
vi butto un pugno di frumento, non mi darà questa terra un
po' di grano? Lo darebbe a me come a chiunque... Il padrone,
ammesso che ci sia, è chiaro che ha sempre rinunziato a trar
da questo podere qualsiasi profitto. Non sarà lo stesso per
lui se in un pezzetto qui in giro, invece di sterpi inutili,
crescerà un po' di grano per me? Egli, queste terre le ha
abbandonate, né io me le piglio: farò soltanto che un breve
tratto di esse, almeno per una volta, invece di sterpi
inutili produca grano... Del resto, chi è il padrone?
Vinto da questa idea, il Giudè nelle sue questue
si mise d'allora in poi a chiedere, oltre al tozzo di pane
consueto, una manatella di frumento.
- O che ha rincarato la pigione padron Dio,
Giudè? - gli domandavano scherzando i fattori delle ville, a
cui egli si presentava da esattore.
Inizio pagina
Il Giudè, sorridendo umilmente, si stringeva
nelle spalle:
- Se volete...
E intanto che raccoglieva così da seminare,
apparecchiava lì, nella solitudine, il terreno - oh,
alla meglio, sprovvisto com'era degli arnesi necessari.
Aveva soltanto un logoro marrello, tolto in prestito,
col quale, zappettando, cavò prima via l'erbacce
maligne; poi scavò, scavò quanto più a fondo gli permise
la forza delle povere braccia sfibrate dagli stenti e
dalla vecchiaja: e questo al terreno doveva bastare. Non
al suo desiderio però, che gli faceva seguir con gli
occhi invidiando l'opera degli aratri negli altri campi
e i seminatori che gittavano il grano fiduciosi nel
lavoro coscienziosamente fornito. Ah, egli non aveva
nemmeno potuto incalcinare i semi, perché non
involpassero: li aveva così, quasi alla ventura,
consegnati alle zolle appena appena rimosse...
Vennero le prime acque, e il Giudè, udendo
dal suo covo notturno scrosciar la pioggia, pensò che
anche su quel suo lembo di terra in quel momento
pioveva... Poi, con un gaudio che lo fece lagrimare,
vide il grano sbullettare e poi dalla terra umida
spuntar timide le prime pipite. Ah, ecco, ecco, la terra
gli dava il grano! era suo! Poi guardò il cielo donde
l'acqua benefica era caduta anche per lui, anche per
quel suo primo tesoro; ma la vista del cielo lo
sconsolò: avrebbe voluto vederlo così basso da chiudere
e nascondere quel piccolo lembo coltivato, perché
nessuno lo scoprisse, lì, tra quelle erbacce intorno.
E man mano le pipite sfronzarono,
accestirono. E ormai il Giudè non sapeva staccarsi più
da quel pezzetto di terra, nonostante il freddo acuto e
le intemperie: quasi covava con gli occhi quel suo
grano; e nel vedere l'aura avvivare di tremiti le tenere
foglioline, tutta l'anima gli tremava.
Se non che, un giorno di quelli, non si
sentì la forza di sbucare dal casale abbandonato in cui
s'era fatto il covo.
Il sole era già alto, e il Giudè, seduto per
terra, con le spalle al muro, le ginocchia abbracciate,
guardava innanzi a sé, stordito ancora dai sogni della
notte, e tremava tutto di freddo e i denti gli
battevano.
Che era avvenuto? Dov'era il suo campicello?
E i granaj dov'erano? tutti quei granaj pieni, con tanti
e tanti misuratori allegri che davan via frumento,
frumento, frumento, cantando e senza togliere con la
rasiera il colmo dello stajo? E quella povera donna che
era accorsa con un grembiale bucato, donde giù tutti i
chicchi scorrevano così a sgorgo, che la grembiata si
votava prima ch'ella raggiungesse la porta del granajo?
Ah, la poverina tornava sempre indietro, daccapo,
disperatamente, urtata, spinta tra la ressa degli altri
poveri accorrenti senza fine, e mai nessun chicco le
restava in grembo...
- Date via! date via! - incitava il Giudè i
misuratori. - Così mi pago la pigione dell'altra casa
del Signore, lassù...
E i granaj non si votavano mai: dalle
finestre in alto, sopra i mucchi addossati alle pareti,
il frumento sgorgava, veniva giù come cascata d'acqua,
continuamente, frusciando. E ora, ecco, quel fruscìo
continuo nel sogno gli era rimasto nelle orecchie... Ah,
la febbre! egli aveva la febbre, e tremava di freddo.
Si levò in piedi a stento: vacillava... Si
trascinò fuori del casale diruto per ritornare al
campicello lontano, ma dopo un breve tratto di cammino
s'accasciò, in un completo abbandonamento di membra.
Si ritrovò dopo alcuni giorni, stupito e
sgomento, su un lettuccio d'ospedale, in un lungo
camerone silenzioso.
- Ah, è segno che son morto, se mi hanno
accolto qui - pensò il Giudè.
La testa gli pesava come se fosse di piombo,
e non aveva forza neanche d'aprir le pàlpebre. Quel filo
d'anima che gli restava si rincantucciò sotto la
superstiziosa paura che il luogo gl'ispirava; ed egli
abbandonò disajutato il vecchio corpo affranto e inerte
alle cure dei medici e degli infermieri, senza neppur
domandare che male avesse.
Con gli occhi chiusi, tutto rannicchiato
quasi per schermirsi dai brividi incalzanti della
febbre, spingeva il pensiero lontano lontano, al
campicello suo; e lì, sovr'esso, a poco a poco
s'addormentava. Attorno a lui, allora, sentiva e vedeva
il grano già accestito mandar sù sù sù il gambo della
spiga... ma troppo alto... non così, possibile? ogni
gambo più alto d'un pioppo? Il Giudè, smaniando, voleva
impedir quel rigoglio dispettoso e inverosimile, ma non
poteva: i gambi gli si allungavano da ogni lato,
visibilmente, fino a quella altezza, l'uno dopo l'altro,
e a poco a poco lo seppellivano. Ora, smaniando l'aria,
il Giudè si rizzava, ma - o stupore! - anch'egli era più
alto assai delle spighe... Si guardava attorno smarrito,
poi guardava il cielo, ed ecco la luna, a portata della
sua mano: alzava un braccio e la prendeva e con essa si
metteva a falciare. Poi, tutt'a un tratto, il sogno
crollava, e il Giudè si destava di soprassalto.
Vedeva allora in contrapposto venir sù
gracile e pallido e rado il suo grano e i poveri gambi
acquattati dalla pioggia o spezzati dal vento... E
sospirava: - L'aratro! ci voleva l'aratro!... - Ché
certo la terra da quel suo logoro marrello non si era
neppur sentita vellicare...
Intanto i giorni passavano, ma non le febbri
al Giudè. Aveva perduto la memoria del tempo, e non
chiedeva nemmeno in che stagione si fosse, per paura che
gli rispondessero: è finita l'estate.
Si provava a levare un po' il capo dal
guanciale per guardar sopra gli altri letti l'ampia
finestra in fondo al camerone: intravedeva appena il
cielo limpido fiammante di sole. Ma forse era ancor
primavera. - Chi sa però: - pensava il Giudè - qualcuno
forse, passando di là, avrà scoperto tra le erbacce il
grano, e l'avrà fatto suo... Ma se poi nessuno lo
scopre, non è anche peggio? Quella grazia di Dio si
perderà, aspettando invano sotto il sole la falce. E la
terra avrà dato il grano inutilmente...
Come Dio volle però (e fu Dio, certo, dietro
tante preghiere), il Giudè poté lasciar l'ospedale -
uscir di prigione - guarito, sui primi del giugno.
Subito volò di lungo al suo campicello;
scorse da lontano il biondeggiar del grano, ma a un
tratto sentì mancarsi le gambe, cascarsi le braccia...
Tutt'intorno alla messe quasi miracolosa (tanto era alta
e folta!) correva una siepe; a un canto sorgeva un
pagliajo, e un cane, udendo tra le erbacce oltre la
siepe fruscìo di passi, si mise a latrare.
Si affacciò alla siepe il contadino di
guardia, con una mano a riparo degli occhi.
- Oh, benvenuto, Giudè! T'aspettavo... Dimmi
che vuoi tu ora qui.
Il Giudè, affranto dalla corsa e dal
cordoglio, si pose a sedere per terra, calandosi pian
piano, appoggiato al lungo bastone.
- Non voglio nulla... - poi disse,
rattenendo le lacrime. - Quieta il tuo cane. Sono venuto
soltanto per vedere codesto miracolo: il grano che t'è
nato solo, e così bello, da sé...
- E di chi era la terra, Giudè?
- Era di quest'erbacce qui, che non fanno
pane... - rispose il povero vecchio. - Dillo, dillo al
tuo padrone...
E rimase a lungo lì, per terra, a guardar
quelle spighe alte e piene, che, mosse dal vento,
tentennando, pareva lo commiserassero.